Alberto Arbasino / A.A.
Alberto Arbasino spiegava che la rievocazione “sentimentale” di parenti e amici,
tramite connesse rivelazioni geografiche e abitative, fosse da sfuggire come la
peggior epidemia virale. Proustismo vade retro, sciò. Scrivere di infanzia
(quale poi?) avvicinerebbe troppo a vecchie zie rinchiudenti in campane di vetro
a rischio asfissia, e a poveri bambini orfani di guerra a cui di “madeleines”
importa quanto i discorsi a tavola di paparini e le canzoni “ebeti” alla radio.
Loquacità sull’intero mondo ma silenzio spinto intorno alla sua vita – riserbo
ostinato e, per così dire, eloquente.
Ma esiste una storia intorno a questo tema. Quando Raffaele Manica, alle prese
con la cura del doppio Meridiano che doveva raccogliere i romanzi e racconti,
chiese aiuto a A.A. riguardo a una cronologia della vita e delle opere (così
come prevedeva l’edizione), notò subito l’imbarazzo dello scrittore. L’idea di
affidarsi alle duemila battute composte da Manica su suggerimento dello stesso
Arbasino naufragò in critiche e scontentezza. Né scrivere di sé né far scrivere
da altri andava bene.
Manica, astutamente, trovò il modo di uscirne: ideò una semplice gabbia che
desse ordine alle cose – data, luogo, opera, avvenimento. In questo spazio
l’autore poteva sbloccarsi tirando giù – non idealmente – gli scatoloni dalla
soffitta. In senso letterale. Oggi la storia è nota, i Meridiani uscirono tra il
2009 e il 2010, pronti per celebrare gli ottant’anni di Arbasino. Aperti da
un’ampia Cronologia scritta da autore e curatore. L’Autocronologia viene oggi
presentata da Adelphi, aggiornata al 2020, come libro autonomo, essendo
diventata ben presto “cosa scritta da Alberto Arbasino” e non più semplicemente
“curata” da Manica. Il libretto della “Piccola Biblioteca” contiene un
affettuoso Prologo in cui si descrive come lo scrittore cominciò a collocare
accanto a ogni data una memoria, o tante memorie, andando così a costruire una
struttura dall’inizio all’ultima bozza, quasi annullando il tempo a favore dello
“spazio”. Così come in altrettante opere, suggerisce Manica, gli spazi in
Arbasino sono tutti compresenti, come se “ci si muovesse sulle pagine
dell’atlante”. Tutte le cose sono viste e già viste, varianti e cronologia
coincidono, le cose allo scrittore vanno bene, ma le sa già.
E accade che, giorno dopo giorno, ci si accorge che quella cronologia
“assomigliava a tutti i suoi libri”, eppure “cosa nuovissima nella sua opera”.
Oggi quel libro un “po’ speciale” è leggibile in autonomia, ha alle sue spalle
una valanga di fogli, foglietti, Coccoina, biro e carta carbone, forbici e
taglierini. Opera di storia e cronaca, piuttosto di culto per i lettori di
Arbasino.
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