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Perché il governo Netanyahu è Israele
LA VIOLENZA DEI COLONI NON È PIÙ UN’ECCEZIONE. È IL SINTOMO DI UN PROGETTO POLITICO CHE L’EUROPA CONTINUA A GUARDARE SENZA TROVARE IL CORAGGIO DI CHIAMARLO CON IL SUO NOME. Sarò breve. Perché i giorni trascorsi dall’inizio dello sterminio dei palestinesi sono 1003. Perché le parole per nominarlo sono finite e anche quelle che ci siamo inventati per definire la distruzione deliberata di un gruppo etnico o religioso in quanto tale non bastano più. E perché un amico mi ha detto che ne uso troppe e che non c’è tempo per leggerle tutte. Dopo questo preambolo, vengo al sodo. Questo fine settimana, come ogni santo maledetto giorno che c’è sulla terra, oltre venti tra palestinesi e attivisti sono rimasti feriti durante attacchi compiuti da bande di teppisti israeliani in Cisgiordania. Non riesco più a chiamarli semplicemente «coloni». Quando la violenza contro civili, contadini e attivisti si ripete con tale regolarità e brutalità, la parola perde la sua neutralità descrittiva e rischia di diventare un eufemismo. Nominiamoli dunque per quello che sono: cavernicoli. E forse nemmeno al tempo di Neanderthal erano così animaleschi nella loro primordiale ferocia e ripugnanza. Le aggressioni verificatesi fra ieri e oggi sono avvenute in diverse località della Cisgiordania. Secondo le testimonianze, «le forze di sicurezza israeliane non sono riuscite a impedire diversi di questi assalti». Non sono riuscite o non hanno voluto? È una domanda che non può più essere elusa, considerato che troppo spesso – anzi, quasi sempre – i militari assistono, intervengono tardivamente o operano in un contesto in cui queste violenze continuano a ripetersi senza essere fermate in modo efficace. «La gente ha paura di recarsi da sola sui propri terreni», ha dichiarato un palestinese il cui villaggio è stato preso di mira. Ed è per questo che continuo a sostenere che il governo Netanyahu è Israele. Non perché in Israele non esistano dissenso, opposizione e persone che si battono per un’altra strada. Esistono, e meritano rispetto. Ma oggi rappresentano una minoranza politica e sociale incapace di incidere sugli indirizzi dello Stato. Quando la violenza dei coloni si ripete ogni giorno, da anni, sotto gli occhi dell’esercito; quando ministri e parlamentari ne condividono apertamente il linguaggio e gli obiettivi e alcuni di loro distribuiscono gratuitamente dei mitra; quando l’annessione strisciante della Cisgiordania procede senza incontrare una reale opposizione interna capace di fermarla, allora non siamo più davanti alle azioni di poche mele marce. Siamo davanti a un sistema politico e a un orientamento collettivo che, nei fatti, hanno reso quella violenza parte integrante del proprio progetto. Francamente, mi vergogno del governo che rappresenta l’Italia e di quelle erinni che siedono a Bruxelles, guidate da Ursula von der Leyen. Anche lei, come Angela Merkel, ha la sua divisa: stesso taglio della camicia e della giacca – delle quali cambiano soltanto i colori –, stessi pantaloni, stesse scarpe, stessa uniforme quasi rituale e persino lo stesso taglio di capelli, con il quale comincio a credere sia nata direttamente. Ma qui finiscono le somiglianze. Perché la statura politica e morale non si indossa. Si misura nella capacità di difendere i principi che si proclamano anche quando è scomodo farlo. E sotto questo profilo, il divario tra le due è abissale. P.S. Io i coloni li considero dei criminali e come tali vorrei che fossero trattati. M. Alessandra Filippi
July 5, 2026
Pressenza
Perché Israele sta cancellando i video del 7 ottobre?
