Sicilia, 80 anni di Statuto speciale: complicità tra politica, economia e Cosa Nostra. Un lutto, non una festa
Il 15 maggio 1946 il regio decreto n. 455 promulgava lo Statuto della Regione
Siciliana: la prima delle cinque regioni a statuto speciale, emanata ancor
prima della nascita della Repubblica. Una primogenitura che non ha prodotto
alcun primato, se non quello della vergogna. Ottant’anni dopo, la Sicilia rimane
la penultima regione d’Italia per Pil pro capite: 23.300 euro, contro i 46.100
del Nord-Ovest e ogni anno riceve dallo Stato circa 14 miliardi di euro più di
quanto versi in tasse, eppure i suoi cittadini continuano a emigrare, ad
ammalarsi lontano da casa, a bere acqua razionata, a studiare in doppi turni.
C’è qualcosa di oscenamente eloquente in questi numeri. Non descrivono uno
svantaggio storico da colmare: descrivono un sistema progettato per non colmarsi
mai. Non è il momento delle attenuanti. Certo, nel 2024 la Sicilia ha registrato
la crescita reale del Pil più alta in Italia (+1,8%), ma il divario con il
Veneto — regione di dimensioni analoghe — rimane di quasi 90 miliardi di euro di
Pil nominale, identico a quello dell’anno precedente. Crescere più velocemente
degli altri senza ridurre il divario non è un risultato: è la definizione stessa
dell’immobilismo strutturale. Questo articolo non celebra. Contesta. E chiede
conto.
IL COSTO DELLA DEVOLUTION SENZA SVILUPPO
Lo Statuto del 1946 fu una concessione politica, non una visione di sviluppo.
Roma cedette autonomia in cambio di consenso e stabilità elettorale. Le classi
dirigenti siciliane trasformarono subito le competenze esclusive in strumenti di
clientela e controllo. Lo Statuto non fu mai usato per costruire un’economia; fu
usato per distribuire mance e posti. I trasferimenti sono stati colossali.
Guardando ai soli fondi europei, nei cicli di coesione fino al 2020 risultano
censiti per la Sicilia 85.754 progetti per un costo pubblico di 41 miliardi di
euro. Il bilancio? Appena il 15% dei progetti concluso, il 73% “in corso” —
eufemismo che significa, in molti casi, avviato, dimenticato o abbandonato. Per
la programmazione 2021-2027, con un pacchetto di circa 7 miliardi tra Fesr e
Fse+, la Sicilia ha speso solo l’1,7% — uno dei livelli più bassi d’Europa,
mentre il Veneto era già al 14,77%. Non è incapacità tecnica. È scelta politica.
Fondi che vengono distribuiti a pioggia in rivoli improduttivi — i cantieri di
servizio, le forestali, le consulenze, gli enti inutili — si trasformano in
reddito per gli iscritti al partito, in tessere elettorali, in debiti di
fedeltà. Il parassitismo non è una degenerazione del sistema: è il sistema.
IL PIL CHE NON SERVE AI SICILIANI
La Sicilia, che per territorio e abitanti rappresenta circa il 10% del Paese,
contribuisce a meno dell’1% del totale delle imprese attive su scala nazionale,
e il suo export non raggiunge lo 0,9% di quello italiano. Il tasso di mancata
partecipazione al lavoro supera il 30%, tre volte la media del Centro-Nord. Su
questo sfondo, il gender gap è una vergogna nella vergogna.
