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CNDDU: caporalato, sistema criminale e cultura costituzionale della legalità
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il dibattito sul caporalato debba oggi compiere un deciso salto di qualità sul piano culturale, giuridico e scientifico. Le più recenti ricerche nell’ambito dell’economia del lavoro, della sociologia economica, della criminologia e del diritto del lavoro convergono infatti nel delineare un quadro profondamente diverso rispetto a quello che, fino a pochi anni fa, interpretava il fenomeno come una semplice forma di intermediazione illecita della manodopera. Il caporalato è oggi riconosciuto come un sistema complesso di governance illegale del lavoro, capace di inserirsi nelle fragilità dei mercati, nelle asimmetrie delle filiere produttive e nei processi di esternalizzazione dell’attività economica, trasformando la vulnerabilità sociale in un fattore di profitto. Gli studi presentati nel VII Rapporto “Agromafie e Caporalato”, discussi nel corso del 2025 anche nell’ambito di iniziative scientifiche promosse dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, insieme alle analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dell’INAPP, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e alle Relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, restituiscono un’immagine del fenomeno ben più articolata rispetto al passato. Il caporalato non coincide più con la sola figura del caporale né può essere letto esclusivamente come un insieme di violazioni penalmente rilevanti. Esso rappresenta il segmento più visibile di un sistema economico nel quale convergono criminalità organizzata, imprese irregolari, intermediazioni fittizie, filiere frammentate e sfruttamento della forza lavoro, con effetti che incidono sull’intero assetto economico e sociale del Paese. Questa evoluzione riflette le profonde trasformazioni dell’economia contemporanea. Le organizzazioni criminali mostrano una crescente capacità di adattarsi ai processi di globalizzazione, operando attraverso reti imprenditoriali, società di comodo, subappalti, piattaforme logistiche e articolati sistemi di intermediazione che rendono sempre più labile il confine tra economia legale ed economia illegale. Lo sfruttamento del lavoro non rappresenta più un’anomalia del mercato, ma diventa una strategia competitiva attraverso la quale si comprimono i costi di produzione, si alterano le regole della concorrenza, si alimentano fenomeni di evasione fiscale e contributiva e si rafforza il potere economico delle organizzazioni criminali. Secondo le più recenti elaborazioni, il volume d’affari riconducibile alle agromafie supera ormai i 25 miliardi di euro, mentre la filiera agroalimentare italiana sviluppa un valore economico superiore ai 620 miliardi di euro. Le stime disponibili indicano inoltre la presenza di circa duecentomila lavoratrici e lavoratori irregolari nel comparto agricolo e un’incidenza ancora elevata di irregolarità nelle aziende sottoposte a controllo ispettivo. Tali dati non rappresentano soltanto indicatori quantitativi, ma evidenziano il costo economico e sociale di un sistema che sottrae risorse alla fiscalità generale, altera il corretto funzionamento del mercato, penalizza le imprese che operano nel rispetto della legge e compromette la qualità dello sviluppo. Le analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro evidenziano inoltre come il lavoro forzato e lo sfruttamento producano profitti illeciti di dimensioni globali, mentre gli studi dell’INAPP sottolineano come precarietà, marginalità sociale, fragilità contrattuale e povertà educativa costituiscano fattori che amplificano il rischio di sfruttamento. Ne deriva una considerazione fondamentale: il caporalato non sfrutta soltanto la vulnerabilità delle persone, ma tende a riprodurla, alimentando un circuito nel quale esclusione sociale, dipendenza economica e ricattabilità diventano elementi funzionali alla permanenza del sistema. Alla luce di tali evidenze, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il contrasto al caporalato non possa esaurirsi nella pur necessaria azione repressiva. Le indagini giudiziarie, i controlli ispettivi e le misure sanzionatorie intervengono quando il danno è già stato prodotto. La vera sfida consiste nel rafforzare gli anticorpi culturali della società, sviluppando una diffusa cultura costituzionale della legalità capace di