Opacità, automazione ed erosione della fiducia nell’editoria accademica
L’editoria accademica contemporanea appare sempre più segnata da una tensione
tra richieste crescenti di trasparenza rivolte agli autori e processi editoriali
spesso opachi e automatizzati. Desk rejection rapide, criteri poco esplicitati e
sistemi algoritmici di classificazione e trasferimento dei manoscritti stanno
trasformando profondamente la valutazione scientifica. In questo quadro, il
lavoro intellettuale e di peer review, largamente non remunerato, viene
integrato in modelli editoriali fortemente orientati alla monetizzazione tramite
APC e piattaforme proprietarie. Il risultato è un’erosione della fiducia
epistemica che attraversa l’intero ecosistema della comunicazione scientifica.
Riflettere criticamente su queste dinamiche significa interrogarsi non solo
sull’efficienza del sistema, ma sulla sua stessa legittimità come spazio di
produzione e diffusione della conoscenza.
Alcune recenti esperienze maturate presso diverse riviste internazionali di alto
profilo, sia come autrice sia come reviewer e handling editor, mettono in luce
una tensione crescente nell’editoria accademica contemporanea: la coesistenza
tra aspettative sempre più stringenti nei confronti degli autori[1] e pratiche
editoriali sempre più opache nella valutazione dei manoscritti. Questa tensione
non è riducibile a decisioni individuali o a episodi isolati. Piuttosto,
riflette una trasformazione sistemica nell’organizzazione della comunicazione
scientifica, in cui infrastrutture algoritmiche, flussi di lavoro editoriali e
logiche commerciali risultano sempre più intrecciati.
Da un lato, agli autori è richiesto di conformarsi a standard sempre più
rigorosi di trasparenza, responsabilità e precisione metodologica. Ciò vale non
solo per la progettazione e la rendicontazione della ricerca, ma anche per le
fasi successive alla submission. Anche questioni secondarie, come la correzione
di un errore materiale introdotto in fasi successive alle richieste di revisione
del contenuto, possono essere sottoposte a un esame prolungato e, talvolta,
respinte sulla base della non meglio specificata “insoddisfazione” di un
revisore anonimo. In questi casi, la buona fede dichiarata dall’autore si rivela
insufficiente e l’onere della prova grava interamente sul singolo studioso. La
fiducia, in altre parole, non è presupposta come base della collaborazione
scientifica tra autore e rivista, ma deve essere continuamente negoziata in modo
asimmetrico.
Dall’altro lato, i processi editoriali restano in larga misura sottratti a un
analogo livello di controllo. Le desk rejection, pur costituendo una componente
consolidata e necessaria delle riviste più prestigiose e ad alto volume di
submission, sono sempre più caratterizzate da rapidità, standardizzazione e
giustificazioni stereotipiche. Le decisioni motivate in termini di “fit” o
“novelty” sono spesso comunicate con un linguaggio preimpostato, che offre
indicazioni limitate sull’effettivo grado di conoscenza del manoscritto
sottoposto a valutazione. In alcuni casi, intercorrono solo pochi minuti tra
l’assegnazione del manoscritto all’handling editor e la comunicazione del desk
reject. In altri, giudizi di “originalità insufficiente” vengono formulati dopo
tempi di revisione di dieci o dodici mesi, rendendo la logica temporale di tali
valutazioni paradossale e, talvolta, controintuitiva. Sebbene tali pratiche
siano spesso giustificate come risposte pragmatiche all’elevato numero di
submission, esse contribuiscono comunque a una crescente percezione di opacità
procedurale.
Questa percezione è ulteriormente rafforzata dall’integrazione di sistemi
automatizzati nelle piattaforme di submission dei grandi gruppi editoriali, come
Elsevier, Taylor & Francis e Frontiers. A seguito di un reject, agli autori
vengono regolarmente e immediatamente proposte riviste alternative di pari o
inferiore prestigio, accompagnate da “alignment scores” derivati da metriche di
similarità degli abstract e da schemi di trasferimento precedenti. Tali
raccomandazioni sono generalmente presentate come forme di supporto, volte a
facilitare una resubmission efficiente all’interno dello stesso ecosistema
editoriale. Tuttavia, esse introducono anche un ulteriore livello di mediazione,
in cui la classificazione algoritmica si interseca con il processo decisionale
editoriale. La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: quanto c’è di umano
in questo tipo di valutazione?
