Francia, il 17 ottobre è sciopero
Durante le mobilitazioni del 2018 contro la riforma dell’educazione, mentre
molti studenti esprimevano impazienza di fronte a un mancato allargamento delle
proteste, i quadri sindacali e di partito che venivano a fare formazione nelle
facoltà occupate rilevavano positivamente la ripresa della politicizzazione
giovanile, di una frazione della classe che stava reimparando strumenti e
tecniche, linguaggi, e a misurare i rapporti di forza; una classe de lutte come
intitolava un film collettivo del 1969. Se i partiti della sinistra tradizionale
non brillano per radicalità e connessione sentimentale, di fronte al livello di
conflittualità e di coscienza espresso dalle nuove generazioni è però evidente
che quella lettura cogliesse un processo reale.
EFFETTI DEL REGIME NEOLIBERALE
Passati quasi dieci anni da quella riforma, che è stata la più importante
riforma dell’educazione durante i mandati presidenziali di Emmanuel Macron, è
una nuova generazione di studenti ad aprire la fase terminale di questo periodo
mediocre e grottesco.
> Una generazione cresciuta nel periodo di maggior aggressività del neoliberismo
> francese (iniziato appunto con la nomina di Macron al Ministero dell’Economia
> da parte di François Hollande nel 2014, e segnato dal movimento dei Gilet
> Gialli nel 2018), e che si confronta oggi con i risultati di quelle politiche
> nella sua vita quotidiana.
Oltre al regime di controllo basato sul merito e la competizione creato da
Parcoursup, è la qualità delle infrastrutture scolastiche a essersi degradata a
causa della riduzione dei finanziamenti, di pari passo con il peggioramento
generale dei servizi pubblici e del salario sociale. Una delle rivendicazioni
principali è un piano di intervento per il rinnovamento degli edifici insalubri
e vetusti, per la sicurezza e per garantire temperature accettabili durante i
periodi climatici più difficili, sempre più frequenti nella fase attuale di
cambiamento climatico. Posizioni, assieme a quelle contro il divieto degli
smartphone o sulle giornate scolastiche eccessivamente lunghe (8h-18h), che
ricordano quelle dell’ambientalismo del lavoro italiano degli anni ’60, in cui
la classe operaia rivendicava il controllo delle condizioni ambientali nei
luoghi di lavoro e la possibilità di incidere su ritmi, cicli di lavoro e
tecnologie attraverso i consigli di fabbrica. Altrettanti legami si potrebbero
ricostruire con le lotte per la liberazione della riproduzione sociale, o –
ancora più immediati, vista la geografia delle mobilitazioni – con le lotte
antirazziste e decoloniali.
> A livello più generale, i caratteri potenzialmente insurrezionali che sta
> assumendo la situazione francese in questo autunno sono il risultato della
> coincidenza di un tempo locale su scala nazionale – fabbricato e scandito da
> un passato recente di conflitti -, e di un tempo globale – la trasformazione
> del neoliberismo in regime di guerra.
La Francia è uno snodo cruciale del sistema capitalistico occidentale, non è
quindi un caso che il picco di malcontento e di repressione all’interno coincida
con l’esaurimento del ciclo di accumulazione a egemonia occidentale su scala
internazionale, ma non vi era nessuna necessità storica che la classe arrivasse
nelle condizioni di cogliere l’occasione offerta dalla crisi.
Foto CGT
LES JEUNES ASPETTANDO LES JAUNES
Questo è stato reso possibile prima di tutto dalle trasformazioni qualitative
interne ai movimenti sociali. Anche se i conflitti aperti dalle mobilitazioni
spontanee o sindacali degli ultimi anni sono state difensive, in opposizione
all’attivismo riformatore dei governi, e non hanno mai riportato un
significativo avanzamento delle condizioni di vita, hanno tuttavia vinto la
battaglia del consenso sul lungo periodo, mentre il potere non ha mai riportato
una vittoria decisiva in grado di rompere il loro crescendo.
> La richiesta di riforme radicali in un settore sociale veniva puntualmente
> rielaborato e riappariva, qualitativamente trasformato e potenziato, nella
> riappropriazione da parte del soggetto che, nella specifica congiuntura
> successiva, si trovava a esercitare un’egemonia transitoria nelle
> rivendicazioni e nelle pratiche.
Il dégagismo dei Gilet Gialli non aveva la capacità propositiva mostrata dagli
studenti in queste settimane, nelle cui parole d’ordine riappare il termine
rivoluzione, che certamente è impiegato in una concezione vaga e astratta, ma
risponde a un sentire comune che va oltre sia i richiami folcloristici, settari
o dogmatici, sia la citazione parodica della ghigliottina e del 1789 dei Gilets
Jaunes. Sembra trattarsi piuttosto di un’attrazione verso livelli di radicalità
e di trasformazione che la socialdemocrazia ha rimosso dalle sue possibilità,
espressa da una generazione che non pone limiti al proprio orizzonte politico,
perché per chi appartiene a questa generazione è autoevidente che una nuova fase
mondiale si è aperta, in cui la grande maggioranza di chi si affaccia al mondo
adulto ha pochissimo da perdere.
L’aggravarsi delle contraddizioni ecosociali comporta così uno spostamento degli
spazi pratici e ideologici verso le estremità dello spettro politico, un
movimento che è flagrante nella gioventù politicizzata, e che si esprime anche
nelle crisi e nelle sconfitte delle socialdemocrazie, in Europa come in America
Latina.
