La scuola dei talenti: per i poveri soft skills, filiera e sane regole di vita militare
Nonostante la neolingua apparentemente inclusiva, la “scuola dei talenti” è la
scuola delle differenze e della canalizzazione sempre più precoce, mascherate da
personalizzazione. Contare i “dispersi”, i “fragili” , gli studenti “a rischio”
diventa l’obiettivo centrale, e con esso l’espansione dell’infrastruttura
tecnologica e di raccolta/analisi dei dati. L’ INVALSI ci assicura che è
possibile “prevedere” già dalle elementari se i bambini saranno “a rischio” alle
scuole medie, grazie ai dati dei test standardizzati e agli algoritmi che li
analizzano. Il ministro Valditara scrive ai genitori degli studenti di terza
media di concerto “con le associazioni datoriali” orientando le famiglie verso
le esigenze immediate del mercato del lavoro. Il Ministro Crosetto completa il
quadro offrendo ai giovani “dei territori difficili” la leva volontaria come
opportunità di riscatto. A chi è povero, fragile, a chi i pronostici danno del
“disperso”, bastano le soft skills, la filiera corta e le sane regole della vita
militare.
--------------------------------------------------------------------------------
Le parole-mito del lessico scolastico si trasformano e si aggiornano
ciclicamente. Essendo parole estranee al luogo a cui si tenta di adattarle,
seguono l’agenda che le produce. Orientamento, filiera, soft skills,
intelligenza artificiale sono quelle del momento. Rappresentano la versione più
aggiornata di un armamentario di idee e riforme di cui nessuno chiede mai il
conto, ma che progressivamente si stratificano e si intrecciano
alle necessità imposte dal presente. La neolingua della scuola ha una precisa
funzione, che non è semplicemente quella di aggiornare e innovare, come pure ci
viene continuamente ripetuto. Serve soprattutto a veicolare distinzioni tra ciò
che è giusto dire e fare rispetto a ciò che non deve esserlo. Serve a dare forma
all’idea di futuro che dal presente si fa discendere meccanicamente. Per
comprendere il significato e gli effetti concreti della neolingua bisogna sempre
guardare al di là del perimetro scolastico e provare a inserire le parole
correnti su uno sfondo, oltre le pareti delle aule. È un esercizio che abbiamo
imparato a fare da tempo. Il fatto che politiche e lessico scolastico siano
disegnati su principi e bisogni estranei al mondo educativo non è certo recente.
Che una serie di attori e portatori di interesse secondari, più o meno influenti
e organici[1], contribuisca poi a rendere politiche e lessico “pedagogicamente”
sostenibili o addirittura desiderabili, allo stesso modo non è una novità. Oggi
non ci indigniamo neanche più, o forse ci appare del tutto normale, che a 10 o
13 anni maestri e insegnanti “certifichino” la competenza imprenditoriale dei
loro studenti. Se questo accade deve pur esserci una ragione. La lenta
assuefazione al discorso dominante sull’istruzione, insieme al silenziamento e
alla delegittimazione della voce degli insegnanti, che possono parlare solo per
interposta persona (sindacati o “esperti” di varia provenienza), durano da
decenni e portano i loro frutti.
IL MERITO DEL MINISTRO
Se c’è un merito che va riconosciuto al Ministro Valditara e a questo governo, è
quello di aver reso meno elusivi processi in corso da tempo. La torsione
disciplinare e la cultura di controllo ideologico dell’attuale esecutivo sono
l’ esito prevedibile dei decenni di politiche neoliberali, le cui conseguenze
emergono però oggi con toni ben più preoccupanti, e forse appaiono chiare anche
a chi non le ha viste preparare o le ha semplicemente assecondate. Se dovessimo
cercare una parola che contenga in sé la sintesi delle scelte di governo,
potremmo proporre differenziazione, che nella neolingua vale
per personalizzazione. La personalizzazione offre un duplice vantaggio. Da un
lato consolida l’idea del percorso di studio come investimento individuale,
dall’altro sostiene la retorica della digitalizzazione, che prevede
uno spostamento sempre più massiccio di fondi pubblici dalle risorse umane in
carne ed ossa (docenti, personale) all’infrastruttura tecnologica e di
raccolta/analisi dati. La differenziazione dei percorsi degli studenti in un
quadro solo all’apparenza aperto e inclusivo non è un’invenzione di Valditara. È
conseguenza di un processo di privatizzazione e frammentazione lento e
strisciante dell’istruzione pubblica. Oggi l’indirizzamento e la separazione
degli studenti in funzione di quelli che il Ministro ama chiamare “talenti” è un
obiettivo evidente. Dopo l’introduzione dei docenti tutor, che aiutano ciascun
alunno a compilare il proprio portfolio digitale, dopo il ritorno
della formazione scuola-lavoro e l’auspicio di un orientamento fin dalla scuola
d’infanzia, la finanziaria di fine anno inserisce per la prima volta il buono
scuola nel sistema nazionale di istruzione in nome della “libertà di scelta”
delle famiglie (la School Choice americana) che possono godere di fondi pubblici
per le iscrizioni nelle scuole private più adatte alle loro esigenze.
