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Rubare l’infanzia. Dai bambini di Palmoli al sommerso: il caso di Leila e Jana Rovella
Quante volte in questi mesi ho pensato a loro: Galorian, Bluebell, Utopia Rose. Noi abbiamo rapito loro, e loro hanno rapito la mia anima innocente. Il poeta, il naufrago, il bambino che sono in me. Non sapevo nulla di loro quando, qualche mese fa, scrivevo la mia prima fiaba “Unicchetta e il gruppo dei Ricalchini” e parlavo di lei, Unicchetta, una bambina diversa dagli altri, che abita in un bosco, che mangia una grande carota al posto delle caramelle, che ha vestiti colorati, uno zaino particolare e magico, un modo diverso di apprendere e di relazionarsi agli altri. Unicchetta, cacciata da scuola per ragioni incomprensibili, perseguitata da paroloni troppo complicati, da logiche incomprensibili, non si lascia scomporre dalle angherie di grandi e piccini; porta la sua nuova amichetta Gaia a casa sua, sotto un fungo, e le mostra una cosa magica: il piccolo Sé, quella particella unica, luminosa, estensibile come l’anima ma piccolissima come un microbo, parte vitale di ognuno di noi, l’unica in grado di farci sentire vivi. Mi sono spesso chiesta il perché queste persone abbiano bucato gli schermi e i cuori: i sorrisi puri, gli sguardi selvaggi, gli abbracci autentici, mi sono detta; ma non basta. In loro abita qualcosa di più, abita il sacro, il tramonto che appare e scompare lasciandoci sconvolti, l’arcobaleno che turba la vista e rimette a posto l’anima dopo il malumore pluviale, un parto che sta andando male che di colpo riprende il suo corso naturale, una strada che si apre nella roccia, per far passare i viandanti. La risposta è tutta qui, nello stupore che ci provoca la vista di ciò che semplicemente è. Questi bambini sono di una purezza e bellezza disarmante, hanno la pelle, i sorrisi, gli sguardi, che i nostri bambini non hanno più. Lo denuncio da tempo, da quando per mantenermi negli studi per diventare una professionista del sociale e della salute mentale, lavoravo come tata tutto fare nelle case di persone benestanti, molto assenti per lavoro. I bambini avevano due bagni, grandi tavoli, tanti oggetti, ma mancava loro lo sguardo. E mi arrovellavo l’anima mentre constatavo che nessun bonifico, nessuna decisione, nessuna scuola altolocata avrebbe mai potuto restituirlo loro. Avevano bisogno di essere visti, e invece le uniche persone che condividevano la quotidianità con loro erano dietro pagamento. I genitori garantivano loro un futuro, almeno formalmente. Ma quale futuro può scavalcare il presente? Il sé si manifesta nel presente, ma si manifesta solo se lo sappiamo coccolare, invocare, rispettare, desiderare. Questi tre bambini hanno una famiglia unita, cosa molto rara, sono in tre, raro anche questo. Avevano il contatto quotidiano con la natura e gli animali, come sui libri dei potenti è scritto che si dovrebbe vivere, quei potenti che tagliano tutti i nostri alberi, ammassano i nostri animali in condizioni disumane, ci chiudono in case sempre più asettiche. Tre meraviglie, nutrite e seguite con amore, cura e attenzione. Un’educazione fatta di scelte minime, coerenti, piene di fatica, oggi costretti ad essere come tutti gli altri, ad ogni costo, anche al costo della violenza più brutale. Distruggerli per il gusto di farlo, rubare loro l’infanzia, portarli a vivere in asettiche realtà dove gli operatori hanno i loro turni, ma il bambino non appartiene a nessuno, eliminare la cosa più preziosa che hanno: l’amore di mamma e papà, quell’amore che tanti loro compagni purtroppo, per un destino crudele o per l’incapacità umana, non hanno. E la libertà, sempre più un fasullo ammasso di lettere da organizzare insieme, parola che viene sistematicamente usata nel discorso di fine anno del Presidente, ma che non sospettiamo nemmeno possa prevedere una precisa e quotidiana manifestazione del nostro essere nella realtà. Perché tutto questo dolore? Perché?  