Tag - morti nel mediterraneo

L’autunno è tiepido ma si scalderà
articoli e riflessioni di Sergio Sinigaglia, Lavinia Marchetti e Franco Astengo.   Francia chiama, Italia risponde? di Sergio Sinigaglia C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. Scomodiamo la nota poesia di Giovanni Pascoli per commentare brevemente le manifestazioni di ieri in Italia, soprattutto a Milano, ma non solo. Negli autunni precedenti avevamo assistito, come da tradizione, a manifestazioni
October 18, 2026
La Bottega del Barbieri
18 giovani curdi nel Mediterraneo, un viaggio iniziato con la speranza
Non erano soltanto «migranti». Erano 18 giovani curdi che avevano deciso di lasciare la propria terra con una speranza semplice: raggiungere l’Europa e costruire una vita migliore, una vita normale, con sicurezza, dignità e la possibilità di guardare al futuro. Secondo le informazioni raccolte da Ranj Peshdari, attivista impegnato nel campo della migrazione, il viaggio è iniziato il 5 Mordad. Quattro giorni dopo i contatti tra i passeggeri della barca e le loro famiglie si sono interrotti completamente. A metà dello stesso mese, le famiglie hanno iniziato a contattare l’attivista per cercare notizie sui propri figli. Nel tentativo di ricostruire quanto accaduto, Peshdari si è recato in Italia e ha svolto ricerche a Palermo e in Calabria. Secondo quanto riferito, ha contattato ospedali, carceri, stazioni di polizia e la Croce Rossa, senza trovare informazioni ufficiali che confermassero il salvataggio o l’arresto di questi giovani. Successivamente, secondo le informazioni fornite dall’attivista, un’organizzazione tedesca impegnata nel soccorso dei migranti attraverso un aereo di sorveglianza, avrebbe documentato i resti di una barca affondata nel Mediterraneo. Nelle immagini sarebbero visibili i corpi di 11 persone sui resti dell’imbarcazione. Tra le immagini c’è una scena particolarmente dolorosa: sul petto di uno dei giovani è visibile un tatuaggio con due parole in curdo: «Dayê gian», «Mamma mia». Due parole che raccontano una vita intera. Non cercavano una vita perfetta. Cercavano una vita normale. Questi giovani provenivano da una regione segnata da guerre, instabilità, difficoltà economiche e profonde crisi sociali. Non cercavano necessariamente ricchezza o una vita privilegiata. Cercavano sicurezza, lavoro, dignità e un futuro. Per raggiungere quella speranza, hanno scelto una delle rotte migratorie più pericolose del mondo e il Mediterraneo, ancora una volta, potrebbe essere diventato il luogo in cui quella speranza si è spezzata. Da anni assistiamo a tragedie simili. Persone che, nel tentativo di raggiungere l’Europa, affrontano violenza, sfruttamento, criminalità e condizioni disumane. Altre scompaiono lungo il percorso. Altre ancora muoiono in mare prima di raggiungere la loro destinazione. Dietro ogni numero c’è una persona. 18 giovani significano 18 vite, 18 famiglie, madri, padri, fratelli e sorelle che aspettano una risposta. Per questo non possiamo permettere che questa tragedia diventi soltanto un’altra notizia destinata a essere dimenticata. Prima di essere migranti, queste persone erano esseri umani. Hanno diritto alla vita, alla sicurezza e alla dignità. Il mio appello è rivolto a tutte le persone libere: non restiamo indifferenti. Ascoltiamo le famiglie, cerchiamo la verità e diamo voce a chi non ha più la possibilità di parlare. Nessuno dovrebbe essere costretto a rischiare la propria vita in mare semplicemente per poter vivere una vita normale. Il Mediterraneo dovrebbe essere un ponte tra le persone, non un cimitero delle loro speranze.             Shayan Moradi
September 24, 2026
Pressenza
Leone XIV a Lampedusa, Sea-Watch: “Grati della scelta di stare dalla parte delle persone migranti, non dei potenti”