Foto CGT
LA LOTTA, LA TEORIA E LA CLASSE
In questo decennio di mobilitazioni in cui si inserisce il movimento
studentesco, l’identificazione di classe è implicita ma costantemente all’opera,
e si dà prima di tutto in negativo e si definisce attraverso avversari comuni
nelle strade, negli scioperi e nel senso comune, senza poggiare su una lettura
ideologica in grado di definirne gli obiettivi rispetto a un metodo e a una
teoria. Questa condizione di debolezza teorica sembra essere meno grave per la
sinistra francese rispetto ad altri paesi perché nella sua storia, fin dalle sue
origini nel socialismo utopista (quello che Lenin chiamò terza fonte del
marxismo), le necessità della pratica e della lotta politica tendono a prevalere
sulla teoria.
> La ripetizione della pratica conflittuale del soggetto frammentato ed
> eterogeneo della classe rende sempre più evidente come la soddisfazione di
> ogni singola rivendicazione (dalla riforma e il disarmo della polizia alle
> scuole e le università, dalle pensioni alla pianificazione ecologica) sia
> necessariamente condizionata dalla trasformazione totale del modello
> socio-economico.
In questo affermarsi di un programma trasformativo attraverso la reiterazione di
una pratica contestatrice, lo Stato diventa il terreno di una saldatura
possibile dei diversi movimenti sociali, e questo può avvenire per almeno tre
motivi.
Innanzitutto, queste mobilitazioni hanno riconosciuto nei governi nominati da
Macron il motore delle riforme neoliberali (che più che altrove sono state
imposte attraverso strumenti legislativi e governativi), individuando nello
Stato lo strumento necessario alla redistribuzione delle risorse (come avvenuto
con il Front Populaire) e a una forma più democratica di rappresentanza politica
(come durante la Commune). Questa conoscenza è stata poi socializzata da
intellettuali e militanti, anche attraverso i social e i media indipendenti,
superando la dimensione che Gramsci definiva “corporativa”, costruendo
un’egemonia morale e intellettuale all’interno della classe.
Foto CGT
LE GENERAZIONI MIGRANTI
Altro elemento che rende possibile questa saldatura è la riappropriazione di un
ideale nazional-popolare da parte di una gioventù di origine immigrata, finora
esclusa dal corpo politico, e che invece adesso si identifica in un progetto di
società nazionale di rottura rispetto al modello antropologico neoliberale (ciò
che vale sia per la generazione Z che per l’appello alla manifestazione del 17
ottobre da parte dei Gilet Gialli, che a differenza del 2018 parte anche da
frange del proletariato di origine immigrata). Un elemento che favorisce anche
forme spontanee e intuitive, ma reali, di internazionalismo, come il sostegno
alla resistenza palestinese.
Infine, terza condizione è l’esistenza di una rappresentanza partitica e
sindacale che permette di non arretrare nello scontro per il consenso e di
armonizzare le parole d’ordine. In questo senso, se vogliamo comparare la
sinistra francese, che è probabilmente la più avanzata sul continente in questo
momento, con la sinistra italiana, nell’ottica di un allargamento all’Italia di
una contestazione al neoliberismo che è già internazionale, la differenza
decisiva sta molto meno nella qualità dei movimenti (pur con tutte le differenze
fra Paesi con storie, economie e demografie molto diverse) e nel trattamento
mediatico della realtà (il regime di propaganda e la programmatica
falsificazione della realtà da parte dei mass media sono all’opera anche in
Francia), che piuttosto nell’assenza di una rappresentanza che traduca le
rivendicazioni sociali in proposta politica, nell’inettitudine di chi fa
politica di mestiere e avrebbe il compito di trovare risposte alle
contraddizioni che una società esprime.
> La France Insoumise è per adesso in condizione di arrivare al secondo turno
> delle elezioni perché ha continuamente scommesso sulla sedimentazione delle
> idee e delle pratiche di resistenza, sulla maturazione di classe
> dell’opposizione alle riforme neoliberali. Malgrado si trovi in un conflitto
> aperto con la quasi totalità dell’apparato politico e del sistema mediatico,
> il partito oggi sembra essersi rafforzato, e la conquista del governo è un
> orizzonte che appare possibile e desiderato a molti, soprattutto tra le fasce
> più giovani della popolazione.
Dalle crisi se ne può uscire par le haut o par le bas, e se una parte importante
di questa scelta la Francia dovrà prenderla nelle elezioni di primavera, già i
prossimi giorni saranno decisivi, con un appello di mobilitazione dei Gilet
Gialli previsto per il 17 ottobre, otto anni dopo la più violenta contestazione
alla presidenza Macron, che iniziò dalla tassa sul carbone che fece aumentare i
costi dei carburanti. Difficile prevedere se il movimento sia definitivamente
rifluito, se la sua rabbia abbia ceduto alla rassegnazione nelle zone rurali e
periurbane sempre più isolate dal centro e abbandonate dai servizi pubblici,
dove la propaganda razzista delle televisioni trova le migliori condizioni per
diffondersi. I tratti peculiari e inediti della situazione attuale espongono
ogni ipotesi sul futuro al rischio di limitare le potenzialità del movimento
sociale, così come ogni paragone storico rischia di essere una scusa per
neutralizzare la rabbia con la nostalgia.
Se però da più parti è stato rievocato il ’68 non è per costruire un parallelo
storico sulle condizioni dell’azione e sui suoi possibili sbocchi, ma perché –
spesso proprio a scuola di quell’evento la generazione Z ne ha appreso gli
eventi determinanti, il verificarsi di una mobilitazione di massa studentesca,
l’internazionalizzazione della contestazione; e perché, in quella che fu
l’ultima volta che vacillò e arretrò il capitale europeo, le consegne erano le
stesse delle prossime settimane: l’unità della classe lavoratrice con la classe
studentesca.
Immagine di copertina e dentro l’articolo dalla pagina facebook della CGT
Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere
la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo,
anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul
banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice
fiscale 96405560580.
L'articolo Francia, il 17 ottobre è sciopero proviene da DINAMOpress.