El País: Cuba e la narrativa confezionata a Washington
Sostenere che l’informazione stia giocando un ruolo importantissimo nelle
odierne crisi internazionali, crisi che spesso sono il frutto di ingegneria
politica, appare ingenuo. Sappiamo benissimo come una notizia veicolata in certi
modi serva per creare un nemico o per portare avanti una determinata narrativa.
In questa guerra cognitiva non poteva sfuggire Cuba. Da tempo la stampa
internazionale, diretta sapientemente da Washington, dipinge l’isola come un
Paese al collasso, prossimo al fallimento e governato da una classe politica
inetta e inefficiente. Gli articoli pubblicati enfatizzano questa retorica
oramai stantia, ma sempre attuale che crea nell’opinione pubblica l’idea che gli
Stati Uniti siano l’ancora di salvezza del popolo cubano oppresso e vessato dai
suoi governanti.
Un interessante studio condotto dall’Osservatorio sui Media del sito Cubadebate
prende in esame 24 articoli che hanno per tema Cuba pubblicati tra il 18 e il 24
maggio. Lo studio mostra come il quotidiano spagnolo El País abbia costruito una
Cuba sull’orlo del collasso e trasformato il discorso del governo degli Stati
Uniti in un’architettura giornalistica precisa.
Nell’ultima settimana, mentre il governo degli Stati Uniti intensificava la sua
pressione su Cuba attraverso sanzioni, accuse giudiziarie, schieramenti militari
e messaggi di nuove relazioni condizionate, il quotidiano ha pubblicato una
serie di 24 articoli in cui l’isola appare come tema diretto o indiretto.
Secondo l’autore dell’articolo di Cubadebate letti insieme, questi testi non
costituiscono una semplice copertura informativa, ma formano un’operazione
narrativa precisa.
Una narrativa che riprende le affermazioni dello stesso Donald Trump, che in
varie occasioni ha descritto Cuba come un Paese che in tempi brevissimi sarebbe
caduto da solo senza la necessità di un intervento militare per arrivare al
cambio di governo.
El País non costruisce la sua copertura su Cuba da un’osservazione situata
sull’isola, ma dal dispositivo politico-mediatico che Washington ha articolato
intorno ad essa; traduce quel copione nel linguaggio sofisticato del giornalismo
liberale occidentale e lo riveste di fonti, contesto apparente e tono analitico,
pur mantenendo intatta l’architettura ideologica di fondo.
Esaminando i titoli degli articoli ci accorgiamo che non sono isolati, ma pezzi
della stessa catena semantica: i termini ricorrenti sono decomposizione,
collasso, disperazione, regime, sanzioni, portaerei, CIA, GAESA (Grupo de
Administración Empresarial S.A). La reiterazione produce un effetto di chiusura:
Cuba appare come un sistema senza futuro proprio, mentre Washington è
rappresentata come la forza che accelera, condiziona o gestisce il risultato.
Nella copertura, Washington non è un altro attore: è colui che produce eventi.
Sanziona. Accusa. Dispiega una portaerei. Offre una “nuova via”. Attiva i
tribunali. Segna le condizioni. Trasforma GAESA in un obiettivo. Mette Raúl
Castro al centro di un caso giudiziario. Proietta su Cuba l’antecedente
venezuelano.
Cuba, invece, di solito si trova in una posizione reattiva: denuncia, avverte,
resiste. Anche quando viene raccolta la voce del governo cubano, quella voce
appare molte volte l’atto del potere prodotto dagli Stati Uniti: Washington si
muove e L’Avana risponde.
La linea del governo degli Stati Uniti – crisi interna, élite militare, sanzioni
selettive, transizione possibile, “nuova relazione” a determinate condizioni –
diventa una struttura giornalistica riconoscibile. El País la impacchetta come
sequenza: prima la diagnosi di collasso, poi l’identificazione dei colpevoli,
poi la pressione e infine la promessa di una via d’uscita condizionata.
Le immagini che accompagnano gli articoli contribuiscono a enfatizzare la
narrativa che Cuba è uno Stato fallito prossimo alla capitolazione. Le foto
privilegiano volti di leader, scene di oscurità, simboli militari, immagini di
archivio di conflitti, spazi di crisi urbana e rappresentazioni di strutture
economiche sospettate. L’immagine che ne deriva è soprattutto una Cuba notturna,
invecchiata, bloccata e sorvegliata.
L’immagine non solo illustra, ma conferma. Un blackout non accompagna una nota
sull’elettricità, ma diventa una metafora del Paese. Un ritratto di un leader
cubano non solo identifica un’autorità, ma funziona come volto di una
Rivoluzione esausta. Una portaerei non si limita a riferire sul dispiegamento,
ma introduce la possibilità dell’uso della forza.
L’analisi per Paese dei 24 articoli scritti mostra che 11 sono stati elaborati
dagli Stati Uniti, che rappresentano il 45,8% del totale; 9 dalla Spagna,
equivalenti al 37,5%; 3 dal Messico , che rappresentano il 12,5% e 1 dal
Venezuela, equivalente al 4,2%. Insieme, gli Stati Uniti e la Spagna concentrano
l’83,3% degli articoli analizzati. Non appare nessuna nota elaborata da Cuba.
Chissà perché?
Questo dato rafforza una conclusione centrale della ricerca: la copertura di El
País su Cuba non è costruita da un’osservazione situata sull’isola, ma da una
rete esterna, articolata principalmente da Miami, New York, Washington e Madrid.
L’assenza di reportage inviati da Cuba condiziona l’approccio, le fonti
disponibili e i quadri interpretativi che organizzano la rappresentazione del
Paese.
Secondo Cubadebate l’analisi permette di concludere che la copertura di El País
su Cuba non risponde a un semplice accumulo di articoli, ma a un’architettura
narrativa coerente e politicamente distorta. Questa rappresentazione non si
costruisce attraverso la complessità interna della società cubana, ma
dall’agenda che Washington promuove nella sua politica nei confronti dell’isola:
sanzioni, pressione giudiziaria, minaccia militare, messa in discussione delle
sue strutture economiche e promessa di una “transizione” condizionata.
La caratteristica centrale della copertura è la sua dipendenza dalla narrazione
statunitense. El País non agisce solo come un media che riporta le decisioni di
Washington, ma come un operatore editoriale che converte quelle decisioni in un
senso giornalistico. Il giornale prende gli assi della politica estera degli
Stati Uniti, li organizza in titoli, profili, rapporti, analisi e grafici e li
presenta come una lettura ragionevole della realtà cubana. In questo modo, il
discorso di Washington cessa di apparire come una posizione politica interessata
e si trasforma nel quadro dominante: gli Stati Uniti sanzionano, accusano,
dispiegano, condizionano e propongono. Cuba è ridotta quasi sempre a essere
interpretata da altri.
Le fonti sono sempre statunitensi, mai cubane, come se queste fossero incapaci
di spiegare la propria realtà e questo rafforza la narrativa proposta ai
lettori. Il Paese è narrato più come oggetto di diagnosi esterna che come
società con attori, conflitti, risposte e razionalità proprie.
In sintesi, si costruisce una Cuba spiegata da Washington, narrata dall’esterno
e scarsamente contrastata con fonti locali. La copertura non nega i problemi
reali (blackout, difficoltà economiche, migrazione, tensioni politiche o
carenze), ma li ordina all’interno di un’interpretazione funzionale alla storia
del crollo.
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Andrea Puccio