Dal giallo all’arancione: come Israele sta espandendo la sua occupazione di Gaza nonostante il “cessate il fuoco”
di Palestine will be free,
Palestine will be free Substack, 26 maggio 2026.
L’occupazione israeliana si estende ora a circa il 65% dell’enclave assediata,
con i palestinesi sopravvissuti costretti a vivere in spazi sempre più
ristretti, in condizioni squallide e infestate dai ratti.
Dall’inizio del presunto “cessate il fuoco” nell’ottobre dello scorso anno, gli
israeliani hanno silenziosamente esteso e consolidato la loro occupazione della
Striscia di Gaza. Quando Trump ha dichiarato l’inizio della tregua il 10
ottobre, gli israeliani occupavano circa il 53% di Gaza. Da allora, si sono
spinti più a ovest per usurpare un altro 11% del territorio palestinese,
definendo il nuovo confine come la “linea arancione”. Di conseguenza, i
sopravvissuti al genocidio palestinese vivono ora in condizioni precarie in
appena il 35% del loro territorio originario, con la minaccia di bombardamenti,
fuoco dei cecchini e bande sostenute da Israele che incombono costantemente su
di loro. Le loro difficoltà sono ulteriormente aggravate dal rigido assedio
israeliano che ha fatto sì che solo una frazione dei 600 camion giornalieri di
aiuti e carburante concordati sia autorizzata a entrare nell’enclave.
Netanyahu si è recentemente vantato della barbarie sfrenata che il suo esercito
terroristico ha inflitto alla Striscia di Gaza per oltre due anni e mezzo.
“Negli ultimi due anni abbiamo mostrato al mondo intero quali forze potenti sono
insite nel nostro popolo, nel nostro stato, nel nostro esercito, nel nostro
patrimonio”, ha detto Netanyahu il 14 maggio durante un evento in commemorazione
della Giornata di Gerusalemme, che segna l’occupazione ebraica di Gerusalemme
del 1967.
Ha inoltre lodato le sue truppe genocidarie per aver occupato il 60% della
Striscia di Gaza, insinuando che si approprieranno di altro territorio
palestinese. «Abbiamo riportato a casa tutti i nostri ostaggi, fino all’ultimo»,
ha detto Netanyahu. «C’era chi diceva: andatevene, andatevene! Non ce ne siamo
andati. Oggi controlliamo il 60%; domani vedremo».
In effetti, le mappe pubblicate da Israele a marzo mostravano che il paese stava
spingendo la cosiddetta linea gialla più a ovest per occupare un ulteriore 11%
della Striscia di Gaza, oltre al 53% occupato nell’ottobre 2025. «Le aree
isolano quasi i due terzi del territorio di Gaza in totale», ha
riportato Reuters ad aprile.
La “Linea gialla” e la “Linea arancione” all’interno dei confini di Gaza con
Israele e con l’Egitto (linea nera).
L’occupazione israeliana si estende ora a circa il 65% dell’enclave assediata,
con i palestinesi sopravvissuti costretti a vivere in spazi sempre più ristretti
in condizioni squallide e infestate dai ratti, inadatte all’abitazione umana.
«Vogliono stipare il maggior numero possibile di palestinesi nella zona più
piccola possibile per cacciarli via, data l’assenza di qualsiasi vitalità o
sostenibilità in ciò che resta di Gaza», ha dichiarato a The New Arab Jad Isaac,
direttore generale dell’Applied Research Institute-Jerusalem, un think tank
palestinese indipendente nella Cisgiordania occupata.
Mentre gli israeliani continuano ad espandere l’occupazione di Gaza, stanno
anche uccidendo i palestinesi assediati con totale impunità. Hanno massacrato
oltre 800 palestinesi e ne hanno feriti altre migliaia dall’inizio del “cessate
il fuoco”, in attacchi incessanti che ormai attirano a malapena l’attenzione dei
media.
Abdel Jabbar Saeed, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato a The
New Arab che Hamas non entrerà nella seconda fase dei negoziati di “cessate il
fuoco” a meno che Israele non adempia ai propri obblighi previsti dalla prima
fase, che includono l’ingresso degli aiuti, il ritiro delle truppe israeliane da
Gaza, l’ingresso di un comitato tecnocratico palestinese per amministrare
l’enclave e la cessazione degli attacchi contro civili e funzionari.
«Per noi, deve finire, e ci deve essere un ritiro che non si fermi alla
cosiddetta “linea gialla”. Pertanto, rifiutiamo categoricamente l’espansione
verso la cosiddetta “linea arancione”», ha detto Saeed. «Insistiamo su questa
posizione e non accettiamo in nessun caso una politica che ci imponga un fatto
compiuto».
Youssef Mousa, un funzionario della Jihad Islamica con sede in Libano, ha
affermato che il movimento considera la “linea arancione” come un tentativo
israeliano di “imporre nuove realtà”.
“Queste misure sul campo fanno parte degli sforzi israeliani per creare cinture
di sicurezza che rafforzino il suo controllo e i suoi movimenti militari,
mentre, politicamente, riflettono un tentativo di fare pressione sulla
resistenza e imporre nuove realtà che servano ai suoi obiettivi in qualsiasi
accordo o negoziazione futura”, ha detto Mousa a The New Arab.
Le linee israeliane che si insinuano nel territorio palestinese fanno parte del
modus operandi di lunga data dello stato ebraico, attraverso il quale cerca di
annettere terre arabe negli stati confinanti, dal Libano alla Siria.
L’esercito israeliano, responsabile di genocidio, ha istituito quasi tre dozzine
di avamposti lungo la “linea gialla” e sta erigendo una “barriera a più
livelli”, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana. I funzionari
israeliani hanno chiarito che non intendono lasciare Gaza.
Lo scorso dicembre, il ministro della guerra Israel Katz ha affermato che
Israele «non lascerà mai Gaza» e ha parlato di piani per trasformare gli
avamposti militari israeliani in insediamenti riservati agli ebrei. Anche il
capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha dichiarato che la «linea gialla»
funge da «nuova linea di confine».
L’espansione delle linee gialle e arancioni è solo l’ultima manifestazione della
strategia di lunga data di Israele: impadronirsi della terra araba attraverso
una forza militare schiacciante e fabbricare una nuova “realtà” sul campo, con
la certezza che le istituzioni internazionali sono impotenti a fermarla. A Gaza,
questa strategia si sta concretizzando tra genocidio, fame e sfollamenti di
massa, mentre i palestinesi sopravvissuti vengono ammassati in appezzamenti di
terra devastata sempre più ristretti e i funzionari israeliani parlano
apertamente di un’occupazione permanente e di insediamenti riservati
esclusivamente agli ebrei.
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Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
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