Da mesi me lo chiedo e non trovo una risposta all’altezza. Ringrazio questa famiglia perché porta addosso con tenacia il peso della diversità; sin da subito mi sono impegnata perché potessero tornare ad amarsi e a vivere in libertà, senza dover chiedere il permesso a nessuno, meno che mai a qualcuno che si è autoattribuito questa facoltà, giacché non mi risulta che nessuna legittimazione popolare ci sia mai stata per spodestare i genitori dal loro ruolo naturale, in favore di qualsivoglia istituzione, centro di potere, professionista, aula di tribunale. Mi ha colpito molto una frase della mamma dei bambini, Catherine, che oggi viene perseguitata solo perché questo è il rovescio della medaglia di ogni mitizzazione. Ha detto così: «Noi non siamo perfetti, noi impariamo sempre, proviamo sempre. Questa cosa non va bene? Non vuol dire che non vada bene per un altro, non va bene per me, e allora cambio, provo ancora, provo ancora». Ecco, dobbiamo fare di tutto, con il lavoro professionale, artistico e culturale, affinché tutti gli operatori coinvolti comprendano che senza ascolto, senza umiltà, senza compassione, senza accogliere e accettare la diversità come espressione naturale e paritaria, e non come qualcosa di inferiore o sbagliato da correggere, senza accantonare la voglia di insegnare in favore di quella di apprendere, è molto difficile fare questo mestiere, in generale è molto difficile avere a che fare con i bambini. Avevo promesso che avrei fatto il possibile affinché questa storia nata in tragedia nel 2025 ci conducesse ad un 2026 pieno di fiori e di frutti, anche per tutte le altre migliaia di famiglie cadute da anni in questo girone infernale e ho cercato di farlo. Il mio impegno mi è costato la soppressione dei miei spazi divulgativi su Facebook con grave perdita di contenuti e contatti, nonché di opportunità lavorative. Ma questo mi ha dato la spinta per andare avanti nel mio cammino, che è per lo più intimo, immateriale, e non si può fermare né con l’ostruzionismo subito 15 anni fa nella rete che gravita intorno ai Tribunali dei minori e ai centri antiviolenza, né con le logiche spietate di un algoritmo. Non perché io sia forte, ma perché è sempre forte la necessità di rivelazione. Sono tante le storie che “grazie” a questa vicenda sono emerse dal silenzio omertoso in cui erano cadute, ve ne ho raccontate alcune in un articolo ospitato in questa testata, oggi voglio raccontarvene un’altra. Questa è la storia di due bellissime bambine, Leila e Jana Rovella, figlie di Blagica Lamova, una donna macedone che vive in Italia dal 2012. Qui sposa un uomo, padre delle bimbe, con cui ha un’unione felice, un mantello per superare le difficoltà linguistiche e culturali, un’esperienza di genitorialità appagante, pur nelle difficoltà. C’è una data che Blagica porta dentro come una cicatrice: l’8 dicembre 2020 suo marito muore. Appena tre mesi dopo un’altra data luttuosa, ancora più innaturale: il 25 marzo 2021 le sue bambine — Leila, tre anni, e Jana, appena un anno e mezzo — le vengono portate via. Tutto è cominciato da alcuni dissapori familiari con la famiglia di suo marito, da cui sono stati sollecitati i servizi sociali. Una famiglia in lutto, spaccata dal dolore, e quella crepa è diventata il punto di ingresso di un sistema che non si è più fermato. Vedova da pochissimo, straniera in un Paese non suo, Blagica si è ritrovata sola davanti a un ingranaggio — fatto di relazioni, perizie, decreti — che ha continuato a girare per anni, inesorabile. Eppure, gli episodi che le sono stati contestati, letti da me senza pregiudizio, raccontano un’altra storia, la storia di una donna profondamente sola davanti ad un compito gravoso, crescere due figlie piccole, in stato di lutto, in una nazione non sua. Un giorno Blagica lascia le bambine a pochi metri da sé, in un campo vicino all’abitazione di un uomo a cui stava portando la spesa: poteva vederle, erano al sicuro, e in molte culture del mondo — e in un Italia non molto lontana — lasciare ai bambini una maggiore autonomia di quanto non capiti oggi in questo lembo di terra, era la normalità. Eppure questo episodio, insieme alla sua richiesta di informazioni al console macedone per l’espatrio, in vista di poter