Palermo, 23 maggio 1992 – 23 maggio 2026: quando l’ipocrisia si veste a lutto
C’è un rito che si ripete puntuale come una cambiale in scadenza. Ogni 23
maggio, l’Italia istituzionale indossa il doppiopetto scuro, abbassa lo sguardo,
stringe le labbra in una smorfia che vuole sembrare commozione. Poi torna a
casa. E ricomincia.
𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐅𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨. Non lo
meritava in vita – 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐟𝐮 𝐨𝐬𝐭𝐚𝐜𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨, 𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨,
𝐝𝐞𝐫𝐢𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐫𝐢𝐟𝐟𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐯𝐞𝐥𝐥𝐞𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐚
𝐩𝐫𝐨𝐭𝐚𝐠𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐚 – e non lo merita da morto, quando le stesse logiche
che lo lasciarono solo sull’autostrada di Capaci ora si appropriano del suo nome
per farne schermo, alibi, icona muta e inoffensiva.
> 𝐅𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨, 𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐮𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐞𝐫𝐚
Parliamo chiaro, senza le perifrasi che sono il lusso di chi non ha nulla da
dire o troppo da nascondere. Questo anniversario arriva carico di
un’inquietudine precisa, geometrica, non casuale. La convergenza – fin troppo
armoniosa per essere innocente – tra la Commissione Antimafia presieduta da
Chiara Colosimo e il Procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca disegna una
traiettoria che non porta verso la verità: la allontana con metodo, con perizia
quasi chirurgica.
Il baricentro di questa operazione è il rapporto dei carabinieri del ROS su
mafia e appalti, datato 1991. Un documento reale, rilevante, ma che nelle mani
di chi intende usarlo come orizzonte ultimo dell’indagine diventa uno strumento
di contenimento. Si delimita il movente. Si recintano i responsabili. Si
costruisce una narrazione che ha il pregio – per chi la costruisce – di
riguardare reati ormai prescritti, di non toccare le collusioni istituzionali
dei servizi segreti, di non sfiorare certi reparti dell’Arma, di non nominare le
colonne stragiste di matrice fascista che nelle sentenze passate in giudicato –
quelle di piazza della Loggia, della stazione di Bologna, degli assassini di
Piersanti Mattarella- affiorano con la testardaggine dei fatti accertati.
𝐋’𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐞̀
𝐥𝐞𝐠𝐠𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞: 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
𝐅𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐢, 𝐚𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐞𝐝𝐞𝐥𝐢, 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐮𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧
𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞. 𝐑𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐠𝐢
𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐟𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐍𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚, 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨
𝐝𝐚 𝐓𝐨𝐭𝐨̀ 𝐑𝐢𝐢𝐧𝐚 𝐬𝐮 𝐬𝐨𝐥𝐥𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐡𝐞
𝐚𝐩𝐩𝐚𝐥𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐭𝐨. Ma c’è qualcosa che questa
architettura narrativa non riesce a spiegare senza scricchiolare fin dalle
fondamenta. Se le bombe di Capaci e di via D’Amelio nascono da mafia e appalti,
da quale rapporto nascono i Georgofili? Da quale logica imprenditoriale deflagra
la basilica di San Giovanni in Laterano? Quale contratto mal aggiudicato
giustifica via Palestro a Milano?
E poi: il piano per far saltare la Torre di Pisa, l’attentato fallito contro
Maurizio Costanzo in via Fauro, il progetto — degno di un delirio bellico – di
“assassinare almeno cento carabinieri” allo Stadio Olimpico, le siringhe con il
virus dell’HIV disseminate sulle spiagge della riviera romagnola.
𝐂𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨? 𝐂𝐡𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨
𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐜𝐞 𝐚 𝐮𝐧 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐬𝐮 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐥𝐭𝐢 𝐞
𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨? Una sola strategia stragista per destabilizzare la Repubblica
viene così smontata e ridotta a episodi separati, con protagonisti distinti,
moventi circoscritti, responsabilità contenute. Non un attacco allo Stato, ma
una serie di incidenti di percorso nella storia criminale italiana. Comodo.
Troppo comodo.
E intanto Totò Riina – che definiva “la mente” un nome che molti conoscono e
pochi pronunciano- anzi banchettano con lui attraverso le mancette distribuite
nelle manovre finanziarie, ride dall’inferno di una verità che fa ancora paura
ai vivi.
𝐈𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐨, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢
𝐞̀ 𝐝𝐨𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞.
Nessuna visione, nessuna mobilitazione, nessun segnale che indichi la volontà
politica di mettere alle corde Cosa Nostra nella sua dimensione attuale:
economica, finanziaria, politica. 𝐒𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢
𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚
𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐠𝐢𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚 𝐮𝐧
𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢
𝐮𝐧’𝐚𝐥𝐥𝐮𝐯𝐢𝐨𝐧𝐞.
> 𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. 𝐄̀ 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚
Giovanni Falcone capiva tutto questo. Lo capiva perché lo viveva sulla propria
pelle, giorno dopo giorno, mentre chi avrebbe dovuto proteggerlo lo sorvegliava,
lo spiava, lo ostacolava nei corridoi del CSM, lo minava nel Palazzo di
Giustizia di Palermo. Era scomodo non per quello che non sapeva, ma per quello
che sapeva e stava per dimostrare: il rapporto strutturale, non episodico, tra
politica, economia e Cosa Nostra.
Quella scomodità non è mai passata. Si è spostata. Dal magistrato in vita alla
sua memoria in morte. Oggi Falcone viene strattonato da più parti, ciascuna
intenta a ritagliarne la porzione che non disturba, a costruirne un’icona
lontana dalla concretezza operativa che seppe imprimere nelle sue indagini. Un
santino. Un manifesto. Uno schermo dietro cui continuare indisturbati.
𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐚𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐯𝐢𝐥𝐞: 𝐧𝐨𝐧
𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞, 𝐦𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞.
Eppure, e qui sta la sola consolazione che non sa di retorica, ogni anno
migliaia di italiani, migliaia di giovani, si alzano e portano in alto quel
pensiero. Non il mito inoffensivo, ma la sostanza tagliente di un metodo, di
un’etica, di una concezione dello Stato come cosa pubblica da difendere con gli
strumenti della ragione e del diritto.
> 𝑳𝒐𝒓𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒏𝒅𝒐𝒔𝒔𝒂𝒏𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒐𝒑𝒑𝒊𝒐𝒑𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂
> 𝒄𝒊𝒓𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂𝒏𝒛𝒂. 𝑳𝒐𝒓𝒐 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐
E per questo, nonostante tutto, la memoria di Capaci non è ancora perduta. Anche
se qualcuno lavora ogni giorno affinché lo diventi.
𝐈𝐥 𝟐𝟑 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐚𝐭𝐚. 𝐄̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚
𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚. 𝐄 𝐜𝐡𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞
𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞, 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢
𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨.
Aurelio Angelini