Un aspetto particolarmente rivelatore di questo processo è la centralità
attribuita alle article processing charges (APC) all’interno di tali percorsi di
trasferimento. Le riviste suggerite sono spesso accompagnate da costi di
pubblicazione chiaramente visibili, anche quando l’allineamento indicato risulta
limitato, come mostrato nell’esempio reale riportato di seguito. Qui non
interessa soffermarsi ulteriormente sulla problematicità del concetto stesso di
“allineamento”, non come condizione per l’accettazione alla pubblicazione, ma
come filtro preliminare per l’accesso al processo stesso di valutazione. È però
evidente che la prossimità temporale tra il rifiuto e le opzioni di resubmission
genera l’impressione di una pipeline semi-automatizzata, in cui il lavoro
scientifico viene rapidamente reindirizzato attraverso un sistema che intreccia
valutazione scientifica, logiche di mercato e modelli di monetizzazione del
sapere. In tale configurazione, il valore prodotto attraverso lavoro
intellettuale ed editoriale ampiamente non remunerato viene successivamente
reinserito in circuiti economici che trasferiscono i costi della disseminazione
aperta sulle istituzioni.Le APC partecipano a un sistema che cattura e
riorganizza sistematicamente il lavoro accademico non retribuito, sia nella
produzione intellettuale sia nel servizio editoriale. Se è pur vero che i costi
della comunicazione scientifica esistono indipendentemente dal modello di
pubblicazione adottato, i sistemi basati su APC tendono a redistribuirli in modo
diseguale, trasferendoli sulle istituzioni e, in molti contesti, direttamente
sui singoli autori. Questo aspetto assume particolare rilevanza nei sistemi
universitari privi di accordi trasformativi, fondi dedicati o accesso
strutturato a risorse per l’open access. . In questo senso, l’economia
dell’editoria genera profitto non nonostante, ma proprio attraverso la
mobilitazione su larga scala di attività accademica generalmente non remunerata,
trasformando il lavoro intellettuale collettivo in una merce monetizzabile
all’interno di un mercato fortemente controllato e sostenuto strutturalmente da
regimi di fiducia distribuiti in modo diseguale.
Screenshot della piattaforma Elsevier, riprodotto a fini di analisi e critica.
Ne emerge una complessa asimmetria nella distribuzione e nell’esercizio della
fiducia all’interno del sistema editoriale accademico. Gli autori operano
all’interno di un regime di verifica, in cui affermazioni, correzioni e
interpretazioni devono essere giustificate in dettaglio e sono soggette a
potenziale contestazione da parte di revisori anonimi, la cui assegnazione è,
ancora una volta, spesso governata da dinamiche algoritmiche scarsamente
trasparenti. I processi editoriali, al contrario, risultano in gran parte
sottratti a forme analoghe di accountability, facendo affidamento sull’autorità
istituzionale e sull’assunto di un giudizio professionale sottratto a forme
equivalenti di scrutinio. Questo squilibrio contribuisce a un’erosione della
fiducia epistemica, non perché le decisioni siano necessariamente errate, ma
perché le condizioni in cui vengono prese risultano insufficientemente
trasparenti.
Questa asimmetria diventa ancora più evidente se considerata alla luce delle
disuguaglianze strutturali tra contesti istituzionali. Gli studiosi che operano
in università con accesso limitato ai database in abbonamento e alle risorse
bibliografiche aggiornate fanno esperienza diretta di ulteriori difficoltà nel
garantire una trattazione esaustiva della letteratura scientifica. Le richieste
ripetute di ampliare, aggiornare o riformulare i riferimenti, frequentissime
nella peer review, possono quindi gravare in modo sproporzionato su chi opera
già in condizioni di risorse limitate. Sebbene negli ultimi anni siano aumentate
le risorse bibliografiche ad accesso aperto e gli strumenti di indicizzazione
disponibili, persistono importanti differenze nella possibilità di accedere in
modo sistematico ai testi integrali, in particolare in alcuni ambiti
disciplinari, tra cui molte aree delle scienze umane e sociali. In tali
contesti, l’accesso alla letteratura scientifica continua a dipendere in misura
significativa da risorse istituzionali non uniformemente distribuite.Allo stesso
tempo, il sistema editoriale accademico continua a basarsi in larga misura su
lavoro intellettuale non retribuito. La peer review, la partecipazione ai
comitati editoriali e la valutazione dei manoscritti si fondano in buona parte
sul contributo volontario degli studiosi, spesso svolto in tempi stretti e senza
compenso economico. Alcune pratiche recenti hanno aumentato la visibilità di
tali attività attraverso modelli di peer review aperta o attribuzione nominale
delle revisioni, tuttavia, questa esposizione del contributo non coincide
necessariamente con forme strutturate di riconoscimento istituzionale, né
modifica il ricorso sistematico a lavoro intellettuale non retribuito. Rendere
visibile il lavoro gratuito del reviewer, a conti fatti, non risolve il problema
a monte del lavoro gratuito. . Non è raro, del resto, che un singolo accademico
riceva decine di richieste di review ogni mese. Questo lavoro è essenziale per
il funzionamento del sistema, e tuttavia i risultati che esso sostiene sono
spesso racchiusi in ambienti a pagamento o associati a costi di pubblicazione
elevati. Tale configurazione solleva interrogativi fondamentali sulla
distribuzione del valore e sulla sostenibilità dei modelli editoriali attuali.
