[San Francisco, Stati Uniti]: Attacco con molotov contro la casa di Sam Altman, fondatore e capo di OpenAI> Da Switch Off!, 10.04.26
Articolo di Die Zeit del 18 aprile 2026
BISOGNA DISTRUGGERE LE MACCHINE?
Un uomo attacca la casa di Sam Altman e i taxi autonomi vanno in fiamme. La
reazione contro l’IA diventa violenta e unisce persone che altrimenti non
avrebbero nulla in comune.
Cosa fare quando il futuro appare minaccioso? Ci si dispera, si entra in
politica o si fugge subito nella natura selvaggia? Un giovane negli Stati Uniti
ha recentemente trovato una risposta diversa: dare fuoco a tutto. Venerdì scorso
[10 aprile, NdT], nelle prime ore del mattino, ha lanciato una bottiglia molotov
contro la casa di Sam Altman [a San Francisco, NdT], poi è fuggito a piedi ed è
stato arrestato poche ore dopo con una tanica piena di cherosene davanti alla
sede centrale di OpenAI. Secondo quanto riferito dall’FBI, con sé aveva un
manifesto in cui si scagliava contro l’intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato, l’uomo ha 20 anni e si chiama Daniel M. [Moreno-Gama,
NdT]. I media hanno rintracciato la sua impronta digitale [ovvero la sua
presenza online, NdT] trovando un account Instagram e una newsletter Substack
che presumibilmente gli appartengono e che contengono diversi post sul nostro
presente e futuro tecnologico. Il rischio esistenziale dell’IA è il titolo di un
lungo saggio in cui l’autore mette in guardia dalla superintelligenza in arrivo
e raccomanda il libro If Anyone Builds It, Everyone Dies del profeta
dell’apocalisse dell’IA, Eliezer Yudkowsky. Un altro saggio si intitola Elogio
funebre dell’umanità, in cui l’autore distingue tra la figura del nobile
“martire”, disposto a morire per i propri ideali, e quella del “guerriero”,
pronto a combattere e a uccidere per essi. Il testo si conclude con una presa di
posizione: «Noi, l’umanità, meritiamo di essere difesi». Ora M. è accusato, tra
le altre cose, di tentato omicidio ai danni di Sam Altman e probabilmente
trascorrerà molti anni in prigione. Solo pochi giorni dopo, due sconosciuti
hanno sparato contro la casa di Altman. Il movente è ancora sconosciuto.
Per quanto riprovevole sia la violenza contro Altman, questo attacco sembra
comunque essere anche un sintomo. Non è solo in M. che ribollono rabbia e paura
di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale, in cui l’elemento umano
sembra essere facoltativo. Si tratta di un sentimento ormai radicato nell’intera
società, persino a livello globale: si teme che le macchine possano sostituirci
o che, per stare al passo con i tempi, dobbiamo funzionare sempre più come
macchine.
Questa pressione non si scarica necessariamente contro gli sviluppatori, anche
se si tratta di un caso particolarmente estremo, ma spesso contro le tecnologie
stesse: nel Regno Unito e negli Stati Uniti, infatti, si sono recentemente
moltiplicati gli attacchi contro i robot di consegna autonomi, presi a calci,
picchiati e imbrattati di graffiti. In California, culla di molte delle nostre
tecnologie future, i taxi a guida autonoma sono stati sabotati o addirittura
distrutti. A Indianapolis, qualcuno ha sparato 13 colpi nel cuore della notte
contro la casa di un consigliere comunale, lasciando un biglietto sullo zerbino
con la scritta: “NO DATA CENTERS!”. Meno militanti, ma in una sorprendente
alleanza, nel Midwest degli Stati Uniti gli elettori MAGA e i socialisti, come
il democratico Bernie Sanders, stanno improvvisamente remando nella stessa
direzione per protestare contro la costruzione di data center per l’intelligenza
artificiale ad alto consumo energetico da parte delle grandi aziende
tecnologiche, e stanno vincendo: secondo un rapporto di Data Center Watch, le
proteste hanno impedito o ritardato la realizzazione di data center per un
valore di 64 miliardi di dollari.
Paura della fine del mondo o dello sfruttamento?
La controffensiva [backlash] anti-IA è ampia e, come ha recentemente scritto la
rivista Fortune, forse addirittura «rivoluzionaria», nell’accezione di «assalto
alla Bastiglia». Tuttavia, le persone coinvolte non formano affatto un gruppo
omogeneo. Per comprendere meglio cosa si mescoli al suo interno, è utile
distinguere innanzitutto due fazioni: i doomer e i luddisti.