La ONG tedesca espone uno striscione sulla nave Aurora e consegna una lettera al Pontefice per chiedere la difesa del soccorso e della solidarietà in mare. Sea-Watch saluta con gratitudine la visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, nel giorno della festa nazionale del suo Paese d’origine, gli Stati Uniti. “Che un Papa americano scelga di trascorrere questa giornata in un luogo simbolo delle migrazioni, anziché negli USA, rifiutando l’invito del Presidente Trump per recarsi sulla frontiera più a sud d’Europa, è un gesto di grande valore simbolico e politico” commenta la portavoce Giorgia Linardi. “Papa Leone indica chiaramente da che parte stare, tanto più mentre negli Stati Uniti e in Europa si moltiplicano le campagne di criminalizzazione e persecuzione delle persone migranti.” Occorre interrogarsi sull’intitolazione del Molo Favaloro a Papa Francesco, prevista in occasione della visita. Luogo simbolo di un dispositivo di frontiera sempre più militarizzato, disumanizzante e inaccessibile per la società civile, il molo tradisce i valori di accoglienza e solidarietà cristiana per precisa scelta politica. Da poche settimane è inoltre divenuto il simbolo dell’applicazione delle nuove procedure di frontiera introdotte dal Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che restringono l’accesso alla protezione. È importante che Papa Leone prenda coscienza della militarizzazione e della disumanizzazione della frontiera. Il nome di Papa Francesco al Molo Favaloro deve rappresentare un impegno a rimettere al centro la dignità umana. “Papa Francesco non accetterebbe che le persone vengano accolte con interrogatori che spesso sfociano in condanne fino a vent’anni per aver guidato una barca senza avere alcuna scelta” aggiunge Linardi. Negli ultimi dieci anni almeno 3.200 persone sono state accusate di essere “scafisti” in conseguenza di pratiche accusatorie sommarie che spesso hanno luogo proprio al molo di sbarco. Sulla nave Aurora, ormeggiata proprio davanti al molo, uno striscione reca un messaggio semplice: “Non c’è niente di cristiano in un mare di morti”, richiamando le parole con lo stesso Papa Leone XIV ha definito la remigrazione “non una proposta cristiana”. Un messaggio che accompagna la prima tappa della visita al cimitero di Lampedusa, in memoria delle persone morte e disperse nel Mediterraneo: oltre 35.000 nell’ultimo decennio. Dal 2015 Sea-Watch ha contribuito a salvarne più di 50.000, mentre decine di migliaia sono state soccorse dall’intera flotta civile, nonostante i continui tentativi dei governi di ostacolare il soccorso civile. In occasione della visita, Sea-Watch ha consegnato al Pontefice una lettera chiedendo il Suo sostegno nella difesa del principio per cui salvare vite non può essere un crimine, ma un dovere morale, giuridico e cristiano. Sea Watch
July 4, 2026
Pressenza
Secondo la Croce Rossa italiana negli ultimi dieci anni sono morte nel Mediterraneo tra 100 e 200 mila persone
Fino ad oggi l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni ha tenuto traccia delle morti nel Mediterraneo, contando circa 35.000 vittime. Abbiamo sempre saputo che questo non era un numero reale, ma solo una sottostima. Ora la Croce Rossa italiana ha comunicato la sua stima: tra le 100 e le 200 mila vittime in dieci anni. È un numero terrificante, di cui probabilmente non avremo mai certezza. Ognuna di queste vite spezzate non è un incidente, ma il risultato di scelte politiche consapevoli e criminali. Gli Stati europei sanno cosa sta succedendo in mare, ma da dieci anni rimangono a guardare, o peggio sono complici di questo massacro. Noi non ci stiamo e non accettiamo che nei prossimi dieci anni il numero delle vittime sia lo stesso o anche più alto. Sea Watch
May 14, 2026
Pressenza