Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi quando i popoli in sofferenza sono tanti?
Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla
popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al
centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello
del mondo intero. Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di
Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti internazionali di
solidarietà contrapposte. Una è in campo da decenni, ma è stata resa visibile
soprattutto dalle mobilitazioni dette “pro Pal” degli ultimi anni – da quando,
cioè, in risposta al macello del 7 ottobre perpetrato da Hamas è stato avviato
lo stermino dei gazawi da parte di Israele – con manifestazioni che si sono
moltiplicate in tutto il mondo, animate soprattutto da giovani e studenti,
compresi molti esponenti della diaspora ebraica. Attivisti e manifestanti che
vedono nelle pratiche genocidiarie di Israele la prefigurazione e la messa a
punto delle armi e dei metodi (apartheid, messa fuorilegge, confinamento,
deportazioni, uccisioni di massa, legittimazione dello sterminio) con cui la
maggioranza dei governi in carica si appresta – o si lascia trascinare,
consciamente o inconsciamente, da una deriva senza ritorno – ad affrontare negli
anni a venire il conflitto sociale.
Innanzitutto quello con i migranti, destinati a crescere in misura esponenziale
e gli immigrati, ma poi, e contemporaneamente, con tutti gli oppositori. Sia nei
propri territori e negli ambiti della propria influenza diretta, sia in quelli
delle rispettive auto-sancite “pertinenze” e, ove possibile, in tutto “il globo
terracqueo”.
L’altra rete di solidarietà è visibile soprattutto a livello interstatuale, nel
sostegno che ogni governo continua a dare a Israele; una rete sorretta in misura
crescente dagli apparati dello stato profondo – i cosiddetti servizi segreti – e
dai nuovi strumenti del capitalismo della sorveglianza di cui l’apparato
produttivo di Israele è una “punta di diamante” a livello mondiale. E, come ha
dimostrato in un recente rapporto Francesca Albanese, sostenuta anche da una
ragnatela di rapporti di collaborazione con imprese e università di tutto il
mondo, in particolare nel campo della produzione bellica, della sua
progettazione, spesso mascherata dal dual use (civile e militare), e della
finanza. Una rete che non appare finora scalfita dalle pur ostentate violazioni
dei diritti umani e del diritto internazionale messe in atto dallo Stato e
dall’esercito di Israele e dalle milizie iperprotette dei suoi coloni. Quella
solidarietà viene giustificata con il senso di colpa e con il debito morale che
l’Occidente ha contratto con la popolazione ebraica per aver partecipato
attivamente alla Shoah o per l’inerzia dimostrata nei suoi confronti.
Perché in entrambi questi campi la sostanza della contrapposizione è in parte
mascherata e resa di difficile comprensione – come succede peraltro in tuo il
mondo – dalla presenza, in ciascuno di essi, di due aggregati sociali
sovrapposti, ma di confini indefiniti e variabili. In Israele, quello che nasce
come identità di un popolo di profughi e migranti scampati alla Shoah e in cerca
di un rifugio non solo dallo sterminio che li aveva colpiti sotto i fascismi del
secolo scorso, ma anche dall’antisemitismo ancor oggi diffuso tra le destre
europee e americane ben prima che trovasse un rinforzo, certamente equivoco, in
una reazione indiscriminata ai crimini perpetrati da Israele in nome di tutto il
giudaismo. A questo aggregato si era fin dall’inizio sovrapposta l’iniziativa di
un pugno di organizzazioni terroristiche, poi fattesi Stato, che fin dalla loro
nascita avevano in programma di cacciare, terrorizzandola, o deportare, se non
anche sterminare, tutta la popolazione palestinese da sempre insediata nei
territori che essi considerano, o ipocritamente fingono di credere, assegnati da
Dio al popolo ebraico.
Analogamente, in Palestina, all’aggregato generato dal risentimento per le
violenze subite fin dall’insediamento di stampo coloniale dei nuovi arrivati e
per le continue vessazioni quotidiane subite tra una guerra e l’altra si è
andata sovrapponendo una rappresentanza che ha scambiato il sostegno fornito
alla popolazione, fonte primaria del suo radicamento, con il suo coinvolgimento
in una sanguinaria schermaglia di valore esclusivamente simbolico, con il solo
scopo di rendere permanente la tensione fra le due comunità. Senza mai cercare
la strada della convivenza sulla stessa terra di due comunità ormai presenti
entrambe da più generazioni. Mentre Israele ha praticato con metodica
continuità, senza mai riconoscerlo, se non recentemente, l’obiettivo di
impossessarsi di tutto il territorio “dal fiume al mare”, Hamas lo ha invece
apertamente proclamato, lasciando volutamente indeterminata non la sussistenza
di Israele come Stato, di cui legittimamente persegue la soppressione, viste le
continue violazioni della legalità di cui si è reso responsabile, ma la stessa
permanenza del popolo ebraico sulla terra contesa.
In questo conflitto assistiamo alla trasformazione di quello che a tutti gli
effetti si può considerare un conflitto tra colonialisti e colonizzati,
dominatori e dominati, e anche, con non poche eccezioni, ricchi e poveri, in una
contrapposizione tra opposti nazionalismi: valvola di sfogo di tutte le destre
al governo (e non solo loro) in tutti i Paesi del mondo, che ai palestinesi
sostituiscono gli immigrati e le rispettive minoranze e alle vittime della Shoah
i loro discendenti sostituiscono la propria vittimizzazione a opera delle
sinistre, del “comunismo”, della globalizzazione, della cultura woke e via
andando.
Perché, viste le premesse, quel conflitto appare irrisolvibile nei termini
imposti dalla forma-Stato. Non è più praticabile, se mai lo è stata, la formula
dei “due popoli due Stati”, né la soluzione di uno Stato unico (e di chi? A
partire dai suoi apparati militari e industriali, dei suoi territori, delle sue
relazioni internazionali…). L’unica via di uscita è quella di una confederazione
di comunità autonome, in parte miste, in parte etniche, anche prive di
continuità territoriale, ma aperte a nuovi ingressi e nuove configurazioni, a
partire da un ritorno graduale e programmato dei profughi e degli esuli
palestinesi. Questa soluzione, certamente difficile anche solo da pensare nelle
condizioni attuali, ma priva di alternative diverse dalla guerra permanente o
dallo sterminio di un intero popolo, offre però a tutto il mondo il paradigma di
una possibile soluzione dei conflitti sociali trasformati in contrapposizioni
tra opposti nazionalismi: a partire dalle guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo,
in Turchia, in Iran, ecc. E’ su una via di uscita come questa che dovrebbe
concentrarsi la riflessione a cui ci richiama il massacro in terra di Palestina.
Guido Viale