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Corea del Sud: libertà di coscienza e umanità nel caso Lee Man-hee
Il procedimento giudiziario che coinvolge Lee Man-hee, fondatore della Chiesa di Shincheonji, continua a suscitare attenzione in Corea del Sud e all’estero. Il leader religioso, oggi novantacinquenne, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ipotizza un coinvolgimento organizzato di membri della comunità religiosa in attività politiche tra il 2021 e il 2024. Le autorità coreane ritengono che possano essere state violate le norme che regolano il rapporto tra organizzazioni religiose e attività politica; la comunità di Shincheonji respinge le accuse e sostiene che i fedeli abbiano agito liberamente, esercitando i propri diritti civili. Sarà la magistratura a stabilire se siano stati commessi reati. Al tempo stesso, la vicenda richiama principi che riguardano ogni società democratica. Ogni persona deve poter scegliere liberamente se credere o non credere, aderire o meno a una comunità religiosa, sostenere un partito politico o partecipare alla vita pubblica secondo la propria coscienza. La libertà di coscienza e la libertà di associazione costituiscono diritti fondamentali che meritano la massima tutela. Accanto alla legittima esigenza dello Stato di garantire il rispetto della legge, emerge anche un’esigenza di umanità. Considerata l’età di Lee Man-hee, 95 anni, e in assenza di una condanna definitiva, la prosecuzione della detenzione solleva interrogativi sul principio di proporzionalità. In molti ordinamenti democratici, situazioni analoghe vengono affrontate, quando possibile, attraverso misure meno restrittive, che consentono di proseguire le indagini senza rinunciare al rispetto della dignità della persona. Lee Man-hee è conosciuto a livello internazionale soprattutto per il suo costante impegno pubblico a favore della pace, del dialogo tra le religioni e del superamento dei conflitti attraverso mezzi non violenti. Indipendentemente dall’esito del procedimento giudiziario, questo patrimonio di iniziative rappresenta un elemento significativo del suo percorso pubblico. Per questo motivo, una misura alternativa alla detenzione, che permetta alla giustizia di seguire il proprio corso nel pieno rispetto delle garanzie processuali, costituirebbe un segnale di equilibrio e di fiducia nello Stato di diritto. Una democrazia dimostra infatti la propria maturità quando riesce a coniugare l’applicazione della legge con il rispetto della dignità umana e della libertà di coscienza. Fonti: https://www.jonghapnews.com/news/articleView.html?idxno=486547 https://www.job-post.co.kr/news/articleView.html?idxno=219473 https://www.nbntv.kr/news/articleView.html?idxno=340391 https://www.chungnamilbo.co.kr/news/articleView.html?idxno=895907 https://www.yjb0802.com/news/articleView.html?idxno=59710 https://www.ijournalist.co.kr/news/articleView.html?idxno=8779 https://www.g-enews.com/article/General-News/2026/06/2026062800432342219ae5042aca_1 https://www.wooriilbo.com/news/article.html?no=101040# > A 95-Year-Old Religious Leader in Custody: South Korea Crosses a Line Pressenza Praha
July 20, 2026
Pressenza
La ricerca letteraria comparatistica al servizio del dialogo interreligioso e contro la pseudo-tolleranza
Nel suo saggio intitolato “Il paradiso di Abu l-‘Ala al-Ma’arri e Dante Alighieri”, pubblicato quest’anno anche in inglese e francese, Milena Aziza Rampoldi presenta alcuni parallelismi e alcune differenze tra due grandi opere della letteratura mondiale: la Divina Commedia del poeta fiorentino Dante Alighieri da una parte e l’Epistola del perdono del poeta abbaside Abi‘ Ala al-Ma’arri dall’altra. Nelle sue riflessioni sul tema, l’autrice si serve della ricerca letteraria comparatista per promuovere il dialogo interreligioso tra cristianesimo e islam. In questo contesto, spiega anche i fondamenti della visione filosofica del mondo dei due autori. Il tema di questi parallelismi è principalmente escatologico o soteriologico e riguarda la visione del paradiso. L’autrice, studiosa della lingua araba di origine italiana, è convinta che opere come questa, all’incrocio tra letteratura e filosofia, possano contribuire a rinnovare e far progredire il dialogo tra due grandi religioni mondiali, cristianesimo e islam. Se attingiamo all’eredità letteraria della tradizione delle due religioni e ci confrontiamo con le somiglianze e anche con le differenze, siamo in grado, nell’attuale situazione storica e nel lavoro politico di oggi, di evitare atteggiamenti pseudo-tolleranti da un lato e anche una dialettica estrema dall’altro. La pseudo-tolleranza è un termine che l’autrice descrive già nel suo “Manifesto”. In questo testo, sulla