prevenire le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento. La legalità non può essere concepita esclusivamente come rispetto formale delle norme. Essa rappresenta una competenza civica e giuridica che consente di comprendere il significato economico e sociale dei principi costituzionali, di interpretare criticamente il funzionamento dei mercati, di riconoscere i limiti dell’iniziativa economica privata posti dalla tutela della dignità della persona e di comprendere che libertà d’impresa e giustizia sociale non costituiscono valori contrapposti, bensì principi destinati a integrarsi reciprocamente all’interno dell’ordinamento costituzionale. In questa prospettiva la scuola è chiamata a svolgere una funzione strategica. Non soltanto luogo di trasmissione del sapere, ma laboratorio di formazione della coscienza costituzionale delle nuove generazioni. È nella scuola che gli studenti possono acquisire gli strumenti per comprendere come il diritto non sia un insieme astratto di disposizioni normative, ma il linguaggio attraverso il quale la Repubblica disciplina i rapporti economici, tutela il lavoro, garantisce l’uguaglianza sostanziale e assicura che la libertà economica non si trasformi in abuso o sfruttamento. Particolare rilievo assume, in questo contesto, il contributo dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche. Essi svolgono una funzione essenziale nell’accompagnare gli studenti alla comprensione delle trasformazioni del lavoro, dei processi economici, del ruolo delle istituzioni, della responsabilità sociale dell’impresa e delle connessioni tra diritto, economia e democrazia. Attraverso lo studio della Costituzione, del diritto del lavoro, dell’economia politica e dell’Educazione civica, i docenti contribuiscono a formare cittadini capaci di riconoscere i segnali dello sfruttamento, di comprendere il valore della concorrenza leale e di interpretare criticamente i fenomeni complessi che caratterizzano la società contemporanea. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone pertanto di rafforzare, nell’ambito dell’Educazione civica, percorsi dedicati all’analisi delle trasformazioni del lavoro, dell’economia e delle filiere produttive, valorizzando il contributo delle discipline giuridiche ed economiche nella costruzione di una cittadinanza pienamente consapevole. Comprendere i meccanismi attraverso i quali le economie criminali si inseriscono nei mercati significa infatti sviluppare quella capacità critica che costituisce il più efficace strumento di prevenzione. La lotta al caporalato non si gioca esclusivamente nelle aule di giustizia. Si gioca anche nelle aule scolastiche, dove si forma la coscienza civile delle nuove generazioni. Una società capace di leggere il mercato attraverso i principi della Costituzione è una società meno esposta alla normalizzazione dello sfruttamento. Per questa ragione il CNDDU rinnova il proprio impegno affinché la cultura giuridica diventi sempre più patrimonio diffuso e strumento di partecipazione democratica, nella convinzione che il diritto, prima ancora di reprimere l’illegalità, abbia il compito di formare cittadini consapevoli, liberi e responsabili. Romano Pesavento, presidente CNDDU Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
“Tre mesi di vacanza”: lo stereotipo che impoverisce la scuola e indebolisce la cultura democratica
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani considera particolarmente significativo che il dibattito pubblico italiano continui a riproporre, con sorprendente regolarità, rappresentazioni semplificate del lavoro docente proprio mentre alla scuola vengono affidate responsabilità educative sempre più ampie e complesse. La ricorrente affermazione secondo cui gli insegnanti beneficerebbero di “tre mesi di vacanza”, recentemente smentita da numerosi approfondimenti della stampa attraverso il richiamo alla normativa vigente e al Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Istruzione e Ricerca, costituisce molto più di un equivoco informativo: è il segnale di una persistente difficoltà culturale nel riconoscere il valore della professione docente e della funzione educativa nella costruzione della società democratica. Ogni comunità definisce le proprie priorità anche attraverso il linguaggio con cui racconta le professioni che ritiene strategiche per il proprio sviluppo. Quando il lavoro dell’insegnante viene ridotto al conteggio delle ore di lezione o alla durata della