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Saccheggio della Terra e crisi climatica globale: l’alternativa dai nativi americani
> Questa torrida estate del 2026, con temperature medie molto più alte del > normale, può essere la prova chiara per tutti che il surriscaldamento del > pianeta è un processo in atto e, almeno in parte, irreversibile, > paradossalmente proprio mentre si continuano a fare guerre in nome dei > combustibili fossili. Il sistema capitalistico globalizzato, attore quasi del tutto incontrastato sulla scena internazionale, continua a colonizzare terre per trarne profitti. Costi quel che costi: l’importante è arraffare la torta. L’esempio più eclatante, ma anche a noi più vicino, è quello del genocidio in atto a Gaza e in tutta la Palestina, ad opera dello Stato di Israele, con il coinvolgimento diretto dell’esercito e dei coloni israeliani, con il coinvolgimento indiretto degli USA e la complicità della maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Ma ci sono molti altri popoli a rischio: dai Saharawi del Sahara Occidentale, schiacciati dall’esercito marocchino, ai kurdi colonizzati da Turchia, Iran, Iraq e Siria, che pure stanno mostrando un nuovo sistema di amministrazione pubblica, basato sulla partecipazione dal basso e in cui le donne sono una nuova voce propulsiva, soprattutto nella regione del Rojava. Senza dimenticarci della resistenza nel Chiapas e di quella del popolo Mapuche in Cile ed Argentina. Oltre a quella di molte etnie minoritarie in Cina, Indocina, Indonesia, Australia ed Oceania. Chi scrive è nato e vive in Sardegna, terra da sempre colonizzata, avvelenata dalla massiccia presenza di basi militari, dalla produzione mortifera di una spregiudicata fabbrica d’armamenti, la RWM, costola della Reinhmetal, dalle mille speculazioni turistiche ed energetiche e costantemente sotto la minaccia del possibile deposito di scorie nucleari. Per me l’identità è importante, viscerale, potremmo dire sacrale ma non deve trasformarsi in nazionalismo, piuttosto ricordare quella vecchia canzone anarchica che diceva “nostra patria è il mondo intero”. Il progetto del massimo controllo e del massimo profitto, non può accordarsi con la situazione demografica ed energetica del mondo attuale. Oltre che essere fritti dal caldo, con conseguenze sempre più catastrofiche per la salute delle persone, saremo sempre più tartassati sul costo dell’energia e su quello degli alimenti. Mentre le banche e i fondi d’investimento lievitano, soprattutto se si tratta di armi, ma anche di energia, il suolo viene divorato dalle ruspe per costruire improbabili gasdotti, o anche per piazzare enormi torri eoliche, o ancora nuovi centri commerciali. In Sardegna la situazione al riguardo è al limite della catastrofe e vacillano le garanzie da parte delle istituzioni, mentre sono solo i comitati, sorti dalla società civile e col sostegno dei sindacati di base, a protestare e a fare controinformazione. Il sistema capitalistico neoliberista globalizzato, va avanti nei propri interessi e produce ricchezza speculativa per pochi, seguendo un modello del lavoro globalizzato verso il basso, ovvero verso minori diritti, minori stipendi, minori garanzie e minore sicurezza. Così vediamo gli incidenti sul lavoro aumentare in modo esponenziale, con sempre più morti. Il ruolo attuale della tecnologia è di primaria importanza, per poter inquadrare meglio la situazione planetaria, perché sono le applicazioni della scienza a divenire trainanti per l’economia e per la politica. Ma poiché le applicazioni tecnologiche sono in mano di potentati economici, non c’è da stupirsi più di tanto sull’inerzia della politica riguardo i problemi derivanti dall’uso violento e di controllo dei social network, o dell’intelligenza artificiale. Il potere politico diviene di fatto marginale, rispetto agli sviluppi tecnologici, telepilotati dal capitalismo digitale, in