Prima le comunità
Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta
costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come
una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri
confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di
reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili
a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità
del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi
che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere
salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità
della vita, bellezza, insegnamento.
Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono
contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la
qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente
personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza,
l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi
climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana
comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare
un ruolo insostituibile nel conflitto sociale.
Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche
e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di
fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita
su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi
di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate
nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma
avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi –
ristorante, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla
costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e
culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio
anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni.
Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle
comunità No Tav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di
comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze
istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata
dall’esclamazione stupìta e stupida di Pier Luigi Bersani di fronte alla
pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No,
non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio
territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di
costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e
culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale
all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed
europeo.
Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo
smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha
visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e
il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed
ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina,
fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse
portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili
alleati, che non chiede un’astratta “solidarietà”, ma offre la prospettiva
concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu,
come stai?”
L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia,
mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti
differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo
con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non
soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti e lo
sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza
diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie
umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi
“padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”,
adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico
e ambientale e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle
armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma
innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a
venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con
l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia,
oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la
propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo
una comunità aperta può offrire.
Una comunità dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare
condizioni per poter fare volontariamente ritorno – dove ancora è possibile, e
in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro
risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali
e tecnici e soprattutto il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque,
comunità e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come
“visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme.
Guido Viale