Una serata di testimonianza dalla Cisgiordania, tra musica e condivisione
Nella serata di giovedì 30 luglio, in una bellissima corte del borgo di Castello
Cabiaglio, in provincia di Varese, il collettivo Da Varese a Gaza ha organizzato
un evento di testimonianza importante da parte dell’attivista M. di Operazione
Colomba – Corpo nonviolento di pace, che ha potuto raccontare quanto ha vissuto
in prima persona, con il supporto di foto scattate e video girati da lei e da
altri attivisti.
La serata sì è svolta nello stile conviviale tipico del Collettivo, con una cena
per creare sinergie e la collaborazione dell’associazione Sherazade, che ha
allestito un banchetto di vendita di libri e gadget per sostenere l’Operazione
Colomba.
Dopo la cena, e prima della testimonianza di M. è stato dato spazio a un
quartetto musicale “All’aria aperta” con musica araba, palestinese e anche
siciliana, a ricordare che il Mediterraneo è un mare che dovrebbe unire e non
dividere. I componenti del quartetto, Tommaso al Darbuka, Angelo e Laura ai
flauti, Claudio al liuto turco arabo (Oud) hanno introdotto la serata e ci hanno
ricordato che di fronte alla fatica delle guerre, la condivisione e la bellezza
della vita, negli aspetti del cibo e della musica, possono essere di supporto,
cercando di stare presenti nella gioia di vivere.
C’è stata una buona partecipazione e tra una chiacchera e l’altra, lo sventolare
di ventagli per rinfrescarsi e il calare della luce, l’atmosfera si è fatta
molto suggestiva e M. ha iniziato il suo racconto.
Ha introdotto l’Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace
dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Attualmente è presente in
Colombia, in Cile, in Ucraina e in Palestina a supporto delle popolazioni che
cercano di resistere in modo nonviolento alle aggressioni e che sono vittime di
conflitti e soprusi. Operazione Colomba ha molto chiaro chi sono le vittime e
chi sono gli aggressori.
M. è stata nel mese di luglio in Cisgiordania come attivista, osservatrice
internazionale e testimone di quanto accade nel villaggio di Tuwani, nell’Area
C, controllata dall’entità sionista con l’esercito e da forze armate di coloni
che si atteggiano a polizia, ma che in realtà non lo sono.
Tuwani si trova a sole 4 h di volo da Varese, sono 3’000 Km in linea d’aria,
eppure raggiungerlo è un’impresa, tra controlli alla frontiera e passaggi tra i
vari muri che definiscono le aree di ripartizione del territorio arabo
israeliano.
Per contestualizzare la sua missione M. ha fatto una breve introduzione con
l’evoluzione storica della questione israelo-palestinese e ci ha ricordato
l’importanza dell’uso del linguaggio. La parola guerra non indica correttamente
quello che sta avvenendo in quell’area del mondo. Le parole sono importanti e
definiscono quello che realmente sta accadendo: occupazione, genocidio, pulizia
etnica. Tutto questo accade indisturbato dal 1948. Quello che avviene in
Cisgiordania ed è accaduto nella Striscia di Gaza è sotto gli occhi di tutti,
eppure sembra che nessuno se ne curi.
M. ha voluto aprire la carrellata di foto con l’immagine di Mustafa, un
contadino palestinese che ha voluto essere ritratto accanto al suo mandorlo, per
testimoniare l’amore per la sua terra.
M. ha spiegato, con l’ausilio di foto e video, cosa voglia dire “occupazione”,
cioè una strategia ben organizzata di confisca di terre, animali, abitazioni
attraverso atti violenti. La costruzione di muri con torrette e check point tra
un’area e l’altra è il simbolo esplicito dell’apartheid; girando per le strade
percorribili solo dalle auto degli israeliani; a bordo strada, ogni 20 metri
circa, si vedono bandiere israeliane, che vengono issate anche sulle case e sui
cancelli ogni qual volta una proprietà palestinese viene presa con la forza dai
coloni.
In Israele la leva è obbligatoria e le armi dell’esercito vengono lasciate nelle
mani dei civili una volta terminato il servizio militare; pertanto i coloni che
si avvicinano alle terre dei palestinesi sono armati e spalleggiati dalla
polizia e dall’esercito che, se anche chiamati dai palestinesi aggrediti, non
intervengono in loro difesa e spesso non intervengono proprio.
