Nucleare: a volte ritornano… Una questione di prospettiva
Giorgia Meloni ha annunciato ieri la prossima proposta di legge per un ritorno
al nucleare civile in Italia.
In sé non è una novità: è parecchio tempo che si assiste a una campagna di
propaganda a favore del ritorno al nucleare civile: campagna basata sulla
bellezza e efficienza delle nuove centrali (più piccole e più sicure), sulle
rassicurazioni riguardo allo stoccaggio delle scorie, sulla necessità di
aumentare la produzione di energia.
La verità è che un serio dibattito sul tema dell’energia è assente dalla
pubblica piazza. Come direbbero in coro tutti i movimenti ecologisti: businness
as usual, ciò che conta è fare soldi.
Il sistema di produzione e distribuzione dell’energia è basato sul concetto che
l’energia sia un bene da vendere; l’energia in sé e i metodi per produrla; la
sostanziale sopravvivenza delle fonti fossili, nonostante tutti i conclamati
“effetti collaterali” (CO2, malattie, inquinamento di terreni e falde acquifere
ecc.), è dovuta al tremendo businness che c’è intorno alla medesima: estrazione,
trasporto, trasformazione, consumo e smaltimento: tutte attività altamente
lucrative e, in gran parte, nelle mani delle lobbies finaziarie. Questo circuito
malefico produce ricchezza per ogni attore del medesimo. Per questo il sistema
si basa su centri di produzione e su un sistema di distribuzione: che il
produttore sia fossile, nucleare o perfino centrali elettriche basate su fonti
rinnovabili (grandi estensioni fotovoltaiche o parchi eolici giganteschi perfino
off shore) non cambia la visione: l’obiettivo è vendere. E in questa visione
vediamo cascare perfino amici che si definiscono “ecologisti”.
Le cose sarebbero diverse se cominciassimo a considerare l’energia come un bene
comune collegato con il bene comune più grande che abbiamo a disposizione: il
pianeta. E, conseguentemente, considerare che il pianeta ha risorse limitate e
che, come attestano ogni anno gli studi dell’Overshoot Day, noi ne stiamo
abusando.
Se consideriamo l’energia e la sua produzione come bene comune la prima cosa da
fare sarebbe curarne l’efficienza: le reti elettriche hanno un livello di
dispersione variabile che può superare il 10% e che è proporzionale alla
distanza percorsa. Le reti elettriche sono state utili a portare, molti anni fa,
la corrente elettrica in ogni casa; sono ancora utili per portare grandi
quantità a una fabbrica energivora. Ma la tecnologia attuale consente
perfettamente a tutti gli edifici pubblici di essere trasformati in una casa
passiva, cioè in un edificio che produce l’energia che consuma; a Bolzano, per
esempio, l’hanno fatto molti anni fa, perché altrove no?
Perché nel fare una casa passiva non si compra più energia da nessuno, finisce
l’affare Il famoso criticatissimo superbonus ma molto di più la Legge sulle
Comunità Energetiche sono stati tentativi di andare nella direzione del bene
comune. Ma della legge sulle Comunità Energetiche non si parla e già alcune
holding di profitto stanno provando a vedere se si può lucrare anche lì e
stravolgere l’idea che il risparmio, la localizzazione e la condivisione siano
la soluzione al problema.
Alla politica bisognerebbe chiedere di pensare, finanziare ed implementare
sistemi di liberazione dell’energia dal profitto, cominciando da tutto quello
che si può fare direttamente con le proprietà dello Stato. Sarebbe un
investimento che, tra l’altro, comporterebbe nel giro di poco tempo un guadagno
da parte delle amministrazioni locali e nazionali, così come possono
testimoniare coloro che l’hanno fatto, sia nel pubblico che nel privato. Una
questione pratica di buon senso.
Ma, come al solito, il tema di fondo è che dovremmo cambiare paradigma e
prospettiva e mettere al centro il Bene Comune, l’Essere Umano e la sua casetta
blu, velata dalle nubi.
Olivier Turquet