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Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.
Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Il 22 e 23 maggio si è tenuta a Milano la quinta edizione degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa: un evento che chiama a raccolta avvocatə e operatorə del diritto, ma anche accademici, attivistə e persone solidali per ragionare sulle evoluzioni normative e sociali intercorse annualmente in tema di detenzione e diritto d’asilo 1. Quest’anno risultava fondamentale affrontare i più ampi cambiamenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che non solo estende esponenzialmente i casi di una detenzione de facto delle persone migranti, ma segna un cambio di prospettiva epocale nel diritto d’immigrazione e d’asilo a livello europeo. Ad essere ridefinite non sono solo le procedure, ma il significato stesso delle parole e di concetti giuridici tradizionalmente associati alla protezione, i quali sono stati trasformati in armi per selezionare, confinare e controllare le persone migranti. Un cambiamento costruito negli anni lungo una traiettoria, di cui il Patto europeo rappresenta il punto di arrivo. Una riforma definita dalle istituzioni europee come «storica», che segna però anche un cambio di paradigma: se la normativa precedente era costruita almeno formalmente attorno alla figura del richiedente asilo e dei suoi diritti, il nuovo impianto assume come punto di vista prioritario quello dello Stato, della gestione dei flussi e della sicurezza delle frontiere. Ph: Davide Salvadori LA FRONTIERA ADDOSSO «Un migrante mi disse molti anni fa: la legge è per i poveri. E quello che intendeva era che la legge, per i poveri, è contro di loro. Non serve a proteggerli. Serve a confinarli, a opprimerli, a estrarre valore dai loro corpi». È così che Shahram Khosravi ha aperto il primo panel dedicato alla parola “frontiera”. Non è possibile comprendere le politiche migratorie europee senza iscriverle nel più ampio concetto di capitalismo razziale: un sistema che produce valore attraverso lo sfruttamento differenziato delle persone in base alla razza, ma anche al genere e alla classe. «A parità di lavoro e condizioni, una lavoratrice migrante può guadagnare fino al 20 per cento in meno rispetto a un lavoratore nazionale. Questo differenziale salariale è prodotto dalle frontiere», ha concluso Khosravi. Se per decenni la frontiera è stata immaginata come una linea di passaggio verso i diritti, oggi appare più evidentemente come un dispositivo che si attacca ai corpi, alle lingue, ai colori della pelle e alle gerarchie globali del lavoro. Con il regolamento Screening e le procedure accelerate di frontiera, la persona può essere trattenuta per mesi nella “finzione di non ingresso”: nonostante la persona sia già sul territorio, la persona rimane giuridicamente “in frontiera”, fino a una decisione sulle procedure da applicare. Ne deriva la possibilità di confinamento prolungato, procedure accelerate ed espulsioni sempre più agili. A questa trasformazione giuridica si accompagna quella tecnologica. Laura Carrer e le ricercatrici del centro Hermes hanno mostrato come la raccolta sistematica di dati biometrici, l’interoperabilità delle banche dati e l’utilizzo crescente di tecnologie di sorveglianza stiano producendo una nuova forma di confinamento: quello all’interno dei database. Fotografie, impronte digitali e scansioni facciali accompagnano le persone per decenni, ben oltre la loro esperienza migratoria. Un caso emblematico è quello di un cittadino eritreo naturalizzato italiano ancora inquadrato in database che ostacolano la sua libertà di movimento all’estero. Come ha sottolineato Khosravi: «Questo accade a un eritreo, a un afghano, a un iraniano. Non accade a un canadese, a uno svedese o a un francese. La storia coloniale continua a vivere nelle pratiche di frontiera». > La frontiera non si ferma ai confini esterni: cammina con noi all’interno > delle città.  