Spese militari al 5%? Anche nella maggioranza sanno che è insostenibile
Il Re è finalmente nudo. Sulle spese militari anche i parlamentari della
maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il
5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington,
prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto,
deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia.
Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità
dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può
mettere per sempre la museruola alla verità.Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace
e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La
favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i
desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza
travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si
incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre
diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta
sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del
disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta
politica per l’Italia e per l’Europa.
La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della
maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta
di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035,
assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva
apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel
giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il
panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del
passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la
maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare
i conti pubblici.
I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil
equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme,
incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle
pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato
sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria
concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo.
Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco
contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese
militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle
voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e
difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno
all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a
crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a
due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo
apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti.
Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere
ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese
militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per
deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di
Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza
ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale
interno.
A rendere ancora più drammatica questa scelta interviene il quadro
internazionale. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la
conseguente crisi nello stretto di Hormuz stanno producendo nuovi shock
energetici e nuove tensioni economiche globali. Il rischio di blocco dei
traffici energetici nel Golfo e nel Mar Rosso minaccia famiglie, lavoratori e
imprese europee. Eppure, invece di investire nella protezione sociale, nella
conversione ecologica e nella pace, l’Europa continua a puntare sul riarmo.
Dentro questo scenario si colloca anche l’ennesima offensiva della Commissione
europea in favore dell’industria bellica. Con il cosiddetto “Defence Omnibus”,
Bruxelles prova infatti a semplificare e deregolamentare il commercio delle
armi. Dietro parole apparentemente innocue come “armonizzazione” e
“semplificazione” si nasconde il tentativo di rendere quasi automatici i
trasferimenti di armamenti all’interno e all’esterno dell’Unione europea,
riducendo controlli, autorizzazioni e trasparenza.
Venticinque organizzazioni della società civile europea, riunite nella rete
European Network Against Arms Trade, insieme a Rete Italiana Pace e Disarmo,
hanno denunciato con forza i rischi della riforma. Le nuove “licenze generali di
trasferimento” renderebbero molto più difficile tracciare la destinazione finale
delle armi europee. Ancora più grave è il tentativo di attribuire maggiori
poteri alla Commissione europea nella definizione degli standard per l’export
militare, sottraendo competenze agli Stati nazionali e riducendo il controllo
democratico.
Si tratta di una trasformazione politica profonda: le armi vengono trattate come
una merce qualsiasi. La logica della competitività industriale prevale sulle
norme internazionali, sui diritti umani e persino sulla prevenzione dei
conflitti. La Commissione europea si pone sempre più apertamente al servizio
delle lobby militari, mentre le organizzazioni pacifiste e la società civile
vengono escluse dai processi decisionali.
Particolarmente inquietante è il principio “de minimis”, che consentirebbe di
aggirare le restrizioni nazionali all’esportazione di armamenti: componenti
prodotti in un Paese con norme più rigorose potrebbero essere assemblati altrove
ed esportati verso aree di guerra senza alcun controllo effettivo. È la
costruzione di un mercato bellico europeo integrato e opaco, nel quale la
responsabilità democratica viene progressivamente cancellata.
La militarizzazione dell’Europa non è dunque soltanto un aumento delle spese
militari. È un processo che investe l’economia, la politica, l’informazione e la
stessa idea di democrazia. Si restringono gli spazi del welfare e dei diritti
sociali mentre si espandono quelli dell’industria militare e della logica
emergenziale.
Per questo oggi è necessario rilanciare con forza le mobilitazioni pacifiste e
sociali. A partire dalla firma delle leggi d’iniziativa popolare per la difesa
civile non armata e nonviolenta e per il diritto alla salute e la difesa del
sistema sanitario pubblico. E facendo vivere l’appello lanciato da
Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo in occasione dell’ottantesimo
anniversario della Repubblica italiana: moltiplicare le iniziative di piazza in
tutte le città tra il 30 maggio e il 2 giugno. Sta a tutti e tutte noi far sì
che i festeggiamenti per la Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la
guerra non siano ancora una volta “sequestrati” dalla parata militare e dal
dispiegamento di armi ed armati.
Alfio Nicotra
Rete Italiana Pace e Disarmo