La crescente integrazione di strumenti automatizzati nei flussi di lavoro
editoriali complica ulteriormente questo scenario. Il problema non è se tali
strumenti vengano utilizzati (la loro presenza è ormai una caratteristica
consolidata delle infrastrutture digitali) ma come il loro uso venga inquadrato
discorsivamente e come esso riconfiguri le relazioni tra autori, direttori di
riviste, componenti di comitati editoriali e istituzioni. Emerge una tensione
significativa tra un’“AI-phobia” implicita che grava sugli autori, ai quali
viene spesso richiesto di dichiarare, giustificare o limitare l’uso di strumenti
generativi, e un’integrazione più opaca di sistemi automatizzati nei processi
decisionali editoriali. Questa discrepanza suggerisce che le preoccupazioni
relative all’intelligenza artificiale siano distribuite in modo diseguale, con
un livello di controllo maggiore esercitato sui singoli ricercatori piuttosto
che sulle pratiche istituzionali e, in ultima istanza, sulle logiche di mercato
che organizzano l’editoria accademica.
Da una prospettiva sociosemiotica, questi sviluppi possono essere interpretati
come parte di una più ampia riconfigurazione dei processi di costruzione del
significato nell’editoria accademica. Le decisioni editoriali, le interfacce di
piattaforma, i punteggi algoritmici e gli indicatori economici costituiscono un
ambiente semiotico complesso in cui il valore scientifico viene costruito,
comunicato e negoziato. La visibilità di alcuni elementi, come le APC o le
metriche di allineamento, accanto alla relativa invisibilità di altri — come la
reale capacità editoriale di valutare in modo rigoroso una proposta di
pubblicazione — contribuisce a plasmare il modo in cui gli autori interpretano e
rispondono al sistema.
In ultima analisi, ciò che è in gioco non è soltanto l’equità delle singole
decisioni, ma anche la legittimità complessiva dell’ecosistema editoriale. Se
l’editoria accademica vuole mantenere il proprio ruolo di spazio credibile nella
produzione della conoscenza, è necessaria una maggiore trasparenza non solo
nelle pratiche di ricerca, ma anche nei processi editoriali. Ciò implica una
comunicazione più chiara dei criteri che guidano le desk rejection,
dell’effettiva valutazione editoriale dei manoscritti prima della decisione e
del ruolo svolto dai sistemi automatizzati nel determinare gli esiti delle
decisioni editoriali.
Reimmaginare la fiducia come responsabilità condivisa e reciproca
rappresenterebbe un passo importante in questa direzione. Piuttosto che
collocare l’onere della trasparenza principalmente sugli autori, i sistemi
editoriali dovrebbero orientarsi verso una maggiore apertura nei processi
decisionali e nelle modalità di comunicazione. Un tale cambiamento non
eliminerebbe i vincoli strutturali imposti dall’elevato numero di submission o
dalle pressioni commerciali dell’industria, ma contribuirebbe a ristabilire la
fiducia nei processi attraverso cui il lavoro scientifico viene valutato e
diffuso.
Nella sua configurazione attuale, l’editoria accademica rischia di scivolare
verso un modello in cui efficienza, standardizzazione e monetizzazione
prevalgono sull’effettiva presa in carico del possibile contributo
intellettuale, intesa come valutazione qualitativa non riducibile a filtri,
automatismi o scorciatoie procedurali. Riconoscere e analizzare criticamente
questa traiettoria è essenziale affinché il sistema rimanga coerente con i suoi
principi fondamentali di conoscenza, equità e responsabilità scientifica.
[1] Sebbene sia acutamente consapevole della problematicità di tale uso, in
questo contributo si userà il maschile inclusivo per motivi di semplificazione.