Intanto, si preme sui collegi docenti per l’attivazione affrettata del primo
percorso di studio breve co-gestito da scuola e imprese, chiamato senza alcun
imbarazzo filiera 4+2.
CROSETTO, VALDITARA E INVALSI: LA COSTRUZIONE DI UN’IDEA DI FUTURO
Ma oltre alla chiarezza dell’interlocutore politico, ci sono due elementi
significativi: la tecnologia di gestione del processo di personalizzazione e la
prospettiva a venire, che oggi diventa una prospettiva di guerra. Per
comprendere questi due aspetti partiamo da tre documenti recenti.
1) Intervista al Ministro Crosetto (Avvenire, 7 Dicembre 2025):
> “Io chiedo una “riserva” di persone che, ampliata e organizzata, è pronta, ove
> e se richiamata, a servire il Paese. Ma sempre e solo su base volontaria. [..]
> Una riserva – prosegue il ministro – che abbia anche un ruolo sociale: l’anno
> di leva volontaria può essere un’occasione di riscatto peri giovani di tanti
> territori difficili che non hanno offerto loro nessuna alternativa di riscatto
> o di crescita. E allora quei giovani potranno scegliere tra i tentacoli delle
> mafie e le sane regole di vita delle forze armate.”
2) Intervista al Ministro Valditara, salone Job e Orienta, novembre 2025
>
>
> “Filiera [4+2]. C’è necessità di un collegamento sempre più stretto tra scuola
> e mondo dell’impresa. È un’esigenza comune a tutti gli ordinamenti scolastici
> dei paesi europei. [..]Noi abbiamo fatto di più. La costruzione del curricolo
> [scolastico] avviene con l’ITS [Istituto tecnico superiore] e l’impresa
> collegata. L’impresa non è soltanto il luogo della formazione, ma anche della
> progettazione e della strutturazione.
>
> Soft skills, anche a Bruxelles è stato inserita come formazione
> nell’istruzione tecnico professionale. Io ho potuto dire che nella nostra
> legge [….]questo è già previsto.
>
> Orientamento. Ho mandato alle famiglie dei ragazzi di terza media una lettera
> scritta insieme con le associazioni datoriali, grazie ai suggerimenti delle
> associazioni datoriali, per far capire quali sono i percorsi e le necessità
> del mondo del lavoro. Aggiungo che gli stipendi di primo ingresso sono
> straordinariamente interessanti.”
3) Editoriale INVALSI – Prevedere insuccesso scolastico si può, maggio 2025,
con approfondimento allegato.
> “È possibile prevedere l’insuccesso, già dalla scuola primaria, per ridurre e
> se possibile eliminare questo fenomeno? [..] Grazie ai risultati delle prove è
> possibile conoscere alla scuola primaria quali studenti saranno a rischio alla
> fine delle medie. [..]Non occorre attendere il fallimento per agire: la
> prevenzione può essere guidata da strumenti di analisi dei dati già
> disponibili e utilizzabili in modo responsabile. [C’è la] necessità di dotare
> scuole, dirigenti e insegnanti di strumenti predittivi e diagnostici per
> identificare gli studenti a rischio il prima possibile.”
