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La Sicilia dei commissari: la mappa delle strutture straordinarie tra super-poteri e costi di gestione
PALERMO – C’è un governo parallelo che si muove sotto l’ombrello dell’emergenza. Per superare le paludi della burocrazia ordinaria, la Sicilia si affida da anni a una fitta rete di strutture commissariali straordinarie. Una galassia istituzionale nata per gestire le grandi piaghe dell’isola – dal dissesto idrogeologico ai rifiuti, fino ai depuratori fuorilegge – che gestisce un portafoglio complessivo da oltre 2,5 miliardi di euro, muovendo ogni anno milioni solo per il proprio funzionamento tecnico. Al vertice di questa piramide c’è il Commissario di Governo contro il Dissesto Idrogeologico, guidato dal presidente della Regione in veste di commissario gratuito. Se il vertice non costa, la complessa macchina tecnica che siede a Palermo ha un peso specifico: circa 1,5 – 2 milioni di euro all’anno per consulenti, personale di supporto e incentivi alla progettazione. Risorse prelevate direttamente dalle quote dei maxi-finanziamenti per cantieri blindati, che sul territorio regionale valgono un tesoretto da oltre un miliardo di euro per blindare colline e pareti rocciose, come quelle del palermitano Monte Pellegrino. Sempre sul tavolo della Presidenza della Regione poggia la neonata e strategica Struttura Commissariale per l’Emergenza Rifiuti e la Valorizzazione Energetica. Nata per sbloccare la costruzione dei termovalorizzatori (tra cui quello programmato per la provincia di Palermo), questa macchina amministrativa “brucia” circa 500.000 euro all’anno per nuclei di valutazione energetica e consulenze ad altissima specializzazione, gestendo un piano d’investimenti da 800 milioni di euro per azzerare la crisi delle discariche. C’è poi il capitolo delle grandi infrazioni europee, guidato dal Commissario Straordinario Unico per la Depurazione delle Acque. Struttura di livello nazionale che in Sicilia gestisce oltre 600 milioni di euro per rifare fognature e depuratori storicamente inadeguati (dal polo di Acqua dei Corsari a Palermo fino a Carini). Il funzionamento della mega-struttura costa circa 2-3 milioni di euro all’anno tra esperti esterni e personale distaccato, con i compensi dei subcommissari fissati per legge sul tetto dei 100.000 euro lordi. Infine, sul fronte post-calamità resiste la Struttura per la Ricostruzione dell’Area Etnea (sisma 2018): un apparato che assorbe circa 1,2 milioni di euro annui per i propri uffici di supporto, erogando oltre 300 milioni di contributi ai territori feriti. Un modello d’urgenza permanente che se da un lato accelera le gare d’appalto, dall’altro conferma come in Sicilia l’eccezione sia ormai diventata l’unica regola per governare il territorio. Michele Ambrogio
August 17, 2026
Pressenza
Mondello, il vizio di competenza che il CGA non ha voluto vedere. Schifani, Belingheri e la doppia verità del palazzo
𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 C’è qualcosa di strutturalmente rivelatore nel modo in cui la vicenda della spiaggia di Mondello si è sviluppata: 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐚 𝐞̀ 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐀𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚. La Regione Siciliana aveva dichiarato la decadenza della concessione dopo 𝐝𝐮𝐞 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐯𝐢: l’interdittiva antimafia prefettizia che aveva colpito la GM Edil della famiglia Genova, fornitrice di servizi per l’Italo-Belga, e l’avvio della misura di prevenzione collaborativa nei confronti della stessa concessionaria, con la nomina di tre commissari prefettizi per dodici mesi. 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐯𝐚𝐠𝐡𝐢, 𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚, 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐮 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐚.   