Tag - gianni mattioli

Addio a Gianni Mattioli: «sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale intrecciati insieme»
Ciao Gianni. Continueremo a camminare lungo il sentiero che hai contribuito ad aprire, con la stessa passione civile, lo stesso rigore morale e la stessa fiducia nella forza delle idee che hanno illuminato la tua vita_ […] Con la scomparsa di Gianni Mattioli, l’Italia perde uno dei suoi intellettuali più rigorosi, uno degli ambientalisti più autorevoli e una delle coscienze civili più limpide della Repubblica. Ma chi lo ha conosciuto sa che nessuna di queste definizioni riesce davvero a restituirlo per intero. Perché Gianni era, prima di tutto, una presenza: quella di un uomo che entrava in una stanza e portava con sé qualcosa di immediatamente riconoscibile – la capacità di pensare con chiarezza e di sentire con profondità, senza che l’una escludesse l’altra. Fisico, docente universitario alla Sapienza di Roma, fondatore dei Verdi italiani, parlamentare, capogruppo, ministro della Repubblica: gli incarichi ricoperti raccontano una vita densa e generosa. Ma sarebbe riduttivo fermarsi agli incarichi. Gianni Mattioli è stato soprattutto un uomo di scienza che ha scelto di stare nel mondo, di sporcarsi le mani con la politica, di portare il rigore del metodo scientifico nelle aule parlamentari e nelle piazze del movimento. Ed è qui che risiede la sua singolarità vera. Perché nella storia dell’ambientalismo italiano – e non solo italiano – è raro, rarissimo, che uomini con una formazione scientifica autentica, fisici e matematici di valore accademico riconosciuto, scelgano di diventare leader di un movimento nato dal basso. Di scendere dall’università alla società civile non come esperti chiamati a testimoniare, ma come militanti, come organizzatori, come voci pubbliche. Gianni Mattioli e Massimo Scalia lo hanno fatto. Erano espressione reale di quel movimento antinucleare che hanno contribuito a costruire, a guidare e a rendere credibile agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Uomini di scienza prestati alla politica, o forse, più esattamente, uomini che hanno rifiutato di scegliere tra le due. La loro è stata una coppia straordinaria, e chi li ha frequentati entrambi capisce di cosa parlo. Se devo trovare un’immagine – e Gianni avrebbe apprezzato un’immagine, lui che amava il teatro, la pittura, la musica – direi che Massimo Scalia era Gigi Proietti: epico, travolgente, capace di riempire uno spazio con la sola forza della voce inconfondibile. Gianni Mattioli era Vittorio Gassman: evocativo, aristocratico nella forma e profondamente umano nella sostanza, con quella capacità rara di farti sentire che stava parlando esattamente a te, anche quando parlava a una platea intera. Due splendidi e profondi interpreti della vita intesa a tutto tondo. E come i grandi interpreti, erano complementari: si capivano, si completavano, si bilanciavano. Insieme erano più di quello che ciascuno dei due avrebbe potuto essere da solo. È stato per me una fortuna aver attraversato quarant’anni di vita insieme a loro. Perché Gianni non era solo l’accademico, non era solo il politico. Era un affabulatore straordinario, capace di catalizzare l’attenzione con quella rara alchimia di ironia e serietà, di leggerezza e profondità. Aveva una vena spiritosa che non abbandonava mai del tutto, nemmeno nei momenti più gravi, anzi, era proprio nei momenti difficili che quella sua ironia gentile diventava un dono, un modo per tenere insieme le persone, per alleggerire senza banalizzare. Aveva un’anima artistica autentica: amava la musica, la pittura, le forme belle in ogni loro declinazione. E questo si sentiva nel modo in cui costruiva un discorso, nel modo in cui sceglieva le parole, nel modo in cui sapeva fermarsi al momento giusto per lasciar risuonare un concetto. C’era in lui qualcosa di aristocratico nell’apparenza – un certo portamento, una certa eleganza nel pensiero e nel gesto – che conviveva però con un approccio conviviale e aperto, con una capacità genuina di stare con le persone, di ascoltarle davvero, di farle sentire a proprio agio. Non era distanza, quella sua eleganza. Era forma. Chiunque lo abbia ascoltato – nelle aule universitarie, nei corridoi del Parlamento, in un’assemblea di movimento o attorno a un tavolo tra amici – ricorda la sua capacità di rendere comprensibili questioni complesse senza mai banalizzarle. Non semplificava per compiacere: semplificava per includere, perché credeva profondamente che ogni cittadino avesse il diritto e