Le tre istituzioni – Ministero della Difesa, dell’Istruzione e Merito, Istituto
Nazionale di Valutazione -disegnano lo sfondo di un discorso organico che ci
consente di aggiornare le interpretazioni delle riforme in atto.
L’INTERLOCUTORE PRINCIPALE: GLI STUDENTI “DISPERSI”
Innanzitutto, cerchiamo di individuare l’interlocutore principale. Ministro
della Difesa, dell’Istruzione e Istituto di valutazione si rivolgono a un
destinatario ben preciso. Crosetto disegna il nuovo scenario di guerra e di leva
volontaria, presentandola come un “opportunità” per i giovani “dei territori
difficili”, ai quali offre, oltre a mafia e camorra, anche una sana prospettiva
di vita militare. Valditara scrive ai genitori degli studenti di terza media, di
concerto “con le associazioni datoriali”, e indica “le necessità lavorative”
immediate. L’ INVALSI ci assicura che è possibile “prevedere” già dalle
elementari se i bambini saranno “a rischio” alle scuole medie, grazie ai dati
dei test standardizzati e agli algoritmi che li analizzano. Le tre istituzioni
parlano a una precisa fascia sociale: le classi popolari, meno abbienti o
povere, i giovani del meridione, delle periferie o delle aree più deprivate, i
figli dei disoccupati, degli immigrati o di tutte le famiglie che hanno
necessità di lavoro prima possibile. Per tutti questi ragazzi, possibili
“dispersi”, la scelta di un percorso con sbocchi immediati più che opportunità
sono frutto di mancanza di prospettive. Ma la retorica in atto ha proprio questo
scopo: concentrando l’attenzione sugli individui e sull’obiettivo del “successo
scolastico” maschera le condizioni che lo determinano. Con questo spostamento di
sguardo sui soggetti in difficoltà, ogni misura sociale preventiva non è più né
visibile né necessaria. I temi della dispersione e dell’abbandono scolastico non
nascono oggi. Diventano onnipresenti a partire dalla svolta neoliberale delle
politiche europee e nazionali. L’abbandono scolastico (o universitario) mobilita
risorse e ricerche. Le sue implicazioni, essenzialmente economiche, legittimano
riforme educative volte a ridurlo. Il caso italiano, unico nel panorama europeo,
è ancora più singolare. Oltre al parametro della dispersione
scolastica condiviso a livello internazionale, godiamo del peso di un ulteriore
indicatore: la “dispersione scolastica implicita”, definita autonomamente
dall’INVALSI come la percentuale di coloro che falliscono nei test
standardizzati, misurabile ovviamente solo attraverso i dati INVALSI. Come
ormai è noto, tali dati possono solo essere assunti, riaggregati, correlati, ma
mai falsificati. Nessuno, nemmeno i soggetti misurati, sono infatti in grado di
verificarne la significatività né in termini statistici né strettamente
didattici. Gli esperti di educazione o i pedagogisti non pare abbiano interesse
a problematizzare l’uso della “dispersione implicita”, che pure ha condotto a
definizioni aberranti come quella di “studente fragile” e “a rischio fragilità”,
con tutto ciò che ne consegue. L’indicatore continua ad essere impiegato
correntemente nei lavori di ricerca e nel dibattito pubblico. Il fenomeno della
dispersione è quindi percepito nel nostro paese come un problema sociale ancora
più importante, una questione di salute pubblica: l’abbandono è sistematicamente
connesso al rischio di esclusione del mercato del lavoro, alla disoccupazione,
alla mancanza di partecipazione e pieno esercizio della “cittadinanza attiva”,
altra locuzione ormai assimilata nel quadro della “società della conoscenza”.
Uno studente che abbandona la scuola non è soltanto un investimento non
redditizio, perché non in grado di partecipare alla produttività del paese, o di
farlo solo minimamente; è anche un futuro cittadino a metà, incapace per tutta
la vita di “imparare a imparare”, un semi-analfabeta il cui destino è a rischio,
ce lo dicono i dati INVALSI. Il carattere sempre più centrale che
l’orientamento ha assunto nelle politiche scolastiche a livello nazionale
(e internazionale) testimonia proprio questa modalità di ragionamento: non
conseguire un diploma nei tempi previsti è un punto di inefficienza del sistema.
