Francesco Borri / 900 anni di Storia
Era il 391 d.C. quando l’editto di Teodosio – diventato poi, definitivamente,
Editto di Tessalonica – sancì la messa al bando di ogni culto che non fosse
quello cristiano dell’unico Dio, dichiarando fuorilegge tutto ciò che fino ad
allora era stato, per secoli e secoli e per milioni di persone sparse in ogni
angolo dell’impero, semplicemente la religione: i sacrifici, le processioni, i
templi, gli dèi innumerevoli con i loro nomi e le loro storie. Non tutti si
convertirono, non subito, e molti non si convertirono affatto – e qui sta il
cuore pulsante, oscuro e affascinante del magnifico volume che Francesco Borri,
docente di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, specialista
di barbari, marinai e monaci volanti come recita la sua scheda biografica con
un’ironia che è già un programma, ha pubblicato di recente per Carocci nella
collana Frecce.
Il titolo è preciso e insieme evocativo, quasi novecento anni di Storia, dunque,
dalla conversione di Costantino alla conquista cristiana di Arkona nel 1168,
l’ultimo grande santuario pagano dell’Europa baltica, abbattuto dai crociati
danesi di Valdemaro I in una di quelle operazioni militari che avevano la forma
della guerra santa ma la sostanza della conquista territoriale. In mezzo, un
continente intero – dal Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Irlanda fino alle
sterminate pianure germaniche e sassoni – popolato da uomini e donne che
continuavano ostinatamente, segretamente, talvolta apertamente, a seguire le
usanze antiche: ad accendere grandi fuochi nei campi nel cuore dell’inverno, a
immolare animali presso stagni e paludi, a invocare Wodan bevendo in suo onore,
a credere che certe donne potessero trasformarsi in uccelli notturni dal lungo
becco – gli strix, da cui verrà il nostro termine strega – o che certi uomini
diventassero lupi, i ficti lupi che anticiperanno la tradizione del lupo
mannaro.
I cristiani chiamarono tutto questo “paganesimo” – termine che nella sua stessa
etimologia latina, paganus, rinchiudeva un giudizio: i campagnoli, gli
arretrati, i rozzi che ancora non avevano capito. Ma la parola era soprattutto,
come Borri dimostra con acume, uno strumento di controllo semantico, un
contenitore capiente dentro cui ficcare e neutralizzare un repertorio
vastissimo, caleidoscopico e irriducibile a unità di culti, pratiche,
tradizioni, divinità locali, credenze antichissime – dagli dèi del circo romano
ancora venerati clandestinamente nei bassifondi urbani alle tradizioni druidiche
irlandesi, dal fosco Wodan sassone con la sua “sinistra schiera di numi senza
nome” ai sacrifici umani che alcuni cronisti attribuiscono ai popoli baltici e
nordici, tra il sensazionalismo propagandistico e qualche granello di verità
etnografica. Un’operazione che condensava in un’unica parola di biasimo quello
che era in realtà una pluralità irriducibile: genti diverse, lingue diverse, dèi
diversi, riti diversi.
La materia che Borri maneggia è per sua natura sfuggente, costruita quasi
interamente sulle fonti dei vincitori – i testi cristiani, le cronache
ecclesiastiche, i sermoni dei predicatori, gli atti dei concili, le lettere dei
missionari come il grande Bonifacio che nell’VIII secolo portò il Vangelo tra i
Germani abbattendo la quercia sacra di Giove a Geismar, compilando il suo
Indiculus superstitionum et paganiarum, catalogo meraviglioso e inquietante di
tutto ciò che ancora sopravviveva e andava estirpato. Sono, come lo studioso
avverte, tracce sbiadite, racconti laconici e incerti dettati da una mescolanza
di fascinazione e biasimo che rende difficile separare la descrizione
dall’invenzione, la testimonianza dalla demonizzazione. Eppure, attraverso
questo materiale indiretto, laterale, spesso ostile, Borri riesce a restituire
la densità e la vitalità di un mondo che resisteva – nelle zone d’ombra dei
grandi regni, nelle foreste tenebrose, negli stagni profondi, ma anche nelle
piazze delle città, nelle feste contadine, nei gesti quotidiani – molto più a
lungo di quanto la narrativa trionfale della cristianizzazione abbia voluto
ammettere.
Il volume, strutturato in sei capitoli tematici e geografici, è un viaggio che
procede per episodi, figure, luoghi: i re pagani che resistono alla conversione
come scudi di tutta la loro gente; i missionari che si avventurano ab extremis
terrae, ai confini del mondo conosciuto, portando una fede che per molti è anche
lo strumento di un dominio politico; i culti della natura e degli animali che la
propaganda cattolica trasforma in magia nera e patto diabolico; i sacrifici
umani la cui storicità è discussa ma la cui presenza nei testi cristiani
rispecchia l’immagine dell’Altro che i vincitori avevano bisogno di costruire. E
poi il finale, inevitabile e illuminante: gli antichi dèi non sono scomparsi
davvero, si sono travestiti – sono diventati santi, miracoli, feste popolari,
fuochi di fine inverno, maschere carnevalesche. Halloween, i Lom a Mêrz
romagnoli, mille altre sopravvivenze che arrivano fino a noi: il regno degli dèi
è perduto, certo, ma mai del tutto. Un libro erudito e avvincente, scritto con
quella rara combinazione di rigore scientifico e dono della narrazione che solo
i grandi storici posseggono, e che restituisce voce – per quanto flebile, per
quanto filtrata – a un mondo dato per sepolto.
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