complessità dell’interazione tra tolleranza e intolleranza nell’anima di ogni persona l’autrice scrive: > “ProMosaik focalizza più sulle differenze che sulle somiglianze. Questo > atteggiamento potrebbe anche suscitare una certa irritazione sia a livello > estetico, acustico, filosofico e ideologico che etico, linguistico, etnico e > religioso. In questo modo ProMosaik contrasta la pseudo-tolleranza, che spesso > si basa su una pseudo-empatia superficiale, anche se ben intenzionata.” La gente parte dal presupposto che la tolleranza sia come un vestito che basta indossare. Un sorriso, un’interazione amichevole e la parola giusta e il silenzio giusto al posto giusto sono gli elementi che costituiscono la cosiddetta virtù sociale della tolleranza. La tolleranza è di moda, fa tendenza. La tolleranza, a seconda dell’ambiente, ha diverse forme di espressione. Il tutto però può creare imbarazzo se non si conoscono i limiti della propria tolleranza e poi cadono le maschere, soprattutto se la pseudo-tolleranza, in questo mondo variopinto, non è in grado di mostrare il proprio colore. L’obiettivo perseguito ProMosaik puntando sulle differenze, sulla diversità e sulle caratteristiche distintive consiste nello sviluppo della vera tolleranza con tutti i suoi limiti e con la sua comprensione profonda della complessità a più livelli che caratterizza la tolleranza autentica e anche il suo opposto, ovvero l’intolleranza. La tolleranza significa anche la tolleranza dei limiti della propria tolleranza. Infatti, i colori di questo mondo variopinto possono affaticare eccessivamente la vista. A volte potremmo anche avere voglia di chiudere gli occhi, di distogliere lo sguardo o di voltarci. Ed è proprio in questo che consiste il coraggio della tolleranza autentica che a volte ha bisogno di una pausa, di un momento di riflessione, di un’auto-riflessione, che consiste nell’esplorazione aperta della nostra pseudo-tolleranza intrinseca o della propria intolleranza. Affrontare queste dimensioni è fondamentale per conoscere sé stessi e comprendere i propri limiti quando si parla di tolleranza. Non appena raggiungiamo i limiti della nostra tolleranza, impariamo a cogliere i semi del pensiero discriminatorio e razzista che si celano in noi come un punto cieco nella matrice di Johari. Penetriamo nel lato oscuro e non-etico di noi stessi che ci permette di crescere. Sul tema dell’universalità in ambito letterario, che si impone indipendentemente dalle differenze culturali e religiose, Rampoldi afferma quanto segue: > “A mio avviso la tematica di questi parallelismi risulta primaria sia a > livello escatologico che soteriologico e riguarda la visione del Paradiso. > Vorrei sostenere questa impresa con il seguente articolo, in cui tra l’altro > tratterò della biografia dei due poeti, dei loro punti di vista sulla > psicologia della religione, del loro atteggiamento soggettivo nei confronti > del trascendente e della tradizione della loro religione, del loro fatalismo e > del loro atteggiamento scettico”. In sintesi, si possono citare due grandi differenze tra i due autori della letteratura universale che si sono occupati della tematica dell’esperienza soggettiva dell’aldilà. Da un lato, al-Ma’ arri si colloca molto al di fuori dagli schemi tradizionali. Sembra più fresco e innovativo, e in parte anche più sfacciato di Dante, che si sottomette completamente alla tradizione scolastica di Tommaso d’Aquino e, per così dire, “dogmatizza” la sua esperienza soggettiva. La tematica che al-Maa’rri cita nel titolo della sua opera, vale a dire il perdono (in arabo: ghufran), può essere messo in rilievo come il culmine della differenza dogmatica tra cristianesimo e islam quando si tratta di tematiche di tipo soteriologico. L’episodio riportato nel Libro della Genesi e il perdono concesso ad Adamo ed Eva nel Corano non possono essere conciliati nelle loro differenze dogmatiche, poiché l’Islam non riconosce il peccato originale, mentre quest’ultimo è profondamente radicato nella soteriologia cristiana. La seconda differenza riguarda la dialettica tra poesia e verità/rivelazione in Dante, contraddetta da al-Maa’rri il quale nella sua opera introduce i poeti preislamici senza “filtrarli” religiosamente e dogmaticamente. In conclusione, tuttavia, l’autrice cita come al-Maa’rri sfugga a qualsiasi categorizzazione dogmatica, perché “la problematica di questi confronti risiede principalmente nell’impenetrabilità della personalità e della visione del mondo di al-Ma’arri, che, a differenza di Dante, sembra molto più complessa e contraddittoria”. Tuttavia, l’autentica pace tra le comunità religiose non deve fallire a causa di queste differenze, che devono semplicemente essere evidenziate, senza creare conflitti basati su delle posizioni intolleranti. La pace non si basa sull’uguaglianza, ma sull’accettazione rispettosa e sull’enfasi realistica sulle differenze. La letteratura comparatista può aiutarci a mostrare le differenze dogmatiche tra cristianesimo e islam per coltivare discussioni creative e stime autentiche delle differenze. ProMosaik