la capacità di capire. La sua autorevolezza non derivava dal ruolo ricoperto, ma dalla credibilità conquistata attraverso una vita intera coerente con le proprie idee. La sua storia attraversa alcune delle stagioni più importanti e convulse della vita democratica italiana. Dagli anni del movimento studentesco del Sessantotto, all’esperienza nel Pdup e poi in Dp, nei Cristiani per il Socialismo, fino alla costruzione dell’ambientalismo politico italiano, Mattioli ha sempre cercato di tenere insieme sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale. Non era un uomo di parte nel senso angusto del termine: era un uomo di princìpi, il che è cosa assai più esigente e scomoda. Possedeva un senso etico dell’impegno pubblico che oggi appare quasi anacronistico, e che invece dovrebbe essere la norma. In un tempo in cui la politica tende sempre più spesso a ridursi a slogan e gestione del consenso, Gianni Mattioli rappresentava l’esempio opposto: la politica come servizio, come studio, come responsabilità verso le generazioni future. Le sue parole non cercavano l’applauso facile; cercavano la verità dei fatti, la forza degli argomenti, la coerenza delle idee. Su questo, era solito dire: > «Chi entra in politica portando con sé una competenza scientifica ha un dovere > doppio: verso i cittadini, che meritano la verità anche quando è scomoda, e > verso la scienza stessa, che non può essere piegata alle convenienze del > potere. La politica che non si fonda sulla conoscenza è solo gestione > dell’esistente, non costruzione del futuro». Il suo ambientalismo non è mai stato separato dalla questione sociale, e su questo punto era inflessibile. Aveva compreso prima di molti altri che non può esistere giustizia ambientale senza giustizia sociale, che la difesa della natura coincide con la difesa dei diritti delle persone, che la crisi climatica è prima di tutto una grande questione democratica, sociale e morale. Lo diceva con quella chiarezza che era il suo marchio, senza mai nascondersi dietro le sfumature quando la sostanza era in gioco: > «La crisi ecologica non è uguale per tutti. Chi vive ai margini della società > – nei quartieri inquinati, nelle periferie abbandonate, nei Paesi più poveri – > paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo dal quale ha ricevuto il > meno. Combattere per l’ambiente significa combattere per loro, prima che per i > ghiacciai o per le foreste. Significa scegliere da che parte stare». Tra tutte le battaglie che ha combattuto, quella contro il nucleare – civile e militare – è forse quella che meglio incarna il metodo Mattioli: scienza, etica e coraggio civile fusi in un’unica voce. Non fu una posizione ideologica o emotiva. Fu la conclusione razionale di uno studioso che conosceva dall’interno la materia di cui parlava, che aveva studiato i dati, che aveva valutato i rischi, e che proprio per questo si sentiva in dovere di dirlo ad alta voce, anche quando non era popolare farlo. Insieme a Scalia, ai Verdi e al Movimento Ecologista contribuì a costruire quella coscienza collettiva che portò l’Italia ai referendum del 1987 e del 2011 – due momenti in cui il popolo italiano disse no al nucleare con una chiarezza che non ammetteva interpretazioni. Due volte. Con decenni di distanza. Con la stessa, inequivocabile risposta. E Gianni fu protagonista di entrambe quelle stagioni: della prima come fondatore e animatore del movimento che le aveva rese possibili, della seconda come testimone autorevole e voce instancabile di una vigilanza che non aveva mai abbassato la guardia, nemmeno quando la questione sembrava sopita. Anche su questo, la sua voce era netta, e lo è ancora: > «L’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni > potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità > democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con > quello militare o non conosce la fisica, o sceglie deliberatamente di non > conoscerla. In entrambi i casi, non può guidare le scelte di un popolo». E allora permettetemi, in questo momento, di dire una cosa che Gianni avrebbe detto, che Gianni e Massimo avrebbero detto insieme, con quella loro capacità di unire rigore e indignazione, ironia e fermezza. > PROTESTA DAI BANCHI DEL GRUPPO AVS (ALLEANZA VERDI E SINISTRA) ALLA CAMERA DEI > DEPUTATI CONTRO L’APPROVAZIONE IN UN RAMO DEL PARLAMENTO DEL DISEGNO DI LEGGE > DEL GOVERNO MELONI IL 5 GIUGNO SCORSO > > Questo Parlamento ha appena approvato una legge per reintrodurre il nucleare > in Italia. Una legge che calpesta, con una disinvoltura che lascia senza > parole, non uno ma due referendum popolari. Due mandati espliciti, espressi > dalla sovranità del popolo italiano a distanza di ventiquattro anni l’uno > dall’altro. Un fatto senza precedenti nella storia della nostra Repubblica: > non si ricorda un altro caso in cui un governo democratico abbia scelto > deliberatamente di ignorare due volte la volontà popolare sullo stesso tema, > come se quei milioni di voti non fossero mai stati espressi, come se le urne > fossero state un incidente di percorso da correggere. Aurelio Angelini
