Tag - repressione polizia

Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me
Mi scrive Luca, mio grande rimpianto da una decina d’anni almeno e mi chiede se ho voglia di scrivere di G8 per DinamoPress. Seeee, è arrivato. Luca dai, non c’ho tempo, sono incasinato, devo lavorare un botto, mi arriva il nuovo gatto, ho la forfora, c’è il Tour de France. Insiste, pare non ci sia tutta sta fretta e allora penso che magari è arrivato il momento di stoppare quel rimpianto e soprattutto provare ad affrontare quell’esperienza di 25 anni fa e da buon maschio bianco etero ego-riferito del 900 parlare soprattutto di me, di questi 25 anni e di quelli prima, però raga a Dinamo siete alla frutta se dovete chiedere a me.. Che ansia ma ci proviamo dai. Non amo le feste comandate, non sono un reducista, le date sono date, numeri scritti su un calendario oppure impressi nel cervello di Teo. Per me hanno poco valore, mi dimentico in fretta il giorno di quel corteo, di quella serata, smanioso della prossima cazzata, del prossimo piano perfetto, ma pure di sparire per un po’ per salvarmi da solo in qualche isola del mio cervello che presto diventerà un pianeta inospitale, che ne so tipo Venere.. Eppure questa memoria corta, questi giga ridottissimi qualche data e qualche ricordo li salvano ancora. > «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la > classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di > razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata > pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. E ne faccio un vanto. L’ARRIVO A GENOVA Avevo 27 anni, nel movimento da una dozzina: collettivi studenteschi, frequentazione di via Leoncavallo e poi militanza in via Watteau dove scopro la Sharp, una banda di skin antirazzisti molto interni alla vita del centro sociale e delle dinamiche cittadine. Grandi bevute, un po’ di risse, lo stadio, ma anche l’antifascismo militante, erano gli anni della nascita di Forza Nuova vecchia merda, della seconda repubblica fondata sul Berlusconismo nella città che lo ha incoronato. Con il primo cittadino della Lega. Che merda, che bello però. Che bello avere 20 anni, in una città in cui sei abbastanza libero di vivere, girare, lottare senza telecamere e il controllo orrendo di questi anni, dove la violenza non era solo monopolio assoluto dello stato ma c’era ancora spazio per restituire qualche calcio nel culo ai più meritevoli senza rischiare l’ergastolo, non sempre filava liscio e non per tutte e tutti per carità, ma di solito portavi i tuoi stracci a casa in attesa della prossima iniziativa. Ho sempre prediletto i rapporti umani a quelli politici, non ho mai amato i settarismi, le divisioni, non sono mai stato un fedelissimo ma in quegli anni in cui il movimento era molto diviso non ero certo dell’area disobbediente, non che a Milano abbia mai avuto chissà che storia a differenza di altre città, non che io abbia avuto chissà che preconcetti, molti dei miei migliori amici, di veri e propri fratelli stavano in quell’area e nei cortei unitari di solito pascolavo con loro, ma io avevo voglia di altro e a distanza di 30 anni mi sta benissimo così, non sono state sempre le scelte più convenienti e intelligenti, non sempre le più limpide o le più radicali, ma sono state le mie, chi sono io per giudicarle? In questi raduni di mostri prima del G8 di Genova c’erano stati altri casi di dura contestazione: Seattle, perché spesso gli Stati Uniti causano la malattia e provano anche a trovare la medicina, Praga, Göteborg, Napoli dove con un governo di centro sinistra il ministro degli interni faceva le prove generali per Genova, comprese di torture in questura ai fermati. Era dagli anni ’70 che non si vedevano scontri di quella portata. Sassi molotov barricate e dall’altra parte manganelli e i primi proiettili. A Göteborg in pieno stile Roggero, il gioielliere eroe di questi giorni, le fdo sparano alla schiena di un manifestante, vivo per miracolo. A Genova non avremo la stessa fortuna. > Non solo scontri ma anche tanta analisi, tante assemblee, discussioni, > confronti, tante cose sensate e una certezza: la globalizzazione dominata dal > capitalismo produce e produrrà ricchezze per pochi e miseria per tutti gli > altri. Siamo il 99% dicevamo allora e non ci sbagliavamo manco nei numeri ma > tant’è, per ora quell’1% ci tiene in scacco. Per ora. Essendo da sempre un outsider, postura che mi ringiovanisce anche di una decina