July 14, 2026
Pressenza
Firmato a Roma il Patto per “La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”
Il 25 giugno, a Roma, i responsabili delle religioni che sono in Italia, hanno sottoscritto un Patto per dare continuità e prospettiva al lavoro compiuto, rendendo al contempo ufficiale l’esperienza chiamata “La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”. A siglarlo sono stati: Assemblea dei Rabbini d’Italia, Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia, Centro Islamico culturale d’Italia, Comunità Religiosa Islamica Italiana, Confederazione Islamica Italiana, Conferenza Episcopale Italiana, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Istituto Tevere, Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, Sikhi Sewa Society, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Unione Buddhista Italiana, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, Unione Induista Italiana. Nel pomeriggio, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha ricevuto i rappresentanti delle comunità religiose, in occasione della sottoscrizione del Patto “la via italiana del dialogo interreligioso”. Dopo l’intervento del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Matteo Zuppi, il Presidente Mattarella ha rivolto un saluto ai presenti, i quali gli hanno consegnato una copia del Patto. “Condividiamo il valore e la complessità di essere persone credenti e praticanti di diverse fedi in una società post-moderna secolarizzata, multiculturale e plurireligiosa, ferita da conflitti ed estremismi, anche pseudo-religiosi, derivanti da posizioni etnocentriche, prevaricanti, di chiusura e di colonizzazione culturale ed economica, e condividiamo l’importanza di agire insieme per il Bene comune, certi della rilevanza del dialogo interreligioso per lo sviluppo della società italiana”, si legge nel Preambolo del documento che propone nove impegni e nove azioni. Tra questi, il compito di “promuovere la pari dignità di ogni religione di fronte allo Stato attraverso un dialogo critico e costruttivo sul rapporto tra religione, laicità e politica nel contesto italiano, nella consapevolezza del contributo che le religioni possono offrire al progresso materiale e spirituale della società” e quello di “promuovere una cultura della pace fondata sulla giustizia, sulla compassione e sull’interdipendenza tra i popoli, riconoscendo che la famiglia umana è una sola”. La firma del Patto rappresenta una tappa fondamentale del percorso intrapreso nell’ambito del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. A partire dal 2023, infatti, i leader delle religioni diffuse nel Paese, si sono incontrati annualmente nella sede della Conferenza Episcopale Italiana, avviando una riflessione comune sulla necessità di essere, nello spazio pubblico, una risorsa capace di tessere dialogo, comunione e pace. Nel 2024, anche alcuni giovani, delegati dai responsabili delle religioni, si sono ritrovati periodicamente per discutere e lavorare insieme, partecipando dallo scorso anno alle riunioni ufficiali e diventando, sui territori, ambasciatori di processi di conoscenza reciproca e di sensibilizzazione. Il cammino di confronto tra i leader ha portato alla sottoscrizione del documento. “La firma del Patto è il frutto maturo di un percorso che ha consolidato in noi la certezza che la via dell’ascolto dell’altro e della conoscenza reciproca – spogliata da pregiudizi e luoghi comuni – sia la chiave per valorizzare quel patrimonio umano e spirituale che ogni tradizione porta in sé. Consegnare questo Patto nelle mani del Presidente Mattarella ha, per le nostre Comunità e per l’intera Nazione, un valore inestimabile nel complesso contesto geopolitico che stiamo attraversando. La “Via italiana del dialogo” vuole essere un contributo serio e sperimentato, offerto a una società troppo spesso esposta a polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro – diverso per fede o cultura – un nemico. Al contrario, desideriamo riflettere con apertura sui valori comuni per edificare una comunità civile che riconosca, pur nelle sue diversità, il senso di un impegno corale per una società più giusta, accogliente e inclusiva”, afferma il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI. “L’Assemblea dei Rabbini d’Italia partecipa alla firma del Patto di intesa fra le diverse comunità