un connubio scivoloso, spesso in assenza di un’adeguata protezione legale per gli utenti. Ci avviamo dunque verso un dominio incontrastato della tecnologia, guidata da un’economia devastatrice, che mette il profitto davanti anche ai diritti umani e alla protezione dell’ecosistema. Così ripartono i sistemi neo-coloniali da parte soprattutto di Stati Uniti (con l’alleato Israele), Russia e Cina, senza dimenticare la Francia, ma anche con la partecipazione di attori meno di primo piano, come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia, che hanno loro interessi soprattutto in Africa. Siamo davanti ad un momento storico complesso, difficile e molto pericoloso, davanti al quale non si può restare indifferenti. In un’idea surreale si potrebbe perfino ipotizzare che l’homo sapiens, invischiato nella palude dell’inquinamento globale, stia meditando di abbreviare la propria agonia con una rapida guerra nucleare. Ma che sapiens! Ma su questa suggestione o, se preferite, su questo tema, mi sembra sia importante ascoltare le riflessioni dei popoli nativi, che ricchi della loro atavica alleanza con la natura, possono indicarci una diversa direzione da percorrere. “LA BENEDIZIONE PER UN MONDO MALATO” La prima voce che voglio citare è quella di Jerry Mitchell, un’indiana del Nordamerica, della nazione Penobscot e della tribù Wabanaki, Fondatrice della Land Peace Foundation, un’organizzazione che si occupa della conservazione dello stile di vita e dei diritti dei nativi, nel suo libro “Sacred instructions”, edito in Italia da Multimage, si sofferma ad analizzare il modo di pensare e di relazionarsi tradizionale del suo popolo, basato sull’unione con la natura, l’equilibrio fra i generi, la gestione collettiva della malattia e del conflitto. L’autrice ci spiega il forte legame col passato: “I nostri antenati sapevano come vivere all’interno del regno della creazione attiva e come ispirare la vita a essere. Essi capivano il linguaggio della terra e delle acque. Parlavano alle piante e agli animali. Udivano la tenue voce della creazione e vedevano l’interconnessione tra tutte le cose viventi.” E l’equilibrio fra i generi: “eravamo governati da una struttura equilibrata di capi ereditari e di clan di madri, il maschile e il femminile combinati. Quando sorgevano problemi nella comunità, venivano esposti al clan delle madri che li portava nella capanna. Lì le madri si raccoglievano interiormente per cercare una guida. Pregavano e deliberavano, rimanendo con il problema finché una soluzione fosse chiara.” L’autrice mette poi in evidenza il cambiamento epocale, dovuto alla colonizzazione europea: “un nuovo gruppo di persone venne in questa terra con le sue convinzioni e il suo modo di essere. Questi nuovi arrivati non credevano nell’equilibrio del maschile e del femminile. Avendo perso la visione bilanciata della vita non credevano neanche nella necessità di vivere in modo armonioso con la natura. Anzi credevano di dover esercitare il dominio sul mondo naturale.” La Mitchell si sofferma sugli esiti della sete di conquista e di dominio mostrata dai colonizzatori, che oggi s’espande ovunque: “Per più di diciassette secoli i leader del mondo hanno operato secondo i principi della conquista e del genocidio, secondo la teoria della guerra giusta definita nel quarto secolo. Siamo arrivati a credere che la conquista sia l’ordine naturale delle cose. La troviamo in quasi ogni aspetto delle nostre vite.” Ma esplicita ancora più profondamente, solleticando il palato intellettuale nonviolento: “Noi attacchiamo noi stessi e attacchiamo gli altri. La sola spiegazione per questo comportamento è una sorta di amnesia collettiva. Abbiamo dimenticato che noi siamo loro e loro sono noi, e quando soffre uno soffriamo tutti.” L’autrice mette in risalto la dimensione collettiva che, ovunque sia penetrato il modello del profitto, è stata almeno in buona parte persa. E’ importante mantenere e recuperare quella situazione di comunanza col tutto, legata al rapporto con la terra e l’acqua e alle decisioni collettive, meditate anche a lungo, pur di prendere la via giusta per la comunità. Alla radice della violenza e della sete di conquista c’è l’illusoria separazione dalla natura. “Il mito della separazione è al centro delle bugie con le quali siamo stati nutriti e sostiene tutte le strutture di potere che abbiamo creato”. L’illusione della separazione ha portato all’idea occidentale di individualismo, che “ci porta a credere che il successo sia misurato dalla nostra abilità di passare attraverso ogni ostacolo per ottenere, ad ogni costo, il benessere personale e il riconoscimento delle nostre conquiste. Questa convinzione sostiene il contesto per interminabili cicli di competizione, di giudizio e di condanna. Di conseguenza ci siamo isolati dentro le nostre vite individualizzate, separati gli uni dagli altri, disconnessi dal mondo naturale e spirituale. Abbiamo smesso di curarci l’uno dell’altro; abbiamo dimenticato di appartenere uno all’altro e di essere responsabili del benessere, l’uno dell’altro. Dimenticare questo è diventata una minaccia molto reale alla nostra sopravvivenza come esseri umani.” Esiste un personaggio, nella mitologia di numerose nazioni amerinde, che sembra incarnare il nostro momento storico, quello che in lingua Wabanaki viene denominato Kiwawk, ovvero il “cannibale gigante”. E’ uno spirito cannibale che si nutre di avidità, di eccesso e di consumo incontrollato. Lo spirito dorme in pace nella foresta, fino a che le grida della Madre Terra non lo svegliano. “Madre Terra chiama Kiwawk quando la gente del pianeta inizia a consumare più velocemente di quanto possa produrre e quando è danneggiata più velocemente di quanto possa guarire. Kiwawk culla l’umanità in una danza-trance di consumo insensato. Poi accelera il passo, fino a che la danza diviene frenetica e in ultimo ci fa danzare fino alla nostra distruzione. (…) C’è soltanto una maniera di frenare questa danza con Kiwawk: è rimandarlo a dormire ed è ora che ci svegliamo.” Il kiwawk rappresenta lo scatenamento degli elementi della natura fuori controllo ed il disordine generalizzato tra gli esseri viventi, dovuto al raggiungimento di un punto di non ritorno nella conquista e devastazione dei mari, dei cieli e delle terre emerse. Una speranza ci arriva dalla profezia di Cavallo Pazzo: “sulla sofferenza, oltre la sofferenza, la Nazione Rossa sorgerà ancora e sarà una benedizione per un mondo malato, un mondo pieno di promesse non mantenute, di egoismo e di separazioni; un mondo desideroso di luce, di nuovo. Vedo un tempo di sette generazioni, quando gli esseri umani di tutti i colori si raduneranno sotto il sacro Albero della Vita e la Terra intera diventerà nuovamente un cerchio.” UNA VOCE MAPUCHE La seconda voce che voglio citare è quella di Carlos Sandino Aucan Melin Vera, un meticcio mapuche pedagogo ed insegnante elementare, che attualmente esercita un dottorato di ricerca presso l’università di Barcellona. Le citazioni che farò si riferiscono all’articolo pubblicato in italiano, su numero 14 della rivista libertaria “Semi sotto la neve.” Carlos ci parla del Wallmapu, il territorio ancestrale del popolo mapuche, situato nel vasto territorio che oggi viene geograficamente identificato come Auracania. Carlos spiega da subito la diversità di visione di questo antico popolo, che ha resistito 600 anni fa agli Inca, 400 anni fa agli spagnoli e da più di 200 anni resiste allo Stato del Cile e alla colonizzazione del territorio. “Abbiamo un modo diverso di comprendere la vita, la natura, il tempo, la comunità e la relazione fra gli esseri viventi. Questa differenza si chiama cosmovisione e per lo Stato rappresenta una minaccia che dev’essere gestita ed eliminata. Per il popolo mapuche la mapu, la terra, non è una risorsa né una proprietà. E’ un’entità viva, una rete di relazioni tra gli esseri umani, gli animali, le piante, l’acqua e le forze spirituali. Questa comprensione non è una metafora. E’ un modo di stare al mondo che ha le sue regole, le sue istituzioni, la sua pedagogia. El Azmapu, l’insieme dei principi che regolano la vita comunitaria, disciplina l’uso del territorio, come si prendono le decisioni collettive: non è folklore, è governo.” I vari governi succedutisi in Cile, con la sola eccezione del breve governo Allende, rovesciato dal colpo di stato del generale Pinochet, hanno proseguito nel processo di colonizzazione della selvaggia Araucania e del suo popolo, sia con un lento etnocidio (non riconoscimento della lingua mapuche, scuole impregnate di storia e cultura cilene, persecuzione delle pratiche esoteriche, superalcolici per annebbiare le menti), che con un vero e proprio genocidio (operazioni militari, distruzione di villaggi, massacri, deportazioni ed imposizione di insediamenti di coloni cileni), anche grazie all’applicazione di una legge antiterrorismo nata durante la dittatura dei generali e che permette perquisizioni e arresti in base a semplici sospetti. Aucan Melin Vera parla della sua esperienza nella scuola elementare, per darci una lettura emblematica di questa sottile forma di colonialismo: “L’ho vissuto da entrambi i lati della cattedra: l’inadeguatezza di vedere che ciò che sei non compare in nessun libro, e poi l’impotenza di non sapere bene cosa fare a questo proposito quando diventi tu quello che insegna. (…) Una maestra che ho conosciuto a La Araucanìa mi raccontò che quando i bambini le parlavano della loro relazione con il nowen – la forza vitale che muove gli esseri- lei non sapeva cosa fare. Non è previsto nel programma di studi, mi disse. Aveva ragione. La colonialità non ha bisogno di cannoni. Basta il programma di studi.” Il mondo mapuche è refrattario alle politiche di modernizzazione, perché teme che nascondano l’obiettivo dell’eliminazione della propria cultura, intimamente connessa col mondo naturale e con l’equilibrio ambientale. L’identità mapuche canta l’armonia con la natura, la stessa che viene ogni giorno negata dal mondo del dominio, della guerra e della conquista, dal mondo sfrenato del massimo profitto, della massima separazione, dagli altri esseri, dalla natura. Dai popoli nativi colonizzati, ridotti in riserve, o in territori costantemente minacciati, la comunità internazionale può forse ricevere la mappa che descrive un’alternativa alla corsa frenetica verso la fine. Carlo Bellisai Carlo Bellisai
August 14, 2026
Pressenza
Verdi ed Europa Verde: depositate le osservazioni al progetto di Hera di incremento dei rifiuti per l’inceneritore di Forli’
I Verdi hanno trasmesso un corposo documento che mette in evidenza carenze, limiti e insostenibilità del progetto di Herambiente di aumentare la quantità di rifiuti da incenerire nell’impianto di via Grigioni. Il termine è ordinatorio e secondo una prassi consolidata anche le osservazioni depositate oltre il limite fissato dovrebbero essere esaminate ed abbiamo voluto dichiarare ancora una volta formalmente la contrarietà dei Verdi sia all’inceneritore sia all’attuale progetto di aumento di 30.000 tonnellate di rifiuti da incenerire. L’osservazione preliminarmente mette in evidenza che il progetto contrasta alla radice con impegni politici, documenti votati all’unanimità in assemblea legislativa regionale, pubbliche dichiarazioni del Presidente della giunta regionale, impegni deliberati all’unanimità da tutte le forze politiche presenti in consiglio comunale e condivisi dalle totalità delle associazioni ambientaliste. I cittadini, le forze politiche e le associazioni hanno fatto affidamento ai pubblici impegni assunti dai rappresentanti regionali che prevedevano in tempi ragionevoli la chiusura dell’impianto esistente. Questo progetto permetterebbe di superare i limiti