d’anni, decido di partire per Genova qualche giorno prima del resto del mio gruppo, che nel frattempo si era ingrossato e non era più solo Skin. Avevano occupato un piccolo spazio nel ticinese, piccolo ma meno soffocante del Leoncavallo di via Watteau. Forse. Ora è una piccola  palestra popolare, forse la prima della città. Prendo un treno speciale il mercoledì pomeriggio con Mela se non ricordo male da Porta Garibaldi, condividiamo gli scompartimenti con Cantiere e Bulk, ci prendiamo dei funghetti. Il viaggio è infinito, il caldo di luglio di 25 anni fa era un dicembre di adesso, ma comunque si sudava. H. mi chiede perché sto andando a Genova, mi parla dell’uomo di Babilonia, io voglio solo sfondare le recinzioni, entrare nella zona rossa, assaltare i palazzi del potere. Spaccare tutto. Ingenuo appunto, ma innocente no. Finalmente arriviamo a Genova, pianto la tenda al Gaslini, ci raggiunge anche M. Ci stringiamo, si dorme bene, sarà l’unica notte di sonno decente ma ancora non lo sapevamo. Il giovedì ci svegliamo, c’è un corteo enorme e colorato per le vie del capoluogo ligure orribilmente militarizzato, la zona rossa difesa da migliaia di soldatini, barriere metalliche, lastre e assi di legno per difendere le vetrine. Non ricordo molto di più, una festa ma non eravamo lì per quello e non solo noi a quanto pare. Il giovedì sera arrivano i gruppi da Milano, diluvia, abbandono la tenda, che io sappia è ancora in quel prato. Si dorme ammassati nella palestra dove entrano cascate d’acqua, ma siamo giovani e non ce ne frega un cazzo. Domani sarà rivolta. LA ZONA ROSSA Il venerdì mattina ci troviamo con il network in piazza De Novi. Nell’attivo della notte precedente alcuni leader millantano di flessibili e catene per strappare le reti. Niente di tutto questo. > Appena ci avviciniamo alle reti che delimitano la zona rossa ci gasano come > non mai. A poco servono biglie di ferro e pioggia di molotov e sanpietrini. > Rinculiamo verso il mare a manganellate e calci nel culo, ci troviamo sulla > spiaggia. Siamo una marea, ci lasciano una via d’uscita, da lì è per tutto il > pomeriggio scappiamo dalle cariche, raggiungendo spesso il corteo > disobbediente, caricato senza motivo malgrado fosse autorizzato. Noi sfasciamo tutto quello che troviamo, banche, assicurazioni, quei pochi negozi di un certo peso che non erano difesi. Assaltiamo supermercati per bere e mangiare, entriamo nel cortile di un istituto di vigilanza  e non resta più nulla degli uffici e dei mezzi. Insomma finalmente il nostro 1977! Ci scontriamo a più riprese con le forze dell’ordine, dal tettuccio di una camionetta vista la mal parata un carabiniere spara diversi colpi. Siamo vestiti di nero, siamo orgogliosamente Antifa e con noi c’è un pezzo di black bloc, già in quella piazza a qualcuno l’alleanza con quei gruppi che prima era stata voluta fortemente ora va stretta e veniamo anche aggrediti da quattro stronzi, ma ci vuole ben altro per fermarci e arriverà, ma per ora è delirio che aspettavamo da tempo, ma la verità era che stavamo scappando. Un centinaio tra collettivi, centri sociali, realtà autorganizzate, sindacati di base si allontanano dalla zona rossa quando per oltre un anno avevamo promesso di invaderla. Obiettivo mancato, ma le notizie peggiori dovevano ancora arrivare. Nel tardo pomeriggio c’è una tregua, ormai il campeggio è vicino. La gente di Genova applaude, sappiamo che il corteo dei disobbedienti ha reagito alle cariche le fdo sono scappate a più riprese. Insomma non sempre i contenuti più radicali si traducono in fatti e viceversa, ma come dicevo va bene così. Arrivano le prime notizie ed è uno shock, si parla di 3 morti tra i manifestanti. Arriva un compagno e ci racconta di aver visto a pochi metri da lui un ragazzo colpito in testa da un proiettile e poi investito da un defender dei carabinieri. > Quel ragazzo è e sarà per sempre Carlo Giuliani. Da Milano confermano quella notizia. Siamo frastornati, devastanti da una giornata durissima e con il peggiore dei finali. C’è spazio anche per le tensioni e gli scazzi. Alcuni di noi se ne tornano a casa, in un pò rimaniamo. Il gruppo non si riprenderà più, altre esperienze nasceranno ma non fanno parte di questa storia. Chi rimane deve portare a casa il corteo del sabato, ma nessuno ha più voglia di piazza, comunque ci massacrano, per la prima volta ho provato il panico vero. Lo stato ha ripreso in mano la situazione, e sarà vendetta. Prima