La Vucciria di Palermo (dettaglio) dipinto di R. Guttuso
Nel 2024 l’occupazione femminile ha raggiunto il suo massimo storico al 37,3%,
classificandosi diciottesima su venti regioni, con un divario uomo-donna di 26,3
punti percentuali. Le donne siciliane sono mediamente più istruite degli uomini
— il 26,1% è laureata contro il 20,2% dei maschi, eppure, rimangono escluse dal
mercato del lavoro a tassi senza paragone in Europa. La radice strutturale di
questa esclusione è anche nei servizi per l’infanzia: in Sicilia la copertura
degli asili nido si attesta al 15,5% dei bambini tra 0 e 3 anni, contro un
obiettivo europeo del 33% che il Nord Italia supera ampiamente. Anche con gli
investimenti del Pnrr, le proiezioni indicano che nel 2030 la Sicilia non
riuscirà a raggiungere nemmeno quella soglia, fermandosi al 25,6%. Non è una
previsione: è la confessione di un fallimento già iscritto nei numeri. Senza
asili nido, le madri non lavorano. Senza occupazione femminile, l’economia non
cresce. È un circolo vizioso che non è mai stato rotto perché non c’era alcun
interesse politico a romperlo. Tra le giovani siciliane, il 27,4% è Neet: non
studia e non lavora. Ogni generazione di donne istruite che emigra è un
fallimento certificato del modello di governo dell’isola.
LA SANITÀ COME SPECCHIO DI UN SISTEMA FALLITO
La Sicilia spende per la sanità il 78% del proprio bilancio di spesa corrente,
ma non riesce a garantire ai propri cittadini prestazioni adeguate. Nel 2024, il
saldo di mobilità sanitaria passiva — le risorse che seguono i pazienti che si
curano al Nord — è stato di -220,9 milioni di euro. La regione è classificata
come inadempiente rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza: non riesce a
garantire il minimo che la legge prescrive. L’indice di attrazione sanitaria è
di appena 15 euro per abitante, tra i più bassi d’Italia, mentre la Lombardia
incassa oltre 645 milioni all’anno di mobilità attiva. Questo è il risultato di
decenni di gestione clientelare degli ospedali, di nomine politiche alle Asp, di
reparti costruiti e mai aperti, di macchinari acquistati e lasciati nelle
scatole. Anche il piano Covid da 229 milioni per 571 nuovi posti di terapia
intensiva, avviato nel 2020, era ancora completato solo al 60% nel settembre
2024.
IL GOVERNO SCHIFANI: UN CATALOGO DI INDAGINI
IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE RENATO SCHIFANI E IL PRESIDENTE
DELL’ASSEMBLEA REGIONALE GAETANO GALVAGNO
L’attuale stagione politica siciliana non è un’anomalia: è la sintesi aggiornata
di ottant’anni di sistema. Il governo Schifani, eletto nel 2022, è avvolto in un
marasma giudiziario senza precedenti. Il presidente dell’Assemblea regionale
siciliana, Gaetano Galvagno, è indagato per corruzione, peculato, falso e
truffa. Tre assessori alla sanità si sono avvicendati nel giro di pochi anni, un
record che descrive plasticamente la qualità della governance. A novembre 2025 —
a seguito dell’inchiesta sul “Cuffarogate”, gli appalti sanitari che hanno
portato all’arresto per l’ex governatore Totò Cuffaro — Schifani ha dovuto
revocare gli incarichi a due assessori della Democrazia Cristiana. Nel vortice
delle indagini, dirigenti e uomini di vertice dell’amministrazione risultano
imputati per corruzione e turbativa d’asta. Tutto normale, in Sicilia.
Ma il profilo giudiziario del governatore stesso merita uno spazio a parte. Nel
2014, il Gip archiviò la richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in
associazione mafiosa, scrivendo nero su bianco che erano «emerse talune
relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto
ambiente», ma che queste non raggiungevano «un livello probatorio minimo per
sostenere un’accusa in giudizio». Non un’assoluzione nel merito:
un’archiviazione per insufficienza di prove. Nel processo sul “Sistema
Montante”, il caso dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello
Montante, poi condannato a 8 anni per associazione a delinquere, Schifani era
imputato per concorso esterno e rivelazione di notizie riservate. Nel gennaio
2024 il Tribunale di Caltanissetta ha dichiarato estinti i reati per
prescrizione: non un’assoluzione, ma l’estinzione del processo prima della
sentenza.
