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La caccia alle streghe contro gli Antifa
Dagli Stati Uniti all’Europa, l’antiterrorismo si allarga fino a colpire antifascisti, movimenti, solidarietà palestinese e infrastrutture indipendenti_ C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense di inserire il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Considerare quella scelta semplicemente una bizzarria trumpiana significherebbe non vedere il processo politico che sta prendendo forma. Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo? La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti. Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere. È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare. Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà. Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa americana non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti. Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche. Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica. Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo. Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco. La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso. È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona. Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali. Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese. Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura. Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi. Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti. Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio. La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese. Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia. È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati. La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico. È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico. Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia. Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica. Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine. Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale. La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia. Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica. Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire. Osservatorio Repressione
August 29, 2026
Pressenza
Milano, multe per i cori in piazza
La Digos sanziona decine di manifestanti per “grida sediziose” durante il corteo del 13 maggio in solidarietà con le persone denunciate per il 22 settembre. L’assemblea delle persone colpite denuncia un precedente pericoloso: fino a 2.400 euro per slogan contro guerra, polizia e repressione_ Decine di sanzioni amministrative, ciascuna di diverse centinaia di euro, sono state notificate dalla Digos di Milano ad alcune delle persone che il 13 maggio avevano partecipato a un corteo spontaneo in solidarietà con le manifestanti e i manifestanti denunciati per la mobilitazione del 22 settembre. La contestazione è quella di avere pronunciato “grida sediziose”, una fattispecie di origine fascista oggi utilizzata per colpire slogan e cori scanditi durante una manifestazione politica. A denunciare quanto accaduto è l’assemblea delle persone multate, costituitasi per organizzare una risposta comune, sostenere i ricorsi e impedire che questa modalità repressiva si consolidi come prassi ordinaria. Secondo quanto riferito nel comunicato, nei verbali sono riportate espressioni quali «Resistiamo e sabotiamo le guerre dei potenti», «Il 22 settembre c’eravamo tuttx, blocchiamo tutto» e il coro francese «Tout le monde déteste la police». Frasi che fanno parte del linguaggio politico di numerose mobilitazioni e che, fino a oggi, non erano state normalmente trattate come il presupposto per sanzioni economiche tanto pesanti. La vicenda deve essere letta alla luce delle modifiche introdotte dall’ultimo decreto Sicurezza. La norma sulle grida sediziose, nata durante il fascismo e successivamente depenalizzata nel 1999, era già sopravvissuta nell’ordinamento come illecito amministrativo. Nel 2026 il governo ne ha però irrigidito il regime sanzionatorio, innalzando l’importo delle multe fino a 2.400 euro. Una disposizione apparentemente secondaria, quasi residuale, viene così recuperata e resa concretamente utilizzabile contro chi partecipa alle manifestazioni. Il problema non riguarda soltanto l’entità delle singole multe. Riguarda il cambiamento di strategia repressiva che esse rappresentano. Un procedimento penale richiede indagini, l’individuazione di responsabilità personali, il contraddittorio con la difesa e, infine, la decisione di un giudice. La sanzione amministrativa consente invece di produrre un effetto immediato, trasferendo sulla persona colpita l’onere economico e materiale di presentare ricorso. Anche quando la contestazione sarà successivamente annullata, il suo obiettivo intimidatorio può essere già stato raggiunto: costringere chi manifesta a dedicare tempo, denaro ed energie alla propria difesa e indurre altre persone a valutare il costo della partecipazione politica. La cosiddetta depenalizzazione non coincide quindi necessariamente con una diminuzione della pressione repressiva. Il passaggio dal penale all’amministrativo può rendere l’intervento più rapido, meno garantito e più facilmente ripetibile. È la stessa dinamica già osservata nell’applicazione del nuovo articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, attraverso il quale sono state comminate multe di migliaia di euro per manifestazioni non preavvisate, modifiche dei percorsi concordati o iniziative organizzate spontaneamente. In entrambi i casi, il ricatto economico diventa uno strumento per limitare concretamente l’esercizio del diritto di riunione e di espressione. Nel caso milanese, la contestazione appare particolarmente grave perché investe direttamente il contenuto politico della protesta. Non vengono sanzionati danneggiamenti, aggressioni o condotte materialmente pericolose, ma parole pronunciate collettivamente in piazza. La qualificazione di uno slogan come “sedizioso” affida alle autorità di pubblica sicurezza un ampio potere interpretativo sul confine tra critica politica lecita e discorso ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. Il rischio è che la forza polemica di una manifestazione venga trattata come un illecito proprio perché capace di contestare le politiche del governo, la guerra, l’operato della polizia o la repressione delle lotte sociali. L’assemblea delle persone multate osserva che non sono quei cori a essere improvvisamente diventati più pericolosi. A essere cambiato è il contesto nel quale vengono pronunciati. In una fase segnata dal riarmo, dalla preparazione alla guerra e dalla crescente criminalizzazione delle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, il governo mostra di considerare sempre meno tollerabili le forme di dissenso che sfuggono ai percorsi istituzionali e mettono in discussione le sue scelte politiche. La repressione non colpisce soltanto le condotte individuali eventualmente illecite, ma cerca di disciplinare il linguaggio, le relazioni e le pratiche collettive di chi scende in piazza. Le multe per “grida sediziose” si aggiungono così a un apparato già ampio: reati associativi utilizzati nelle indagini sui movimenti, fermi preventivi fino a dodici ore, fogli di via, sorveglianze speciali, sanzioni per le manifestazioni non preavvisate, arresto in flagranza differita e norme che rafforzano le tutele per gli appartenenti alle forze dell’ordine. Non si tratta di provvedimenti indipendenti, ma di strumenti che concorrono a spostare il confine tra libertà politica e controllo poliziesco, anticipando l’intervento repressivo e riducendo il ruolo del giudice. Il corteo del 13 maggio era nato per esprimere solidarietà alle persone denunciate per la grande mobilitazione milanese del 22 settembre. Colpire anche quella risposta collettiva significa tentare di interrompere la catena della solidarietà attraverso un meccanismo cumulativo: prima le denunce per la manifestazione originaria, poi le multe contro chi protesta in difesa delle persone denunciate. È un sistema che mira a isolare i singoli, separandoli dal contesto politico e umano nel quale hanno agito, e a trasformare ogni nuova iniziativa solidale in un’ulteriore occasione di sanzione. Per questa ragione l’assemblea ritiene essenziale impugnare i verbali e costruire una difesa comune. Non soltanto per evitare che le persone colpite debbano sostenere sanzioni ingiuste, ma per impedire che l’uso della norma sulle grida sediziose venga normalizzato e replicato in altre città. Lasciare incontestati questi provvedimenti significherebbe accettare che slogan abitualmente pronunciati nelle piazze possano essere selezionati dalla polizia e trasformati in illeciti sulla base del loro contenuto politico. La risposta annunciata parte quindi dalla solidarietà concreta e dalla consapevolezza degli strumenti di difesa disponibili. Il ricorso contro le sanzioni non è considerato un fatto individuale, ma parte della stessa battaglia per difendere il diritto di manifestare, esprimere conflitto e sostenere chi viene colpito dalla repressione. Perché quando lo Stato prova a rendere economicamente insostenibile il dissenso, nessuna persona multata può essere lasciata sola. https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/08/La-digos-di-milano-ha-spiccato-decine-di-multe-da-centinaia-euro-luna-per-grida-sediziose-o.mp4 Osservatorio Repressione
August 6, 2026
Pressenza