in piazza, poi nelle celle improvvisate di Bolzaneto e infine nella scuola Diaz. Di queste storie sappiamo tanto, magari non tutto ma di sicuro abbastanza per odiarli per sempre, di ritorno da Genova mi faccio il primo tatuaggio: un acab sulle dita della mano sinistra, ormai scolorito ma sempre di valore. Grazie Checco. Di sera in un gruppetto decidiamo di non tornare a Milano ma andiamo al mare, chissà dove. Viviamo sospesi, allo sbando per un notte e un giorno, Mela ha conosciuto E. e da quei giorni non si lasceranno per molti anni. Insisto per tornare a Milano, ci sono iniziative, non ci si può chiudere in casa men che meno fare i turisti politici. A Milano al primo corteo si caccia il PDS con l’iconica bandiera rossa e la quercia nel cerchio bianco. Ma quale pds ma quale alberello un solo comunismo falce e martello. Evabbè. > Come dicevo il nostro gruppo si divide non senza lacerazioni e sofferenze, > nulla rispetto a quello che ci aspetta da lì a un anno e mezzo, nella notte > nera di Milano. Ancora la morte, questa volta saranno due nazisti ad uccidere > Dax. Anche lui come Carlo è dentro la memoria, negli slogan di migliaia di > donne e uomini che non lo conoscevamo neanche. La morte è una merda ma ci sono > vite che valgono la pena di essere vissute e questo dobbiamo farcelo bastare. RITIRATA E RIFLESSIONI Per un paio d’anni ho seguito vari presidi e iniziative per chi da Genova01 non è mai uscito, per chi alla fine di quelle giornate ha scontato anni di galera, poi sono scappato su uno di quei pianeti invivibili. Quando sono tornato sulla terra ho incontrato Luca che vuole farmi scrivere sta roba e un sacco di gente in gamba. Erano gli ultimi mesi dell’Onda, un movimento studentesco destinato a concludersi di lì a poco ma che ha seminato parecchio e ha avuto il merito di determinare tanto di quello che c’è ora. > Finalmente assemblee con tante compagne che intervengono e determinano, in > pochi anni molto era cambiato. Si gettavano le basi per una rivoluzione, > quella transfemminista che a oggi ritengo l’unico movimento di liberazione > possibile anche per noi orrendi maschi. A Genova abbiamo perso? Sì, così come ha perso la generazione degli anni ’70, si sono perse delle battaglie, dolorose, sanguinose ma la lotta di classe non è finita. Ci vediamo alla prossima cospirazione raga. la copertina è di Mkarco via Flcikr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me proviene da DINAMOpress.
July 20, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo
L’indicazione è chiara: dobbiamo tenere la posizione di sinistra, chiudere l’angolo della testuggine. Scudi serrati, caschi, protezioni in gomma piuma e plastica, ginocchiere e paragomiti, maschere antigas. Camminiamo senza fretta, non dobbiamo perdere la linea con la testa. Solchiamo via Tolemaide, aspettando l’onda. > Siamo tante, siamo belli, siamo carich3. Abbiamo una paura fottuta, convinti > comunque che bucheremo la zona rossa, lontana ancora diversi chilometri. Ci > basta aprire un varco, interrompere il rituale osceno dei padroni del mondo, > far entrare le ragioni dell’umanità, che porta in dote le parole nuove ma > antiche insorte il 31 dicembre 1993 in un angolo sperduto del sud-est > messicano. Ci siamo coperti il volto per farci vedere. Nonostante le bandane e gli occhiali da mare, da sub e da neve, riconosciamo ogni sguardo delle prime file, quell’ “esercito di straccioni” che si è formato nei controvertici e nelle contestazioni dell’oligarchia globale, da Seattle in poi: Mobiltebio a Genova, l’Ocse a Bologna, il FMI a Praga, il Global Forum a Napoli. Ma anche l’assedio al Cpt di via Corelli a Milano, la provocazione di Haider a San Pietro, la fuga dei fascisti da una piazza antirazzista di Roma est. Siamo quello che facciamo, siamo ciò che comunichiamo, siamo “moltitudine” (anche) per farla finita con i Settanta e l’eterno ritorno di qualche “centralità” che spiega sempre tutto. Proviamo a forzare il limite del conflitto tenendo dentro tutt3, usiamo i corpi come metafora materiale della qualità biopolitica dello sfruttamento e della ribellione, tentiamo di rompere lo schema dello scontro militare separato e del circolo vizioso repressione-lotta alla repressione. > Surfiamo un’onda che sembra inarrestabile, che si presenta come identità > multipla: tattica di piazza, specchio della nuova composizione sociale, > immaginario che morde la realtà, proposta politica generale, idea di un mondo > fatto di tanti mondi. Il camion in mezzo alla folla è il cuore di un corpo collettivo che esonda in ogni dove, nato e cresciuto nei centri sociali, nelle scuole e facoltà occupate, nelle filiere della precarietà di vita e di lavoro, spesso imposta, a volte scelta per non guardare più indietro. Le voci si alternano su uno spartito intenso, danno indicazioni, scrutano l’orizzonte, rafforzano le motivazioni, scaricano la tensione.  