Il labirinto della verifica dell’età
I governi e la società civile di tutto il mondo sembrano avere un obiettivo
comune: proteggere bambini e giovani dai pericoli della navigazione sul web,
dall’uso non supervisionato dei social media, da contenuti pornografici,
violenti o pericolosi. La virata globale verso un Internet dove è necessario
verificare la propria età ha però una serie di criticità, legate alle soluzioni
che si stanno adottando e ai problemi che esse pongono in termini di privacy e
sorveglianza.
Alcune misure sono arrivate tramite leggi statali, come nel caso dell’Australia
e del Regno Unito. Altre sono iniziative delle stesse piattaforme, come nel caso
di Discord, che ha annunciato e poi ritirato una policy nota come teen by
default (cioè che dà per scontato che tutti gli utenti siano minorenni).
Nonostante il quadro frammentato, è chiaro che ci si stia spostando verso un
modello di Internet in cui sarà sempre più spesso richiesto di identificarsi per
dimostrare di essere adulti. Questo potrebbe radicalmente cambiare il modo in
cui vivremo la rete in futuro.
I METODI TECNICI DI VERIFICA DELL’ETÀ
Esistono diversi approcci tecnologici per verificare l’età di un utente nel
momento in cui entra o si iscrive a una piattaforma. Il primo è la stima
dell’età sulla base di dati biometrici. Un software analizza un video o un
selfie, dando un’indicazione di un’età presumibile. Un altro metodo prevede il
confronto automatico tra una foto scattata live e la foto di un documento
ufficiale. I siti possono inoltre richiedere una verifica dei dati bancari, o
una piccola transazione da una carta di credito, per verificare che la persona
intestataria sia maggiorenne. I controlli possono essere effettuati anche
tramite l’operatore della rete mobile, che certifica che il numero da cui si sta
effettuando una connessione sia associato a una persona adulta.
I metodi biometrici e quelli che richiedono di caricare le foto dei documenti
presentano però evidenti problemi di privacy, dal momento che richiedono agli
utenti di condividere informazioni estremamente sensibili con aziende private.
I PROBLEMI DI DISCRIMINAZIONE
Gli attivisti per i diritti digitali nutrono grande scetticismo nei confronti di
queste soluzioni. Martin Sas e Jan Tobias Mühlberg, due ricercatori belga autori
di un paper commissionato dai Verdi Europei, hanno scritto: “Questo requisito
[di provare la propria età, ndr], oltre a costituire un’ingerenza nella privacy
delle persone, può potenzialmente limitare la loro capacità di esprimersi
liberamente e di interagire con gli altri, a meno che non forniscano i propri
dati personali e siano in grado di completare una procedura di verifica
dell’età”.
Secondo l’Electronic Frontier Foundation, gli obblighi di verifica dell’età
comportano una serie di possibili discriminazioni nei confronti di alcune
categorie di persone già marginalizzate. Chi per esempio non dispone di
documenti governativi validi e riconosciuti, come è il caso di alcune persone
migranti, potrebbe trovarsi tagliato fuori da una buona fetta di servizi online.
Negli Stati Uniti, riporta l’EFF, anche tanti adulti, soprattutto neri e
ispanici, non hanno a disposizione documenti aggiornati con il nome o
l’indirizzo corretto. La stessa cosa vale per le persone che stanno
intraprendendo percorsi di affermazione o transizione di genere, che hanno meno
probabilità di avere documenti aggiornati o foto ufficiali che corrispondono ai
loro tratti somatici.
L’analisi dell’EFF è incentrata sugli Stati Uniti, ma è indicativa di un
problema più ampio: “Il 43% degli americani transgender non dispone di
documenti d’identità che riflettano correttamente il nome o genere. Per loro, la
verifica dell’età pone una scelta impossibile: fornire documenti con nomi
precedenti e indicatori di genere errati, rischiando così di essere costretti a
un coming out, oppure perdere del tutto l’accesso alle piattaforme online”. Il
metodo del riconoscimento facciale espone invece ai consueti bias algoritmici: i
sistemi di intelligenza artificiale sono testati e funzionano soprattutto su
persone bianche, sono però meno efficaci in caso di minoranze razziali ed
etniche (ma anche, per esempio, di persone con disabilità).