religiose presenti in Italia nella convinzione che, nell’ambito di questo accordo e nel contesto concreto del Paese in cui viviamo, sia possibile riconoscere i valori etici condivisi, impegnarsi per il benessere sociale della collettività, pensare a progetti responsabili per il futuro sempre animati dalla consapevolezza che scaturisce dall’idea fondamentale dell’essere creature di D.O; ricordiamo in particolare a questo proposito, dal messaggio biblico di portata universale che definisce l’identità dell’uomo come creature che recano in sé l’immagine spirituale del Creatore, ricordiamo e riconosciamo che è parte del legame che ci unisce all’Eterno dare sviluppo al mondo , che riceviamo come dono di D.O, di fronte al quale siamo chiamati ad essere responsabili custodi. Riteniamo inoltre che, nella situazione particolarmente difficile di cruenti conflitti in tante parti del mondo, sia importante che le comunità religiose forniscano un positivo esempio di capacità di dialogo e, laddove possibile, di collaborazione, auspicando che questo clima costruttivo possa, dalla firma di questo Patto, estendersi a tutti coloro che in questo momento siamo qui a rappresentare”, sottolinea Giuseppe Momigliano, Vice Presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia. “Di fronte all’acuirsi delle sfide sociali, il Patto sottoscritto oggi rappresenta un segno concreto della capacità delle comunità religiose e della società nel suo insieme di unirsi attorno a ideali condivisi messi al servizio al bene comune. La consapevolezza che la diversità sia una ricchezza da valorizzare è un principio essenziale per costruire un futuro di speranza, coesione e prosperità per tutti”, evidenzia Cristin Cappelletti, Segretaria dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia. “Sarà emozionante salutare, dopo la firma di questa mattina, il Presidente della Repubblica Mattarella al Quirinale insieme ai miei giovani colleghi indù, ebrei, buddhisti, cristiani e musulmani, tutti italiani dalla nascita e da generazioni e tutti educati alla sacralità nella vita religiosa, senza artifici e senza complessi ma con profonda fede e sensibilità spirituale. Questo è il valore della nostra società italiana e il Capo dello Stato lo ha sempre riconosciuto condannando ogni discriminazione. L’unica incompatibilità denunciata anche nel testo del Patto è la strumentalizzazione dell’odio contro i credenti per negare la nostra cittadinanza!”, rileva Amina Croce, responsabile Giovani della COREIS. “La sottoscrizione del Patto è al tempo stesso l’approdo di un cammino a cui guardare con gratitudine e l’assunzione responsabile di un impegno al dialogo, alla ricerca della pace e della giustizia, alla preservazione del pianeta, alla tutela delle libertà di tutti gli umani, al perseguimento del bene comune. Questo impegno è tanto più urgente e prezioso nel nostro tempo che vede anche l’utilizzo di riferimenti religiosi a sostegno di conflitti e discorsi di odio. Le religioni che sono in Italia hanno intrapreso un’altra strada e intendono continuare a percorrerla con decisione e fiducia”, sottolinea Daniele Garrone, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. “Con la sottoscrizione del Patto, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia rinnova il proprio impegno a favore del dialogo, della collaborazione e della reciproca conoscenza tra le comunità religiose e le Chiese cristiane presenti nel Paese. Questo momento rappresenta un segno concreto della volontà condivisa di contribuire, ciascuno secondo la propria identità e tradizione, alla promozione della coesione sociale, del rispetto reciproco e del bene comune”, osserva Dionisio, Vescovo di Kotyeon e Referente nazionale della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia per il dialogo interculturale e interreligioso. “Di fronte alla complessità che viviamo, l’unica strategia vincente è il dialogo fondato su uno spirito di sincera collaborazione, perché una convivenza armoniosa e pacifica si può realizzare soltanto insieme. Il Patto sottoscritto oggi rappresenta un’assunzione di responsabilità nei confronti delle generazioni future e della società intera. Condividendone pienamente gli obiettivi, ci impegniamo oggi a tradurre questi principi in azioni concrete, contribuendo a trasformare l’ambiente in cui viviamo”, dichiara Alberto Aprea, Presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. “In un mondo segnato da divisioni e conflitti, le religioni sono chiamate a collaborare sui grandi temi dell’umanità: pace, giustizia sociale e dignità della persona. Siamo fermamente convinti che la pace nasca da un disarmo interiore fatto di ascolto senza pregiudizi e riconoscimento delle differenze: solo così è possibile costruire percorsi condivisi di solidarietà e convivenza. Come Unione Buddhista Italiana esprimiamo la nostra soddisfazione per la firma del Patto che unisce le diverse confessioni religiose in un impegno concreto di dialogo, pace e responsabilità condivisa”, osserva Filippo Scianna, Presidente dell’Unione Buddhista Italiana. “La firma di questo Patto segna un passo importante nel percorso di dialogo e collaborazione tra le comunità religiose presenti in Italia. Il suo valore risiede soprattutto nell’impegno condiviso a continuare a incontrarsi, confrontarsi e lavorare insieme, senza procedere ciascuno per proprio conto. Vogliamo rafforzare una collaborazione stabile che favorisca la conoscenza reciproca e promuova iniziative comuni capaci di far conoscere e comprendere ai cittadini le diverse tradizioni religiose. Insieme possiamo offrire un contributo concreto alla coesione sociale, al rispetto reciproco e alla costruzione di una società sempre più inclusiva e consapevole della ricchezza del pluralismo religioso”, dichiara Livia Ottolenghi, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Per leggere il patto in maniera integrale clicca qui   Fonti: > Firmato a Roma il Patto per “La via italiana del dialogo. Le religioni nello > spazio pubblico e per la coesione sociale” Il video completo dell’incontro con Mattarella: https://youtu.be/xSV0dC7l5do? si=BVmINqnt_QDXKwDY Redazione Italia
June 26, 2026
Pressenza
Convivenza religiosa in Palestina: testimonianza di padre Novruz, pastore cristiano palestinese
Mentre siamo sommersi storicamente dalle narrazioni sulle radici del conflitto israelo-palestinese, esistono voci e testimonianze che fanno luce su aspetti contrastanti con le vulgate sioniste della storia palestinese, che non sono distorte da logiche e progetti di segregazione e colonialismo. Prima dell’arrivo del sionismo, quelle terre oggi martoriate, hanno vissuto una convivenza naturale tra i seguaci delle quattro religioni in Palestina: ebraismo, samaritanesimo, cristianesimo e islam, in un clima di convivenza, partenariato e vita comune. Prima che fosse aggredita dal progetto sionista, la Palestina era un mosaico religioso e comunitario che non distingueva tra un ebreo, un cristiano, un musulmano e un samaritano nelle scuole, negli ospedali o nei posti di lavoro.   In questo quadro, il sacerdote palestinese Ibrahim Nairouz, rappresenta una testimonianza vivente che si rifà a quel passato dimenticato, non solo come religioso, ma come figlio di quella terra, erede di quella storia e nipote di un martire palestinese che ha combattuto il colonialismo britannico. Il pastore Nairouz è il pastore della Chiesa episcopale/anglicana di San Giovanni Battista ad Al-Hosn e nella città giordana di Fuhais dal 2017, avendo precedentemente prestato servizio nella Chiesa episcopale/anglicana di Nablus in Palestina. Ha un’alta posizione e considerazione nei circoli cristiani, arabi e musulmani, ed è una delle voci teologiche che hanno collegato la fede cristiana alla difesa dei diritti dei palestinesi. Accanto alla sua testimonianza sulla storica convivenza palestinese, il pastore Nairouz ha una alta considerazione del gruppo Naturei Karta, il movimento ebraico anti-sionista che lo separa chiaramente dalla concezione sionista nella religione ebraica. Lo descrive come un “isolante per la speranza”, riaffermando l’idea che il conflitto non sia religioso come viene promosso, ma colonialista, e che ci sono ebrei, così come cristiani e musulmani, che rifiutano l’ingiustizia e l’occupazione, e credono nella giustizia e nella vera pace. >  “…L’ebraismo è una religione che era presente nella storia, rispettava e > aveva le sue credenze, spiritualità ed esistenza. Non c’era alcun problema > eccezionale che costringesse allo scontro tra ebrei e le altre religioni in > Palestina prima dell’emergere del movimento sionista. Come è noto, le > religioni storiche in Palestina sono: ebraismo, samaritano, cristianesimo e > islam, e queste religioni hanno sempre coesistito in un clima di fraternità e > armonia sociale per molti secoli. > > Rivedendo i registri delle istituzioni educative, sanitarie e amministrative, > come postali, portuali, aeroporti, radio, ministeri, camere di commercio e > industria, club, squadre sportive, comuni, ecc., notiamo che ebrei, cristiani, > musulmani e samaritani erano insieme come colleghi o studiosi, e questo non > era insolito per la società palestinese in quella fase. Pertanto, si può > stabilire che il rapporto tra i fedeli delle quattro religioni in Palestina, > prima dell’emergere del movimento sionista era armonioso, basato sul rispetto > reciproco e sulla convivenza, in un clima di vicinato, comunione