L’idea della nuova carta valore del governo Meloni solo per i giovani diplomati
non bocciati è un perfetto esempio di stigmatizzazione pubblica del problema.
MARGINI SOCIALI E STATISTICI: IL RUOLO ESSENZIALE DEI DATI
La devianza rispetto alla norma scolastica è centrale nel discorso pubblico.
Risulta quindi necessario utilizzare strumenti statistici per contare con
regolarità la percentuale di dispersi e ridurla. Nel nostro caso, grazie
all’ulteriore forma quantificabile di “dispersione implicita” le politiche
educative per ridurre l’abbandono diventano ancora più stringenti ed oltre alla
percentuale di alunni che interrompono il percorso di studio, l’Istituto di
Valutazione conta anche tutti coloro che falliscono nei test[2], anno dopo anno.
Grazie alla sua capacità di raccolta e gestione capillare dei dati di tutti gli
studenti (circa 8 milioni di test raccolti ogni anno, oltre a 2,5 milioni di
questionari di contesto) alla sua autoreferenzialità definitoria (“i fragili”
come margine statistico) e all’impiego di tecniche di analisi basate sulla
cosiddetta intelligenza artificiale, l’INVALSI produce continue aggregazioni e
analisi, accreditate come evidenze. Da queste evidenze si fanno discendere
decisioni in modo automatico, senza l’onere della responsabilità politica
diretta. E’ il caso delle varie missioni del Piano di Ripresa e Resilienza
votate alla lotta contro la dispersione scolastica. I dati diventano prove non
verificabili a sostegno di un’agenda di governo e consentono affermazioni
oltraggiose come quelle per cui il numero di studenti per classe
nell’insegnamento non conta o studiare 4 anni anziché 5 non fa differenza. Lo
direbbero i dati INVALSI. Peccato che nessuno possa vederli e controllarli. Ma
l’affidamento tecnocratico e la depoliticizzazione non sono gli unici problemi:
in gioco ci sono aspetti che toccano concretamente gli studenti, e
prevalentemente i più svantaggiati. Cosa significa ridurre l’abbandono
scolastico in un sistema sempre più iniquo e sempre più sottofinanziato?
Significa rinunciare all’ambizione di una scolarizzazione pubblica di qualità
per tutti, oggi senza nemmeno più l’ambiguità del discorso riformista.
Canalizzare “i talenti” è il modo più efficiente per ridurre ogni dispersione. È
questa la rivoluzione del buon senso di Valditara. Non un artificio retorico, ma
l’applicazione della teorizzazione di una precisa funzione sociale della scuola,
sviluppata in ambito economico, che oggi si mostra con tutta la sua chiarezza.
L’ orientamento sempre più precoce, i tutor artificiali nelle scuole
“fragili” , la riduzione di un anno di scuola nei tecnici e professionali sono
pezzi di uno stesso programma: dare meno scuola a chi ha meno, perché in fondo
non ne ha bisogno. Raggruppare simili con simili, su base geografica e
socioculturale, consentire sempre meno deviazioni dal solco assegnato dalla
sorte, differenziare con sempre maggiore efficacia. Per questo, la copertura
teorica offerta dai dati è fondamentale. Non c’è orientamento migliore di un
pronostico statistico che indichi fin dalle elementari il rischio di abbandono o
insuccesso scolastico con il crisma apparente dell’oggettività. Altro
che consiglio orientativo degli insegnanti classisti: se fossero i dati a
parlare per ciascuno studente, nessuno li discuterebbe. E se poi oltre ai dati
cognitivi pensassimo di misurare e incrociare anche quelli non cognitivi, il
profilo dello studente diventerebbe ancora più preciso e la predizione più
incisiva. Non sono fantasie, è già realtà. Il primo rapporto INVALSI del
novembre scorso sulla misura standardizzata delle competenze socio emotive di
studenti undicenni è una lettura molto istruttiva in tal senso. I dati INVALSI,
con la loro funzione di screening sempre più ampia, rappresentano
l’infrastruttura portante della scuola della personalizzazione, la base di
partenza di una serie di procedure che svuotano culturalmente e reimpostano il
nuovo lavoro docente, che in alcune realtà diventa essenzialmente di
tipo diagnostico[3] e correzionale. Per i poveri più che saperi e conoscenza
basta una buona educazione di tipo socio-comportamentale e civica. Questo poi
tornerà utile a tutti, anche ai più ricchi, infatti “nel contesto delle crisi
globali, come il cambiamento climatico e il declino democratico, si è osservato
che le competenze socio-emotive emergono come elementi fondamentali anche per
la resilienza sociale”[4]. Assunte le premesse di collasso
democratico-istituzionale, scrivono i ricercatori INVALSI nel rapporto sulle
soft skills, l’importante è che il paese abbia sempre una riserva di giovani
resilienti.
