Electrolux dimezza la produzione. Una nuova bomba occupazionale per le Marche
Qualche giorno fa sull’Italia già debilitata a livello economico ed industriale
è arrivata la bomba ‘Electrolux’. Il colosso svedese l’11 maggio scorso ha
annunciato 1.700 esuberi su un totale di 4.000 addetti. In particolare sono le
Marche a pagare il prezzo più di alto di questa scelta: è prevista la chiusura e
la dismissione dello stabilimento di Cerreto D’Esi, piccolo centro in provincia
di Ancona, a ridosso dell’appennino umbro-marchigiano. Centosettanta lavoratori
si ritroveranno di punto in bianco in mezzo alla strada. Un altro colpo che
viene inferto a un territorio, quello del fabrianese, famoso nel secolo scorso
come il “distretto del bianco” e per la produzione dii elettrodomestici, che dal
2008 ha già subito duri colpi e per il quale la luce fuori dal tunnel ancora
oggi non si vede. Abbiamo incontrato su questo aspetto e sulla situazione
marchigiana in genere il segretario regionale della CGIL Giuseppe Santarelli.
La vicenda Electrolux è un fulmine a ciel sereno, o è solo, per usare un
riferimento letterario, la ‘cronaca di una morte annunciata’?
La vicenda Electrolux non è né un fulmine a ciel sereno, né una cronaca di una
morte annunciata. Gli svedesi di Electrolux hanno acquisito la Best nel 2017 con
l’intento di portare dentro al proprio gruppo la produzione di cappe per cucine.
Si passava da un’azienda che era diventata nel 2016 di proprietà di un fondo
finanziario inglese, a un marchio che rappresentava e rappresenta ancora un
player importantissimo nel settore. Il problema è quello che è avvenuto proprio
dal 2017 in avanti. È cambiata la produzione, si è passati da prodotti di alta
gamma gradualmente a prodotti di fascia bassa.
Le strategie delle multinazionali si decidono con logiche puramente finanziarie
e di profitto, logiche che in Italia nessuno ha voluto e vuole contrastare, oggi
ma anche nel passato. Abbiamo assistito negli ultimi 15 anni a uno shopping di
numerose aziende marchigiane: oggi secondo l’Istat sono oltre 1.000 le unità
locali che fanno riferimento direttamente o indirettamente a multinazionali. Non
esistono vincoli normativi obbligatori, condizionalità, piani di investimenti a
medio e lungo termine. Si arriva, si prende quello che c’è da prendere, compresi
contributi pubblici e cassa integrazione. poi quando si trova qualcosa di più
conveniente in altre aree del mondo si lascia il deserto. Questo modello di
capitalismo si può e si deve contrastare, altrimenti siamo alla farsa. Le
dichiarazioni del presidente della Regione Acquaroli e del ministro Urso, se non
corredate da atti chiari a tutela del lavoro e del territorio, servono solo a
salvare la faccia. Noi vogliamo sentire parole chiare e impegni precisi,
altrimenti quello che è successo con Beko, Giano e Electrolux capiterà ancora
con altre aziende sparse per il territorio marchigiano.
Qual è oggi il vero volto dell’imprenditoria marchigiana? È quello de “l’ultimo
dei Mohicani” come si è autodefinito Francesco Casoli di Elica group, o quello
delle multinazionali che stanno colonizzando la regione?
Sono tanti i volti degli imprenditori marchigiani, non esiste un solo modello
d’impresa. Ci sono oggi oltre 15.000 aziende manifatturiere attive, da
piccolissime a grandi; aziende che hanno saputo innovare processi e prodotti e
che hanno investito e altre che hanno tirato a campare perseguendo un modello
competitivo basato su bassi salari e poca innovazione dei processi
organizzativi. Siamo la Regione con il tasso di manifatturiero più alto, ma con
gli stipendi in questi settori più bassi. In 15 anni nell’industria marchigiana
il valore aggiunto delle imprese è quasi raddoppiato, mentre i salari sono
cresciuti del 23%. Molto meno che in Emilia Romagna, in Veneto, in Toscana o
Lombardia. Poi si lamentano che non trovano operai: li vogliono formati, giovani
e pure che costino poco. Faccio un esempio su tutti: la Tod’s si rifiuta da
almeno 25 anni di firmare contratti aziendali integrativi, è una delle
pochissime griffe internazionali a pagare solo i minimi contrattuali nazionali.