fin qui previsti per la vita futura dell’inceneritore, trasformandolo di fatto in un impianto funzionale al teleriscaldamento della città e rendendolo così necessario in futuro, in modo tale da non essere più vincolato ai limiti di un piano regionale dei rifiuti. La multiutility otterrebbe senza gare un altro servizio da fornire in regime di monopolio a imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini, superando gli obblighi di concorrenza che la legislazione europea e nazionale impone. “Ci auguriamo che il Comune di Forlì mantenga con nettezza e con solide argomentazioni il proprio parere contrario e lo depositi ben motivato in Conferenza di Servizi, come prevede la procedura di legge – hanno dichiarato i portavoce – augurandoci che anche altri soggetti coinvolti in Conferenza vogliano esprimere il parere negativo che il progetto proposto merita”. L’osservazione si fonda su sette pilastri che contestano radice il progetto di incremento dei rifiuti da 120.000 tonnellate/anno (attuale limite autorizzativo) a circa 150.000 t/a. lI progetto viola il piano regionale dei rifiuti. L’aumento di 30.000 t non è giustificato né previsto dal piano regionale dei rifiuti che stabilisce che l’impianto di via Grigioni debba trattare al massimo 120.000 tonnellate soddisfacendo così il fabbisogno di trattamento dei rifiuti urbani nel territorio delle province di Forlì- Cesena e Ravenna. Va valutato l’impatto cumulativo. L’aumento del 25% di questo impianto si aggiunge anche alla attività di incenerimento di 32.000 tonnellate/anno di rifiuti pericolosi ospedalieri della adiacente azienda Eridania ambiente, gran parte dei quali provenienti da altre regioni. Poiché gli inquinanti emessi dai 2 inceneritori si vanno a cumulare presso i ricettori sensibili esposti ad entrambi gli impianti, determinando nel complesso un impatto significativo in particolare per le matrici ambientali, la Valutazione di Impatto Ambientale deve comunque riferirsi al cumulo degli impatti. L’aumento delle quantità di rifiuti inceneriti peggiora la qualità dell’aria, aumenta gli inquinanti e i gas serra La qualità dell’aria dell’intera pianura padana è considerata scientificamente una delle peggiori dell’intero pianeta e non si può sostenere che sia irrilevante l’aggiunta di altre emissioni. Anche le emissioni di CO2 in Emilia-Romagna sono ben lontane dagli obiettivi che la Regione si è imposta per rispettare i target europei al 2030 e 2050 e ciò esclude che ai quantitativi di gas serra attualmente emessi se ne possano aggiungere altri. Non è consentita la modifica delle tipologie di rifiuti da incenerire tanto più che si prevede di abbassare la temperatura dei fumi con la conseguenza di concentrare l’inquinamento nella prossimità dell’inceneritore In particolare risulta assai negativa l’istallazione di uno scambiatore di calore che determina un abbassamento di 40 gradi della temperatura dei fumi in uscita dal camino, che ha l’effetto di concentrare gli inquinanti in ricaduta a terra in un’area geografica più ristretta. La compensazione prevista in realtà è inesistente Infatti la richiesta di autorizzare come compensazione dell’aumento di inquinamento la rete di teleriscaldamento ha come conseguenza il prolungamento della vita dell’impianto che si sarebbe dovuto chiudere in pochissimi anni, configurandosi come una nuova attività aggiuntiva a quella di incenerimento. L’estensione dell’utilizzo del servizio di teleriscaldamento dipende dalla volontà dei clienti, che possono scegliere di non utilizzarlo, e quindi si tratta di elementi non misurabili e aleatori, privi della garanzia di una reale continuità nel tempo, e quindi non si può considerare come compensazione. Alessandro Ronchi e Maria Grazia Creta, Europa Verde – Verdi Forlì Redazione Romagna
July 28, 2026
Pressenza
Sindaco Barattoni, la invitiamo ad essere con noi alla carovana ecologista
