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Catania: a Librino nessuno vuole andarci
Sarà pure una tradizione da rispettare, ma la fiera dei morti è anche un problema da risolvere perché l’Amministrazione fatica, ogni anno, ad individuare uno spazio che sia accetto agli espositori e non mandi in tilt la viabilità cittadina, normalmente già critica. Anche quest’anno la scelta della collocazione è stata travagliata. Per bocciare la prima soluzione individuata, il piazzale che – a Nesima – funge da parcheggio della cosiddetta Cittadella dello Sport, è stato necessario l’intervento del sindaco di Misterbianco. Preoccupato per le ricadute sui residenti delle frazioni di Monte Palma, Lineri ha sollecitato il Prefetto a convocare un tavolo tecnico per discutere di regolamento del traffico, vie di fuga, possibilità di intervento in caso di emergenza, viabilità (comprese le ricadute sull’accesso all’Ospedale Garibaldi di Cibali in un senso e al Policlinico in senso inverso, in caso di blocco della Circonvallazione). Non si doveva, e poteva, pensarci prima? La seconda soluzione non è stata meno problematica. Vero è che a Librino ci sono grandi viali e una mobilità scorrevole, ma la rotonda accanto alla Porta delle Farfalle è comunque un’area di transito molto utilizzata. Chiuderla avrebbe comportato gravi conseguenze, innanzi tutto per i residenti, tanto è vero che il Comitato Librino Attivo è subito intervenuto con un Comunicato. Vi si segnala non solo il disagio che ne avrebbe avuto chi transita in quella zona per recarsi al lavoro ma anche gli intralci che deriverebbero per chi la attraversa per recarsi in aeroporto o al cimitero (in particolare in quei giorni dedicati al ricordo dei defunti). E perché invece – scrive il Comitato – non prendere in considerazione la piazza dell’Elefante, destinata proprio ad eventi ed attività sociali, piuttosto che lasciarla abbandonata al degrado? L’ipotesi Librino ha riaperto la discussione sulle ferite di questa “città satellite” che ha un numero di abitanti pari a quelli di una città universitaria ben servita come Pavia. A Librino manca anzitutto un efficiente ed adeguato servizio di trasporto pubblico: il Librino Express ne serve solo una parte, mancano linee che portino al viale Mario Rapisardi o a Corso Indipendenza, l’uso dell’automobile diventa una necessità con conseguente appesantimento del traffico sull’asse attrezzato. E su Librino pesa ancora il marchio di essere un’area di spaccio e di illegalità. Ne consegue che nessuno vuole andarci: i magistrati, che avrebbero potuto sceglierlo come sede del nuovo palazzo di giustizia, hanno preferito una zona chic fronte mare, le Direzioni Comunali hanno sempre rifiutato l’invito a trasferirvi alcuni uffici e rendere così presente e raggiungibile l’amministrazione locale, persino gli espositori della Fiera dei Morti non vogliono andarci perché lo considerano troppo lontano e pericoloso. Non vogliamo credere che qualcuno, all’interno dell’Amministrazione, abbia seriamente preso in considerazione – come è corsa voce – l’ipotesi di svolgere la Fiera all’interno della Villa Bellini, esponendola ad una pressione insostenibile e a danni certi. Senza considerare la congestione inevitabile del centro cittadino. Alla fine si è ripiegato sull’area adiacente all’ex mercato ortofrutticolo all’ingrosso, gradita agli espositori, ma comunque non esente da problemi, dai pericoli di allagamento in caso di pioggia alle limitate possibilità di parcheggio, alle ricadute sul traffico diretto in aeroporto. Il sindaco riconosce che ci sono stati problemi nella scelta della sede per la Fiera dei Morti, si rammarica del fatto che a Catania manchi un’area adeguata per ospitare grandi manifestazioni e difende la propria immagine di amministratore solerte e attento ai bisogni di cittadini e operatori commerciali. Non vogliamo infierire, lasciamo che la vicenda, quasi paradossale, parli da sé. Ricordiamo soltanto a Trantino che non è appena arrivato, che è stato assessore nell’amministrazione precedente, e che quella attuale da lui guidata ha ormai più di tre anni di vita. Un tempo sufficiente per non trovarsi disarmato davanti a situazioni non certo imprevedibili. Redazione Sicilia