TOTÒ RIINA IN TRIBUNALE A PALERMO
La biografia giudiziaria di Schifani non sarebbe completa senza un episodio che
vale più di mille atti processuali. Il 10 giugno 2008, intercettato nella sala
colloqui del carcere di Opera, Totò Riina parlava con la moglie Ninetta
Bagarella e la figlia Lucia. Dopo aver evocato il paese d’origine del senatore
Chiusa Sclafani, nel cuore del mandamento mafioso di Corleone, il capo di Cosa
Nostra aggiunse, sorridendo: «Eh… è una mente è. Che è una mente». Riina sapeva
di essere intercettato. Era un messaggio, non uno sfogo. Quest’uomo governa oggi
la Sicilia. In Sicilia oggi la questione mafiosa messa in soffitta dal governo
regionale e nazionale. Quest’ultimo impegnato solamente a sostenere una
commissione antimafia che ha come scopo quello di stabilire che le stragi
mafiose non sono state frutto del patto criminale tra Cosa nostra, apparati
dello stato e stragisti fascisti, ma la conseguenza da parte di alcuni
magistrati di non aver portato avanti le indagini su “Mafia e appalti”.
FALCONE, BORSELLINO E IL DEBITO INESTINGUIBILE
Sarebbe disonesto chiudere senza nominare chi ha pagato con la vita il tentativo
di spezzare questo sistema. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano
siciliani nonostante la Sicilia: erano siciliani contro un certo tipo di
Sicilia. Contro quella Sicilia in cui il potere politico e il potere criminale
si nutrivano degli stessi fondi, frequentavano gli stessi salotti, si coprivano
a vicenda. Sono stati assassinati tecnicamente da Cosa Nostra nel 1992 proprio
perché quella Sicilia non poteva tollerarli. Il fatto che i loro nomi oggi
decorino aeroporti e piazze mentre le logiche sistemiche che li hanno uccisi
sopravvivono addomesticate, riformattate, più presentabili è forse la più grande
ipocrisia che questa ricorrenza possa offrirci.
GIOVANNI GRONCHI, PRESIDENTE DELLA REPUBBLCA (A SINISTRA) RICEVE AL QUIRINALE
GIUSEPPE ALESSI, PRIMO PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA ACCOMPAGNATO DA ALTRI
COMPONENTI DELLA GIUNTA REGIONALE
BILANCIO DI OTTANT’ANNI
Cosa rimane, dopo ottant’anni di autonomia speciale e decine di miliardi di
trasferimenti? Rimane un Pil pro capite che è la metà del Nord, penultimo in
Italia. Un’occupazione femminile al 37%, diciottesima su venti. Asili nido al
15,5%, la metà dell’obiettivo europeo minimo. Una sanità inadempiente che perde
oltre 220 milioni l’anno di pazienti in fuga verso Nord. Imprese che contano
meno dell’1% del totale nazionale. Export allo 0,9%. Acqua razionata, rifiuti
per le strade, scuole in doppio turno. Giovani che emigrano. Un presidente di
Regione con una prescrizione per concorso esterno in associazione a delinquere e
il curriculum di un uomo elogiato da Totò Riina in una cella del 41-bis. La
domanda che oggi poniamo, e che i siciliani meritano di porsi senza
autoindulgenza, non è come si celebrano gli ottant’anni. È: chi risponde di
questi ottant’anni? I nomi ci sono. Gli atti ci sono. Le sentenze, in molti
casi, ci sono. Quello che manca è la rottura definitiva con la logica che li ha
prodotti. E quella rottura non verrà dai palazzi del potere isolano, che da
ottant’anni si riproducono selezionando fedelmente i propri successori. Verrà,
se verrà, da una società civile che smetta di chiamare festa ciò che è stato un
lutto prolungato.
Aurelio Angelini