Adone Brandalise: un ricordo
di GIROLAMO DE MICHELE.
Non è semplice, e forse neanche utile, circoscrivere all’interno di un unico
perimetro la complessa varietà del contributo che Adone Brandalise, scomparso lo
scorso 14 maggio, ha dato al pensiero non solo italiano. Complessità che certo
non si risolve nelle scarne note biografiche, e l’intensa attività di promozione
degli studi interculturali. Tanto vale, allora, tentare qualche carotaggio
all’interno della sua produzione, soprattutto orale, facendo un esercizio di
memoria reso possibile dalla presenza, nel sito creato da alcuni suoi allievi
adonebrandalise.it, di una notevole quantità di corsi universitari, conferenze,
incontri: il tutto all’insegna di quell’oralità che, congiunta alla sua
formidabile memoria, costituiva la cifra principale del suo pensiero sempre
producente e produttivo, ossia – come l’essenza spinoziana – sempre in atto.
Il suo è stato un pensiero “dentro il confine”, per riprendere il titolo di una
silloge di interventi. Dove “confine” non indica un limite, ma una condizione:
quella di una parzialità che si relaziona sempre con un “altrove”, all’insegna
di quel lacaniano “non cedere mai al proprio desiderio” che segnala uno degli
autori con cui più a lungo Brandalise ha intrattenuto un confronto. Letture di
autori come Lacan e Benjamin, diceva Brandalise, spostano il confine un po’ più
in là: una lettura di Lacan molto diversa da certi lacanismo oggi di moda, dove
il tema dell’alterità viene riterritorializzato, o per meglio dire rimbalza
all’indietro, sul ritorno della figura paterna (o sulla sua nostalgia) sotto la
quale, alla fine, ci si acquatta. Accanto a Lacan, l’altro autore di una
conversazione interminata è stato Shakespeare, del quale sin dall’adolescenza
Brandalise conosce l’opera integrale: sino ad affermare che l’intera sua
riflessione, attraverso una miriade di temi ed autori, non è stata altro che un
continuo ripensamento del grande Bardo. Ma a questo punto si rischia di non
comprendere più qual è il confine fra letteratura, filosofia e psicoanalisi: ma,
per l’appunto, il pensiero di Brandalise era un pensiero che, mentre cercava di
spostare in avanti il limite, non infrangeva, ma sovranamente ignorava gli
steccati disciplinari. Si legge in esergo nel sito a lui dedicato:
> “Più che nel veicolare contenuti filosofici, la letteratura incrocia il
> desiderio della filosofia dove questo, per non cedere su se stesso, deve
> tentare di rendere non cancellabile il proprio movimento, né il tempo di vita
> in cui esso è costantemente chiamato a riaprirsi”,
Quale enorme differenza con la miseria dell’attuale accademia, esemplificata
dalle recenti Indicazioni per i Licei, dove ogni disciplina contempla in modo
autoreferenziale il proprio ombellico, sprecando l’occasione di fare delle
istituzioni del sapere il luogo nel quale discipline e saperi comunicano. Il che
rimanda alle ragioni per cui, dopo una stagione che aveva visto la sua Padova
essere un laboratorio di innovazione, tentando un salto di qualità nelle
istituzioni culturali che andava in sincrono con il tentativo di una diversa
organizzazione dei rapporti di lavoro – una richiesta di nuova e superiore
qualità di vita e di valorizzazione del capitale sociale – Brandalise si era in
apparenza ritirato nel suo insegnamento, senza cessare di produrre stimoli,
concetti, parole nuove in favore di tempi e studi futuri. Una di queste è
“decostituzionalizzazione”: lo studio, da altri proseguito, di come compiti e
funzioni della gestione dei rapporti di potere vengono dislocati al di fuori dei
confini della carta costituzionale, sottraendoli al controllo democratico; un
tema, oggi, di stringente attualità. Sicché Brandalise poteva affermare che alla
domanda “dov’è il pensiero dell’Università?”, la risposta è stata fornita da una
sorta di complementarietà tra economia e pedagogia – sicché “gli obiettivi, i
valori, i significati, l’importanza di ciò che è Università la definisce un
discorso economico, finanziario e gestionale”.
La ricerca di un altrove rispetto a questo stato di cose, che Brandalise
praticava in tutti i luoghi nei quali la sua voce diventava pensiero in
progress, lo portava spesso a incontrare Platone, che per lui era il modello,
forse unico, di un pensiero che invece di cannibalizzare l’altro nella disputa e
nella dimostrazione delle proprie ragioni, lasciava coesistere le ragioni
avverse, consentendo un prolungamento infinito del testo platonico: il “Platone
orale” non era altro che questo esercizio interminabile del pensiero.
questo testo è stato pubblicato sul manifesto del 22 maggio 2026
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