e > partenariato, e questa non è solo un’eccezione in Palestina, ma anche nelle > società arabe circostanti, come l’Iran, l’Iraq, l’Egitto, il Marocco, lo > Yemen, e altri, dove gli ebrei vivevano come parte del tessuto sociale, purché > non ci fosse alcuna ambizione da parte di nessuno di escludere l’altro. > > Ciò che ha successivamente deturpato la realtà è stato l’emergere del > movimento sionista alla fine del XIX secolo, che ha cercato di acquisire la > terra e di espellere gli altri, con l’istituzione di un’entità ebraica > escludente, che ha portato alla tensione nelle relazioni e all’emergere di > movimenti arabi, islamici e cristiani che rifiutavano questo orientamento. Il > movimento sionista ha anche cercato di rappresentare l’ebraismo a livello > globale, il che ha portato all’emergere di movimenti ebraici che lo rifiutano, > in particolare il movimento Naturei Karta. > > Ci sono esempi storici che riflettono la pacifica convivenza dei seguaci di > queste religioni. Un esempio di convivenza tra ebrei, cristiani, musulmani e > samaritani in Palestina prima dell’emergere del movimento sionista, si può > citare le squadre sportive che hanno giocato partite locali e internazionali > in nome della “Palestina”, e tra i suoi giocatori c’erano ebrei e arabi. Il > personale femminile e maschile nei porti di Haifa e Jaffa, nelle poste > palestinesi o nelle stazioni radio palestinesi di Gerusalemme. > > Alla Scuola Episcopale di Nablus, fondata nel 1848, gli studenti ebrei > studiavano insieme a colleghi samaritani, cristiani e musulmani. Inoltre, i > registri dell’ospedale evangelico episcopale arabo di Nablus mostrano la > presenza di ebrei tra i revisori. > > C’erano quartieri in città palestinesi con nomi ebraici come Nablus, Hebron, > Gerusalemme, Tiberiadi, Safed, Jaffa e altri, che sono la prova di una > presenza ebraica storica pacifica. > > L’ebreo in Palestina era un essere umano professionale, che lavorava in più > professioni, in particolare: fare e riparare scarpe, creare oro e argento e > riparare orologi. Alcuni di loro hanno anche lavorato nel commercio e nella > vendita di oggetti d’antiquariato ai turisti, e sono stati anche guide > turistiche. Molti ricoprivano anche posizioni nei dipartimenti governativi, > privati e bancari. Queste professioni, per loro stessa natura, impongono una > comunicazione continua con il resto della società, riflettendo uno stato di > normale e diretta interazione quotidiana, senza barriere religiose o sociali, > fatta eccezione per la differenza di credenze e di culto. > > Il movimento sionista ha rovinato questo tessuto sociale armonioso. La > tensione ha cominciato a emergere mentre cresceva il numero di immigrati ebrei > in Palestina, specialmente quelli che abbracciavano l’ideologia sionista. > Questo improvviso cambiamento nella demografia e nell’ideologia ha portato a > chiare tensioni e all’emergere di scontri in città come Gerusalemme e Hebron, > che hanno contribuito all’instabilità e alle normali relazioni che un tempo > prevalevano. > > Se vogliamo affrontare realisticamente il conflitto sulla terra di Palestina, > credo che l’unica soluzione sia una soluzione a uno stato, che riporta tutti > allo stato prima dell’emergere del movimento sionista. > > L’esperienza ha dimostrato che eliminare una qualsiasi delle parti non è > possibile, e dobbiamo accettarci a vicenda sulla base del partenariato e del > rispetto. > > Ma questo richiede una maturità e una convinzione generale che la guerra e > l’omicidio non porteranno da nessuna parte. L’esistenza di tutte le parti è un > fatto compiuto, e l’unica soluzione è la convivenza, e la ricostruzione della > cultura del rispetto e della convivenza come era prima che fosse corrotta > dalle ambizioni sioniste. > > Credo che il movimento Naturei Karta meriti rispetto, in quanto si sta > muovendo in una linea ferma e chiara verso obiettivi nobili basati sulla pace > e la convivenza. > > > > L’esistenza di un movimento ebraico antisionista dà un’impressione positiva > dell’ebraismo, separandolo dal sionismo come movimento coloniale razzista. > Stabilisce l’idea di separare l’ebraismo come religione spirituale e il > sionismo come progetto coloniale. > > Il movimento Naturi Karta sta andando nella giusta direzione. I suoi sforzi e > le sue idee illuminano una scena tenebrosa, e stabilisce una cultura di > accettazione dell’altro nonostante la differenza religiosa. Li invito a > diffondere maggiormente il loro pensiero negli ambienti ebraici e non ebraici, > essi rappresentano uno spiraglio di speranza verso un dialogo autentico. > > Il cristianesimo rispetta l’altro nella sua fede, e lavora con ogni parte che > cerca la pace. Naturei