Donne e Nonviolenza: a Roma un World Café per pensare e costruire la pace
Alla Biblioteca della Nonviolenza di Energia per i Diritti Umani APS, una serata
partecipata ha intrecciato pratiche di solidarietà femminile e femminista,
disobbedienza civile ed educazione nonviolenta per la costruzione della pace.
Venerdì 22 maggio, presso la Biblioteca della Nonviolenza di Energia per i
Diritti Umani APS, in via dei Latini 12-14 a Roma, si è svolto il World Café
“Donne e Nonviolenza – Costruttrici di pace”, un incontro dedicato al ruolo
delle donne nella trasformazione nonviolenta della società.
Non una conferenza frontale, ma uno spazio di dialogo accogliente, orizzontale e
partecipativo, in cui le persone presenti hanno condiviso esperienze, domande e
riflessioni, dando vita a un laboratorio collettivo di pensiero sulla
costruzione della pace.
Il tema scelto è stato attraversato in tre dimensioni, dal macro al micro, in
tre tavoli tematici: il contributo delle donne nei processi di mediazione dei
conflitti armati, le pratiche di disobbedienza civile e di educazione
nonviolenta, le reti di solidarietà, autoaiuto e cura nei territori. Tre tavoli,
tre porte aperte su una stessa domanda di fondo: quali ostacoli impediscono
ancora oggi la piena partecipazione delle donne alla vita sociale, culturale,
economica e politica?
L’incontro è stato arricchito dalla presenza di donne provenienti da realtà
diverse: rappresentanti di “Women in International Security for Italy” (WIIS
Italy), “GenderAct” e “Casa Internazionale delle Donne”, attiviste iraniane del
movimento “Donna, Vita, Libertà” e responsabili del progetto di Terza Missione
dell’Università Sapienza “Cara amica ti scrivo” (CATS). Le volontarie di Energia
per i Diritti Umani, insieme ad alcune delle ospiti coinvolte, hanno facilitato
il dialogo nei tavoli portando esperienze, sguardi e sensibilità differenti. Ne
è nato uno spazio intenso e partecipato, attraversato da parole chiave come pace
positiva, potere, diritti, visibilità, partecipazione, cura, rete e futuro: per
le donne e per l’intera comunità umana.
La serata è stata anche l’occasione per presentare in anteprima una sezione
della mostra “Passi nonviolenti nel mondo”, dedicata a figure significative
della nonviolenza degli ultimi cento anni, realizzata insieme al World Café
grazie al cofinanziamento dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese. Attraverso
otto pannelli, il pubblico ha incontrato storie di donne che hanno scelto la
nonviolenza come pratica di resistenza, responsabilità e trasformazione sociale,
in un dialogo ideale con i temi emersi nei tavoli.”
TAVOLO 1: Donne nella mediazione dei conflitti armati
Nel primo tavolo si è riflettuto sul ruolo delle donne nella prevenzione,
mediazione e trasformazione dei conflitti armati. È emersa una contraddizione
ancora bruciante: le donne sono spesso tra le prime vittime della guerra e della
violenza strutturale, ma restano frequentemente escluse dai luoghi ufficiali in
cui si decide la pace. Da qui il richiamo alla Risoluzione ONU 1325 del 2000,
“Donne, Pace e Sicurezza”, nata proprio per affermare la necessità della
presenza femminile nei processi di pace.
Ma la discussione è andata oltre il tema dell’accesso. Non basta “essere
incluse” in uno spazio di potere, è stato sottolineato. Occorre poterlo abitare
realmente, trasformarlo, agirlo con consapevolezza. Il passaggio dall’inclusione
alla partecipazione attiva è apparso come uno dei nodi centrali della serata.
Perché ogni persona ha potere, ma può scegliere se riprodurre modelli dominanti
o aprire strade nuove.