June 10, 2026
Pressenza
Gianni Mattioli, “maestro di verità e di virtù”: un ricordo personale – di Peppe Sini
Mi addolora profondamente la scomparsa di Gianni Mattioli, e sebbene io sappia che oggi lo ricorderanno persone di grande prestigio e notorietà, vorrei aggiungere anche il mio modesto ricordo di vecchio militante politico di base, e attestargli una volta ancora il mio affetto e la mia gratitudine. Ho conosciuto Gianni Mattioli nelle lotte del movimento antinucleare a Montalto di Castro, un’esperienza che è stata decisiva nella mia vita come in quella di tante altre persone. Come accadeva allora, dopo un po’ si era non solo compagni di lotta ma anche amici. Anni dopo accadde che in una importante manifestazione a Roma una forze politica che era tra le numerose organizzazioni promotrici pose il veto al fatto che potesse prendere la parola anche il rappresentante del popolo palestinese in Italia, che se la memoria non mi inganna era allora Nemer Hammad; gli altri promotori subirono il diktat, e al rappresentante del popolo palestinese fu impedito di parlare. Si parva licet componere magnis, espressi la mia indignazione sul settimanale che all’epoca era a Viterbo la voce dei senza voce. E quel partito mi querelò, a firma del segretario provinciale (che, paradossalmente, era anche un vecchio amico) e del segretario nazionale. A quei tempi il nostro settimanale conduceva una strenua lotta contro la penetrazione mafiosa nell’Alto Lazio e contro il regime della corruzione che la favoriva. Ricevevamo raffiche di querele per diffamazione da prominenti personaggi del sistema di potere politico ed economico (tra cui uno dei “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” di cui aveva scritto indimenticabilmente Pippo Fava). A costoro si aggiunse in quella circostanza anche quel partito, che pure si vantava libertario, con nostra grande amarezza. In vista del processo pensai di andare a chiedere ad alcune persone amiche che erano state presenti alla vicenda di venire a testimoniare in mio favore in tribunale. La prima persona cui mi rivolsi fu Gianni Mattioli: ci incontrammo mi pare nel suo ufficio parlamentare, gli dissi di che si trattava e che speravo che lui potesse essere disponibile a venire a testimoniare: lui mi disse che avrebbe fatto di più, e subito dinanzi ai miei occhi alzò il telefono e chiamò credo direttamente l’allora segretario nazionale di quel partito e gli disse con tono che non ammetteva repliche che quella querela era uno scandalo e doveva essere ritirata. A quei tempi Gianni Mattioli era un’autorità morale per tutti: quel partito ritirò la querela. Era così Gianni Mattioli: un uomo coraggioso e generoso, una persona mite e accudente, un compagno di lotte nonviolente indimenticabile, uno scienziato con una profonda coscienza morale, un maestro di verità e di virtù. Pochi anni fa ci aveva già lasciato Massimo Scalia, che era quasi una sola persona con lui. Ora ci ha lasciato anche Gianni. I vecchi compagni muoiono, il mondo si offusca, la lotta nonviolenta per il bene comune dell’umanità e per la salvaguardia di quest’unico mondo vivente continua, oggi più necessaria che mai. Peppe Sini
June 2, 2026
Pressenza
Per Gianni Mattioli, un ricordo personale
Mi addolora profondamente la scomparsa di Gianni Mattioli, e sebbene io sappia che oggi lo ricorderanno persone di grande prestigio e notorieta’, vorrei aggiungere anche il mio modesto ricordo di vecchio militante politico di base, e attestargli una volta ancora il mio affetto e la mia gratitudine. Ho conosciuto Gianni Mattioli nelle lotte del movimento antinucleare a Montalto di Castro, un’esperienza che e’ stata decisiva nella mia vita come in quella di tante altre persone. Come accadeva allora, dopo un po’ si era non solo compagni di lotta ma anche amici. Anni dopo accadde che in una importante manifestazione a Roma una forze politica che era tra le numerose organizzazioni promotrici pose il veto al fatto che potesse prendere la parola anche il