tornare nel suo Paese con le sue figlie, le sono costate l’accusa di “abbandono di minore”. Nessuno però si è preso il tempo di capire da dove venisse Blagica, né chi fosse davvero. Ingegnere aerospaziale nel suo Paese, in Italia faceva la donna delle pulizie, la baby sitter, la lavapiatti — diversi lavori per pagare i debiti e dimostrarsi degna. E sopportava tutto questo con un peso in più: una meningite infantile le aveva lasciato difficoltà di memoria e di espressione, difficoltà che – ci tengo a precisare – non menomavano le sue capacità genitoriali, ma andavano sicuramente prese in considerazione dai professionisti subentrati allo scopo di alleviare i suoi pesi, non di condannarla. Blagica avrebbe avuto bisogno, sin dal primo giorno, di un interprete e di un mediatore culturale competente, paziente, dalla sua parte, e invece è stata lasciata sola. Il mediatore culturale è arrivato tardi e, quando è arrivato, una persona che lo ha visto all’opera – in uno spazio protetto in luogo pubblico – lo ha descritto come il secondino di un carcere più che come una figura di sostegno. Qualcuno le ha forse tradotto le parole, ma nessuno ha mostrato verso di lei la necessaria empatia e un grammo di calore umano. Nelle case famiglia dove è stata ospitata con le figlie, la rabbia e il dolore di Blagica — un dolore e una rabbia che nella sua situazione erano del tutto fisiologici — sono stati trasformati in prove della sua inadeguatezza come madre. Se protestava, era aggressiva. Se piangeva, era instabile. Se chiedeva di assecondare il bisogno delle bambine di dormire e mangiare con lei, violava le regole della struttura. Un giorno l’educatrice vieta addirittura a Blagica e alle altre donne lì presenti di uscire: Blagica usciva per lavorare, da lì in avanti i debiti crescono, gli equilibri con gli operatori crollano, lei viene nuovamente allontanata dalla casa famiglia. Le bambine restano lì. Cinque anni di battaglie legali. Cinque spostamenti— comunità e famiglie affidatarie diverse, in una delle quali Blagica denuncia presunti abusi subiti dalle figlie per via di indizi quantomeno allarmanti che vengono però usati come prova della sua instabilità mentale e della sua paranoia e sfiducia verso le istituzioni e gli educatori. L’ultima volta che Blagica ha abbracciato Leila e Jana è stato nel novembre 2024. Da allora, più nulla. Sa solo che sono state separate, ma non dove siano. Un anno e mezzo di timori e paure: e se le bambine dimenticassero persino il loro cognome e il cognome della loro madre? Da grandi non avrebbero più nemmeno l’opportunità di cercarla. Ma nel frattempo, Blagica non si è arresa. Ha un compagno, ha una casa dignitosa, ha un lavoro, ha preso la patente. Ogni euro guadagnato finisce ad avvocati e consulenti, perché vuole le sue figlie indietro. E sogna — con la concretezza di chi non si è mai permessa il lusso delle illusioni — di tornare nel suo Paese, dove sua madre la aspetta e potrebbe finalmente aiutarla a crescere Leila e Jana come meritano. Eppure nel dicembre del 2025 il Tribunale dei Minorenni ha confermato lo stato di adottabilità delle due bambine orfane di madre viva. Quello che è accaduto a Blagica accade. Accade quando la povertà viene scambiata per incuria, la differenza culturale per incapacità, la solitudine per abbandono, il dolore per pericolosità. Accade quando nessuno chiede a una madre il permesso di interpretare la sua vita e stravolgerla per renderla peggiore. Accade troppo spesso, ahimè. E accade nel silenzio — quello delle bambine che crescono senza sapere il perché di quello che vivono, quello di una madre che aspetta ancora di sapere dove siano, quello delle istituzioni che nascondono motivazioni e anima dentro linguaggi sempre più incomprensibili, quello di chi sa e non dice nulla, quello di chi ancora non sa. Io rompo questo silenzio. Lo faccio per Jana e Leila. Un giorno, questo scritto potrebbe essere un primo tassello per rimettere ordine e amore nella loro vita. Un giorno, forse, sapranno che la loro mamma non ha smesso mai di cercarle. Rosanna Pierleoni
May 21, 2026
Pressenza