𝐈𝐥 𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 Il primo nodo giuridico che l’ordinanza avrebbe dovuto sciogliere – e non ha sciolto – riguarda la competenza stessa del Consiglio di Giustizia Amministrativa a pronunciarsi sulla legittimità della revoca, nella misura in cui questa revoca era fondata sulla misura di prevenzione collaborativa. 𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 (D.lgs. 159/2011, art. 94-bis), 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐫𝐢𝐛𝐮𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 – sezione specializzata della magistratura ordinaria, 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚. Quando il CGA entra nel merito della legittimità di una revoca fondata su quella misura, 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐬𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚. La soluzione corretta sarebbe stata 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨 in attesa degli esiti del procedimento prefettizio e giudiziario antimafia, o quantomeno sollevare la questione di competenza rispetto alla valutazione dell’idoneità della prevenzione collaborativa a giustificare la revoca concessoria, 𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐨𝐥𝐚 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞. Non averlo fatto non è solo un dettaglio procedurale. 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐆𝐀 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐳𝐢𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢 – 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐫𝐢𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 – 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨, 𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐨. 𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞, 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐛𝐚𝐥𝐧𝐞𝐚𝐫𝐞, 𝐡𝐚 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚.   Le contraddizioni dell’ordinanza: premiare chi si voleva rimuovere Il vizio logico più profondo dell’ordinanza non è tecnico: è politico nel senso più alto del termine. Il CGA critica la Regione non per aver tollerato irregolarità, ma per non essere stata abbastanza rapida nel trovare un sostituto. Questo ragionamento produce un effetto perverso: la cattiva organizzazione istituzionale diventa una risorsa per il concessionario contestato. La discontinuità amministrativa premia la continuità di chi si voleva rimuovere. Ma il ragionamento nasconde un’ulteriore illogicità che l’ordinanza non affronta: 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐛𝐚𝐥𝐧𝐞𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚 – 𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐝 𝐡𝐨𝐜 – 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞? La misura di prevenzione collaborativa aveva già messo in campo tre figure di garanzia, con mandato preciso e potere sostitutivo. Erano già lì. Avevano già accesso all’organizzazione aziendale. Perché non potevano gestire la transizione? L’ordinanza non lo spiega. Si limita a constatare che la Regione non aveva organizzato un’alternativa, senza interrogarsi sul fatto che un’alternativa era già operativa per volontà della Prefettura. Altrettanto fragile è la critica al piano Mondello del Comune, finanziato con trecentomila euro dal fondo di riserva. I giudici osservano che la copertura era «non strutturale, una tantum, per due mesi e non per l’intera stagione». Critica legittima. 𝐌𝐚 𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 – 𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨 – 𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐢𝐠𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐞 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐞𝐧𝐢𝐥𝐞. 𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐥𝐞𝐫𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐡𝐨𝐮𝐬𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐢 (𝐑𝐀𝐏), 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 (𝐀𝐌𝐀𝐏), 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐝𝐞 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨 (𝐑𝐞𝐬𝐞𝐭): 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐭𝐞, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐜𝐨𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨. Un’ordinanza sindacale che attivasse questi soggetti, integrata dai proventi della tassa di soggiorno che per legge può essere destinata alla valorizzazione del territorio turistico, e di cui Mondello è certamente tra le voci principali – avrebbe potuto costruire un sistema di gestione pubblica diretta, almeno per la durata della stagione. Il CGA avrebbe potuto indicarlo come percorso praticabile, come strumento di tutela dell’interesse pubblico alternativo alla riattivazione del concessionario contestato. Non lo ha fatto.   𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥 𝐫𝐨𝐯𝐞𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 Il passaggio più rivelatore dell’intera ordinanza è quello in cui i giudici osservano che, se la Regione avesse scelto di rendere la spiaggia liberamente fruibile, «l’odierno pregiudizio per l’interesse pubblico sarebbe risultato inconfigurabile». Il ragionamento è formalmente corretto. Ma la sua premessa implicita è una distorsione profonda del diritto demaniale. 𝐋’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧’𝐚𝐧𝐨𝐦𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐫𝐞, 𝐚𝐧𝐳𝐢𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀. Eppure, il Codice della navigazione e la Costituzione sono chiari: il demanio marittimo è patrimonio indisponibile dello Stato. La concessione privata è l’eccezione, consentita dalla legge a condizioni precise e revocabili; la libera fruizione collettiva è il principio. Una spiaggia senza concessionario non è una spiaggia abbandonata: è una spiaggia pubblica, che richiede gestione pubblica dei servizi: pulizia, sicurezza, sicurezza, presidi igienici, ma non la mediazione di un operatore commerciale che ne condizioni e limiti l’accesso. Equiparare l’assenza del privato all’assenza di tutela dell’interesse pubblico è una lettura che rovescia il senso del demanio. E qui si tocca il limite più grave dell’ordinanza: 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐮𝐨̀, 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚. 𝐋𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨. 𝐋’𝐢𝐧𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Queste sono affermazioni che reggono anche sotto il profilo strettamente tecnico-giuridico, e l’ordinanza non offre argomenti sufficienti per confutarle.   𝐒𝐜𝐡𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢, 𝐁𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 Ma la vicenda giuridica non può essere letta in isolamento dalla sua dimensione politica, che nelle ultime settimane ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il parlamentare regionale Ismaele La Vardera ha reso pubblica quella che presenta come la registrazione di una telefonata con Rino Belingheri, dirigente generale dell’Assessorato Territorio e Ambiente, lo stesso che il 26 novembre 2025 aveva firmato la revoca della concessione all’Italo Belga. In quell’audio, Belingheri affermerebbe di essere stato “convocato dal presidente della Regione Renato Schifani che gli avrebbe manifestato il proprio disappunto per la revoca: “𝐁𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐚 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚”. L’accusa di La Vardera è diretta: il governatore avrebbe detto pubblicamente di volere la rimozione dell’Italo Belga, ma all’interno dei palazzi regionali 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐞𝐫𝐜𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐯𝐞𝐧𝐢𝐬𝐬𝐞 – o almeno fosse rinviata a dopo la stagione. “𝐒𝐜𝐡𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢 – 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐨 – 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐨𝐜𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐫𝐠𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐠𝐥𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐨𝐢 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚”. Schifani, su Facebook, aveva scritto il 27 febbraio: “Palazzo d’Orleans ha mantenuto fin dall’inizio il necessario riserbo istituzionale”. Per La Vardera quella frase è la prova di una doppia verità: “un post che racconta l’ennesimo atto ipocrita del governo Schifani”. E conclude con un appello diretto al governatore: “Se hai il coraggio, querela me o il dirigente generale. O forse dovresti fare quello che tutti i siciliani aspettano, andare a casa e liberare questa regione da una cappa”. 