TAVOLO 2: Donne, disobbedienza civile e educazione nonviolenta
Il secondo tavolo ha portato al centro la forza trasformativa delle donne nella
disobbedienza civile e nell’educazione nonviolenta. Qui le donne sono state
riconosciute non solo come protagoniste di lotte sociali, ma come creatrici di
linguaggi, pratiche e relazioni capaci di modificare in profondità i modelli
culturali discriminatori. Educare alla nonviolenza significa educare alla
libertà, alla reciprocità, alla responsabilità. Significa creare le condizioni
affinché ogni essere umano possa esprimere pienamente la propria soggettività
nella comunità.
TAVOLO 3: Reti di donne, pratiche di solidarietà e autoaiuto
Per il terzo tavolo, l’unione fa la forza quando le donne creano reti per
sostenersi, affrontare difficoltà comuni e generare cambiamento sociale. Gruppi
di mutuo sostegno, cooperative, reti territoriali e pratiche di cura condivisa
dimostrano che è possibile costruire un’organizzazione sociale fondata sulla
solidarietà, sulla corresponsabilità e sulla partecipazione dal basso. Sono
realtà capaci di non lasciare nessuna persona sola, che rovesciano la logica
dell’isolamento che attraversa la società individualista di oggi. È il senso
profondo dell’Ubuntu: “io sono perché noi siamo”.
Interscambio conclusivo
Durante l’incontro è riaffiorato un richiamo forte alle esperienze collettive
del femminismo degli anni Settanta, non come nostalgia del passato, ma come
memoria viva di spazi in cui il disagio individuale diventava parola comune,
consapevolezza e possibilità di cambiamento. In una società veloce, tecnologica
e spesso frammentata, quel bisogno di fermarsi, ascoltarsi e pensare insieme è
apparso ancora attualissimo.
“Se non abbiamo spazi per pensare il futuro, il futuro non si crea”: questa
frase ha restituito il senso profondo dell’incontro. Il World Café ha offerto
proprio questo: un luogo in cui riconoscersi, condividere domande scomode e
immaginare nuove pratiche di partecipazione.
Dal confronto è emersa una questione centrale: se in molti paesi occidentali i
diritti sembrano ormai acquisiti, quali forme assume oggi il disagio delle
donne? Le risposte hanno riportato alla superficie nodi tutt’altro che risolti:
violenze fisiche e sessuali, invisibilità, solitudine, esclusione dai processi
decisionali, difficoltà nel conciliare cura e partecipazione pubblica, ma anche
forme più sottili di svalutazione ancora radicate nella cultura, nel linguaggio
e nelle relazioni quotidiane.
“Mancanza di visibilità significa mancanza di potere”, è stato detto da una
partecipante, aprendo riflessione più ampia sul rapporto tra donne, potere e
pace. La pace, allora, è apparsa non come un tema separato, ma come il punto di
convergenza di molte lotte: diritti, lavoro, ambiente, educazione, cura,
giustizia sociale. Perché nella vita tutto è collegato, anche se la politica
continua spesso a dividere per settori. Costruire pace positiva significa
trasformare le relazioni, redistribuire parola e riconoscimento, superare
discriminazioni ed esclusioni, pari dignità e opportunità di ogni essere umano.
E non c’è pace senza giustizia.
Il World Café si è chiuso con il desiderio di raccogliere i contenuti emersi in
una traccia da cui ripartire in occasione del Festival della Nonviolenza, in
programma i prossimi 2 e 3 ottobre all’interno degli eventi romani per la 4°
Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. In particolare, il confronto
proseguirà sabato 3 ottobre, dalle 10:00 alle 12:00, nel panel “Donne e
Nonviolenza – Costruttrici di pace” (https://www.festivalnonviolenza.it/).
Da via dei Latini è emersa l’immagine di una pace costruita nei legami, nelle
reti e nelle parole scambiate senza gerarchie: una pace non solo per le donne ma
per l’intera comunità umana. In questo cammino verso la Nazione Umana
Universale, la nonviolenza si conferma pratica quotidiana, scelta politica e
orizzonte di trasformazione.
A conclusione della serata, sono uscita con la luce negli occhi, un’immensa
gratitudine nel cuore e nuova energia da portare nel mondo. Mi sono sentita
capita, accompagnata e riconosciuta, parte attiva del cambiamento. Una maglia di
una rete di rivoluzionarie e rivoluzionari nonviolente.
Francesca De Vito