LE ALTERNATIVE PRIVACY FIRST
Esistono però alternative più solide dal punto di vista della privacy. In
Germania, per esempio, è in vigore un sistema di identità digitale che permette
lo scambio di informazioni tra il server di un sito e un microprocessore
contenuto nella carta d’identità elettronica nazionale. Tramite una chiave
crittografica, il microprocessore dimostra di appartenere a una eID (una carta
d’identità elettronica) rilasciata dal governo tramite una chiave crittografica,
condivisa con altre 9.999 eID. “Ciò significa che l’unica informazione che la
piattaforma ottiene è che una persona su 10mila si è registrata” hanno scritto
Marten Risius e Johannes Sedlmeir su The Conversation.
Successivamente, il servizio e il microprocessore si scambiano la data corrente
e l’età minima richiesta, mentre il microprocessore invia la data di nascita
dell’utente. A quel punto, l’autenticazione avviene esclusivamente sulla base di
queste informazioni, senza che ulteriori dati siano condivisi con il sito web.
Altri sistemi, come l’European Digital Identity Wallet (di cui parleremo più
avanti) o il Google o Apple Wallet (che da qualche anno permettono di custodire
documenti d’identità digitali sul telefono e di utilizzarli come prova
dell’età), funzionano in modo leggermente diverso: non si basano su
microprocessori integrati in carte fisiche, bensì su componenti hardware
presenti nei telefoni cellulari.
Queste soluzioni si avvalgono di un sistema crittografico che comunica alla
piattaforma che una persona è in possesso di un documento digitale che attesta
la sua maggiore età, senza tuttavia rivelare ulteriori dettagli. Il principio
tecnico sottostante a entrambi questi esempi è la selective disclosure. Sempre
Risius e Sedlmeir concludono: “Com’è evidente, i sistemi di verifica dell’età
possono essere progettati ponendo al centro il principio della non
tracciabilità. Ciò significa che né l’autorità né la piattaforma possono
monitorare le attività di un utente, pur essendo in grado di verificare con
precisione l’età”.
LE LEGGI STATALI
Una delle leggi più solide tra quelle in vigore è l’Online Safety Act del Regno
Unito, che di fatto obbliga le piattaforme, i siti pornografici e i grandi
motori di ricerca a impedire ai minori l’accesso a contenuti dannosi. Questi
comprendono anche l’istigazione al suicidio, all’autolesionismo e la
celebrazione dei disordini alimentari. Le regole sono in vigore dal luglio 2025.
“In qualità di autorità di regolamentazione, non valuteremo i singoli contenuti
né chiederemo ai servizi online di rimuovere materiale legale” si legge sul sito
dell’Ofcom, l’autorità delle comunicazioni britannica (l’equivalente della
nostra AGCOM) “Il nostro ruolo non è quello di impedire agli adulti di accedere
a materiale pornografico legale, ma a partire dal 25 luglio saranno necessari
controlli più rigorosi e, cosa fondamentale, non sarà più sufficiente spuntare
una casella per dichiarare di avere più di 18 anni”. La legge, è fondamentale
specificarlo, non obbliga tutte le piattaforme a verificare in modo diretto
l’età di un utente, ma solo quelle che pubblicano materiale pornografico. Tutti
gli altri siti devono comunque sottostare all’obbligo generale di impedire che i
minori vengano in contatto con contenuti non appropriati.
In Unione Europea molti paesi stanno considerando di adottare legislazioni per
il controllo dell’età, che si concretizzano in particolare nel divieto per le
persone al di sotto di un’età specifica di iscriversi e utilizzare piattaforme
social. Nelle ultime settimane, la Grecia ha annunciato che dal 2027 proibirà
l’accesso alle piattaforme social ai minori di 15 anni. In Germania il partito
di governo ha dichiarato che proporrà un divieto per i minori di 14 anni. In
Danimarca si è raggiunto un accordo politico per impedire l’accesso sotto i 15
anni. E poi c’è la Francia, dove all’inizio di aprile il Senato ha approvato un
disegno di legge che prevede un sistema a due livelli: alcune piattaforme
saranno del tutto proibite ai minori, mentre altre richiederanno l’approvazione
di almeno un genitore per l’iscrizione. La legge deve ora tornare in discussione
alla Camera, ma vale la pena segnalare come il presidente della Repubblica
Emmanuel Macron sia un grande sostenitore del social media ban.
Nel resto del mondo il dibattito segue direttrici simili. In Australia una legge
considerata “storica” ha imposto alle principali piattaforme social di impedire
l’accesso ai minori di 16 anni a partire da dicembre 2025, con sanzioni anche
milionarie. In Brasile una legge entrata in vigore lo scorso marzo fa sì che i
minorenni possano iscriversi alle piattaforme social solo se il loro account è
collegato a quello di un supervisore adulto.