Le cosiddette zone rosse e le ordinanze urbane producono nuove geografie di esclusione. Secondo Selam Tesfai, «la profilazione razziale, la segregazione degli spazi urbani, la distinzione tra chi può stare in un luogo e chi no hanno una storia precisa. L’apartheid non è qualcosa di estraneo alla storia italiana. Basta guardare ad Asmara e alla costruzione delle città coloniali». Queste pratiche costruiscono una geografia morale della città, in cui alcune presenze sono considerate legittime e altre minacciose. «Il mio senso di insicurezza», ha aggiunto, «non è mai considerato rilevante. Non conta la paura di attraversare una stazione sapendo di poter essere fermata per un controllo. Non conta l’umiliazione che si vive negli uffici immigrazione o quando viene chiesto il permesso di soggiorno in mezzo alla strada». A questa estensione dei poteri di sorveglianza si accompagna inoltre, come ha evidenziato il giornalista Duccio Facchini, una crescente opacità istituzionale. Mentre aumentano i dispositivi di controllo sulle persone, si restringe l’accesso alle informazioni da parte di giornalisti, avvocati e società civile. La ragion di Stato viene sempre più spesso invocata per giustificare il diniego di dati fondamentali per comprendere le pratiche di gestione delle frontiere. Ph: Davide Salvadori SOLIDARIETÀ: COMPLICITÀ FRA STATI E CRIMINALIZZAZIONE DEGLI INDIVIDUI Nel Patto europeo, “solidarietà” non indica più il sostegno alle persone in movimento, ma la cooperazione tra Stati nella gestione dei respingimenti. Il compromesso europeo non supera il Sistema Dublino, ma introduce una solidarietà “flessibile”: redistribuzione, contributi economici o responsabilità procedurali opzionali per gli Stati. > Parallelamente, la solidarietà dal basso viene sempre più criminalizzata. Rahel Sereke ha osservato come la repressione segua la logica del «colpirne uno per educarne centro». Nel quartiere di Porta Venezia, pratiche di aiuto sono state progressivamente trasformate in problemi di ordine pubblico attraverso sanzioni, controlli e campagne mediatiche. «Oggi essere identificabili come le persone che aiutano è un pericolo» ha aggiunto, «soprattutto se si tratta di comunità nazionali, etnico-nazionali o le comunità di riferimento con background migratorio». La solidarietà diventa così un comportamento da scoraggiare, mentre gli spazi di mutuo soccorso vengono ridotti e resi vulnerabili. LIBERTÀ CONDIZIONATA Il sistema di gestione migratoria contemporaneo produce una libertà sempre più condizionata. Attraverso le disposizioni del regolamento screening, della direttiva accoglienza e l’introduzione di alcune misure speciali, le persone vengono mantenute “a disposizione” delle autorità senza che si parli formalmente di detenzione. Obblighi di firma, soggiorno, trasferimenti e restrizioni territoriali limitano la libertà personale senza essere riconosciuti come tali. L’avvocato Gianluca Vitale ha evidenziato come molte di queste misure derivino dal diritto penale, trasferite però nel campo amministrativo. Valeria Verdolini ha definito questo fenomeno come “pena senza colpa”: la libertà viene compressa non per ciò che si è fatto, ma per la propria deportabilità. Al panel sulla parola libertà ha partecipato anche l’europarlamentare Ilaria Salis, che di privazione della libertà ne sa qualcosa, ma anche dei processi decisionali all’interno dell’Unione Europea. Nel suo intervento ha restituito la gravità della situazione in Parlamento Europeo, dove l’alleanza tra popolari ed estrema destra permette di discutere e quasi approvare la detenzione e deportabilità anche di minori di 6 anni. VULNERABILITÀ: DA STRUMENTO DI TUTELA AD ARMA DI SELEZIONE Forse nessuna parola mostra con altrettanta evidenza il processo di svuotamento (e sfruttamento) semantico all’interno del nuovo patto europeo quanto il concetto di vulnerabilità. Nelle normative europee la vulnerabilità viene spesso trattata come una caratteristica immediatamente visibile e individuale, mentre