Avanziamo in discesa, giù, in caduta libera, tra le carcasse annerite e fumanti ai lati della strada, residui di una guerra cominciata qualche ora prima.  Il serpentone uscito dallo stadio Carlini è autorizzato fino al cuore della zona rossa, Palazzo Ducale, dove gli “otto grandi” stanno scrivendo il menù fisso che ci proporranno nei successivi 25 anni: guerra permanente, fili spinati, dominio sincretico dei colossi del silicio e del fossile, ritorno della schiavitù, economia del genocidio, espropriazione della vita e delle libere scelte come nuova frontiera dell’accumulazione e del valore di scambio. All’incrocio con via Torino, ai lati, prende forma il vero blocco nero in assetto di guerra: centinaia di carabinieri caricano i fucili con i gas e prendono la mira. Nemmeno il tempo dello stupore e della paura, che sulla testa del corteo si abbatte una tormenta di lacrimogeni, cariche impazzite, soldati intrippati con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. I caroselli con i blindati, la caccia al manifestante isolato, la voglia di fare male, lasciare il segno. Da li in poi, ci difendiamo, teniamo botta, recuperiamo feriti, ci ricompattiamo, cerchiamo di riprendere il filo di una strategia che è saltata in aria, che ci costringe a essere lucidi mentre il mondo ci crolla addosso. > Le milizie occupano Genova, vogliono chiudere i conti con quella generazione > cresciuta sul ciglio del baratro neoliberale, che si è fatta spazio tra “la > fine della storia” e l’inganno a buon mercato della dot-com, che prova a > riaprire la partita della trasformazione radicale, in mare aperto, con uno > sguardo meticcio, senza facili ormeggi. Quella stagione di lotte e speranze finisce li. Il sigillo sarà apposto un mese e mezzo dopo, l’11 settembre 2001. Piazza Alimonda, Carlo, Bolzaneto e Diaz diventano i nomi, la carne e il sangue di un rosario collettivo, dolente e allucinato, nel Paese con “la Costituzione più bella del mondo”. Oggi non si respira, di notte non si scende sotto i 28 gradi. In tv, impunemente, con un sorriso sfigurato, un sottosegretario di qualcosa afferma che «bisogna farla finita con l’ideologia green». Fuori da quel set con l’aria condizionata spinta a 21 gradi, l’apocalisse cambia le coordinate della geografia dei viventi, le abitudini, il rapporto con l’economia, il lavoro, la città, la cura della vita, gli affetti. Lo scarto tra forme di vita e rappresentazione politica, tra esperienza materiale e forme del potere, è uno dei lasciti più marcati di quel ciclo di lotte, che ha anticipato tendenze e trasformazioni, seminato nuove grammatiche e istituzioni autonome (politiche, sociali, sindacali, mutualistiche), ma non abbastanza (a oggi) per decifrare il rebus del rapporto con lo spazio pubblico di governo e/o autogoverno. > In controluce, come simulacro della crisi del vecchio ordine mondiale, delle > sue regole di ingaggio e del suo racconto, le destre hanno disegnato un > fascismo proprietario globale che impone la sua agenda, le sue parole, la sua > egemonia, il suo esercito privato, sotto un mandato imperativo: identificare > il governo del mondo con il comando d’impresa, in una linea di potere che > salda colore della pelle, identità di genere, supremazia di classe. Un mostro politico, l’Occidente globale, che prova a rimettere ordine in cantina una volta per tutte, che non si fa remore a riprendere in mano i concetti tabù seppelliti dopo due guerre mondiali e dall’esperienza dello sterminio come banalità logistica, microfisica dell’orrore, infrastruttura dell’estinzione. L’Occidente globale è riuscito nell’impresa di rovesciare la responsabilità storica del colonialismo e delle politiche di massacro, in Europa e nel mondo, in un nuovo format di oppressione e genocidio. Gaza è l’avanguardia macabra di questo modello sociale e urbano. È l’Israele Globale, il sogno agognato dalla generazione Epstein, che dobbiamo fermare. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo proviene da DINAMOpress.