sospensione estiva delle attività didattiche, si propone una lettura parziale che non restituisce la complessità di una professione fondata sulla progettazione, sulla ricerca educativa, sulla valutazione, sulla formazione continua, sulla corresponsabilità con le famiglie e sulla capacità di accompagnare la crescita culturale e umana degli studenti. La lezione rappresenta soltanto la parte visibile di un’attività che richiede studio costante, aggiornamento metodologico e una riflessione professionale continua. L’attuale contesto storico rende ancora più evidente tale complessità. La scuola è chiamata quotidianamente a confrontarsi con la diffusione delle disuguaglianze educative, con il disagio psicologico di molti adolescenti, con l’impatto delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale sui processi di apprendimento, con l’aumento della pluralità culturale, con la necessità di contrastare la disinformazione, i linguaggi d’odio e ogni forma di discriminazione. In questo scenario il docente non trasmette semplicemente contenuti disciplinari, ma esercita una funzione di mediazione culturale, di promozione del pensiero critico e di educazione alla cittadinanza democratica, contribuendo a rendere concreti, attraverso la relazione educativa, i principi sanciti dalla Costituzione e dalle principali Carte internazionali sui diritti umani. Anche il quadro giuridico smentisce con chiarezza la narrazione dei cosiddetti “tre mesi di vacanza”. L’attività professionale del docente comprende un articolato insieme di obblighi previsti dalla normativa: progettazione didattica, valutazione, scrutini, esami di Stato, attività collegiali, formazione obbligatoria, rapporti con le famiglie e predisposizione delle attività del successivo anno scolastico. La sospensione delle lezioni non coincide con la sospensione del servizio, mentre il periodo di ferie è regolato, come per tutti i lavoratori pubblici, dalle disposizioni contrattuali vigenti. Confondere tali aspetti significa alimentare un’informazione inesatta che non rende giustizia alla realtà organizzativa della scuola. Non meno rilevante è la dimensione economica. Le comparazioni internazionali evidenziano come le retribuzioni dei docenti italiani rimangano inferiori rispetto a quelle riconosciute in numerosi Paesi europei, mentre le responsabilità professionali risultano progressivamente aumentate. A ciò si aggiunge il costante investimento personale che molti insegnanti sostengono per l’aggiornamento, l’acquisto di testi, strumenti digitali e materiali didattici. La qualità dell’istruzione rappresenta uno dei principali fattori di sviluppo economico e di competitività di un Paese; svalutare la professione docente significa, indirettamente, indebolire il capitale umano dal quale dipendono innovazione, produttività e coesione sociale. Gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione attribuiscono alla scuola una funzione decisiva nel promuovere l’uguaglianza sostanziale, la libertà dell’insegnamento e il diritto universale all’istruzione. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e l’Obiettivo 4 dell’Agenda 2030 ribadiscono che un’educazione di qualità costituisce il presupposto indispensabile per costruire società pacifiche, inclusive e sostenibili. La professionalità docente rappresenta il principale strumento attraverso cui tali principi trovano concreta attuazione nella vita quotidiana delle comunità scolastiche. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il tema non possa essere affrontato come una periodica contrapposizione tra categorie sociali. La vera questione riguarda la qualità del discorso pubblico sull’educazione. Una società che misura il valore della scuola esclusivamente attraverso parametri quantitativi rischia di perdere di vista la sua missione più autentica: formare persone libere, responsabili, capaci di esercitare il pensiero critico, di partecipare alla vita democratica e di riconoscere nella dignità umana il fondamento della convivenza civile. Per questa ragione il CNDDU auspica che il confronto pubblico sulla scuola recuperi profondità culturale, rigore scientifico e responsabilità istituzionale. Il riconoscimento della funzione docente non costituisce una rivendicazione corporativa, ma una scelta strategica che riguarda il futuro del Paese. Ogni stereotipo che banalizza il lavoro educativo impoverisce il capitale culturale della comunità, indebolisce il patto di fiducia tra scuola e società e rende più difficile affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Al contrario, riconoscere pienamente il valore della professione docente significa investire nella qualità della democrazia, nella tutela dei diritti umani e nella costruzione di una cittadinanza capace di coniugare competenza, responsabilità e solidarietà. In definitiva, il modo in cui una nazione considera i propri insegnanti non è un dettaglio del dibattito pubblico: è uno dei più significativi indicatori della sua maturità civile e della sua visione del futuro. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
