Slapp, il governo recepisce la Direttiva ma lascia senza tutela nove casi su dieci. Il 22 ottobre protesta a RomaSLAPP, il Governo recepisce la direttiva contro le azioni legali temerarie ai
danni di giornalisti, attiviste e whistleblower, ma lascia senza tutela 9 casi
su 10
CASE Italia denuncia le criticità del decreto, porterà la questione
all’attenzione della Commissione europea e il 22 ottobre scenderà in piazza a
Roma per chiedere maggiori tutele contro le querele bavaglio.
Alla fine è accaduto. Da quanto apprendiamo, lo scorso venerdì il Governo ha
recepito la direttiva europea (Ue) 2024/1069, contro le SLAPP – Strategic
Lawsuits Against Public Participation – conosciute anche come querele bavaglio,
con un atto normativo deludente che arriva addirittura a restringere la portata
delle tutele previste dalla direttiva. Le SLAPP sono tutte quelle azioni legali
manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici,
esponenti del mondo imprenditoriale e aziende con il solo intento di intimidire,
silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti,
attivisti, ricercatori, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il
diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse
collettivo.
Il decreto con cui l’Italia recepisce la direttiva europea contro le SLAPP offre
protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni
transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che
rappresentano almeno il 90% dei casi registrati. Il provvedimento, inoltre, si
applica inoltre solo nei procedimenti civili e lascia fuori quelli penali,
inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi
informa o critica in Italia, Paese dove si registra il numero più alto di SLAPP
in tutta l’UE. Questo significa di fatto lasciare senza tutele 9 casi su 10,
come denuncia da tempo CASE Italia, il gruppo di lavoro italiano della
Coalition Against SLAPPs in Europe, che riunisce 17 organizzazioni della società
civile.
Purtroppo però il decreto non si limita a ignorare le le raccomandazioni della
Commissione europea (2022/758) e del Consiglio d’Europa (CM/Rec(2024)2), che
invitavano i Paesi dell’Ue ad estendere le protezioni della direttiva a tutti i
tipi di procedimenti – civili, penali, amministrativi, e a tutti i casi di SLAPP
– transfrontalieri e nazionali, su cui le istituzioni europee non erano riuscite
a intervenire a causa dei limiti imposti dai trattati.
La norma approvata dal Governo introduce una nozione più restrittiva dei casi
transfrontalieri rispetto a quella delineata dalla direttiva. Quest’ultima
stabilisce infatti che un caso può essere considerato transfrontaliero non solo
quando attore e convenuto siano domiciliati in Paesi differenti, ma anche
quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti
con un altro Stato. Proprio per evitare esclusioni indebite, l’articolo 5 della
Direttiva richiede che una controversia possa considerarsi priva di implicazioni
transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso
Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano
situati unicamente in tale Stato. Per l’Italia, invece, basta il solo fatto che
attore e convenuto siano domiciliati in Italia per essere sicuramente di fronte
a un caso “non transfrontaliero” e quindi privo di tutele. Una scelta che rende
l’applicazione delle protezioni legali contenute nel decreto ancora più
marginale e che solleva dubbi in merito alla conformità della disciplina
nazionale al diritto europeo.
L’esame finale del Consiglio dei Ministri del 2 ottobre arriva al termine di un
percorso che ha messo alla prova il processo di partecipazione e consultazione
della società civile, caratterizzato da numerosi inviti inascoltati da parte di
CASE Italia ad un confronto concreto con il Ministero della Giustizia e da un
processo parlamentare incardinato a ridosso della chiusura estiva che si è
ridotto ad un esercizio di partecipazione meramente formale. Le competenti
Commissioni parlamentari hanno esaminato lo schema di decreto legislativo in
meno di un mese e le osservazioni delle organizzazioni della società civile,
comprese quelle presentate da CASE Italia nel corso dell’audizione, non sono
state recepite nel testo finale.
“Il nostro Paese arriva in ritardo, dando un esempio che rischia di trasformarsi
in una vera e propria bad practice a livello europeo. Riteniamo che questo
risultato così deludente sia anche il riflesso del rifiuto di un confronto
effettivo con le componenti più rilevanti della società civile. – dichiara
Sielke Kelner, portavoce di CASE Italia. “A fronte di un risultato così
problematico, CASE Italia porterà all’attenzione della Commissione europea le
principali criticità del decreto, affinché venga valutata la conformità rispetto
agli obblighi previsti dalla Direttiva. Ciò avviene peraltro in un contesto in
cui la Commissione ha già inviato all’Italia una lettera di richiamo per il
mancato recepimento della Direttiva entro i termini previsti. (7 maggio).”
Il 22 ottobre la coalizione scenderà in piazza Capranica, a Roma dalle ore 10
alle ore 13, per protestare contro una legge incapace di difendere la libertà di
espressione e per costruire insieme a giornalisti, attiviste, giuristi e
organizzazioni della società civile una risposta più forte alle querele
bavaglio: chiederemo al Governo e al Parlamento di intervenire per correggere
una normativa che rischia di lasciare senza protezione la grande maggioranza
delle vittime di SLAPP.
L’azione cade pochi giorni dopo l’anniversario dell’assassinio della giornalista
maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017, un omicidio che, a
distanza di nove anni, rimane tutt’oggi impunito. Al momento della sua morte,
Daphne Caruana Galizia stava fronteggiando una cinquantina di SLAPP, molte delle
quali avviate da esponenti del governo maltese dell’epoca nel tentativo di
ostacolare e mettere a tacere le sue inchieste sulla corruzione, l’abuso di
potere e i legami tra politica e interessi economici a Malta. È anche per
questo, e per il significativo contributo della famiglia di Daphne al movimento
europeo contro le SLAPP e al processo che ha portato all’adozione della
Direttiva europea, che quest’ultima è nota come «legge Daphne».