July 17, 2026
DINAMOpress
Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo
Il governo italiano ha fatto circolare nei giorni scorsi due bozze che dovrebbero andare a delineare un nuovo decreto e un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza e delle forze dell’ordine. I due testi sono usciti in coincidenza del terribile fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove Atif Zouhair ha colpito Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki a causa di una foto su Instagram della sua fidanzata con un coltello, uccidendolo a scuola. I due interventi arrivano a pochi mesi dal Decreto Sicurezza, ora legge, dell’aprile 2025, e a due anni e mezzo dall’altrettanto nefasto Decreto Caivano che aveva promosso i primi interventi in tema di giustizia minorile e devianza degli under-diciottenni. Il pacchetto normativo composto dal disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia e dallo schema di decreto-legge per il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell’interno introduce un insieme organico di innovazioni a tutto tondo. Le norme (ancora in bozza) incidono in modo profondo sull’assetto dell’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sulla struttura stessa dell’apparato statale. I due testi risultano chiaramente complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una gestione anticipata del rischio sociale. > Questo spostamento non è neutro: come mostrava Alessandro Baratta, la > sicurezza non si può definire come un diritto primario autonomo, ma > rappresenta un bisogno secondario che presuppone la garanzia dei diritti > fondamentali. Quando la sicurezza viene sganciata dalla tutela dei diritti e > assunta come fine in sé, si trasforma da “sicurezza dei diritti” in “diritto > alla sicurezza”, legittimando interventi punitivi e anticipatori che non > rispondono ai bisogni sociali ma alla loro gestione repressiva. Se il primo è un intervento di rafforzamento delle forze dell’ordine e di agevolazione delle carriere, il secondo è già stato descritto come il “decreto anti-maranza”, con il paradosso che proprio la criminalizzazione agita negli ultimi anni ha rafforzato l’immaginario e le forme di conflittualità. Se già i due precedenti interventi governativi avevano anticipato una serie di misure, agevolando la parte predittiva del lavoro delle forze dell’ordine, questi due nuovi testi ribaltano completamente la relazione tra azioni e controllo, stravolgendo il senso della parola prevenzione. Andando nel dettaglio, sul versante dell’ordine pubblico, le novità più rilevanti riguardano l’ampliamento dei poteri di prevenzione e controllo attribuiti alle autorità amministrative e di polizia. Viene rafforzata la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in determinate aree urbane attraverso l’estensione del divieto di accesso ai centri urbani e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata (le zone Rosse) nelle quali possono essere allontanati soggetti già segnalati per specifiche tipologie di reato attraverso i ben noti Daspo “Willy” e Daspo prefettizio. Se il DASPO sportivo resta legato a eventi specifici e a una ratio circoscritta; il DASPO urbano estende la prevenzione allo spazio cittadino; il DASPO Willy sposta il baricentro sulla violenza da movida, rafforzando il ruolo del questore; le zone rosse e il DASPO prefettizio in bianco rappresentano invece il punto più critico, perché attraverso un atto amministrativo straordinario producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali, spesso giustificate più dalla gestione della percezione che da un reale pericolo per la sicurezza. Si tratta di strumenti che agiscono non più su fatti accertati, ma su presunzioni di pericolosità, comprimendo la libertà di circolazione attraverso atti amministrativi e abbassando drasticamente la soglia di intervento pubblico, in tensione diretta con i principi di legalità, proporzionalità e riserva di legge che presidiano i diritti fondamentali. Ampliare le zone rosse significa di fatto estendere in maniera discrezionale la possibilità di produrre restrizioni durature dei diritti fondamentali, e significa che ci sarà uno spazio delle città segregato, in cui i soggetti marginali, i fragili, i migranti, potranno accedere solo pagando un prezzo altissimo. In questo modo lo spazio urbano viene riscritto come spazio condizionato, un territorio selettivo, in cui la presenza diventa legittima solo se conforme, se capace di consumare, di essere produttiva, o meglio ancora invisibile: basti pensare a come i