numerosi studi dimostrano come essa sia invece prodotta da condizioni sociali, giuridiche ed economiche specifiche. Lo screening preliminare dovrebbe individuare le vulnerabilità entro sette giorni dall’arrivo, in un contesto caratterizzato da trattenimento, forte pressione psicologica e accesso limitato ai servizi. Letizia Palumbo e Barbara Sorgoni, rispettivamente sociologa del diritto e antropologa, hanno invece restituito come la vulnerabilità sia una condizione “situata”, prodotta da fattori ambientali che possono impattare anche categorie di persone ritenute “non-vulnerabili” per senso comune.  Il Patto arriva a seguito di decenni di raccomandazioni che sembra strumentalizzare in senso marcatamente contrario: invece che predisporre valutazioni di vulnerabilità tali da verificarne la sussistenza nella sua complessità, elimina qualsiasi automaticità nelle garanzie a protezione delle soggettività ritenute più fragili.  Come ha osservato Barbara Sorgoni, «forse le ricerche che per anni hanno documentato le trappole e le difficoltà dei sistemi di asilo non sono state ignorate dalle istituzioni europee. Forse sono state lette molto bene e utilizzate per capire come impedire che le persone apprendessero il modo di orientarsi dentro procedure sempre più soffocanti». La conseguenza è una distinzione sempre più rigida tra persone considerate meritevoli di protezione e persone ritenute sacrificabili, all’interno di un sistema che continua a produrre vulnerabilità attraverso la precarizzazione giuridica e la limitazione dei diritti. RIPRENDERSI IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE «Il colonialismo ci insegna una cosa importante», ha affermato Selam Tesfai. «Questa macchina ha bisogno di giustificazioni. Le giustificazioni cambiano nel tempo, ma la logica resta la stessa: costruire una gerarchia tra corpi e vite differenti». Riprendendo le parole della scrittrice Gloria Anzaldúa, Khosravi ha ricordato che la frontiera non è soltanto un luogo di violenza: è anche uno spazio di produzione di conoscenza e di resistenza. Nonostante l’inasprimento dei controlli e la crescita dei dispositivi tecnologici, le persone continuano ad attraversare le frontiere, mostrando forme di resistenza e adattamento a infrastrutture di sorveglianza e violenza che ad altri occhi sembrerebbero imbattibili. Se le frontiere contemporanee si espandono ben oltre i CPR, investendo città, banche dati e procedure amministrative, anche le pratiche di opposizione devono essere capaci di muoversi su questi stessi terreni. Difendere i diritti significa oggi anche contendere il significato delle parole con cui vengono nominati. In questa prospettiva, risignificare il linguaggio diventa un atto politico: mettere in discussione le giustificazioni che legittimano il capitalismo razziale e generare nuovi spazi di agibilità politica. 1. Le registrazioni delle due giornate sono disponibili sul canale YouTube di Asgi: 1° giornata – 2° giornata ↩︎
Border Labs: un report sul ruolo delle università nella gestione dei confini europei
Nel giugno del 2025, in viaggio verso il centro di Palermo, Michele Lancione, docente al Politecnico di Torino, chiacchiera con il CEO di un fondo di Zurigo specializzato in start-up accademiche che gli racconta, con estrema franchezza, che oggi i capitali non cercano più solo innovazione: cercano menti brillanti disposte a progettare le “soluzioni” per la guerra del futuro, una guerra che non si vincerà con i carri armati, ma con le bioscienze, la cybersicurezza e i sistemi di armi autonome. Questa istantanea, che apre il rapporto Border Labs: how universities power Europe’s border regime, pubblicato dal Transnational Institute 1 e Stop Wapenhandel Amsterdam 2 , svela una mutazione fondamentale del sistema educativo europeo. Lungi dall’essere collaborazioni sporadiche, assistiamo all’emergere di un vero e proprio complesso di confine industriale-accademico. Come denuncia Michele Lancione nell’introduzione, la difesa sta