A Palermo la Nakba è memoria viva
15 maggio 2026, settantotto anni dalla Nakba del 1948, l’esodo forzato di
centinaia di migliaia di Palestinesi dalla loro terra, conseguenza
dell’istituzione dello Stato di Israele e dell’inizio di quello che verrà
chiamato conflitto arabo-israeliano.
La comunità palestinese di Palermo ne fa memoria viva con due giorni di
iniziative rivolte all’intera città.
Si comincia il 14 con la conferenza stampa presso la neonata associazione Al
Quds, una bella occasione per approfondire la storia ascoltando lo storico
Tommaso Baris, docente presso l’Università di Palermo, il giornalista
palestinese Bassaam Saleh e Jamil El Sadi, giovane di seconda generazione in
rappresentanza della Comunità Palestinese e dell’Associazione Voci nel silenzio.
Un dialogo attento al reciproco ascolto moderato da Noamen Beji.
Nel salutare il numeroso pubblico Fateh Hamdan presenta l’opera che l’artista
Ninni Cirincione ha voluto donare all’Associazione: tinte forti nei colori della
bandiera palestinese e bianco e nero nei volti delle vittime mentre una
bambina offre a chi guarda il libro aperto della Dichiarazione universale dei
diritti dell’Onu.
Tutti gli interventi successivi, l’excursus storico come i racconti di vita
vissuta dei tre relatori, parlano di negazione di quei diritti, accompagnata
dall’ estrema violenza della volontà di pulizia etnica del governo israeliano
fino al genocidio in corso. Mentre l’Occidente sembra scoprire solo in seguito
al sette di ottobre l’inumana condizione di apartheid del popolo palestinese,
chi è andato via e chi è nato lontano dalla terra della sua famiglia può tornare
a casa solo da turista.
Insieme alla lunga serie di massacri, di punizioni collettive con distruzione di
interi villaggi, di occupazioni illegali da parte dei coloni nonostante le
risoluzioni dell’Onu, si susseguono le date di quella che, anche nel nome,
guerra arabo-israeliana, nega l’esistenza stessa del popolo palestinese. Così si
susseguono nel tempo le continue aggressioni dell’esercito israeliano e i
tentativi di giungere ad accordi di pace che per il popolo palestinese non hanno
mai significato il riconoscimento dei propri diritti, tra tutti imprescindibili
quello della continuità territoriale di uno Stato libero e sovrano e di
Gerusalemme capitale ma soprattutto il diritto al ritorno.
La continua condizione di guerra, sin dal piano Dalet del 1948, indica al
contrario la volontà esplicita di occupare e controllare il territorio
palestinese, garantendone l’ebraicità, senza il popolo che lo abita da prima che
il colonialismo e la sua idea occidentale di Stato nazionale ne tracciassero i
confini sulla carta.
La promessa della terra non è quella di un dio ma quella fatta dalla comunità
internazionale al capitalismo ebraico mondiale sin dal primo congresso sionista.
Lo Stato di Israele è un paese nato sui crimini contro i nativi, proprio come
gli Stati Uniti! Oggi Israele controlla tutto e non è in pericolo solo la
Palestina e il diritto del suo popolo all’autodeterminazione, ma tutto il mondo.
Il 7 ottobre non è la storia della Palestina ma solo un suo momento, dopo 17
anni di assedio di Gaza. Anche ora, con la tregua del Board of peace spacciata
per pace, continuano le aggressioni armate, le uccisioni di civili, sanitari,
giornalisti.
Si rinnova l’invito all’Europa a svegliarsi, a non finanziare l’economia del
genocidio, quella di un paese, Israele, che non può dirsi democratico solo
perché i suoi cittadini esercitano il diritto di voto e poi approva leggi che
condannano a morte solo i Palestinesi. Bisogna boicottarne i prodotti e
riconoscere il made in Palestina e mentre per molti quella palestinese è solo
una questione politica, Jamil ci ricorda che per loro, i palestinesi di
Palestina, e per quelli che subiscono una Nakba continua, è una questione
familiare, di origini, di terra, di profumi, di colori e vuole condividerla con
noi, insieme custodi di una fiammella in un mondo di oscurità in balia del vento
delle correnti politiche.
Così ci si ritrova il giorno dopo, proprio il 15 di maggio, giorno della memoria
della Nakba, insieme in corteo, per le vie del centro storico della città, con
striscioni che raccontano in poche immagini e parole la stessa storia di ieri,
bandiere e voci, molte giovani, che chiedono libertà per la Palestina, la
cessazione di qualunque accordo con Israele e giustizia per tutti i popoli e in
molti dei volti che si incontrano sulla strada, soprattutto in quelli delle
comunità straniere, si leggono sorrisi e approvazione. Un gruppo di bambini del
Bangladesh, che in piazza gioca a pallone, unisce la sua voce a quella del
corteo che passa: Free free Palestine! il loro grido gioioso come un atto di
riconoscimento.
Poi, nel punto di arrivo, si alternano gli interventi. Così la pluralità di voci
del corteo si traduce nel sostegno e nel rinnovato impegno di Cgil e Arci, nelle
parole cariche di passione di rappresentanti della comunità palestinese e di
italiani che, nel ricordo della Resistenza, rivendicano il diritto di ogni
popolo alla propria resistenza, nell’invito a sostenere tutte le forme di lotta
in campo in questi giorni, la Flottiglia nuovamente in viaggio e lo sciopero
proclamato dall’USB per il prossimo 18 maggio.
Per i diritti negati di ogni popolo parla il rappresentante del movimento Right
to be e un lungo applauso segue il ricordo necessario di Bakari Sako. Perché se
è vero che diverse possono essere le posizioni politiche e le scelte di metodo,
di fronte alla violenza assassina ancora oggi è sempre più necessario ritrovarsi
insieme di nuovo in tanti, oltre il poco più del centinaio di persone che oggi a
Palermo hanno tenuto viva la fiammella della solidarietà e della lotta contro
ogni oppressione.
Questi due giorni ci offrono una strada, memoria storica e corpi che si muovono,
con l’auspicio che tutti e tutte, cittadini e cittadine, istituzioni e
movimenti, amministrazioni locali e politica internazionale, trovino la volontà
e il coraggio per tradurre la memoria in azioni concrete di sostegno al popolo
palestinese e alla sua autodeterminazione per un mondo che basi la pace sulla
giustizia e sulla verità.
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Maria La Bianca