Il Comune di Ravenna accolga e faccia propri gli obiettivi di Santa Marta Lettera aperta Gentile Sindaco, come sosteneva Don Lorenzo Milani, preferiamo non usare le parole “Egregio Sindaco”, perché l’espressione egregio significa ex grege, cioè fuori dal gregge, cioè lontano dalla gente. E siccome riteniamo che un Sindaco debba sempre essere in mezzo alla gente, debba stare nel suo gregge, preferiamo chiamarla gentile Sindaco, perché della Sua gentilezza non abbiamo alcun dubbio, e chiederLe di compiere un gesto di vicinanza a una parte del Suo “gregge”, partecipando alle iniziative che dal 19 al 23 maggio  si terranno a Ravenna, nel quadro della                                   CAROVANA ECOLOGISTA promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) ed AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia Romagna), che si sta svolgendo in tutta la regione, e sta facendo tappa nei luoghi più significativi  di criticità ecologica. Il pomeriggio di MARTEDI 19, in via D’Azeglio 42, presso la Galleria Dis-Ordine sarà inaugurata la mostra fotografica “Cattive acque/Dark waters”, che illustra in maniera comparativa le devastazioni che l’estrattivismo fossile ha inferto a due aree del mondo lontane ma accomunate da un analogo destino. La mostra resterà aperta tutti i pomeriggi dal 19 al 23 in orario 17-19 e una Sua visita, specie nel momento dell’inaugurazione, ci farebbe ovviamente molto piacere. Invece, la mattina di SABATO 23 dalle 10 saremo presenti a Punta Marina, di fronte alla skyline del rigassificatore, e a mezzogiorno davanti alla centrale turbogas di Casalborsetti, e anche qui saremmo lieti di poterLa avere come ospite dell’iniziativa e confrontarci con Lei. Immaginiamo che Lei conosca bene le posizioni di “Per il Clima-Fuori dal Fossile”, e non Le chiediamo certo di sposarle di punto in bianco. Ma crediamo anche che il confronto delle Istituzioni con quella parte di società civile che si batte per un vero cambio di passo nel rapporto fra cittadinanza e problemi ambientali sia importante e possa vivere positivamente anche i momenti di conflittualità. La recente convenzione internazionale che si è svolta a Santa Marta, in Colombia, per iniziativa del Governo di quel Paese e di quello dei Paesi Bassi, ha segnato un momento fondamentale di convergenza fra i movimenti sociali e numerose realtà scientifiche, politiche, sindacali e anche statuali, sull’assunto che nell’estrema criticità climatico-ambientale in cui ci troviamo (con tutti i risvolti in termini bellici !), non sia più sufficiente cercare di agire sulla gestione delle emissioni inquinanti e climalteranti, ma si debba con decisione, intraprendere la strada della loro progressiva eliminazione. Cioè, bisogna iniziare da subito il processo di fuoriuscita dal sistema imperniato sulle fonti fossili. La lettera inviata da Lei alla presidente Meloni sull’energia e a proposito del  progetto Agnes, comparsa circa due mesi fa sulla stampa locale, deve diventare oggetto di discussione pubblica, e pertanto ci preme intervenire per sollecitarLa ad essere conseguente con quanto da Lei affermato. La Presidente del Consiglio ha dimostrato non solo di non conoscere il progetto di eolico e fotovoltaico previsto per Ravenna, e di non avere una vera strategia nazionale, ma anche di non avere alcuna consapevolezza di quale sia l’urgenza di agire per cercare di contrastare la crisi climatico-ambientale nella quale siamo immersi e che potrebbe rapidamente diventare totalmente ingovernabile. Come Lei ben sa, tutta la comunità scientifica da decenni va sostenendo (e letteralmente implorando ad una politica fino ad ora pressoché sorda) che l’uscita dal fossile è la conditio sine qua non per tentare di porre rimedio alla situazione, già disastrosa. Noi, in buona compagnia con gli studiosi più competenti, siamo sempre più convinti che la parola diversificazione, così spesso utilizzata,  non debba essere una specie di