rider possono attraversare legittimamente gli spazi delle città, perché portatori di una funzione, mentre quanto è difficile per le stesse persone stare nei medesimi spazi. La sicurezza si traduce così in una tecnica di segregazione amministrativa, mettendo in gioco il rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica in uno Stato di diritto. Si amplia inoltre il ricorso a perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate, e si introduce il fermo di prevenzione, che consente il temporaneo trattenimento di persone ritenute potenzialmente pericolose per il pacifico svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Parallelamente, il controllo dello spazio urbano viene rafforzato attraverso il potenziamento della videosorveglianza, l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica a posteriori per fatti commessi in ambito sportivo e il rafforzamento dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta densità di frequentazione. Si tratta di interventi che rafforzano gli strumenti di controllo del dissenso, in linea con gli attuali procedimenti in corso ai danni dei manifestanti per la Palestina del 3 ottobre 2025. Non si tratta di una novità, ma si inserisce in una vera e propria linea di continuità e torsione poliziesca: l’uso del potere preventivo per neutralizzare conflitto e protesta è già stato sperimentato, normalizzato e reiterato in altri contesti, dalle ordinanze prefettizie sulle “zone rosse” fino alla stabilizzazione dell’emergenza in territori come la Val di Susa. > In altre parole, si sigilla tramite i decreti il paradigma dei nemici attuali: > siano i minori, siano gli stranieri, o ancora i manifestanti, o più in > generale, i portatori di dissenso. La piazza, gli spazi pubblici, le stazioni > diventano quindi i principali luoghi del controllo, non solo di tipo > repressivo, ma addirittura preventivo. Il controllo non colpisce più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è, dove si sta, con chi si è: diventa un paradigma definitorio dell’identità, una determinante della condizione sociale. In alcuni casi basta la stessa presenza come indizio per l’attivazione della macchina preventiva. Sul piano del diritto penale, il pacchetto segna un netto irrigidimento del trattamento sanzionatorio. Tornano procedibili d’ufficio alcune ipotesi di furto aggravato, aumentano le pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo e viene esteso l’arresto in flagranza differita. Il porto di determinati strumenti atti ad offendere (in particolare i coltelli) viene trasformato da illecito contravvenzionale a delitto, con conseguente introduzione di pene detentive e aggravanti, mentre viene istituito un nuovo illecito penale per la fuga all’alt delle forze di polizia, punito severamente e accompagnato da misure accessorie automatiche. Accanto a questi inasprimenti, alcune fattispecie tradizionalmente penali, in particolare quelle connesse alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono depenalizzate, ma sostituite da sanzioni amministrative di importo molto elevato, irrogate direttamente dall’autorità prefettizia. Ne deriva uno spostamento dell’afflittività dal penale al sanzionatorio amministrativo, che riduce il ricorso al giudice penale senza attenuare l’impatto repressivo complessivo. Accanto a queste misure sostanziali, il pacchetto interviene in modo significativo sull’organizzazione e sul funzionamento dell’apparato statale. Sono previste assunzioni straordinarie, semplificazioni delle procedure concorsuali, potenziamento dei ruoli tecnici e scientifici, interconnessione delle banche dati investigative e rafforzamento delle tutele legali per il personale delle forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente e reattiva l’azione dello Stato, in particolare in vista dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, riducendo i tempi e gli ostacoli amministrativi che rallentano l’esecuzione delle decisioni. Gran parte di queste norme rispondono in chiave punitiva agli eventi di cronaca recente: è facile ricollegare gli ultimi episodi di microcriminalità con l’uso dei coltelli al primo intervento legislativo, e ancora il mancato alt alla terribile vicenda (ancora in corso di accertamento) della morte di Ramy Elgaml. Un capitolo particolarmente significativo riguarda i minori e i giovani, destinatari di un’estensione delle logiche di controllo e responsabilizzazione, e già visti come potenziali recettori delle norme precedenti. In particolare, nei disegni di legge viene ampliato il ricorso