Parata del 2 giugno: anche i cavalli obiettano
Se non fosse per i tre giovani militari dei Lancieri di Montebello, due dei
quali donne, e per la poliziotta, che si sono feriti e che sono stati ricoverati
in ospedale, fortunatamente non in pericolo di vita, anche se due sono in
condizioni critiche, ci sarebbe da ridere, ma purtroppo i fatti accaduti a Roma
nella notte tra il 29 ed il 30 maggio sono molto seri e gravi.
Durante la prova della sfilata del 2 giugno, tenutasi in via delle Terme di
Caracalla, quattro agenti della polizia urbana avrebbero fatto esplodere dei
petardi e dei fuochi d’artificio (pare sia una stravagante tradizione con
diversi precedenti negli anni passati).
Il rumore improvviso delle esplosioni ha provocato la fuga precipitosa di una
trentina di cavalli terrorizzati, che al galoppo hanno mandato in tilt il
traffico, provocando diversi tamponamenti sulla Cristoforo Colombo, una delle
principali arterie della capitale.
Secondo il Sole 24 Ore, oltre ai feriti umani si sarebbero feriti una quindicina
di cavalli; tra questi uno in modo così grave da deciderne frettolosamente
l’abbattimento. Insomma, un vero e proprio disastro.
Giovanni Barbera, Segretario della Federazione Romana del Partito della
Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e collaboratore di Pressenza, ha
dichiarato: “La clamorosa fuga dei cavalli dell’Esercito non è un semplice
incidente di percorso. E’, a tutti gli effetti, un gesto simbolico e
involontariamente potente di disobbedienza alla messa in scena della
militarizzazione della nostra Repubblica. La natura ci ha offerto un’inattesa
lezione. E’ bastato il rumore di alcuni petardi a ricordare che i cavalli sono
animali liberi e sensibili, che non intendono essere comparse di una parata
militare.”
La parata militare venne abolita durante la Presidenza di Sandro Pertini, il
Partigiano Socialista che arrivò ad essere la più alta carica dello Stato, e
che, rigorosamente in linea con l’articolo 11 della Costituzione della
Repubblica, nel suo discorso d’insediamento il 9 luglio 1978 pronunciò una delle
sue frasi più famose “L’Italia deve essere nel mondo portatrice di Pace. Si
svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai,
sorgente di vita per milioni di creature umane, che lottano contro la fame. Il
nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello di tutti popoli della terra.
Questa è la strada, la strada della Pace che noi dobbiamo seguire.”
Un’esortazione che più volte ribadì durante il suo settennato.
Il presidente Francesco Cossiga ripristinò la festa. Ricordo come durante il suo
mandato (1985-1999) mi ritrovai a essere testimone di una riuscita
contestazione: da un camioncino in piazza Corrado Ricci uscirono in costume da
bagno, ciambella ai fianchi e pinne, una decina di manifestanti, uomini e donne,
che tentarono di marciare verso via dei Fori Imperiali. Ad aprire l’improvvisato
manipolo un gonfalone che recava la scritta “Trippe da sbarco”. Dopo lo stupore
iniziale vennero trascinati via a forza, mentre sbattevano le pinne.
Anche il Presidente Oscar Luigi Scalfaro, che con Pietro Ingrao sventolò in
un’oceanica manifestazione per la Pace e contro la guerra in Iraq, la bandiera
arcobaleno della Pace, aveva ben altra idea di come celebrare la nascita della
Repubblica.
La sfilata in pompa magna venne ripristinata dal Presidente Ciampi, che
evidentemente condivideva l’idea, non autenticamente patriottica, ma militarista
e patriottarda, che la massima espressione della Repubblica sia la potenza del
suo esercito.
Alfio Nicotra, di “Un Ponte per…” che fa parte della Rete Pace e Disarmo, ha
dichiarato: “Quella che dovrebbe essere una festa civile – si festeggia infatti
un referendum che ha scelto di farla finita con la monarchia – è diventata una
parata militare. A festeggiare devono essere i cittadini e le cittadine. Il
Presidente Sandro Pertini aveva abolito la parata poiché ci vedeva
un’incongruenza: è come se le truppe avessero occupato una festa di tutt’altro
segno.”
Insomma, la parata militare deve essere abolita e nel frattempo i primi a
volerla inconsapevolmente disertare sono stati i poveri cavalli dell’Esercito, a
cui nessuno aveva chiesto se gradissero far parte di una triste e
incostituzionale ostentazione di forza guerresca.
Mauro Carlo Zanella