Karta è un movimento che rispetta la sua fede, e i > cristiani palestinesi vedono la cooperazione con loro come un modo per > costruire una società pacifica, basata sul detto di Cristo: “Beati gli > operatori di pace, sono i figli di Dio invocati”. > > Per chi promuove l’idea che il conflitto sia religioso, mentre è un conflitto > coloniale con interessi di parte e oppressivi, Naturei Karta, combatte questa > falsità e mostra il vero volto del conflitto. Illumina come una candela nel > buio, invitando gli ebrei a liberarsi dal pensiero coloniale sionista e > richiede che il mondo distingua tra religione e occupazione. > > L’esistenza di questi gruppi in sé dà speranza. È vero che ha bisogno di > crescere e diffondersi ulteriormente, ma rappresenta uno sforzo notevole che è > rispettato da tutti coloro che credono nella pace. È il nucleo di un pensiero > che può contribuire a cambiare il futuro in meglio…” Enrico Vigna Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
Militari israeliani in “libera uscita” in Italia
Stress da genocidio? Se vuoi rilassarti vieni nel Bel Paese! Non è uno slogan pubblicitario di un mondo distopico, ma potremmo rappresentarcela così l’offerta, comprensiva di relax,  tour turistici alle bellezze naturalistiche e culturali delle Marche, di cui ha usufruito a fine 2024 un gruppo di giovani militari israeliani in “libera uscita”, ma pur sempre scortati e protetti dalla DIGOS per garantirne la massima riservatezza. L’IDF, insomma, cerca varie strategie per mandare in decompressione i propri soldati alle prese con droni che valicano corridoi e scale e che per colpirne uno ne ammazzano altri dieci, venti o trenta, spesso bambini. In patria sono stimati in almeno 6.500 quelli sottoposti a percorsi di psicoterapia  ovvero in un breve periodo, tre volte tanto le terapie somministrate in tutto il 2022 (fonte: ministero israeliano ripresa in Italia dall’agenzia Nova). Il centro di riabilitazione psichiatrica del Ministero della Difesa di Israele assiste più di 64.000 soldati, tra cui 8.000 affetti da disturbi da stress post-traumatico. Per alcuni invece, l’anomalo pacchetto turistico è stato organizzato da un’agenzia marchigiana specializzata proprio in “itinerari ebraici marchigiani” che facendo tappa fissa tra Fermo e Porto S. Giorgio, ha poi raggiunto anche mete naturalistiche di grande pregio come la riviera del Conero o le grotte di Frasassi, entrambe a poca distanza una dall’altra. Dalla nostra inchiesta giornalistica emergono diverse testimonianze dirette che raccontano di gruppi di giovani israeliani, con la kippah indosso, che hanno girato di recente le Marche apprezzandone i numerosi siti naturalistici e culturali, bellissimi e rilassanti, ma soprattutto un po’ più “defilati” rispetto a città d’arte come Roma o Firenze. A parte le guide che hanno aperto le porte di sinagoghe semisconosciute e altri luoghi di interesse ebraico, le altre persone che non indossavano la kippah erano appunto gli agenti della DIGOS. Questi turisti con particolari esigenze di riservatezza, “vengono presentati agli albergatori – ci ha rivelato la fonte presso una di queste agenzie specializzate – con nomi di fantasia e solo all’ultimo con quello reale, al momento della loro registrazione. Nei siti naturalistici e culturali – ha aggiunto – si può accedere in via riservata con visite a loro dedicate, in via del tutto esclusiva”. Più di una guida, incuriosita dagli insoliti gruppi con scorta al seguito, ci ha confermato la loro presenza nel fermano e il fatto che non fossero dei semplici cittadini israeliani, ma appunto, dei militari in libera uscita “defatigante”. “Sono guida ambientale AIGAE” ci ha rivelato la nostra fonte “e lavoro da anni tra il Parco del Conero e quello dei Sibillini. A inizio dicembre 2025, mentre stavo a Sirolo sul Conero per lavoro, ho visto in paese un gruppo di giovani dai tratti mediorientali, alcuni dei quali indossavano la kippah. Con loro un uomo di età più matura. Erano accompagnati da un italiano mio conoscente. Incontrandolo ho chiesto chi fossero e mi ha risposto che erano dei militari israeliani che sotto la copertura di semplici turisti stranieri, trascorrevano un periodo di vacanza nelle Marche, dopo essere stati impiegati in servizi operativi a Gaza. Poi sarebbero tornati in servizio. Un periodo di decompressione dallo stress del combattimento. Durante la loro permanenza nelle Marche, venivano accompagnati in altre località naturalistiche e città d’arte della regione”. La Regione Marche, dove ad Ancona e in altri centri minori, sono attive alcune delle più antiche comunità ebraiche italiane, con una legge regionale ha istituito del 2021, proprio l'”Itinerario Ebraico Marchigiano” che