all’ammonimento del Questore anche per reati diversi e si introducono sanzioni pecuniarie a carico dei genitori o dei soggetti tenuti alla sorveglianza, mentre per alcune condotte, come il porto illecito di armi improprie (di nuovo, i coltelli), si rende possibile l’arresto e l’adozione di misure cautelari anche nei confronti di minorenni. L’impianto complessivo appare orientato a una risposta prevalentemente repressiva, nella quale l’intervento educativo e sociale resta sullo sfondo. Nessuna misura a rafforzare le forme di prevenzione comunitaria, le attività di riduzione del danno, le forme di ascolto o i progetti educativi. Solo il controllo. > È il rovesciamento completo del significato originario di securitas: non più > assenza di preoccupazione garantita dalla cura dei diritti, ma assenza di cura > verso le fragilità, trattate esclusivamente come rischio da neutralizzare, un > principio valido in precedenza solo per gli adulti, ma ormai sdoganato > soprattutto nei confronti dei minori, de-rubricati a maranza. In altre parole, solo la repressione è prevista come soluzione al disagio dei giovani, all’abbandono scolastico, alle difficoltà di gestione della dispersione scolastica, alla capacità di accoglienza e di presa in carico dei Minori stranieri non accompagnati sul territorio. In materia di immigrazione e protezione internazionale, le innovazioni incidono in modo strutturale sull’equilibrio tra controllo dei confini e tutela dei diritti. Si introduce la possibilità di interdire temporaneamente l’accesso alle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale o di pressione migratoria, si rafforza il sistema dei rimpatri e del trattenimento attraverso procedure accelerate e derogatorie e si restringe l’area della protezione complementare, con una lettura più limitata del diritto alla vita privata e familiare. Particolarmente rilevante è l’introduzione nel diritto interno del concetto di Paese terzo sicuro, che comporta l’inammissibilità della domanda di asilo e la limitazione degli effetti sospensivi del ricorso giurisdizionale. A ciò si accompagna una riduzione delle tutele procedurali, inclusa l’abrogazione del gratuito patrocinio automatico nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione, con un conseguente indebolimento dell’accesso effettivo alla giustizia. Di nuovo, una serie di norme che rispondono alle recenti polemiche sulle mancate ottemperanze di ordini di espulsione a carico di Emilio Gabriel Valdez Velazco, che ha ucciso la giovane Aurora Livoli, e il mancato ottemperamento dell’ordine di allontanamento per il croato Marin Jelenic, che ha ucciso a Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Una decretazione che insegue la cronaca, senza mai interrogarsi sulle cause, ma rispondendo solamente con la punitività a tutti i costi: più strumenti alle forze dell’ordine, meno diritti ai cittadini. Se venissero approvati questi interventi sbilancerebbero ulteriormente la relazione tra garanzie e legittimo uso della forza, tra repressione e libertà. Se non stupisce l’afflato sanzionatorio, colpisce la miopia istituzionale a fronte di un’esplosione delle strutture penitenziarie. Con oltre 63500 detenuti nelle carceri per adulti e 572 minori oggi presenti anche in termini utilitaristici un nuovo rincaro delle pratiche repressive potrebbe portare i sistemi al collasso. Nel loro insieme, le novità introdotte configurano un mutamento di paradigma che va oltre la risposta a singole emergenze. Ne emerge l’immagine di uno Stato più presente, più attrezzato e più rapido nell’azione, ma anche di uno Stato che ridefinisce il proprio rapporto con le libertà individuali e con il conflitto sociale, spostando l’equilibrio complessivo a favore del controllo e dell’anticipazione repressiva. > Non è in discussione la necessità di prevenire la violenza, ma è assurdo > pensare che la prevenzione coincida con l’anticipazione repressiva e con la > compressione selettiva dei diritti, anziché con politiche capaci di > intervenire sulle cause sociali del conflitto e del disagio. La sicurezza intesa come ordine pubblico, come controllo capillare, come spazio del conforme diventa il principio ordinatore dell’intervento pubblico e giustifica un ampliamento dei poteri preventivi, una riduzione delle soglie di intervento e una compressione selettiva delle garanzie, soprattutto nei confronti di soggetti considerati portatori di rischio, che, di questo passo, saremo presto tutte e tutti. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo proviene da DINAMOpress.
