ANVUR, la grande finzione: quindici anni di “indipendenza” al servizio dei partiti
Per quindici anni ci hanno raccontato la favola dell’ANVUR “tecnica”, “terza”,
“indipendente”. Adesso, grazie al governo Meloni e alla ministra Bernini, la
maschera è definitivamente caduta: l’università italiana è stata governata per
15 anni da una cabina di regia politica travestita da autorità neutrale. ANVUR è
sempre stata il dispositivo bipartisan con cui governi di centrodestra e
centrosinistra hanno commissariato università e ricerca, aggirando il Parlamento
attraverso algoritmi, indicatori e retoriche meritocratiche. Bernini non ha
inventato nulla: ha solo avuto il cattivo gusto di rendere esplicito ciò che per
anni il PD e i sacerdoti dell’accountability avevano nascosto dietro il
linguaggio della “valutazione indipendente”.
Le opposizioni insorgono per la spartizione partitocratica condotta dal governo
per i ben remunerati posti nel direttivo ANVUR. I cittadini dovrebbero invece
ringraziare il governo Meloni e la ministra Bernini perché hanno fatto
finalmente cadere il velo sul modo in cui l’università e la ricerca italiane
sono state governate nello scorso quindicennio. Specificamente ha svelato che
l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca, difesa e
etichettata per un quindicennio come “indipendente”, è ed è sempre stata lo
strumento, rigorosamente bipartisan, con sui sono state condotte le politiche di
finanziamento e di reclutamento delle università italiane sottraendole di fatto
al controllo parlamentare.
Ma andiamo con ordine. Le opposizioni insorgono perché il Consiglio dei ministri
ha ratificato i vertici dell’ANVUR scelti dalla ministra. Il presidente è un
giurista (Tor Vergata) Venerando Marano che lascia il suo ruolo di presidente
del Tribunale Vaticano. Si dice che in vaticano arriverà Felice Uricchio, cioè
il presidente uscente del ANVUR, che era già membro dell’agenzia di valutazione
della ricerca delle università cattoliche (AVEPRO).
I membri sono, Aurelio Tommasetti, professore di ragioneria all’università di
Salerno e già rettore di quella università, nonché, fino a dicembre 2025,
consigliere regionale campano della Lega. Matteo Lorito, patologo vegetale, che
arriva all’ANVUR giusto allo scadere del suo mandato come Rettore
dell’Università Federico II di Napoli. Animatore degli stati generali
dell’università di Forza Italia. Pare che Giorgia Meloni avesse pensato a Lorito
come candidato ‘civico’ per guidare le liste di centrodestra nelle elezioni in
Campania. Figura tra gli animatori degli stati generali di Forza Italia anche
Giovanna Cassese, napoletana, già direttrice dell’accademia di belle arti di
Napoli, attualmente presidente del Consiglio nazionale per l’alta formazione
artistica e musicale. Infine, Francesco Priolo, fisico, arriva all’ANVUR dopo il
mandato di rettore all’Università di Catania.
Non è ben chiaro perché queste nomine dovrebbero essere più scandalose di alcune
delle precedenti. Certo, mentre adesso la composizione del direttivo riporta
direttamente a partiti di centrodestra al governo, nei direttivi precedenti le
connessioni erano più bipartisan, con una presenza sempre ben nutrita di
accademici di area PD. Non è lontana la stagione in cui i consiglieri ANVUR e
l’attuale segretario generale del MUR, Marco Mancini, animavano gli eventi su
università e ricerca organizzati dal PD. Nessuno si scandalizzò a suo tempo per
la nomina nel direttivo di Miccoli all’epoca inseguito dalle Iene per aver
riprodotto letteralmente parti di libri scritti da altri nel documento di
candidatura all’ANVUR (si veda qui ). E nessuno chiese conto al consigliere
Anvur Daniele Checchi -vicino ai Bocconi Boys renziani – quando sosteneva che le
università del Sud si erano suicidate e che la soluzione più semplice: “uccidere
i docenti inattivi che sono presenti nelle università del Sud e rimpiazzarli con
docenti nuovi freschi”, non fosse praticabile. Nessuna forza politica ha alzato
la voce quando le risorse per la ricerca venivano distribuite alle università
sulla base di algoritmi con errori fatali messi a punto dai membri del consiglio
direttivo di ANVUR (con tanto di firma di un futuro premio Nobel).
ANVUR fu a suo tempo istituita dal ministro Mussi durante il secondo governo
Prodi e resa operativa dalla Ministra Gelmini con la sua riforma nel 2010. Il
direttivo di ANVUR è sempre stato di nomina governativa. Alla ministra Bernini è
bastato modificare un semplice regolamento ministeriale per garantirsi la
possibilità di evitare la barocca procedura prevista precedentemente per la
nomina del direttivo e che faceva sostenere ai difensori di ANVUR l’indipendenza
dell’agenzia. I lettori forse non sanno, ma è bene ricordarlo – e forse qualcuno
dovrebbe chiederne conto alla ministra-, che la rosa da cui scegliere i membri
del direttivo era già stata predisposta da oltre un anno da una commissione
presieduta da un membro dell’Accademia dei Lincei. Evidentemente quella rosa non
era gradita al ministero. Gli atti di quella commissione sono adesso sepolti in
qualche cassetto ministeriale e la ministra ha messo in moto una nuova
commissione presieduta proprio da Marco Mancini, che ha lavorato celermente e ha
evidentemente dato i risultati desiderati dalla ministra.
Il velo è caduto, come si diceva. Nessuno adesso potrà negare che la politica ha
messo definitivamente le mani su (ciò che resta del) l’università, dopo un
quindicennio di riforme bipartisan. Per governare l’università italiana, senza
passare dal parlamento, è sufficiente controllare ANVUR l’agenzia che ha reso
sistematico l’uso di indicatori di performance, come l’Europa ci chiedeva con
forza nella famosa lettera di Trichet a Draghi. ANVUR fu disegnata da
Prodi-Mussi con il contributo chiave del sottosegretario Luciano Modica (PD)
come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Fu poi implementata
dalla Riforma Gelmini e rafforzata da Matteo Renzi, ministra Valeria Fedeli, su
consiglio dei Bocconi Boys.
A noi non resta che ringraziare per la lungimiranza Mussi, Modica e tutta la
banda di accademici del PD che raccontando la storia delle sorti magnifiche e
progressive dell’accountability e del quasi mercato, ha regalato ai trinariciuti
della destra al governo tutti gli strumenti per smantellare le garanzie
costituzionali contro cui avrebbero sbattuto il naso.