La scuola italiana è inclusiva
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con interesse i dati contenuti nel recente Rapporto ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità relativo all’anno scolastico 2024/2025, che restituisce l’immagine di una scuola italiana sempre più chiamata a confrontarsi con la complessità dell’inclusione e con la necessità di trasformare i principi costituzionali in opportunità concrete di crescita, partecipazione e cittadinanza attiva. Gli studenti con disabilità presenti nelle scuole italiane hanno raggiunto quota 377 mila, pari al 4,8% della popolazione scolastica, con un incremento di circa 18 mila unità rispetto all’anno precedente. Il dato assume particolare rilevanza se confrontato con quello di dieci anni fa: la percentuale degli alunni con disabilità sul totale degli iscritti è infatti passata dal 2,6% al 4,8%, evidenziando una trasformazione strutturale del sistema educativo nazionale. Tale crescita non deve essere interpretata come un’emergenza, ma come il segnale di una maggiore capacità del sistema scolastico e sanitario di riconoscere bisogni educativi specifici e di garantire percorsi di inclusione all’interno della scuola di tutti. Essa impone tuttavia una riflessione profonda sulla qualità delle risposte offerte e sulla concreta esigibilità dei diritti riconosciuti dalla normativa nazionale e internazionale. I dati ISTAT mostrano segnali incoraggianti. Gli insegnanti di sostegno superano oggi le 261 mila unità, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente, mentre gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione sono oltre 85 mila, in aumento del 7%. Parallelamente cresce la quota dei docenti specializzati sul sostegno, passata dal 63% del 2019-2020 al 78% del 2024-2025. Accanto a tali progressi permangono tuttavia elementi di criticità che incidono direttamente sul diritto all’istruzione e sull’efficacia dei percorsi inclusivi. Circa 57 mila docenti di sostegno, pari al 22% del totale, risultano ancora privi di specifica specializzazione. Inoltre, all’inizio dell’anno scolastico oltre il 22% dei docenti di sostegno non era stato ancora assegnato, mentre dopo un mese dall’avvio delle lezioni il 10% dei posti risultava ancora vacante. Particolarmente preoccupante appare il fenomeno della discontinuità didattica. Quasi il 60% degli studenti con disabilità (59,7%) ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente e il 9,4% ha subito ulteriori cambiamenti durante lo stesso anno scolastico. La continuità educativa costituisce una componente fondamentale dei processi di apprendimento e di sviluppo relazionale; la sua fragilità rischia di compromettere il valore stesso dell’inclusione. Il Coordinamento richiama inoltre l’attenzione sul tema dell’accessibilità. Soltanto il 40% degli edifici scolastici risulta pienamente accessibile agli studenti con disabilità motoria. Ancora più limitata è la diffusione degli strumenti destinati agli studenti con disabilità sensoriali: le segnalazioni visive per alunni sordi o ipoacusici sono presenti nel 16,5% delle scuole, mentre mappe tattili e percorsi a rilievo per studenti ciechi o ipovedenti si fermano all’1,2%. Anche sul fronte dell’innovazione tecnologica emergono luci e ombre. Sebbene il 76% delle scuole disponga di postazioni informatiche adattate, il 65% degli istituti dichiara di necessitare di ulteriori dotazioni e il 31% degli studenti con disabilità avrebbe bisogno di almeno un ausilio didattico o informatico di cui non dispone. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la partecipazione alla vita scolastica. Se il 95% degli studenti con disabilità partecipa alle uscite didattiche giornaliere, la percentuale scende al 59% per le gite con pernottamento e a meno del 50% per le attività extrascolastiche organizzate dagli istituti. Ciò dimostra come il tema dell’inclusione non riguardi esclusivamente l’accesso all’istruzione, ma anche il diritto alla piena partecipazione alle esperienze formative, culturali e relazionali che caratterizzano la vita scolastica. Merita particolare attenzione anche il tema del progetto di vita. Sebbene il Piano Educativo Individualizzato sia stato predisposto per il 97% degli studenti, soltanto per il 40% dei casi esso risulta coerente con un progetto di vita formalizzato, mentre per il 55% degli alunni tale progettualità non è ancora definita. Questo dato evidenzia la necessità di rafforzare il raccordo tra scuola, famiglie, servizi territoriali e mondo del lavoro, affinché l’inclusione non si esaurisca entro i confini dell’esperienza scolastica ma accompagni la persona verso una piena cittadinanza sociale. Di fronte a questo scenario, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia giunto il momento di compiere un salto culturale nell’approccio all’inclusione scolastica. La crescita degli studenti con disabilità nelle scuole italiane non può essere affrontata esclusivamente attraverso un incremento delle risorse professionali, pur necessario, ma richiede una visione sistemica capace di coniugare diritti, innovazione, partecipazione e progettualità di lungo periodo. Per tale ragione il Coordinamento propone l’avvio di un piano nazionale per la cultura dell’inclusione e dei diritti umani, finalizzato a promuovere percorsi permanenti di formazione e sensibilizzazione rivolti a studenti, docenti, famiglie e comunità territoriali. L’obiettivo è favorire il superamento di ogni forma di barriera culturale, relazionale e comunicativa, consolidando una concezione dell’inclusione come valore fondante della convivenza democratica. Accanto a tale proposta, appare strategico sperimentare nelle scuole secondarie percorsi di peer tutoring orientati all’inclusione, attraverso la formazione di studenti tutor capaci di favorire la partecipazione tra pari, contrastare fenomeni di isolamento e rafforzare il senso di appartenenza alla comunità scolastica. Le relazioni rappresentano infatti il primo e più efficace strumento di inclusione. Il Coordinamento auspica inoltre la costituzione di laboratori territoriali di innovazione inclusiva che coinvolgano scuole, università, enti di ricerca, associazioni e imprese per la progettazione di strumenti digitali accessibili, soluzioni basate sull’intelligenza artificiale a supporto dell’apprendimento personalizzato e tecnologie orientate all’autonomia degli studenti con disabilità. In un contesto in cui il 31% degli alunni necessita ancora di ausili non disponibili e il 65% delle scuole richiede ulteriori dotazioni tecnologiche, l’innovazione deve diventare un diritto educativo e non un privilegio territoriale. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla sperimentazione di un portfolio digitale delle competenze e del progetto di vita, capace di accompagnare ogni studente con disabilità lungo l’intero percorso scolastico, valorizzandone competenze, interessi, aspirazioni, esperienze laboratoriali e orientative. La scuola deve contribuire non soltanto all’apprendimento, ma anche alla costruzione dell’autonomia personale e professionale. Risulta altresì indispensabile istituire un osservatorio permanente sulla continuità educativa e sull’inclusione scolastica, che monitori non solo gli aspetti quantitativi delle assegnazioni di sostegno, ma anche la qualità delle relazioni educative, la stabilità dei percorsi, il benessere degli studenti e la piena partecipazione alla vita scolastica. La vera sfida che emerge dai dati ISTAT riguarda infatti la trasformazione della scuola dell’integrazione nella scuola della partecipazione. Una scuola autenticamente inclusiva non si limita a garantire la presenza degli studenti con disabilità nelle aule, ma crea le condizioni affinché ciascuno possa apprendere, comunicare, costruire relazioni significative, esprimere il proprio potenziale e contribuire attivamente alla vita della comunità. L’inclusione non rappresenta una misura speciale destinata a pochi. È il parametro attraverso cui si misura la qualità democratica del sistema educativo e la capacità di una società di riconoscere il valore di ogni persona. Investire nell’inclusione significa investire nel futuro del Paese, nella coesione sociale e nella piena attuazione dei diritti umani sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
June 1, 2026
Pressenza