NUOVE OPPORTUNITÀ PER GLI ULTIMI
E qui veniamo al nodo conclusivo. Bisogna chiedersi: una volta individuati e
indirizzati i possibili “dispersi” e “fragili”, cosa li attende? Incertezza
economica e precarizzazione sembrano oggi parole del passato, assimilate con
rassegnazione. Il quadro è decisamente più cupo. Il Ministro della difesa torna
a parlare di leva militare, ci viene detto da più parti che “siamo in guerra”,
che la deterrenza armata non ha alternative. Nei prossimi mesi gli acquisti di
armi da parte del governo italiano saranno pari a circa 20 miliardi di
euro, quanto un’intera finanziaria. Sembrano non esistere argomenti contrari.
Più che delegittimati, questi vengono semplicemente ignorati. Le istituzioni
nazionali e sovranazionali lavorano alla costruzione della percezione di un
mondo sempre più ostile e del pericolo imminente. Serve innanzitutto un
cambiamento antropologico: una popolazione consapevole dell’esistenza di un
rischio concreto e prossimo. “I soldi per l’Ucraina oggi o il sangue domani”,
sono le parole del premier polacco al consiglio europeo del 17 dicembre scorso.
Paesi come Svezia e Danimarca reintroducono la coscrizione obbligatoria,
estendendola alle donne, la Germania prevede un massiccio ampliamento delle
forze armate. In Francia, il ministro degli esteri ha dichiarato che “Per
riarmare le menti si comincia dalla scuola” e il Ministero dell’Istruzione ha
reso pubblica una guida intitolata “Introdurre i giovani alla difesa”, rivolta
alle scuole primarie e secondarie. In Italia la recente consultazione del
Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza sul tema “Guerre e conflitti” è un invito
esplicito a normalizzare un’idea di futuro armato attraverso un questionario a
risposta chiusa. Secondo te la violenza e la guerra sono insite nella natura
dell’uomo? Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e mi
arruolerei. Sei d’accordo? In caso di guerra cosa ti preoccuperebbe di più?
Morire o compromettere i tuoi piani futuri? La guerra diventa un orizzonte
pensabile e una prospettiva possibile in Europa. La scuola svuotata di qualsiasi
principio egualitario e collettivo resta solo un potente strumento di
indottrinamento e di selezione delle opportunità individuali. A chi è
povero, fragile, a chi i pronostici danno del “disperso”, il governo propone le
soft skills, la filiera o la militarizzazione. Meglio abituarsi all’idea fin da
subito, imparando semplicemente a credere “nei dati” ma mai a domandarsi chi li
ha decisi, perché, e come rovesciarli.
Note
[1] Associazioni, fondazioni, esperti accademici dell’educazione.
[2] La definizione di “fallimento nei test” è associata ad una soglia di
adeguatezza fissata sempre dall’INVALSI. Sui 5 livelli di “competenza” di uscita
possibili, che il test misura statisticamente, gli studenti classificati al di
sotto del livello 3 sono considerati fragili.
[3] La logica dell’individuazione precoce implica la cultura del sospetto
precoce: per gli studenti “fragili nell’apprendimento” si cercheranno sempre più
facilmente concause connesse a disturbi comportamentali, cognitivi etc.
[4] Rapporto INVALSI “Le competenze socio-emotive in Italia”, pag.
43, https://progettoenrich.it/risultati/.
Questo post è stato pubblicato dal blog Le Parole Le cose il 12 Gennaio 2026.