Mostra “Ritratto di famiglie” a Milano
Non è vero che di mamma ce n’è una sola e anche le famiglie sono tutte diverse.
Ma quelle raccontate nella mostra così intitolata – aperta ancora per pochi
giorni nel foyer di Palazzo Pirelli a Milano – hanno un elemento in comune: un
figlio o una figlia omosessuale / transgender. A crearla per e con Agedo
(Associazione genitori di omosessuali) Milano è stata Alle Bonicalzi, fotografa
e filosofa, attivista e divulgatrice. Protagoniste sedici famiglie che hanno
accettato di partecipare, raccontarsi e dialogare con il visitatore. Ne parliamo
con la presidente di Agedo Milano Cinzia Valentini, che intreccia la sua storia
con quella di tanti altri genitori diventati la sua “famiglia d’elezione”.
Come e quando è nata questa mostra, ospitata nella prestigiosa sede regionale
grazie al consigliere Luca Paladini?
L’idea è emersa un paio di anni fa dal confronto con Alle. È rimasta nel
cassetto per un po’, poi abbiamo deciso che i tempi erano maturi. Soffia un
vento reazionario su questo temi in Italia e non solo. Le conquiste che
sembravano acquisite vengono messe in discussione. E poiché soprattutto in certi
ambiti il personale è politico, con questa mostra vogliamo amplificare il
messaggio e rendere pubblico, apertamente manifesto e socialmente rilevante ciò
che troppo spesso rimane assente, ai margini, non visibile. I nostri figli e le
nostre figlie esistono e vogliono essere riconosciuti. Ci auguriamo che in
molti, visitando la mostra, possano immedesimarsi e riconoscersi in queste
immagini, nei nostri abbracci, nei nostri sguardi.
In cosa consiste il progetto?
Sedici famiglie di Agedo hanno deciso di partecipare. Si sono fatte fotografare
e hanno preso parte a un laboratorio: figli e genitori si sono scambiati lettere
intime e confessati a cuore aperto anche cose mai dette. Poi Alle ci ha proposto
di cancellare ciò che non volevano fosse divulgato, ma quasi nessuno l’ha fatto.
A quel punto Alle ha estrapolato alcune frasi sovrapponendole come un collage
alle foto. Oltre ai ritratti, i visitatori potranno anche confrontarsi con
alcuni “pannelli filosofici” che pongono domande e riflessioni del tipo: cosa
significa per te essere normale? Cosa significa per te essere famiglia? Cosa
vuol dire essere se stesso?
Da quale esigenza nascono la mostra e la vostra stessa associazione?
Dal rendere visibile il processo di trasformazione cui va incontro una famiglia
dopo il ‘coming out’ dei figli, decostruendosi per poi ritrovarsi e ricostruirsi
più forti e uniti di prima Per quanto una persona possa ritenersi aperta e priva
di pregiudizi, la scoperta dell’omosessualità o identità di genere del proprio
figlio o figlia è quasi sempre uno scossone non facile da affrontare da soli.
Emergono grandi fragilità e non tutti hanno gli strumenti per trovare la strada.
Per rendere tutto più concreto racconterò la mia esperienza.
Quando mio figlio ha fatto coming out a 15 anni mi sono persa come madre. Avevo
aspettative diverse per lui: un’unione stabile con una ragazza che mi avrebbe
prima o poi resa nonna. Mi sono anche resa conto di avere anche tanti
pregiudizi. Ho iniziato a non dormire. Ero dominata dalla paura, soprattutto del
giudizio altrui, degli insulti e delle etichette. Temevo di essere
colpevolizzata per essere stata troppo permissiva. Mi vergogno un po’ di dire
queste cose ora, ma la sincerità è importante. Poi ho cercato di andare a fondo:
ho iniziato a leggere e a informarmi, a parlarne con alcune amiche che mi
parevano più sensibili. Ma il vero salto di qualità è stato l’incontro con
Agedo: persone che c’erano già passate, che mi capivano e condividevano i dubbi,
le paure. Più che amici questi altri genitori sono diventati una superfamiglia
allargata. Ci siamo confrontati e sostenuti a vicenda in ogni senso, emotivo ma
anche pratico. Abbiamo incontrato psicologi che ci hanno aiutato a guardarci
dentro e a capire che quell’evento che ci aveva tanto sconvolto poteva essere
una preziosa opportunità per rendere davvero autentico e profondo il rapporto
con i nostri figli, rendendoci tutti più liberi e aperti.