IL QUADRO NEL DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA
La legge di riferimento in Europa è invece il Digital Services Act (DSA). Il DSA
non impone esplicitamente la verifica dell’età come requisito per operare sul
territorio dell’Unione. Per le piattaforme online con più di 45 milioni di
utenti mensili (VLOP, acronimo di very large online platforms), la Commissione
si aspetta però che vengano adottate misure concrete per mitigare i rischi
sistemici, ovvero i rischi che gli ecosistemi online pongono al resto della
società. La tutela dei minori assume quindi un ruolo di primo piano.
“La questione della competenza in materia di verifica dell’età nei servizi
digitali si colloca in una zona di intersezione tra il diritto dell’Unione e le
prerogative nazionali, e può essere compresa correttamente solo se si abbandona
una logica dicotomica per adottare una prospettiva di competenza mista, nella
quale, tuttavia, il ruolo operativo degli Stati membri resta oggi decisivo”,
spiega a Guerre di Rete Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica
presso l’Università di Milano.
Il Digital Services Act adotta infatti un modello “risk based”, basato cioè
sulla valutazione dei rischi, lasciando aperto un ventaglio di soluzioni
adottabili. L’obbligo non è quello di adottare una soluzione unica, ma di
dimostrare che il sistema scelto protegge effettivamente i minori dai rischi per
la loro sicurezza e incolumità. “Questa impostazione, tuttavia, apre uno spazio
normativo significativo per l’intervento degli Stati membri. In assenza di una
armonizzazione piena a livello europeo, infatti, sono gli ordinamenti nazionali
a mantenere la competenza sulle modalità concrete attraverso cui tale obiettivo
deve essere perseguito. Ciò riguarda, in primo luogo, la definizione delle
tecniche di verifica dell’età – che possono spaziare da sistemi documentali a
soluzioni basate su intermediari certificati o su modelli di anonimizzazione –
e, in secondo luogo, la determinazione dei limiti di accesso a determinati
contenuti, soprattutto quando si tratta di materiali sensibili come quelli
pornografici”, prosegue Ziccardi.
Le autorità europee hanno recentemente fatto alcuni passi per attuare nel
concreto le indicazioni del DSA. Dopo un’investigazione, terminata lo scorso
marzo, è stato concluso che quattro siti pornografici (PornHub, Stripchat, XNXX
e XVideos) non stanno mettendo in atto le protezioni sufficienti per evitare che
i minorenni entrino in contatto con i loro contenuti (che sono, ovviamente, a
sfondo sessuale). “La Commissione ha constatato, in via preliminare, che
Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos non hanno adottato misure efficaci per
impedire ai minori di accedere ai propri servizi, venendo così meno al proprio
dovere di tutelare i diritti e il benessere dei minori. Sebbene nei loro Termini
di servizio sia specificato che i servizi sono riservati esclusivamente agli
adulti, tutte e quattro le piattaforme consentono ai minori di accedervi con un
semplice clic, con cui confermano di avere più di 18 anni”, si legge nel
comunicato stampa ufficiale. Un clic per confermare l’età non può più bastare.
Se le conclusioni della Commissione dovessero essere confermate, le società
rischiano sanzioni fino al 6% del loro fatturato annuo globale.
LE SOLUZIONI TECNICHE PROPOSTE DALL’EUROPA
“Accanto alla dimensione dell’enforcement si sviluppa, in parallelo, una seconda
direttrice di natura tecnico-infrastrutturale, che riguarda la costruzione di
standard europei comuni. L’Unione sta infatti lavorando alla definizione di
soluzioni interoperabili di verifica dell’età, anche attraverso progetti pilota
basati su applicazioni dedicate e, soprattutto, in prospettiva, mediante
l’integrazione con il EU Digital Identity Wallet. L’obiettivo è duplice: da un
lato, evitare la frammentazione derivante dalla proliferazione di modelli
nazionali eterogenei; dall’altro, garantire che i sistemi adottati rispettino
principi fondamentali, come la protezione dei dati personali e la minimizzazione
delle informazioni trattate”, prosegue Ziccardi.
Il regolamento quadro che introduce l’EU Digital Identity Wallet è entrato in
vigore nel maggio del 2024 e gli stati membri saranno obbligati ad adottare la
tecnologia entro la fine del 2026. “In questo contesto, assume particolare
rilievo il paradigma della privacy by design, che si traduce nella ricerca di
soluzioni capaci di attestare un requisito (per esempio, il superamento di una
soglia di età) senza rivelare l’identità dell’utente”, prosegue Ziccardi.
