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Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori
IN PIAZZA GARIBALDI UN PRIDE RADICALE, AUTOFINANZIATO E POLITICO, CHE INTRECCIA RIVENDICAZIONI QUEER, SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA E RIFIUTO DELLE LOGICHE COMMERCIALI E ISTITUZIONALI. Napoli, 20 giugno 2026 Piazza Garibaldi, metà pomeriggio. Il sole batte ancora sui sampietrini quando arrivo, e la piazza è già più piena di quanto mi aspettassi. Il monumento al centro diventa il punto di raccolta naturale, la quinta scenica intorno alla quale la gente si dispone senza che nessuno lo abbia deciso. Sopra le teste, uno striscione dipinto a mano: “NO PRIDE IN GENOCIDE”, lettere rosa e nere. Poco più in là, un’anguria di cartone con “FREE PALESTINE” in bianco su rosso oscilla sopra la folla. La piazza non aspettava. Era già. Arrevutamm Pride non si presenta come un evento. La Manifesta 2026 lo dice in apertura: è un progetto politico vivo, fluido, in divenire. Un laboratorio permanente che si anima del fuoco di chi lo attraversa. Il nome viene dal napoletano, “rivoltiamo”, e il capovolgimento riguarda prima di tutto il metodo. Niente sponsor, niente sponsorizzazioni commerciali, niente logiche verticistiche. L’autofinanziamento non è una scelta obbligata dalla mancanza di risorse, è una posizione politica: rifiutare che le rivendicazioni di chi viene sistematicamente espulso dal discorso pubblico vengano monetizzate, addomesticate, rese presentabili al mercato. Durante la dichiarazione di apertura, dal megafono: “La nostra autonomia politica non è in vendita in questa piazza”. La Manifesta chiama per nome ciò da cui Arrevutamm si distanzia: “la politicità completamente annientata dalle logiche di consumo, da quelle di consenso, da quelle neoliberali”. Un Pride scomodo, dicono di sé, che nasce come spazio per persone queer marginalizzate, cancellate, rese feticcio, tokenizzate, silenziose. Nasce, soprattutto, come risposta alla stanchezza dei compromessi. La Manifesta 2026 porta una delle affermazioni politiche più nette che si possano leggere in un documento di movimento in questo momento: “NO PRIDE IN GENOCIDE finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”. Non una postilla, non una nota a margine, ma una delle colonne portanti dell’intero impianto politico del collettivo. Arrevutamm ha costruito il corteo di oggi in solidarietà con quei corpi, ha spostato una delle proprie assemblee preparatorie dentro il presidio permanente pro-Palestina dell’Università Federico II, a Porta di Massa. Il pinkwashing, nella lettura di Arrevutamm, non è solo la pratica delle aziende che appendono una bandiera arcobaleno a giugno. È anche la pratica degli Stati che usano i diritti delle persone queer come argomento di legittimazione della propria violenza militare. Dal megafono: “Non è possibile accettare che ai Pride partecipino le stesse aziende che inquinano il pianeta, che lucrano sui nostri dati, che distruggono con progetti imperialisti interi territori e popoli, che quando la Casa Bianca chiama non pensano due volte a rimuovere tutti i programmi di diversity and inclusion pur di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione”. Arrevutamm rifiuta di essere la faccia presentabile di un Occidente che bombarda. “Finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, il nostro grido sarà solo uno”. Quello che accade a Napoli oggi non è un caso isolato. Negli stessi giorni, il Rivolta Pride di Bologna porta lo stesso “NO PRIDE IN GENOCIDE” come asse politico centrale, non come postilla. A Roma il Pride ufficiale ha escluso il carro di un’associazione filo-sionista sotto la pressione del movimento. La formula è la stessa, la direzione è la stessa: nei Pride radicali italiani il sostegno alla causa palestinese non è un tema aggiunto, ma un criterio di appartenenza. Il conflitto non è tra chi fa Pride e chi non lo fa: è dentro la parola stessa, su cosa debba contenere e a quali esistenze debba rispondere. Quando parte il corteo, lo striscione principale occupa tutta la larghezza della strada: “ARREVUTAMM PRIDE 2026”, fiamme rosa alla base, e sul lato sinistro “CORPI E TERRITORI”. Guardando chi sfila, viene da pensare che quella scritta non sia solo una dichiarazione programmatica. I corpi in questo corteo non corrispondono all’immaginario che certi Pride hanno costruito e replicato negli anni: corpi performativi, omologati, esibiti come prova di accettabilità. Qui c’è altro, e non è semplice da nominare senza scivolare nella retorica. Sono corpi che non hanno contrattato la propria presenza, che non si sono resi presentabili per ottenere il diritto di sfilare. Corpi che non chiedono di essere trovati accettabili perché rifiutano la logica stessa dell’accettazione: quella per cui esisti nella misura in cui qualcuno con più potere di te decide che puoi farlo. Non è una postura, non è un’estetica alternativa. È il rifiuto di diventare merce di scambio: ti mostro quanto sono normale, tu mi concedi i diritti. Quei corpi rivendicano sé stessi senza attendere che qualcuno conceda loro il diritto di farlo. L’energia in piazza non era quella dei cortei che celebrano. Era qualcosa di più intenzionale: la voglia concreta di non essere soggetti passivi, ma responsabili della propria vita. Dalla dichiarazione di apertura: “Noi non chiediamo che ci vengano concessi i diritti, pretendiamo che ci vengano garantiti tutti quelli che attivamente la società ci toglie e ci strappa dalle mani. Non chiediamo il favore di essere