October 14, 2026
Pressenza
Un tempo Librino si chiamava Terreforti
“Terra di delizia e di incanto, rigogliosa di piante, di profumi, di fiori”, con un’agricoltura progredita e redditizia, praticata nei ricchi poderi delle elitès catanesi. Così l’architetto e ingegnere Sciuto Patti descrive, a metà Ottocento, quelle che si chiamavano allora Terreforti, l’odierno Librino, dove è nata la città satellite progettata dal grande architetto Kenzo Tange. Un progetto avveniristico a fronte di una realtà in cui all’iniziale spinta speculativa è seguito l’abbandono, fino a fare di Librino un emblema di periferia degradata. Eppure Librino non è solo questo, è un luogo vivo, segnato da grandi contraddizioni, scuole d’eccellenza e centrali di spaccio, associazioni attive nella promozione sociale e devianza minorile, sottoservizi all’avanguardia e rifiuti abbandonati ovunque, ampi viali alberati e trasporti pubblici quasi inesistenti. Qui vivono circa 70 mila persone (tra cui la fascia giovanile più numerosa della città), l’equivalente di una città attrezzata e vivibile come Pavia. I residenti provengono in buona parte dall’entroterra o da altre aree della città, ma alcuni sono nati e cresciuti qui, in quel nucleo di case per lo più terrane, oggi indicato come Librino vecchio. Un nucleo che non ha perso il senso di appartenenza e coltiva ancora i rapporti di vicinato, rafforzati spesso da legami parentali. Non stupisce, quindi, che da qui provenga Eleonora Guzzetta, una giovane studiosa che fa l’insegnante e ha deciso di condurre una ricerca sui caratteri originali del “suo” territorio. A questa ricerca ha dedicato la tesi della seconda laurea, “Prima di Librino. Una periferia catanese tra XV e XIX secolo”, presentata nella club house dei Briganti, che festeggiavano i venti anni dalla loro fondazione. C’è anche la grande storia dell’età moderna nello studio di Guzzetta, l’alternarsi delle dominazioni straniere, i conflitti tra vescovi e aristocrazia per la gestione di terreni e casali, le grandi famiglie aristocratiche protagoniste della ricostruzione post-terremoto, la povertà dei ceti popolari e le sommosse successive ad eventi drammatici come la carestia e il colera. C’è il variegato suolo siciliano con le relative colture ed economie diversificate, ed anche la loro evoluzione. Ma c’è, soprattutto, la riscoperta delle Terreforti, frutto di un’investigazione paziente, condotta in archivio, alla ricerca di documenti inediti o poco noti, nei fondi Benedettini, Biscari, del Tribunale civile di Catania… Da queste carte sono emersi, innanzi tutto, i nomi delle contrade, leggermente modificati rispetto al presente ma riconoscibili, in grado di lanciare un’esca per la ricerca di una identità. Prevale Bombacaro, che poi diventa Bummacaro, ma troviamo anche Santodaro in cui riconosciamo l’attuale San Teodoro e poi Fossa della Creta, Nitta, zia Lisa, Gelso Bianco. Tutti con estensione superiore a quella attuale e tutti dentro Terreforti, la vasta area a vocazione agricola, fertile e redditizia, prevalentemente in mano ai Benedettini di San Nicolò l’Arena e, via via, ad alcune famiglie dell’aristocrazia locale tra loro imparentate, Paternò Castello, Moncada, Bonaiuto, nomi che ritroviamo nei ruderi delle antiche masserie. Guzzetta ha ritrovato il toponimo Terreforti già nei documenti del XV secolo. Documenti da cui, in queste terre argillose, dure da lavorare ma benedette dall’acqua, risulta la presenza di giardini, orti o agrumeti che fossero, ma soprattutto quella della vite, che rimarrà dominante fino al secondo Ottocento, quando si verificherà l’invasione infestante della fillossera. Il vino di Bombacaro era famoso, messo in commercio a prezzo elevato, esportato soprattutto in Francia, premiato nelle esposizioni nazionali, cantato dai poeti. “Chistu è vinu/gratu e finu/binidittinu/riservatu pri l’Abbati/lu fa da Bummacaru/di racini chiù scelti assulicchiati”, scrive Domenico Tempio nel Ditirambu secundu. E uno studioso del primo Novecento, Iacono, sottolinea come il vino prodotto in quest’area procurasse “ai proprietari dei vigneti larghe risorse rendendo le Terreforti il soggiorno felice di numerosi, abili e laboriosi coloni”. Non sappiamo quanto fossero felici questi coloni che lavoravano una terra così dura, ma leggiamo – nelle pagine dello stesso Iacono – come “la vicinanza della città, il clima mite, la disposizione del terreno che rende il paesaggio vario ad ogni istante, sempre grato, la varietà delle colture, i prodotti sempre ricercati, costituiscono un insieme di condizioni che unite all’incantevole panorama spaziante fra l’Etna, il mare e la Piana, fanno delle Terreforti una delle poche contrade maggiormente favorite dalla Natura”. Nella seconda metà dell’Ottocento avviene un vero e proprio capovolgimento. L’arrivo della fillossera distrugge i vigneti e l’economia ad essi legata. Guzzetta racconta i tentativi fallimentari di arrestare l’insetto nella sua marcia fatale. La composizione stessa del suolo, che rendeva abbondante la produzione, assorbiva così tanto il prodotto chimico (solfuro di carbonio) usato per per contrastare l’insetto da danneggiare le radici delle piante. Un disastro che, essendo non solo locale ma nazionale, sollecita l’intervento del governo che istituisce dei campi sperimentali, per guidare i viticoltori nella ricostituzione dei vigneti con l’impianto di una tipologia di viti resistenti alla fillossera. Solo pochi proprietari – sottolinea Guzzetta – si impegnarono in questo percorso, seguendo personalmente l’andamento degli interventi e investendovi dei capitali, molti non vollero investire alcun capitale e si disinteressarono dei terreni, abbandonandoli all’incuria. Il recupero fu, quindi, non solo lento ma anche parziale. La produzione non tornò abbondante come quella di una volta, e del resto anche il mercato era cambiato. La morfologia del terreno e il paesaggio erano, tuttavia, rimasti gli stessi e affascinarono Tange che si propose di “fondere l’ambiente naturale con quello umano”. Al di là della bellezza e dei limiti del progetto Tange (che comunque prevedeva verde rigoglioso, passaggi pedonali, servizi sociali…), la speculazione edilizia e la negligenza delle amministrazioni comunali hanno trasformato un luogo di delizia e di incanto in “una terra senza bellezza e senza storia” (Pulvirenti Chiara Maria). C’è un profondo rammarico nelle parole con cui Guzzetta racconta come questo luogo, un tempo centrale nell’economia della città, sia stato avvilito, snaturato. E a snaturarlo – afferma – ha contribuito anche il modo in cui è stato denominato. L’appellativo Terreforti è scomparso, sono rimasti i nomi di alcune contrade e di alcuni borghi, richiamati nell’intitolazione dei grandi viali, mentre tutto il territorio è oggi indicato come Librino, una denominazione che nulla dice della sua storia. Guzzetta ci dice che la prima attestazione di questo nome è stata da lei trovata in uno schizzo topografico degli anni compresi tra il 1952 e il 1960, proprio gli anni in cui si pensa all’espansione della città “inseguendo l’idea di un boom demografico assolutamente sopravvalutato”. Una denominazione recente, quindi, ma anche di origine incerta. Alcuni la individuano nel latino leporarium, luogo popolato di lepri, ma Guzzetta e la maggior parte di chi lì abita da generazioni, ha un’altra spiegazione. Librino sarebbe una espansione semantica dell’aggettivo che indicava un proprietario della zona che aveva il labbro leporino (leporino, leprino, lebrino). La sua famiglia, Grillo, possedeva anche un palmento e, attigua ad esso, una piccola cappella, divenuta poi centro delle attività sociali del borgo. Da qui l’ampliamento della valenza dell’epiteto, utilizzato per indicare non solo una persona ma un territorio. Un ritorno al passato è improponibile, ma non lo è il recupero della memoria, a cui è legato anche il senso di appartenenza. Le Terreforti non possono tornare i ricchi vigneti che producevano un vino pregiato e ricercato, anche se non è escluso che quest’area possa, almeno in parte, recuperare la vocazione agricola che ne ha contrassegnato la storia. Guzzetta se lo augura e auspica che gli abitanti di questo luogo possano coltivare, insieme alla memoria, un’idea di riscatto che deve passare – innanzi tutto – da un maggiore protagonismo nelle scelte che li riguardano. Redazione Sicilia
May 14, 2026
Pressenza