𝐒𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. È la descrizione di un tentativo di interferenza politica su un procedimento amministrativo fondato su valutazioni antimafia. È la descrizione di un sistema in cui la legge parla una lingua e il potere ne parla un’altra, e quella del potere è quella che conta. La questione non è se l’Italo Belga sia colpevole. La questione è se la logica della continuità del servizio privato possa prevalere, in sede cautelare, sulla logica della legalità antimafia, in un contesto in cui lo Stato stesso – attraverso la Prefettura – ha ritenuto necessario intervenire. E se questa prevalenza sia compatibile con il principio per cui, in questa terra, i beni comuni non si restituiscono: SI LIBERANO.   La responsabilità pubblica non si delega La vicenda di Mondello è la manifestazione locale di una tensione che attraversa l’intera storia del litorale italiano: la difficoltà di ripensare il rapporto tra demanio collettivo e interesse privato, in un contesto dove le concessioni storiche hanno sedimentato aspettative, dipendenze e – talvolta – complicità che si rivelano molto difficili da sciogliere. L’ordinanza congela lo status quo fino al 30 settembre. Rimanda il problema senza risolverlo, scaricando sulle istituzioni la responsabilità di una transizione che avrebbe dovuto essere già pronta. Ma la domanda che essa lascia aperta è la più importante: chi è responsabile, in ultima istanza, di un bene comune? La risposta che questa vicenda indica il privato, per inadeguatezza del pubblico, è esattamente la risposta sbagliata sul piano del diritto, della logica e della storia civile di questa città. 𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐢 𝐩𝐚𝐥𝐞𝐫𝐦𝐢𝐭𝐚𝐧𝐢. 𝐍𝐨𝐧 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐞, 𝐦𝐚 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐨, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Nessuna stagione balneare, nessuna urgenza organizzativa, nessuna pressione politica può cambiare questo fatto. E chi ha il compito di applicare la legge – in tribunale, in prefettura, o in un ufficio di Palazzo d’Orleans – ha la responsabilità di ricordarselo.   Aurelio Angelini
June 3, 2026
Pressenza
Sicilia, 80 anni di Statuto speciale: complicità tra politica, economia e Cosa Nostra. Un lutto, non una festa
Il 15 maggio 1946 il regio decreto n. 455 promulgava lo Statuto della Regione Siciliana: la prima delle cinque regioni a statuto speciale, emanata ancor prima della nascita della Repubblica. Una primogenitura che non ha prodotto alcun primato, se non quello della vergogna. Ottant’anni dopo, la Sicilia rimane la penultima regione d’Italia per Pil pro capite: 23.300 euro, contro i 46.100 del Nord-Ovest e ogni anno riceve dallo Stato circa 14 miliardi di euro più di quanto versi in tasse, eppure i suoi cittadini continuano a emigrare, ad ammalarsi lontano da casa, a bere acqua razionata, a studiare in doppi turni. C’è qualcosa di oscenamente eloquente in questi numeri. Non descrivono uno svantaggio storico da colmare: descrivono un sistema progettato per non colmarsi mai. Non è il momento delle attenuanti. Certo, nel 2024 la Sicilia ha registrato la crescita reale del Pil più alta in Italia (+1,8%), ma il divario con il Veneto — regione di dimensioni analoghe — rimane di quasi 90 miliardi di euro di Pil nominale, identico a quello dell’anno precedente. Crescere più velocemente degli altri senza ridurre il divario non è un risultato: è la definizione stessa dell’immobilismo strutturale. Questo articolo non celebra. Contesta. E chiede conto. IL COSTO DELLA DEVOLUTION SENZA SVILUPPO Lo Statuto del 1946 fu una concessione politica, non una visione di sviluppo. Roma cedette autonomia in cambio di consenso e stabilità elettorale. Le classi dirigenti siciliane trasformarono subito le competenze esclusive in strumenti di clientela e controllo. Lo Statuto non fu mai usato per costruire un’economia; fu usato per distribuire mance e posti. I trasferimenti sono stati colossali. Guardando ai soli fondi europei, nei cicli di coesione fino al 2020 risultano censiti per la Sicilia 85.754 progetti per un costo pubblico di 41 miliardi di euro. Il bilancio? Appena il 15% dei progetti concluso, il 73% “in corso” — eufemismo che significa, in molti casi, avviato, dimenticato o abbandonato. Per la