Le vessazioni verso i palestinesi sono continue e quotidiane. Vengono rubati o
uccisi capi di bestiame, tagliati o bruciati ulivi o alberi e la gente vive nel
terrore che possa succedere qualcosa alla sua famiglie e alle sue proprietà.
In questa foto viene documentato il furto di un cavallo con l’ausilio di questi
piccoli trattori in dotazione ai coloni.
Vengono emessi improbabili ordini di sgombero e di demolizione adducendo
paradossali motivazioni come ritrovamenti storici nell’area delle case dei
palestinesi, oppure la scusa che queste ultime sono state costruite in parchi
naturali da proteggere. Anche la Guest House dove alloggiano gli operatori
internazionali di varie associazioni che portano il loro supporto in
Cisgiordania è soggetta a un ordine di demolizione e tutti sanno che le ruspe
potrebbero arrivare da un momento all’altro.
Incursioni notturne vengono perpetrate con sempre più frequenza, soprattutto dal
7 ottobre 2023, come se quell’evento avesse dato il via libera ad ogni azione
aggressiva senza ritegno. E ogni notte i volontari stanno in allerta a
presidiare.
Nell’ultimo periodo in vista delle prossime elezioni che si terranno a ottobre e
per paura che il governo di Netanyahu, che permette liberamente tutto questo,
possa essere sostituito da un governo meno permissivo, le azioni dei coloni sono
aumentate e gli insediamenti di caravan, che sono i primi avamposti
dell’occupazione, si moltiplicano.
Gli attivisti di Operazione Colomba cercano di stare al fianco delle persone nel
momento in cui arrivano i coloni, parlando il meno possibile per evitare
escalation di violenza; fungono da testimoni e osservatori, cercando di
riportare calma e ordine ed evitando che le cose sfuggano di mano e peggiorino,
con il rischio di essere rimpatriati dall’esercito israeliano.
La testimonianza più forte che ha portato M. è quella sulla notte del 19 luglio,
in cui una quarantina di uomini a volto coperto sono arrivati, hanno iniziato
una sassaiola contro il villaggio di Tuwani e hanno dato fuoco a quattro case e
a un’auto. I palestinesi sono rimasti inermi e l’aiuto della polizia chiamata a
intervenire è stato inesistente. Svegliati di soprassalto nella notte, gli
operatori di Operazione Colomba hanno documentato tutto. Una donna incinta ha
perso il bambino, un bambino è stato ritrovato cosparso di materiale
infiammabile e il proprietario dell’auto è stato minacciato dalla polizia come
se le responsabilità fosse stata sua.
Durante la serata emerge una triste domanda: ma ha ancora senso essere lì come
volontari? A cosa serve se tutto questo va avanti impunito da anni?
La risposta l’hanno dato M e un’altra persona che era presente nel pubblico, un
attivista palestinese che vive a Genova e che è intervenuto con la sua
testimonianza. I palestinesi chiedono sempre di più la presenza di osservatori
internazionali come gli attivisti di Operazione Colomba e quando vengono a
conoscenza di quello che avviene in altre parti del mondo per parlare di
Palestina, come incontri, convegni e serate divulgative, ne traggono conforto e
speranza per continuare a lottare e resistere.
La partecipazione del pubblico è stata attiva e sono intervenute diverse persone
ragionando insieme sul da farsi. Cosa possiamo fare noi? Possiamo innanzitutto
informarci, ragionare con la nostra testa, parlare del problema che non è solo
una questione relegata a quella terra e a quegli uomini, ma è un’ingiustizia
umana che è davanti agli occhi di tutti, e che è diventato il simbolo delle
ingiustizie di questi nostri tempi.
Possiamo boicottare, testimoniare, richiamare le coscienze delle persone intorno
a noi.
E possiamo esprimere il nostro voto nelle prossime elezioni, ponendo la
questione alle nostre amministrazioni, ai nostri governi, affinché non siano
complici di quanto sta accadendo.
M. ha esortato anche al sostegno economico, per quanto è nelle nostre capacità,
per le attività di chi riesce a recarsi sul posto diventando gli occhi del mondo
e ha invitato a partecipare attivamente come volontari.
Come sempre, alla fine di queste serate torno a casa con tanta amarezza, ma
anche con una buona dose di speranza: l’incontro con gli altri, la condivisione
delle emozioni, il racconto di chi testimonia mi fanno pensare che si può
resistere alle brutture del mondo, non fosse altro per fare sentire la nostra
vicinanza a un popolo simbolo di ogni popolo oppresso.
Monica Perri