ridefinendo il ruolo della conoscenza scientifica non come ricerca di verità, ma come strumento di costruzione dell’identità europea, la quale “non emerge come un’idea emancipatrice, ma come una che richiede la costituzione e il mantenimento delle alterità razzializzate per rimanere in piedi e riprodursi”. In questo scenario, le università diventano i laboratori dove l’identità europea viene ricostruita sulla necessità costante di sicurezza e sull’esclusione dell’altro. Il rapporto si concentra sui progetti e le infrastrutture politiche ed economiche che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a creare questa complessa relazione tra conoscenza e sicurezza. I Framework Programmes (FP) dell’Unione Europea, da FP7 a Horizon Europe, operano come architetture politiche che orientano la ricerca verso la militarizzazione. La dipendenza degli atenei dai fondi esterni negli anni ha creato una forma di servitù accademica, dove la sicurezza nazionale e sovra-nazionale detta l’agenda dei laboratori. I dati sono inequivocabili: tra il 2002 e il 2025, oltre 100 milioni di euro sono stati incanalati verso più di 200 università e accademie attraverso 110 progetti legati al controllo delle frontiere. Inoltre, già nel 2003, la Commissione Europea istituiva il Group of Personalities (GoP) nel campo della ricerca sulla sicurezza, un organo consultivo dominato dai giganti delle armi che ha gettato le basi per l’attuale sistema. I tre maggiori beneficiari accademici sono la Laurea University of Applied Sciences della Finlandia, (5,1 milioni di euro); l’University of Reading in Regno Unito (4 milioni di euro) e la KU Leuven in Belgio (3,2 milioni di euro). Ma la rete vede protagonisti anche istituti di ricerca, come il tedesco Fraunhofer (presente in ben 17 consorzi). Questi atenei operano a stretto contatto con colossi come Thales, Airbus e, soprattutto, Leonardo. Quest’ultima utilizza le partnership universitarie per un’operazione di massiccio “techno-washing”: mentre promuove master in “cybersecurity” o “management”, l’80% del suo budget resta ancorato ad attività militari. Un esempio lampante è la Cittadella dell’Aerospazio a Torino: un hub finanziato dai fondi del Recovery Fund dove Leonardo, il Politecnico e la NATO convergono per trasformare le tasse dei cittadini in catene di profitto legate alla guerra.  Progetti come EU-HYBNET, coordinato da Laurea University, interpretano la migrazione come una “minaccia ibrida”. Questa narrativa trasforma i richiedenti asilo in “pedine” o “armi” di un gioco geopolitico, legittimando reazioni che dovremmo considerare aberranti. La sorveglianza si fa inoltre predittiva e invasiva. Il progetto ITFLOWS, nonostante le dichiarate finalità umanitarie, ha generato lo strumento EUMigraTool, un software di previsione dei flussi che gli stessi esperti temono possa essere convertito in mezzo di coercizione da parte delle autorità. Ancora più inquietante è l’uso di “dati alternativi” in progetti come QuantMig e HumMingBird: qui la ricerca accademica scivola nella sorveglianza digitale di massa, esplorando il monitoraggio dei social media e il tracciamento dei cellulari per mappare i movimenti in tempo reale. Il passaggio dalla teoria al mercato avviene tramite aziende spin-off che trasformano le scoperte dei laboratori in hardware di controllo. La ricerca accademica sta contribuendo nell’automatizzare il confine, eliminando il fattore umano e, con esso, la responsabilità etica. Più nello specifico, ciò riguarda i sistemi di rilevamento, con progetti come DOGGIES, SNIFFLES e SNOOPY che hanno visto università italiane e britanniche impegnate a sviluppare sensori capaci di scovare persone nascoste tramite tracce olfattive o battiti cardiaci e aziende come ClanTect, specializzata in rilevatori di battito cardiaco, sono il terminale commerciale di questa scienza basata sul sospetto; i dati biometrici: il progetto iMARS (biometria e riconoscimento facciale), che vede coinvolta la KU Leuven, opera in