tollerate e incluse”. E ancora, rivolto alle istituzioni presenti in piazza: “Fate un passo indietro. Mettetevi nella folla, parlate con le comunità, sentite che hanno da dire, e semmai partite da qui per compiere il vostro lavoro”. Una settimana dopo, il Napoli Pride ufficiale celebrerà i trent’anni dal primo corteo del 1996. Due manifestazioni nella stessa città, nello stesso giugno. La questione che Arrevutamm solleva non è di concorrenza tra cortei, né di purezza politica contrapposta alla contaminazione istituzionale. È più scomoda: riguarda cosa si intende per orgoglio quando il termine viene usato da soggetti politicamente inconciliabili. Se orgoglio può significare contemporaneamente autofinanziamento e sponsorizzazione bancaria, antisionismo e viaggio a Tel Aviv, presidio universitario pro-Palestina e Pride Park al Palazzo Fuga, allora la parola non descrive più niente di preciso. Il rischio non è la divisione del movimento, che è sempre esistita ed è spesso stata fertile. Il rischio è che la proliferazione di usi dello stesso termine finisca per svuotarlo, per renderlo un contenitore disponibile a qualsiasi riempimento, compreso quello di chi lo usa per non fare niente. Arrevutamm prova a tenere il termine ancorato a una pratica concreta: niente sponsor, niente istituzioni sul palco, niente silenzio su Gaza. La Manifesta 2026 chiude così: “Saremo tumulto, come il bradisismo dei Campi Flegrei, da cui far emergere nuovi orizzonti nella frattura dell’esistente”. Il bradisismo è il movimento lento del suolo che si gonfia dal basso. Oggi, in questa piazza, non sembrava una metafora. Piazza Garibaldi durante Arrevutamm Pride 2026, con cartello “Free Palestine”. Francesco Russo
June 22, 2026
Pressenza
Napoli, piazza Garibaldi cambia volto: sei chioschi per inclusione, cultura e servizi
Aperti i sei chioschi dell’area nord della piazza. Completato il sistema degli otto presidi previsti dal progetto Bella Piazza, tra inclusione sociale, cultura, servizi e sostegno ai cittadini. Napoli compie un nuovo passo nel percorso di riqualificazione di piazza Garibaldi. Sono stati inaugurati questa mattina i sei chioschi situati nell’area nord della piazza, nell’ambito del progetto “Bella Piazza”, iniziativa di rigenerazione urbana e sociale promossa attraverso la collaborazione tra enti del terzo settore, istituzioni e realtà del territorio. All’inaugurazione hanno partecipato il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il presidente della Fondazione Con il Sud, Stefano Consiglio, e la coordinatrice del progetto Bella Piazza, Elena De Filippo della Dedalus Cooperativa Sociale. Con l’apertura dei nuovi spazi si completa il sistema degli otto presidi previsti per la piazza, che comprende anche la Portineria Garibaldi e il presidio delle forze dell’ordine. L’obiettivo è trasformare l’area in un luogo vissuto, sicuro e capace di offrire servizi, occasioni di incontro e attività culturali e sociali. I sei chioschi ospiteranno iniziative dedicate alla promozione di filiere etiche, al contrasto della violenza di genere, all’inserimento lavorativo di persone fragili, alla mediazione sociale, alla cultura e al supporto dei flussi turistici. Le attività saranno operative sei giorni alla settimana per otto ore al giorno. Tra le realtà coinvolte figurano Dedalus Cooperativa Sociale, Cooperativa Sociale EVA, Bottega Sociale Terre Future, Fondazione RUT, NEST Napoli Est Teatro – Est(ra)Moenia e Temi S.p.A. con il servizio logistico Comebag. Dedalus ha attivato uno spazio dedicato allo street food, accompagnato da laboratori per bambini, attività scolastiche e una biblioteca sui cibi e le culture del mondo. La Cooperativa EVA promuoverà prodotti artigianali a valenza sociale e iniziative sui diritti delle donne. Terre Future offrirà prodotti provenienti da cooperative sociali e beni confiscati alle mafie. Fondazione RUT curerà attività culturali e di promozione della lettura, mentre NEST Napoli Est Teatro realizzerà incontri e spettacoli aperti alla cittadinanza. Infine, Temi S.p.A. porterà in piazza il servizio Comebag per la gestione dei bagagli e il supporto ai turisti. Per il sindaco Gaetano Manfredi, l’apertura dei chioschi rappresenta «un risultato importante» nel processo di riqualificazione della piazza. Secondo il primo cittadino, la presenza di attività sociali e servizi contribuirà a rendere l’area più sicura e vivibile, favorendo una maggiore partecipazione dei cittadini. Tra i prossimi obiettivi dell’amministrazione vi è anche la programmazione di attività serali nella cavea della piazza, con l’intento di animare l’area durante tutto l’arco della giornata. Il progetto Bella Piazza nasce da un percorso di confronto tra associazioni, organizzazioni del territorio, comitati di quartiere e imprenditori interessati a investire sull’area orientale di Napoli. Un lavoro avviato diversi anni fa e culminato con un accordo di gestione condivisa dello spazio pubblico tra soggetti pubblici e privati. «Tre anni fa sembrava un progetto impossibile», ha dichiarato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione Con il Sud, sottolineando il valore della collaborazione tra terzo settore, imprenditoria e istituzioni locali. Elena De Filippo ha invece evidenziato come oggi siano oltre cinquanta le organizzazioni coinvolte nel percorso, con l’obiettivo di restituire piazza Garibaldi ai residenti, ai commercianti, ai viaggiatori e ai turisti attraverso un innovativo modello di co-gestione pubblico-privata. Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza