A 78 anni dalla Nakba, testimonianze per non dimenticare e richiamo alla partecipazione
In questi giorni, in occasione del 78° anniversario della Nakba palestinese, tra
Varese e Milano sono state organizzate diverse iniziative per ricordare
quell’evento storico e mantenere alta l’attenzione sulla questione palestinese.
La Nakba — termine arabo che significa “catastrofe” — coincide con l’esodo
forzato di centinaia di migliaia di palestinesi nel 1948 e rappresenta per loro
l’inizio della colonizzazione e dell’occupazione dei propri territori.
Giovedì 14 maggio si è svolto presso il Circolo Quarto Stato di Cardano al Campo
un incontro organizzato dalle associazioni Mediterranea Saving Humans,
Operazione Colomba e il collettivo Da Varese a Gaza, una serata di
testimonianza e di confronto costruttivo.
Durante l’incontro, Michela, Bianca e Alessandra hanno raccontato le esperienze
vissute sul campo tra Libano e Palestina, attraverso testimonianze dirette,
fotografie e video particolarmente intensi.
Le attiviste hanno descritto la vita delle famiglie, con giornate e notti
segnate da continue difficoltà e dalla costante pressione esercitata dai coloni
israeliani, tra danneggiamenti, intimidazioni e aggressioni.
Nel corso della serata è stato proiettato anche un video girato nel villaggio di
Tuwani, a Masafer Yatta, nell’area collinare a sud di Hebron, sotto controllo
civile e militare israeliano (area C). Le immagini documentavano il ferimento
con arma da fuoco di un palestinese da parte di un colono israeliano. L’uomo,
Zakariyā, è sopravvissuto all’aggressione e oggi fortunatamente continua a
gestire il proprio negozio di alimentari nel villaggio.
La presenza di operatori di pace a fianco dei palestinesi è importante e dà il
senso della speranza, perché questa gente non si senta dimenticata da tutti in
un contesto dove ogni singola attività della vita quotidiana è accompagnata
dalla presenza di parole come “coloni, posto di blocco, aggressione”, dove tutto
ruota intorno alla difesa della propria terra e della propria storia.
Naturalmente tutte queste vessazioni sono vietate dalla legge internazionale e
persino dalla legge israeliana, ma nella pratica nessuno vigila e sanziona
quanto avviene. Tutto si svolge alla luce del sole, sotto gli occhi indifferenti
e complici del governo israeliano e della comunità internazionale. E la
colonizzazione va avanti rimanendo impunita.
Oltre alla presenza fisica dei volontari, un’altra importante attività svolta da
associazioni come Mediterranea Saving Humans e Operazione Colomba è quella del
monitoraggio e della documentazione delle violazioni dei diritti umani, dati
riportati in report che testimoniano quanto accade ogni giorno.
Nel corso dell’incontro, la parola “resistenza” è stata richiamata più volte,
anche attraverso un parallelo con la nostra Resistenza Partigiana, che fu attiva
e più breve. Probabilmente per noi occidentali la Resistenza Palestinese è
difficile da comprendere fino in fondo, essendo nonviolenta e tramandata di
generazione in generazione, ma è una resistenza che richiede sostegno, come
quello portato dalle associazioni di supporto civile, dove non intervengono i
governi.
La serata si è conclusa con un accorato ed emozionante confronto partecipato tra
i giovani attivisti e persone di diverse generazioni presenti in sala, che si
sono interrogati su come potrebbe andare a finire questa lunga storia del
conflitto israelo-palestinese.
Nessuno ha saputo dare una risposta certa, ma è emersa una convinzione
condivisa: che sia utile mobilitarsi e partecipare, con piccoli o grandi gesti
di resistenza, con il volontariato per prestare sostegno e presenza diretta nei
luoghi, piuttosto che rimanere distanti e indifferenti.
Come è stato ricordato, non occorre che una persona sia un’attivista e si
intenda di politica internazionale. Basta poco: ognuno può dare il suo
contributo, pur piccolo che sia, per tenere viva l’attenzione su quello che
accade in Palestina.
Monica Perri