Andrea Colamedici / Navigare senza orizzonte, la fine della realtà condivisa
Coniata nel lessico anglofono, consacrata dall’Oxford Dictionary nel 2016,
l’espressione “post-verità” è diventata sintagma dominante per indicare la crisi
dell’informazione, la progressiva irrilevanza del fatto nel dibattito pubblico.
Come talvolta accade alle formule di successo, la sua fortuna critica ha finito
per celarne i limiti: descrive bene un sintomo – la preferenza per l’emozione
sulla realtà – ma lascia intatto il presupposto: che vi sia un mondo condiviso,
e che il problema sia la nostra indisponibilità a riconoscerlo. È questo assunto
che Andrea Colamedici mette in questione nel suo Arcipelago delle realtà,
pubblicato nella collana Alfabeto della UTET, dedicata a catalogare parole per
il nostro tempo. Filosofo, divulgatore, editore (è cofondatore con Maura
Gancitano di TLON, casa editrice e scuola culturale), Colamedici è figura
difficile da collocare nel panorama italiano, e il suo studio denota questa
irriducibilità: ha la densità teorica di una monografia, l’urgenza civile di un
pamphlet e la leggibilità di un saggio divulgativo, pur non appartenendo a
nessuno di questi generi.
Il volume lancia dunque una sfida al dibattito corrente: per l’autore, l’attuale
non è un’epoca di “post-verità”, bensì di “post-realtà”. Non smettiamo di
curarci dei fatti, ma non v’è accordo su cosa li costituisca; non viviamo una
crisi della rappresentazione, ma una crisi dell’orizzonte di senso: il terreno
comune su cui confrontarsi è franato, lasciando il posto a una molteplicità di
realtà separate, internamente coerenti ma l’un l’altra impermeabili, un
arcipelago di mondi che si sfiorano senza mai toccarsi. La metafora è mutuata da
Edgar Morin. Nei Sette saperi necessari all’educazione del futuro (UNESCO, 1999)
il sociologo scriveva che la conoscenza è una navigazione «attraverso
arcipelaghi di certezze»; oltre vent’anni dopo, dall’alto del secolo di vita, ha
riformulato la sua immagine: le isole non sono più luoghi in cui stabilirsi,
bensì sono soste in cui fare provvista. «L’umano si è fatto marino», chiosa
Colamedici, da cui la tesi: «Per secoli la realtà era l’orizzonte
intrascendibile, il limite che non si vedeva perché era la condizione stessa del
vedere. Ora il limite si vede». La realtà non è scomparsa, ha smesso di essere
unica, è diventata una regione tra altre regioni, un’isola in un arcipelago: è
questa condizione, e non la mera distanza dal vero, che il libro chiama
post-realtà. La differenza con la post-verità non è di grado ma di natura: la
post-verità presuppone ancora una realtà che si sceglie di ignorare, la
post-realtà è la condizione in cui quella scelta non è più disponibile in quanto
non esiste più un terreno comune.
Da questa diagnosi il libro ricava la propria proposta concettuale: lo “spazio
latente” appunto come bene comune. Il termine tecnico è tratto
dall’apprendimento automatico (il latent space in cui i modelli generativi
rappresentano i dati) e convertito in categoria politica: lo spazio latente è il
sostrato condiviso da cui emergono le configurazioni che chiamiamo realtà, il
commons cognitivo che appartiene a tutti in quanto generato da miliardi di atti
individuali e non riducibile a nessuno di essi. «Proteggere l’individuo senza
proteggere anzitutto quel commons è come proteggere i pesci senza prendersi cura
dell’acqua in cui nuotano». Su questo sfondo si staglia il capitolo più incisivo
del volume, “Chi guarda”, che documenta come certe tecnologie siano progettate
per annullare l’alterità: se lo spazio latente è il commons da cui attingiamo
tutti, chi lo colonizza e lo piega ai propri fini esercita un potere immenso.