In un’inchiesta giornalistica per The Grayzone, la conduttrice radiofonica e analista Michelle Witte riferisce del crescente sconcerto dell’opinione pubblica israeliana di fronte al comportamento delle autorità statali, accusate di trattenere e persino far sparire i filmati personali e comunitari girati durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. Secondo Witte, il prolungato sequestro di queste prove solleva il pesante sospetto che lo Stato stia tentando di nascondere la verità sulle responsabilità del proprio esercito nella morte di cittadini israeliani. LA SPARIZIONE DEI VIDEO E LA DISPERAZIONE DELLE FAMIGLIE Witte evidenzia il dramma delle famiglie delle vittime e delle comunità dei kibbutz, a cui l’apparato di sicurezza non ha ancora restituito il materiale sequestrato nelle ore successive agli attacchi: * Il sequestro sistematico: subito dopo gli eventi, unità speciali delle IDF, dello Shin Bet e dell’unità investigativa Lahav 433 hanno confiscato in blocco telefoni cellulari, telecamere di sicurezza e schede di memoria. Un riservista ha confermato a Channel 13 che i militari hanno semplicemente scollato i dispositivi e se ne sono andati con il materiale. * L’accusa di cancellazione delle prove: Sabine Taasa, madre del diciassettenne Or ucciso sulla spiaggia di Zikim, ha denunciato che il figlio aveva filmato gli ultimi istanti prima di morire. Tuttavia, quando le autorità le hanno finalmente restituito il telefono, quel video specifico era stato cancellato. Secondo l’emittente israeliana, non si tratta affatto di un caso isolato. IL RUOLO DELLA DIRETTIVA ANNIBALE E IL FUOCO AMICO DELLE IDF Secondo l’analisi di Michelle Witte, il motivo dietro questo presunto occultamento di prove risiede nella necessità di proteggere l’esercito da ulteriori scandali legati all’attivazione della Direttiva Annibale – il protocollo militare che prevede l’uso della forza anche a costo di uccidere i propri cittadini pur di impedirne la cattura: * viene ricordato il caso del generale Barak Hiram, che ordinò a un carro armato di bombardare una casa nel kibbutz Be’eri sapendo che all’interno vi erano ostaggi israeliani, provocando la morte di una dozzina di civili; * un’artigliere israeliana ha confessato di aver ricevuto l’ordine di bombardare abitazioni senza sapere chi ci fosse dentro, mentre le indagini di polizia hanno confermato che elicotteri Apache aprirono il fuoco anche contro l’area del festival Nova; * trattenendo centinaia di ore di filmati, lo Stato potrebbe voler evitare che si diffondano prove visive inconfutabili del massacro di civili israeliani perpetrato dal proprio stesso esercito. IL RIFIUTO DELLE INCHIESTE E IL CONTROLLO DELLA NARRAZIONE Witte sottolinea l’ostinato rifiuto di Israele di collaborare con indagini internazionali indipendenti sulla gestione del 7 ottobre e sulle accuse – oggi ampiamente smentite dai fatti – di violenze sessuali di massa sistematiche da parte dei militanti palestinesi. Tel Aviv ha sempre rivendicato il diritto esclusivo a indagare su se stessa, omettendo però di avviare una vera commissione d’inchiesta indipendente sul catastrofico fallimento dell’intelligence e delle forze armate. Solo di recente, riporta il Times of Israel, il governo è stato costretto da un ultimatum della Corte Suprema a definire entro il 1° luglio un quadro normativo adeguato per istituire una commissione statale d’inchiesta, cedendo alle fortissime pressioni interne dei familiari delle vittime. LE SCUSE FORMALI E IL MURO DI GOMMA Se da un lato la polizia dichiara che il materiale non può essere restituito perché l’unità Lahav 433 sta ancora conducendo indagini penali sul kibbutz Kfar Aza (teatro nei primi giorni di una serie di false segnalazioni di atrocità poi smentite), dall’altro le IDF respingono ogni accusa di insabbiamento parlando di “fasi finali” per la restituzione dei dati. Tuttavia, conclude Michelle Witte, a distanza di anni dagli eventi gli stessi sopravvissuti israeliani si trovano davanti a una certezza: l’apparato militare sta deliberatamente nascondendo qualcosa di inconfessabile. FONTE: * Israeli authorities refuse to return massive trove of Oct 7 video. What are they hiding? Israeli citizens wonder why the state won’t return October 7 footage it confiscated from them. The mother of an Israeli victim says authorities deleted video of her son’s death. Others complain “someone is hiding” the videos. – Michelle Witte / GZ The Greyzone, 31  maggio 2026 L'Antidiplomatico
June 2, 2026
Pressenza