A giudicare dal suo Substack, M. apparteneva ai primi. I “doomer” dell’IA, dal
termine inglese “doom” (rovina), sono talvolta utilizzati proprio come
autodescrizione e guardano all’intelligenza artificiale nella sua accezione più
ampia. Le loro preoccupazioni sono apocalittiche, sebbene riferite ai software,
e intrise di un sentimento quasi religioso. Condividono l’ottimismo tecnologico
con i più grandi sostenitori della tecnologia: sono convinti che l’IA diventerà
sempre più efficace e potente, solo che non vogliono promuoverla né accelerarne
lo sviluppo, ma temono che ciò avvenga.
Il momento specifico che li spaventa è quello in cui un’ipotetica IA sarà in
grado di riprogrammarsi e migliorarsi autonomamente. Ciò produrrebbe
un’esplosione di intelligenza che farebbe sì che l’IA continui a migliorarsi
fino a diventare, di fatto, Dio. I “doomer” non usano necessariamente questo
termine, ma parlano piuttosto di AGI (Intelligenza Artificiale Generale) o di
Singolarità. Ciò che ipotizzano per il nostro futuro è talmente lontano da ogni
cosa umana che nessun termine, se non quelli teologici, sembra renderlo
adeguatamente.
Gli stessi amministratori delegati delle aziende tecnologiche attingono spesso
alle previsioni dei “doomer” per fare marketing, combinando abilmente argomenti
di destra e di sinistra. In primo luogo: «Quello che stiamo costruendo è
terribilmente pericoloso!». E subito dopo: «Ma solo noi possiamo controllarlo!»
Nel frattempo, però, loro continuano a sviluppare l’IA a un ritmo sempre più
frenetico e con sempre meno misure di sicurezza. Una parte disillusa dei doomer,
quindi, si è sempre più radicalizzata nelle proprie previsioni: Nel Substack di
M. si legge che permetteremmo ai CEO del settore tecnologico di “spingerci verso
l’estinzione”. Nel libro di Eliezer Yudkowsky, If Anyone Builds It, Everyone
Dies, il titolo è già di per sé esplicativo; inoltre, nel 2025, l’influente
documento AI 2027 ha profetizzato la catastrofe dell’IA già per l’anno prossimo.
Secondo una delle due interpretazioni, alcuni onesti guerrieri lottano per un
futuro umano; secondo l’altra, invece, si tratta di fanatici religiosi che, come
tante sette prima di loro, sospettano che l’Armageddon sia sempre dietro
l’angolo.
La visione della seconda fazione anti-IA ha un carattere meno cosmico. I
luddisti sono in realtà un gruppo storico di lavoratori che prende il nome da
Ned Ludd, un maestro tessitore quasi mitico che, secondo la leggenda, nel 1779
distrusse due telai meccanici. Quando, nel 1810, i tessitori britannici si
ribellarono all’inizio della meccanizzazione del loro lavoro, assaltarono le
fabbriche e distrussero le macchine, rivendicando il leggendario generale Ludd
come loro leader. In Germania, questi lavoratori distruttori di telai sono noti
con un altro nome: i Maschinenstürmer.
Negli Stati Uniti, sempre più esponenti della sinistra si rifanno ora a quel
movimento e si definiscono neo-luddisti. Le analisi storiche dimostrano infatti
che i luddisti non erano, come spesso si racconta oggi, nemici ingenui del
progresso. Erano artigiani altamente qualificati che capivano perfettamente come
i proprietari delle nuove macchine mirassero attivamente a svalutare la loro
professione attraverso la meccanizzazione. Per molto tempo protestarono
pacificamente, ma quando lo Stato avviò la repressione e i datori di lavoro
continuarono a spingere sempre più in basso i salari, i tessitori iniziarono a
distruggere le macchine, ma solo quelle dei datori di lavoro che prima non
avevano voluto negoziare. Lasciarono intatte le altre.
Fallirono. Il governo britannico represse ben presto le loro proteste con
l’intervento dell’esercito. Eppure, come sostiene lo storico dell’economia Carl
Benedikt Frey nel suo libro The Technology Trap, avrebbero avuto ragione: il
tenore di vita dei lavoratori subì un drastico calo e ci vollero tre generazioni
prima che le ricchezze del nuovo capitalismo raggiungessero i lavoratori. La
rivolta contro le macchine non fu una lotta contro la tecnologia, ma contro le
sue conseguenze sociali.