mette a sistema il patrimonio ebraico di 25 Comuni tra i quali Fermo, dove sembrerebbe abbiano fatto tappa fissa i giovani dell’IDF. I militi ebrei insomma, per superare i traumi dei massacri perpetrati pochi giorni prima contro donne e bambini palestinesi, si ritemprano, lontani da occhi e orecchie indiscrete, con le bellezze italiche di una regione che ha dato i natali a musicisti, pittori, scrittori e architetti del calibro di Rossini, Raffaello, Leopardi e Vanvitelli, solo per citarne alcuni. D’altra parte, l’Itinerario Ebraico Marchigiano rappresenta uno dei tanti tasselli di iniziative sparse finalizzate a riscoprire le radici comuni delle comunità giudaico-cristiane nel quadro di un dialogo interreligioso dove spicca, per iniziative di rilievo e organizzazione, il Cammino Internazionale Neocatecumenale, con sede proprio tra Porto S. Giorgio e Fermo. Ma è invece in Galilea dove, sul Monte delle Beatitudini, vicino al lago di Tiberiade, viene ospitata la cosiddetta Domus Galilaee. Il Cammino Internazionale Neocatecumenale, esattamente dieci anni fa, si è reso protagonista dell’incontro forse più significativo della storia delle due religioni, cristiana ed ebraica: 120 rabbini provenienti da ogni parte del mondo si sono incontrati con laici e religiosi cristiani, tra i quali 20 vescovi e 7 cardinali. Il tentativo, più che lodevole, di avvicinare le due religioni prosegue tuttora anche con visite svolte presso la Domus Galilaee addirittura dell’esercito israeliano. “A scaglioni vengono a visitare il nostro centro” ci spiega il direttore, don Rino Rossi “incuriositi dalla struttura, ma soprattutto per conoscere la fede cristiana”. Una curiosità che deve aver contagiato anche un alto ufficiale dell’IDF, che visitando la Domus “ne è rimasto impressionato”. Ciò che sorprende, però, vista la vicinanza tra questo centro di preghiera e i luoghi ad altissima intensità bellica, dove l’esercito insieme a coloni ebrei ultra-ortodossi sta spianando interi villaggi palestinesi in Cisgiordania, imprigionando decine di migliaia di persone attraverso l’abuso della cosiddetta detenzione amministrativa, è che la realtà del momento non traspare in nessun modo nelle parole dei responsabili del Cammino intervistati. Nemmeno le notizie di guerra in un periodo tragico come quello recentissimo, intorno ai giorni di Pasqua, hanno fatto sì che durante l’incontro che ha coinvolto nella Domus 250, tra vescovi e arcivescovi, provenienti dai cinque continenti, per un totale di 500 persone tra laici e religiosi da tutto il mondo, si facesse il minimo cenno a un dialogo interreligioso che comprendesse, in maniera sistematica e concreta, la terza più importante religione monoteista al mondo, quella mussulmana, ampiamente maggioritaria, proprio lì, in Medio Oriente: insomma un dialogo interreligioso a dir poco sbilanciato verso la sola riscoperta delle comuni radici culturali giudaico-cristiane, considerato che musulmani e i cristiani rappresentano, ognuna, una fetta di circa il 30% della popolazione mondiale, mentre l’ebraismo sfiora lo 0,2%. Leggendo il sito web ufficiale della location neocatecumenale di Porto S. Giorgio, l’unico scossone emotivo degno di essere riportato nella newsletter è stata la morte di Bergoglio. Il cammino neocatecumenale, per quanto riguarda il dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani, secondo le testimonianze rilasciate al telefono dai responsabili, è molto attivo in numerosi Paesi del mondo, tra i quali gli USA, dove si cita anche un memorabile concerto a New York offerto dalla comunità ebraica locale.  Per quanto riguarda invece un’eventuale accoglienza in Italia di ebrei organizzati in gruppi, tutte le fonti laiche e religiose intervistate si sono trincerate dietro un generico “no-comment”; anzi, di eventuali presenze sul territorio marchigiano di gruppi provenienti da Israele non se ne vuole proprio parlare. Su un piano invece laico, accademico e strategico-militare, prosegue a gonfie vele l’impegno dell’Italia, in questo caso lontano dai riflettori mediatici, in sostegno attivo all’IDF. È di non molte settimane fa, infatti, la notizia riportata da “Il Manifesto”, dell’ennesimo carico di armi che il tribunale del riesame di Ravenna ha definitivamente bloccato in porto confermando la sentenza di sequestro di 14 tonnellate di componenti per un valore di 250 mila. La fornitura proveniva dalla Valforge di Lecco ed era destinata alla IMI System, principale produttore di armi e munizioni per l’esercito israeliano. Il tutto in violazione di quel che resta della legge 185 del 1990 e senza essere iscritta nell’infame registro nazionale degli esportatori di sistema d’armamento. Stefano Bertoldi
May 28, 2025
Pressenza