January 19, 2026
DINAMOpress
DL Sicurezza: la repressione del dissenso attraverso la tutela delle forze di polizia
Dallo scorso 11 aprile, il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana italiana si è trasformato in un decreto che si appresta ad essere convertito in legge. Coerentemente con il suo contenuto autoritario e antidemocratico, pensato e disegnato per reprimere il dissenso e colpire duramente le più disparate soggettività già socialmente vulnerabili, le sue modalità di introduzione sono anch’esse antidemocratiche: come al solito emergenziali, motivate da improbabili ragioni di straordinaria necessità ed urgenza, con tanto di voto di fiducia, al riparo da quella che dovrebbe essere la naturale dialettica democratica. D’altronde, i cosiddetti pacchetti sicurezza, varati dai governi di ogni colore e provenienza, hanno da sempre assunto la forma del decreto (ricordiamo i decreti “Maroni”, d.l. 23 maggio 2008, n. 92; “Minniti”, d.l. 20 febbraio 2017, n. 14; “Salvini”, d.l. 4 ottobre 2018, n.113). Non c’è dunque da meravigliarsi, ma neanche da arrendersi. > Uno Stato che a forza di decreti si preoccupa dell’ampliamento delle tutele > delle forze di polizia, relegando all’oblio delle sue agende politiche la > strage che da oltre un anno si sta consumando nelle galere sempre più > sovraffollate, è uno Stato che sta dichiaratamente affinando e ampliando un > potere di sopraffazione sui corpi, utilizzato per incapacitare la > vulnerabilità sociale e reprimere il dissenso. Sotto l’apparente neutralità di approntare una tutela efficace alle forze dell’ordine si introducono nuovi reati, ampliando le pene di quelli già esistenti e aggiungendo senza alcun criterio di ragionevolezza delle nuove circostanze aggravanti. Sempre nel capo terzo del decreto, dedicato alla tutela delle forze di polizia, si prevedono i nuovi reati di rivolta penitenziaria, così come nei luoghi di accoglienza e trattenimento per migranti. C’è da dire, però, che la forza di polizia, nell’adempimento del suo mandato di tutela dell’ordine pubblico, è tutto fuor che neutrale. Mantenere l’ordine, specie nelle piazze o nelle strade dove si svolge una protesta, tanto più quando pacifica, (spazi di libertà, questi sì, che dovrebbero essere tutelati secondo i dettami della nostra democrazia costituzionale) significa conservare un determinato ordine sociale e di classe, che è anche un ordine simbolico. Ed è proprio rispetto all’accaparramento di questo capitale simbolico che si comprende l’inquietudine scomposta del governo nel troncare l’iter legislativo per ragioni, come ammette lo stesso Ministro dell’Interno, “di opportunità”. È un consenso di cui si nutrono i populismi di ogni sorta, in quelle che il filosofo Luigi Ferrajoli chiama demoastenie. Si tratta di un consenso passivo e vacillante, sorretto da una paura artificiale sul quale hanno soffiato e continuano a soffiare i governi preoccupati dalla costante perdita di legittimazione politica. Quest’ordine simbolico viene preservato e nutrito a suon di decreti, nuovi reati, misure di sicurezza e più potere alla polizia che ne è garante. > Si finisce in una forma patologica di democrazia, in cui il popolo è inteso > come soggetto passivo non autorizzato ad attivarsi per concorrere > democraticamente alla politica nazionale. La piazza e le strade, invece, diventano terreno di contesa e di comunicazione unilaterale. Quanti feriti tra le forze di polizia, quanti facinorosi tra le fila dei manifestanti. In questo modo, il corpo degli agenti viene strumentalizzato, divenendo esso stesso mezzo di repressione. Non solo attraverso le braccia armate di scudi e manganelli, ma anche attraverso i referti medici, dal quale conseguiranno anni di galera per i manifestanti. Questi ultimi, magari, individuati in modo approssimativo tramite le bodycam previste dall’art. 21 del decreto, da cui vengono estratte immagini decontestualizzate da utilizzare per risalire ai volti presenti in situazioni concitate, come quelle che si verificano durante una carica della polizia. Dietro la repressione del dissenso e il contenimento muscolare della marginalità sociale, sulle strade, in carcere o nei CPR, c’è un non tanto velato desiderio di disciplinamento e di addocilimento forzato. Manifestare oggi è quindi necessario per poterlo fare anche domani, in ogni luogo. Immagine di copertina di Renato Ferrantini SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo DL Sicurezza: la repressione del dissenso attraverso la tutela delle forze di polizia proviene da DINAMOpress.
May 31, 2025
DINAMOpress