“Alcuni modelli già sperimentati, come quello della cosiddetta ‘doppia
anonimizzazione’, prevedono la separazione tra il soggetto che verifica l’età e
il servizio che eroga il contenuto, in modo da evitare la concentrazione di
informazioni sensibili in un unico punto del sistema. Si tratta di un terreno
nel quale diritto e tecnologia si influenzano reciprocamente: le esigenze di
tutela giuridica orientano le soluzioni tecniche, mentre queste ultime
ridefiniscono le possibilità concrete di regolazione”. La soluzione proposta
dall’Europa si inserisce nel filone delle soluzioni privacy first e
decentralizzate, che potrebbero costituire una modalità sicura e rispettosa
della riservatezza per verificare l’età.
Nel 2025, l’AGCOM ha imposto ai siti per adulti di controllare che gli utenti
siano maggiorenni. L’applicazione della direttiva è stata frammentata e ben
presto il TAR del Lazio ha messo un freno alle disposizioni. Il problema
principale risiede nella natura transfrontaliera dei servizi digitali. “Una
parte significativa dei siti interessati, infatti, è stabilita in altri Stati
membri dell’Unione, con la conseguente applicazione del principio del paese
d’origine, che costituisce uno degli assi portanti del Digital Services Act.
Questo principio limita fortemente la possibilità per un’autorità nazionale di
imporre direttamente obblighi a operatori stabiliti altrove, imponendo invece il
ricorso a meccanismi di cooperazione tra autorità competenti” spiega Giovanni
Ziccardi. Il caso italiano rappresenta bene la frizione che può crearsi in un
contesto di governance a più livelli (statale e sovranazionale).
I RISCHI CHE PERMANGONO E LE PROSPETTIVE FUTURE
Rimane uno scarto tra le questioni tecniche e la realtà sociale del problema. Le
soluzioni come l’identità digitale europea o il Google Wallet sono create per
limitare la quantità di informazioni che il sito può raccogliere sull’utente. Ma
non prendono in considerazione lo scenario più banale: quello di un minore che
utilizza il telefono, le credenziali o il documento di un adulto. In altre
parole, il sistema può anche contribuire a non esporre una quantità
significativa di dati personali, ma non elimina del tutto il rischio di un
raggiro.
Lo scorso aprile, l’esperto di cybersicurezza Paul Moore ha affermato di essere
riuscito a bypassare la crittografia del portafoglio digitale europeo in soli
due minuti. Altri esperti hanno fatto eco a queste preoccupazioni: “Più dati
raccolgono questi sistemi, più diventano appetibili per gli hacker”, ha
dichiarato Hanna Bözakov, fondatrice del servizio di crittografia Tuta. Se si
guarda infine al mercato delle VPN, si nota come siano diventate molto popolari
nei contesti in cui si è introdotto l’obbligo di verifica dell’età.
Le direttrici di rischio sono diverse. Oltre ai dubbi tecnici, emergono anche
alcune questioni politiche e culturali sulla natura della rete. Molti
sostengono, per esempio, che d’ora in poi sarà impossibile navigare sul web in
modo anonimo. C’è anche chi ritiene che gli obblighi tecnici e legali di
verifica siano un modo per sollevare le Big Tech dalle proprie responsabilità
rispetto alla moderazione dei contenuti. Tra quest’ultimi c’è Eva Simon,
direttrice del programma su Tecnologia e Diritti della Civil Liberties Union in
Europa: “Ci stiamo concentrando sull’accesso, ma il vero problema è il modo in
cui le piattaforme catturano l’attenzione e promuovono i contenuti. È da lì che
derivano i danni”.
Ma la verifica dell’età è ormai un orizzonte concreto, in Europa e nel
mondo. “In questa cornice, la chiave interpretativa più convincente è forse
quella che coglie una tensione tra forma e sostanza”, conclude Ziccardi.
“L’obbligo di verifica dell’età non è ancora formalizzato in modo uniforme a
livello europeo, ma si sta progressivamente imponendo come necessità sistemica.
Il DSA richiede una protezione effettiva dei minori e, allo stato delle
tecnologie e dei modelli organizzativi disponibili, la verifica dell’età
rappresenta lo strumento più credibile per realizzarla. La questione centrale
non riguarda più, dunque, la presenza o meno dell’obbligo, ma il modo in cui lo
si impone: chi è legittimato a imporlo, attraverso quali strumenti tecnici deve
essere attuato e, soprattutto, con quali garanzie in termini di tutela dei
diritti fondamentali e della riservatezza degli utenti”.
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