Di questo spirito è permeata anche l’odierna coalizione di coloro che temono le
conseguenze sociali dell’intelligenza artificiale più del suo potenziale
distruttivo, come lo sciopero di successo dei sindacati di Hollywood contro
l’uso dell’IA nella produzione cinematografica nel 2023. Ci sono state proteste
contro i taxi a guida autonoma e i robot di consegna autonomi, perché
presumibilmente rubano posti di lavoro o perché, a causa delle loro numerose
telecamere, sono visti come parte di uno stato di sorveglianza nascente. Ci sono
state manifestazioni contro i data center, perché sono la parte tangibile della
rivoluzione dell’IA che viene rifiutata, o perché il loro consumo di energia e
acqua è paragonabile a quello di una città di medie dimensioni, o semplicemente
perché deturpano il paesaggio.
Eppure, l’espansione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale procedono senza
ostacoli. Il contraccolpo, sia da parte dei luddisti che dei doomer, si fa
sempre più violento e, nella loro impotenza, alcune persone sembrano trovare
sempre più accettabile anche la violenza. Chi ha dato un’occhiata alle sezioni
dei commenti su Facebook, Instagram o TikTok sotto gli articoli relativi
all’attacco con bombe Molotov alla casa di Altman, non ha trovato molte
espressioni di cordoglio, ma piuttosto esultanze e commenti sarcastici. Questo
fatto ricorda immediatamente l’omicidio del CEO di UnitedHealthcare, Brian
Thompson, avvenuto nel dicembre 2024, che è stato celebrato in modo trasversale
da molti utenti statunitensi sui social media. La frustrazione nei confronti
dell’industria sanitaria statunitense era così forte che si è persino esultato
per un omicidio. Il presunto autore della sparatoria, Luigi Mangione, è
diventato un beniamino del web.
Ma non è solo Mangione a rappresentare un sorprendente punto di accordo negli
Stati Uniti divisi: negli ultimi anni, una carriera trasversale ai partiti l’ha
fatta proprio Ted Kaczynski, meglio conosciuto come l’Unabomber, che tra il 1978
e il 1995 inviò pacchi bomba negli Stati Uniti a persone che, secondo lui,
promuovevano la diffusione delle moderne tecnologie.
Il curioso fronte trasversale della resistenza alla tecnologia
La campagna di Unabomber, morto in carcere nel 2023, all’epoca uccise tre
persone e ne ferì oltre venti. Eppure, il suo manifesto Industrial Society and
Its Future, che si scaglia contro il “progresso” tecnologico e inizia con la
frase “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state una catastrofe
per l’umanità”, ha riscosso un successo trasversale, soprattutto negli ultimi
anni. È stato pubblicamente elogiato da personaggi come Elon Musk, il profeta
del movimento MAGA Tucker Carlson, anticapitalisti di sinistra e persino Luigi
Mangione, che hanno poco in comune, se non, a quanto pare, la convinzione che
qualcosa sia andato storto nel nostro presente tecnologico.
La resistenza alla tecnologia, anche quella militante, crea fronti trasversali
curiosi: ma perché? Una risposta si può forse trovare nel libro Techno-Negative,
pubblicato di recente dal geografo umano Thomas Dekeyser. In questo libro,
Dekeyser priva l’attuale backlash contro l’IA di ogni unicità, facendo risalire
il desiderio di distruggere le macchine fino all’antichità. Ogni nuova
tecnologia, infatti, ridefinisce sempre anche cosa significa essere umani,
perché ci definiamo sempre anche attraverso lo scambio e la demarcazione
rispetto al non umano, come spiega Dekeyser. Oggi gli sviluppatori di
intelligenza artificiale pubblicizzano apertamente la loro tecnologia, che da un
lato sostituirà l’uomo come apice della creazione e dall’altro fagociterà ogni
lavoro che dia senso e crei valore, riducendo l’uomo a un semplice fardello di
carne.
Nella resistenza contro una tecnologia che pretende di essere onnipotente, forse
tutti possono ritrovarsi, anche se hanno poco in comune e forse non sono affatto
d’accordo sui metodi della loro alleanza improvvisata. Sulla base di una
consapevolezza condivisa, possono trovare un accordo: alcune macchine devono
essere distrutte.