programmazione 2021-2027, con un pacchetto di circa 7 miliardi tra Fesr e Fse+, la Sicilia ha speso solo l’1,7% — uno dei livelli più bassi d’Europa, mentre il Veneto era già al 14,77%. Non è incapacità tecnica. È scelta politica. Fondi che vengono distribuiti a pioggia in rivoli improduttivi — i cantieri di servizio, le forestali, le consulenze, gli enti inutili — si trasformano in reddito per gli iscritti al partito, in tessere elettorali, in debiti di fedeltà. Il parassitismo non è una degenerazione del sistema: è il sistema. IL PIL CHE NON SERVE AI SICILIANI La Sicilia, che per territorio e abitanti rappresenta circa il 10% del Paese, contribuisce a meno dell’1% del totale delle imprese attive su scala nazionale, e il suo export non raggiunge lo 0,9% di quello italiano. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro supera il 30%, tre volte la media del Centro-Nord. Su questo sfondo, il gender gap è una vergogna nella vergogna. La Vucciria di Palermo (dettaglio) dipinto di R. Guttuso Nel 2024 l’occupazione femminile ha raggiunto il suo massimo storico al 37,3%, classificandosi diciottesima su venti regioni, con un divario uomo-donna di 26,3 punti percentuali. Le donne siciliane sono mediamente più istruite degli uomini — il 26,1% è laureata contro il 20,2% dei maschi, eppure, rimangono escluse dal mercato del lavoro a tassi senza paragone in Europa. La radice strutturale di questa esclusione è anche nei servizi per l’infanzia: in Sicilia la copertura degli asili nido si attesta al 15,5% dei bambini tra 0 e 3 anni, contro un obiettivo europeo del 33% che il Nord Italia supera ampiamente. Anche con gli investimenti del Pnrr, le proiezioni indicano che nel 2030 la Sicilia non riuscirà a raggiungere nemmeno quella soglia, fermandosi al 25,6%. Non è una previsione: è la confessione di un fallimento già iscritto nei numeri. Senza asili nido, le madri non lavorano. Senza occupazione femminile, l’economia non cresce. È un circolo vizioso che non è mai stato rotto perché non c’era alcun interesse politico a romperlo. Tra le giovani siciliane, il 27,4% è Neet: non studia e non lavora. Ogni generazione di donne istruite che emigra è un fallimento certificato del modello di governo dell’isola. LA SANITÀ COME SPECCHIO DI UN SISTEMA FALLITO La Sicilia spende per la sanità il 78% del proprio bilancio di spesa corrente, ma non riesce a garantire ai propri cittadini prestazioni adeguate. Nel 2024, il saldo di mobilità sanitaria passiva — le risorse che seguono i pazienti che si curano al Nord — è stato di -220,9 milioni di euro. La regione è classificata come inadempiente rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza: non riesce a garantire il minimo che la legge prescrive. L’indice di attrazione sanitaria è di appena 15 euro per abitante, tra i più bassi d’Italia, mentre la Lombardia incassa oltre 645 milioni all’anno di mobilità attiva. Questo è il risultato di decenni di gestione clientelare degli ospedali, di nomine politiche alle Asp, di reparti costruiti e mai aperti, di macchinari acquistati e lasciati nelle scatole. Anche il piano Covid da 229 milioni per 571 nuovi posti di terapia intensiva, avviato nel 2020, era ancora completato solo al 60% nel settembre 2024. IL GOVERNO SCHIFANI: UN CATALOGO DI INDAGINI IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE RENATO SCHIFANI E IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA REGIONALE GAETANO GALVAGNO L’attuale stagione politica siciliana non è un’anomalia: è la sintesi aggiornata di ottant’anni di sistema. Il governo Schifani, eletto nel 2022, è avvolto in un marasma giudiziario senza precedenti. Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, è indagato per corruzione, peculato, falso e truffa. Tre assessori alla sanità si sono avvicendati nel giro di pochi anni, un record che descrive plasticamente la qualità della governance. A novembre 2025 — a seguito dell’inchiesta sul “Cuffarogate”, gli appalti sanitari che hanno portato all’arresto per l’ex governatore Totò Cuffaro — Schifani ha dovuto revocare gli incarichi a due assessori della Democrazia Cristiana. Nel vortice delle indagini, dirigenti e uomini di vertice dell’amministrazione risultano imputati per corruzione e turbativa d’asta. Tutto normale, in Sicilia. Ma il profilo giudiziario del governatore stesso merita uno spazio a parte. Nel 2014, il Gip archiviò la richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, scrivendo nero su bianco che erano «emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente», ma che queste non raggiungevano «un livello probatorio minimo per sostenere un’accusa in giudizio». Non un’assoluzione nel merito: un’archiviazione per insufficienza di prove. Nel processo sul “Sistema Montante”, il caso dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, poi condannato a 8 anni per associazione a delinquere, Schifani era imputato per concorso esterno e rivelazione di notizie riservate. Nel gennaio 2024 il Tribunale di Caltanissetta ha dichiarato estinti i reati per prescrizione: non un’assoluzione, ma l’estinzione del processo prima della sentenza.   TOTÒ RIINA IN TRIBUNALE A PALERMO La biografia giudiziaria di Schifani non sarebbe completa senza un episodio che vale più di mille atti processuali. Il 10 giugno 2008, intercettato nella sala colloqui del carcere di Opera, Totò Riina parlava con la moglie Ninetta Bagarella e la figlia Lucia. Dopo aver evocato il paese d’origine del senatore Chiusa Sclafani, nel cuore del mandamento mafioso di Corleone, il capo di Cosa Nostra aggiunse, sorridendo: «Eh… è una mente è. Che è una mente». Riina sapeva di essere intercettato. Era un messaggio, non uno sfogo. Quest’uomo governa oggi la Sicilia. In Sicilia oggi la questione mafiosa messa in soffitta dal governo regionale e nazionale. Quest’ultimo impegnato solamente a sostenere una commissione antimafia che ha come scopo quello di stabilire che le stragi mafiose non sono state frutto del patto criminale tra Cosa nostra, apparati dello stato e stragisti fascisti, ma la conseguenza da parte di alcuni magistrati di non aver portato avanti le indagini su “Mafia e appalti”.  FALCONE, BORSELLINO E IL DEBITO INESTINGUIBILE Sarebbe disonesto chiudere senza nominare chi ha pagato con la vita il tentativo di spezzare questo sistema. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano siciliani nonostante la Sicilia: erano siciliani contro un certo tipo di Sicilia. Contro quella Sicilia in cui il potere politico e il potere criminale si nutrivano degli stessi fondi, frequentavano gli stessi salotti, si coprivano a vicenda. Sono stati assassinati tecnicamente da Cosa Nostra nel 1992 proprio perché quella Sicilia non poteva tollerarli. Il fatto che i loro nomi oggi decorino aeroporti e piazze mentre le logiche sistemiche che li hanno uccisi sopravvivono addomesticate, riformattate, più presentabili è forse la più grande ipocrisia che questa ricorrenza possa offrirci.   GIOVANNI GRONCHI, PRESIDENTE DELLA REPUBBLCA (A SINISTRA) RICEVE AL QUIRINALE GIUSEPPE ALESSI, PRIMO PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA ACCOMPAGNATO DA ALTRI COMPONENTI DELLA GIUNTA REGIONALE BILANCIO DI OTTANT’ANNI Cosa rimane, dopo ottant’anni di autonomia speciale e decine di miliardi di trasferimenti? Rimane un Pil pro capite che è la metà del Nord, penultimo in Italia. Un’occupazione femminile al 37%, diciottesima su venti. Asili nido al 15,5%, la metà dell’obiettivo europeo minimo. Una sanità inadempiente che perde oltre 220 milioni l’anno di pazienti in fuga verso Nord. Imprese che contano meno dell’1% del totale nazionale. Export allo 0,9%. Acqua razionata, rifiuti per le strade, scuole in doppio turno. Giovani che emigrano. Un presidente di Regione con una prescrizione per concorso esterno in associazione a delinquere e il curriculum di un uomo elogiato da Totò Riina in una cella del 41-bis. La domanda che oggi poniamo, e che i siciliani meritano di porsi senza autoindulgenza, non è come si celebrano gli ottant’anni. È: chi risponde di questi ottant’anni? I nomi ci sono. Gli atti ci sono. Le sentenze, in molti casi, ci sono. Quello che manca è la rottura definitiva con la logica che li ha prodotti. E quella rottura non verrà dai palazzi del potere isolano, che da ottant’anni si riproducono selezionando fedelmente i propri successori. Verrà, se verrà, da una società civile che smetta di chiamare festa ciò che è stato un lutto prolungato. Aurelio Angelini
May 16, 2026
Pressenza