mantra utilizzato per stare con i piedi in troppe scarpe, bensì debba voler dire una cosa sola: iniziare a produrre con decisione energia da rinnovabili, e contemporaneamente iniziare a ridurre con decisione il ricorso alle fonti fossili. La politica governativa, a partire dalla legge sulle comunità energetiche e quella sulle “aree idonee”, per non parlare dei colossali sussidi tutt’ora erogati ai colossi del fossile, è tutta un “bastone fra le ruote” alle possibilità di sviluppo di un modello alternativo, basato sulla produzione e il consumo decentrati e governati dal basso, in grado già oggi –  solo che lo si voglia – di supplire ai mancati approvvigionamenti dovuti alla crisi ormai permanente, ed anche di iniziare a sostituire stabilmente il fossile con l’energia rinnovabile. Sosteniamo che ad ogni Kilowatt in più prodotto da rinnovabili debba corrispondere un Kilowatt in meno di derivazione fossile. Invece, purtroppo, si continua ad affidare ad un mercato “libero” (cioè eminentemente speculativo) la gestione dell’intero settore. Ci consenta però di sottolineare che anche i poteri locali, fino ad ora, non hanno brillato per impegno nella transizione. Gentile Sindaco, non si può in eterno attendere che le scelte della “grande politica” forniscano le soluzioni ed ognuno deve fare la sua parte. Delegare alla Presidente Meloni, o alle scelte dell’Europa, o peggio ancora a un impossibile ravvedimento degli imperialismi, avrà come risultato, semplicemente e letteralmente, la distruzione del genere umano. Allora, Le chiediamo che il Comune di Ravenna si aggreghi al grande movimento che si è creato a Santa Marta, e del quale abbiamo l’onore di essere un piccolo granello, e concretamente, in tal senso, sollecitiamo: 1. Che tutti gli edifici pubblici di Ravenna raggiungano rapidamente la completa autosufficienza energetica tramite fonti rinnovabili 2. Che i trasporti pubblici e i mezzi di mobilità di proprietà del Comune siano definitivamente e completamente elettrificati 3. Che si studi in tempi brevi un complessivo intervento di riconversione sostenibile del porto di Ravenna 4. Che si tracci un percorso chiaro e temporalmente definito di abbandono dell’uso del fossile a Ravenna e della sua sostituzione con la produzione energetica da rinnovabili, precipuamente quella prodotta dal basso, puntando sulla progressiva autosufficienza energetica di quartieri e frazioni, favorendo lo sviluppo delle comunità energetiche nelle loro varie espressioni 5. Che il Comune di Ravenna faccia pressione sulla Regione affinché in tempi rapidi vengano discusse e approvate le proposte di legge d’iniziativa popolare che gran parte del movimento ambientalista regionale ha presentato già da tre anni (nonché la PdL riguardante l’autonomia differenziata), e che giacciono tutt’ora nei cassetti dell’Istituzione regionale 6. Che assieme al mondo associativo e alla società civile si formulino le proposte più adeguate sulle le aree idonee ad ospitare gli impianti rinnovabili 7. Che Eni e Snam cessino di essere interlocutori largamente privilegiati dell’Istituzione comunale e divengano componenti della realtà sociale al pari di tutte le altre aziende e realtà imprenditoriali, limitando la loro pervasività di intervento nelle istituzioni culturali ed educative 8. Che si dichiari la necessità che il settore dell’energia debba essere trasferito dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni Sulla base di questi punti, rivendichiamo che la società civile impegnata nella difesa dell’ambiente, della biodiversità, della libertà dal mortifero binomio fossile-guerra, sia riconosciuta come interlocutore stabile e costruttivo dell’Istituzione che Lei presiede. L’aspettiamo, MARTEDI 19 pomeriggio alla mostra, e SABATO 23 mattina al nostro presidio a Punta Marina. Coordinamento ravennate Per il Clima- Fuori dal Fossile Ravenna, maggio 2026 Redazione Romagna
May 14, 2026
Pressenza