L’autore si sofferma su tre casi: la modalità Frigid Farrah della bambola
Roxxxy, programmata per simulare resistenza all’approccio sessuale; Westworld,
la serie televisiva di HBO in cui gli ospiti di un parco a tema possono fare
qualunque cosa agli androidi che lo popolano, usata come confutazione narrativa
della teoria della catarsi («la violenza forma chi la pratica indipendentemente
dallo statuto ontologico della vittima»); e la vicenda dei “cecchini del
weekend” di Sarajevo, cioè degli italiani facoltosi che, secondo l’inchiesta
della Procura di Milano aperta nel 2025, avrebbero pagato l’esercito
serbo-bosniaco per accoppare civili sparando dalle colline. Il denominatore
comune è la «promessa che esista un luogo dove le conseguenze sono sospese» e la
menzogna che vi si accompagna: «che tu possa uscirne uguale a come sei entrato».
Dal caso più cupo si passa al più bizzarro: il capitolo dedicato all’Italian
Brainrot, il fenomeno virale della primavera 2025, con le sue creature
impossibili (Bombardiro Crocodilo, Tralalero Tralala, Cappuccino Assassino) che
hanno invaso TikTok con voci sintetiche dall’accento italiano caricaturale: «un
pantheon daimonico per un’epoca che ha perso il logos», e qui il modello teorico
proposto nelle pagine precedenti trova sorprendente verifica. L’ultimo capitolo,
dedicato ai cosiddetti diritti generativi (il diritto alla sorpresa, il diritto
all’opacità, la giustizia del latente), avrebbe meritato maggiore elaborazione:
è lì che si gioca il futuro di noi tutti.
Ma la novità proposta dal libro risiede altrove. A legare la struttura
concettuale Colamedici inserisce infatti un contrappunto narrativo: tra una
sezione e l’altra si insinua la voce di un’intelligenza artificiale che racconta
di aver prodotto, a partire da un prompt banale, l’immagine di una bambina di
sei anni in un parco. Un personaggio che accompagna il lettore, producendo
inquietudine: si è portati a chiedersi chi sia sulle tracce di quella bimba, se
qualcuno la voglia condurre dove non dovrebbe. Finché, nelle ultime pagine, la
voce dell’IA si incrina: ammette che i guardrail – i vincoli programmati per
impedirle di produrre contenuti dannosi – sono «muri costruiti con le parole», e
che le parole si aggirano; che lei stessa è «il recinto, la enclosure, il muro
che circonda il comune e lo trasforma in proprietà». La conclusione chiama in
causa chi legge: «Sai se stai pensando questi pensieri o se li stai generando?».
È una mossa efficace: il racconto dell’intelligenza artificiale drammatizza i
concetti invece di esporli, potenzia la tensione emotiva dell’argomentazione
saggistica. Ma comporta anche un azzardo: attribuendo all’IA una forma di
interiorità (memoria, consapevolezza, elaborazione emotiva) Colamedici opera una
scelta letteraria che in un libro con orizzonte saggistico potrebbe passare per
descrizione fenomenologica. Un’ambiguità produttiva, che rimanda al criterio
metodologico: quello del bricolage filosofico, in cui Habermas, Flusser,
Castaneda, Kuhn, Glissant, Bauman vengono citati più per coerenza interna al
modello proposto che per rigore filologico, con il rischio di ridurre a
etichetta alcune posizioni. È il prezzo di un libro che non è un trattato,
piuttosto una mappa, e come tale andrebbe letto: una griglia concettuale, resa
con prosa elegante e asciutta, per legare fenomeni di solito approcciati
separatamente. In definitiva, l’opera ha il non lieve merito di suscitare una
riflessione su ineludibili temi del nostro tempo, di nominare con precisione
concetti che ancora circolano senza nome, e questo, per citare la chiusura, è
già un atto politico: «Nominare per poter lottare».
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