Parliamo allora di questi ragazzi, che vivono sulla propria pelle la crisi
dell’identità e delle prime relazioni d’amore.
Per un adolescente che a causa dei pregiudizi si sente ‘sbagliato’ o comunque
disorientato e spaventato è fondamentale trovare accoglienza in primo luogo
nella famiglia. Una reazione di rifiuto manifestata dalle persone più care può
avere conseguenze devastanti e drammatiche. A maggior ragione se si sommano a
esclusione, dileggio o addirittura bullismo a scuola o nel gruppo dei pari. Gli
atti di autolesionismo e i suicidi tentati o riusciti sono molto più frequenti
tra le persone omosessuali o con varianza di genere, così come il ritiro
sociale. Noi genitori siamo spesso troppo distratti per cogliere i segnali: non
c’è nulla di più doloroso delle sofferenze di un figlio, ma proprio per questo
rischiamo di chiudere gli occhi di fronte al loro disagio, di attribuire tutto
all’adolescenza, come fosse una “malattia” destinata a passare con il tempo. E
così inconsciamente li induciamo a fingere, a nascondersi, a sentirsi
disperatamente soli, per la paura di deluderci, di perdere il nostro amore o
persino per proteggerci dalla verità, in una paradossale inversione dei ruoli.
E poi c’è lo stigma sociale…
Esatto, tante persone fanno battute pesanti o usano epiteti dispregiativi e se
qualcuno reagisce quasi si arrabbiano: ‘E va beh, era solo una battuta!’. Ma non
si chiedono cosa può produrre quella ‘battuta’ su una persona omosessuale o
transgender. L’uso per esempio del termine ‘finocchio’ ha un’origine storica
precisa e terribile: ai tempi dell’Inquisizione semi di finocchio venivano
sparsi nei luoghi dove erano stati messi al rogo gli eretici e anche gli
omosessuali, per alleviare l’odore della carne bruciata. Non venivano usate
spezie pregiate provenienti dall’Oriente, ma solo semi di finocchio poco
costosi, a testimoniare il poco valore di queste persone.
La società è ancora ben lontana dall’essere davvero inclusiva, anzi è sempre più
diffuso un ‘machismo tossico’ che disprezza e a volte perseguita chi è percepito
come diverso. Basti pensare a un fatto: un ragazzo e una ragazza etero che
stanno insieme non si pongono alcun problema a tenersi per mano o baciarsi in
pubblico, una coppia omosessuale rischia di essere insultata o persino aggredita
se fa la stessa cosa.
Anche in questo caso bisogna quindi agire in ambito culturale, con uno sguardo
più aperto.
L’intento della mostra è permettere a tutti di immedesimarsi e capire invece di
giudicare. Una sensibilizzazione che avevamo iniziato a fare nelle scuole, ma
che ora è sempre più difficile: troppi dirigenti scolastici temono di subire
un’ispezione ministeriale o ritorsioni se ci invitano a parlare con i ragazzi.
Andiamo più spesso nelle aziende: anche in ambito lavorativo moltissime persone
nascondono la propria inclinazione o il fatto di avere un partner dello stesso
sesso per paura di ripercussioni sulla carriera e sulle relazioni con i
colleghi. La strada da fare è ancora molto lunga. Del resto, le istituzioni
danno l’esempio. È di queste ore la notizia che la Regione ha di nuovo negato il
patrocinio al Pride del 27 giugno a Milano.
Claudia Cangemi