un’ambiguità legale cercata, dato che l‘AI Act europeo esclude specificamente il controllo delle frontiere dalla definizione di spazi pubblici accessibili, permettendo l’uso di tecnologie che altrove sarebbero proibite; la collaborazione con Frontex, un utente finale, ma anche un catalizzatore di profitti, spesso intesa come utilizzatrice diretta della ricerca guidata dalle università e come un ponte verso l’industria. Nel dicembre 2022, Frontex ha lanciato il proprio Programma di borse di ricerca sulla tecnologia per la sicurezza delle frontiere, finanziando progetti su piccola scala in gran parte guidati dalle università, attraverso iBorderCtrl, ad esempio, che commercializza fantomatici “lie detector” basati sull’intelligenza artificiale. Perché il mondo accademico non reagisce? Il rapporto parla di una “dissonanza positivista”. Come specifica Lancione, “positivista”, perché la conoscenza prodotta oggi nelle istituzioni europee, dopo molteplici ondate di sconvolgimenti femministi, culturali e ontologici, continua a poggiarsi su ricerche, guidate da principi coloniali, di fatti universali, leggi trasferibili ed esiti praticabili. “Dissonanza”, perché la posizione emotiva e professionale della ricerca convenzionale – certamente nei contesti italiani – presuppone distanza da ciò che esamina e, cosa più importante, dalle conseguenze che tale esame scatena sul mondo.  Abbiamo, quindi, una forma di schizofrenia professionale in cui il ricercatore si convince che il proprio lavoro sia “neutrale”, ignorando come esso venga armato una volta uscito dal laboratorio. Questa servitù accademica si manifesta nell’indebolimento dei comitati etici, spesso ridotti a passacarte burocratici. Il caso della collaborazione con la Naif Arab University for Security Sciences (NAUSS), legata alla famiglia reale saudita, dimostra come la ricerca della “sicurezza” non si fermi davanti ai regimi più repressivi del pianeta.  La clausola della “difesa dello Stato” funge poi da scusante etica: un concetto così elastico da includere la prevenzione della migrazione, l’azione militare preventiva e persino la schedatura dei minori. Sotto questa copertura, si giustificano pratiche come il fotosegnalamento di bambini di sei anni, trasformando l’eccellenza scientifica in uno scudo per violazioni sistematiche dei diritti umani. Il rischio finale di questa deriva è la “Netanyahuizzazione” delle università europee: “la repressione del dissenso e il rafforzamento del controllo governativo sulle università hanno le loro basi nella nuova economia politica della necessità di difesa. Gli effetti di questo processo, di mettere le università al servizio del nuovo dogma culturale ed economico, saranno devastanti. Come in Israele, perderemo l’Università come spazio istituzionale pubblico di critica”. Sul modello israeliano, gli atenei rischiano di diventare soggetti collettivi servili alle logiche militari, perdendo ogni capacità di dissenso e di immaginazione politica e smettendo di essere uno spazio pubblico di critica, per diventare un’officina di interessi statali e sovra-nazionali. L’appello finale del report Border Labs è dunque per uno smantellamento radicale di questi legami. Ciò che occorre, invece, è fare ricerca in modo critico ed emancipatorio, rifiutando la rassegnazione burocratica e la complicità silenziosa.  1. Il Transnational Institute (TNI) è un istituto internazionale di ricerca e advocacy impegnato nella costruzione di un pianeta giusto, democratico e sostenibile. Dal 1974, il TNI funge da punto di incontro unico tra movimenti sociali, studiosi impegnati e decisori politici ↩︎ 2. Stop Wapenhandel è un’organizzazione indipendente che si occupa di ricerca e campagne contro il commercio di armi e l’industria degli armamenti. Si batte contro l’esportazione di armi verso i paesi poveri, i regimi antidemocratici e i paesi situati in zone di conflitto. Si oppone inoltre al finanziamento del commercio di armi da parte di governi, banche e fondi pensione ↩︎