L’imprenditoria familistica marchigiana è un glorioso nostalgico ricordo, un
possibile ritorno al futuro, o la vera “artefice del disastro” degli ultimi
vent’anni?
È indubbiamente la vera artefice del declino che ha determinato, pensando che
tutto sarebbe potuto andare come sempre, mentre il mondo stava cambiando.
Generalizzare in questi casi è sempre complicato, ma i numeri ci dicono questo:
se perdi 5.300 industrie e 37.000 addetti in 15 anni, qualcosa non ha
funzionato. Hanno evidentemente privatizzato gli utili e socializzato le
perdite, che poi in fondo è l’obiettivo del capitalismo, ma nelle Marche è
accaduto po’ di più.
Sarà il ‘modello’ Amazon’, prossimo all’apertura a Jesi, la panacea di tutti i
mali, come decanta bipartisan l’intera classe dirigente politica ed economica
regionale? Oppure è solo un modo per evitare di guardarci allo specchio?
Io ribadisco sempre lo stesso concetto: il modello Amazon si basa sulla
sistematica compressione del costo del lavoro, negli hub e lungo tutta la catena
della logistica e fino alla nostra porta di casa. Con la modica cifra di € 49,99
ci garantiamo la spedizione di centinaia di pacchi gratuitamente ogni anno; chi
pensate che paghi quelle spedizioni? Le paga il lavoratore lungo tutta la catena
Amazon, dalla produzione di beni e servizi fino alla consegna a casa. Ma come
per tutte le altre multinazionali, non possiamo permettere che Amazon arrivi,
condizioni fortemente lo sviluppo, l’ambiente e la vita del territorio, senza
dare nessuna garanzia.
In questi anni come CGIL abbiamo fatto in Italia centinaia di vertenze,
arrivando anche a importanti accordi, ma Amazon resta comunque un’azienda basata
su un modello di sviluppo che per natura tende a ridurre i costi e a comprimere
i diritti. L’obiettivo della Cgil non sarà mai quello di chiudere gli
stabilimenti, ma quello di lavorare e lottare per renderli più rispettosi dei
diritti e delle tutele. Ammetto che contro questi colossi è un lavoro improbo,
ma non possiamo fare altro che provarci.
Nelle Marche i movimenti pro Pal hanno portato alla luce diverse aziende
coinvolte più o meno direttamente nell‘’economia del genocidio’. Il Rearm
Europe, la corsa al riarmo, potrebbe diventare per gli imprenditori marchigiani
‘la zona Cesarini’, ovvero quella riconversione industriale capace di rimettere
in corsa l’economia manifatturiera regionale?
Credo che la guerra sia la più grande sciagura dell’umanità e se produci carri
armati, armi e tecnologie belliche, prima o poi quelle armi o le userai contro
qualcuno, o qualcun altro le userà contro di te. L’Europa ha imboccato questa
folle strada che la vedrà investire oltre 800 miliardi in armamenti entro il
2030. Una follia che pagheremo a caro prezzo e che ci impedirà di investire
risorse nel rilancio dell’industria europea dal punto di vista tecnologico e
della transizione ambientale. La legge vieta l’esportazione verso Paesi in stato
di conflitto armato, in Paesi i cui governi violano i diritti umani e verso
Stati la cui politica contrasta con l’art. 11 della Costituzione. Va applicata
la legge, punendo e sequestrando le fabbriche che non rispettano la legge. Una
cosa però non si può fare: prendersela con i lavoratori che in queste fabbriche
ci lavorano, cioè scambiare il boia con l’impiccato. Anche la democrazia
sindacale e la coscienza non si possono esportare da altri luoghi davanti ai
cancelli. Deve crescere all’interno e dal basso, avviando percorsi formativi e
culturali e chiedendo a queste aziende informazioni sulle produzioni e le
destinazioni delle merci.
Leonardo Animali