rappresentante del popolo palestinese in Italia, che se la memoria non mi inganna era allora Nemer Hammad; gli altri promotori subirono il diktat, e al rappresentante del popolo palestinese fu impedito di parlare. Si parva licet componere magnis, espressi la mia indignazione sul settimanale che all’epoca era a Viterbo la voce dei senza voce. E quel partito mi querelo’, a firma del segretario provinciale (che, paradossalmente, era anche un vecchio amico) e del segretario nazionale. A quei tempi il nostro settimanale conduceva una strenua lotta contro la penetrazione mafiosa nell’Alto Lazio e contro il regime della corruzione che la favoriva. Ricevevamo raffiche di querele per diffamazione da prominenti personaggi del sistema di potere politico ed economico (tra cui uno dei \”quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa\” di cui aveva scritto indimenticabilmente Pippo Fava). A costoro si aggiunse in quella circostanza anche quel partito, che pure si vantava libertario, con nostra grande amarezza. In vista del processo pensai di andare a chiedere ad alcune persone amiche che erano state presenti alla vicenda di venire a testimoniare in mio favore in tribunale. La prima persona cui mi rivolsi fu Gianni Mattioli: ci incontrammo mi pare nel suo ufficio parlamentare, gli dissi di che si trattava e che speravo che lui potesse essere disponibile a venire a testimoniare: lui mi disse che avrebbe fatto di piu’, e subito dinanzi ai miei occhi alzo’ il telefono e chiamo’ credo direttamente l’allora segretario nazionale di quel partito e gli disse con tono che non ammetteva repliche che quella querela era uno scandalo e doveva essere ritirata. A quei tempi Gianni Mattioli era un’autorita’ morale per tutti: quel partito ritiro’ la querela. Era cosi’ Gianni Mattioli: un uomo coraggioso e generoso, una persona mite e accudente, un compagno di lotte nonviolente indimenticabile, uno scienziato con una profonda coscienza morale, un maestro di verita’ e di virtu’. Pochi anni fa ci aveva gia’ lasciato Massimo Scalia, che era quasi una sola persona con lui. Ora ci ha lasciato anche Gianni. I vecchi compagni muoiono, il mondo si offusca, la lotta nonviolenta per il bene comune dell’umanita’ e per la salvaguardia di quest’unico mondo vivente continua, oggi piu’ necessaria che mai. Peppe Sini Viterbo, primo giugno 2026   Peppe Sini
June 1, 2026
Pressenza
Gianni Mattioli, una vita per l’ambiente. L’arte del possibile e l’orizzonte del necessario
Gianni Mattioli ci ha lasciato. Se ne va un uomo che ha dedicato l’intera vita a un’idea semplice e rivoluzionaria: che la scienza debba stare dalla parte della Terra. Gianni Francesco Mattioli, nato il 29 gennaio 1940, è stato molto più di un fisico, molto più di un parlamentare, molto più di un ministro. È stato uno di quegli uomini rari che riescono a tenere insieme rigore intellettuale e passione civile, senza sacrificare l’uno all’altra. Lo ricordiamo nelle aule della Sapienza di Roma, dove ha insegnato Fisica generale, Fisica ambientale e Complementi di fisica matematica con quella rara capacità di far sentire gli studenti partecipi di qualcosa di più grande di un programma accademico. Perché per Mattioli la fisica non era mai fine a sé stessa: era uno strumento per capire il mondo, e capire il mondo significava anche difenderlo. Insieme a Massimo Scalia, è stato uno dei pilastri dell’ambientalismo scientifico italiano, quell’approccio che ha voluto l’ecologia fondata sui dati, sui fatti, sulla responsabilità della conoscenza. Non ambientalismo del sentimento soltanto, ma della coscienza. Tra i fondatori dei Verdi e del Movimento Ecologista, ha portato in politica la voce della scienza quando la politica italiana faticava ancora a capire cosa significasse la parola “ambiente”. La sua battaglia contro il nucleare in Italia fu la battaglia di un fisico che sapeva esattamente di cosa parlava, e che proprio per questo sentiva il peso della responsabilità più degli altri. Come parlamentare e come Ministro per le politiche comunitarie ha cercato di tradurre quella visione in leggi, in accordi, in scelte concrete sapendo che la politica è l’arte del possibile, ma non smettendo mai di indicare l’orizzonte del necessario. Ci lascia un’eredità che non si misura solo nei libri pubblicati o nelle leggi votate, ma nel metodo: quello di chi affronta le grandi crisi del presente con gli strumenti della ragione e il coraggio delle convinzioni. L’Italia perde oggi uno dei suoi padri fondatori. Grazie, Gianni. Redazione Italia
June 1, 2026
Pressenza