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Petizione e interrogazione parlamentare dell’onorevole Stefania Ascari sull’ispezione al Liceo Vivona di Roma
Sulla vicenda dell’ispezione che il Ministero della pubblica istruzione ha predisposto nei confronti del Liceo Vivona di Roma e in particolare di un insegnante che ha osato scrivere una lettera ai suoi alunni di quinto anno, dopo l’esame di maturità, che ricordava il genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi avvenuto nella complicità delle istituzioni italiane e nell’indifferenza di molti. è stata lanciata la petizione “Per la libertà d’espressione, dentro e fuori le aule scolastiche”. Primi firmatari molti colleghi del professore messo sotto accusa. Sulla stessa vicenda l’onorevole Stefania Ascar ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di seguito il testo: “Al Ministro dell’Istruzione e del Merito. Premesso che nei giorni scorsi è stata avviata un’ispezione ministeriale presso il Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma a seguito della diffusione di una lettera inviata dal professor Massimo Sabbatini ai propri studenti al termine dell’esame di Stato; secondo quanto denunciato da rappresentanti istituzionali, docenti, studenti, studentesse e genitori, l’attività ispettiva si sarebbe tradotta in colloqui e richieste di chiarimenti rivolti anche agli studenti e al personale scolastico, determinando un clima di forte preoccupazione all’interno dell’istituto; la lettera del docente, rivolta a studentesse e studenti ormai diplomati, conteneva esclusivamente una riflessione di carattere etico e civile, con richiami alla letteratura italiana e un invito a non rimanere indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza, richiamando i valori della pace, dell’umanità e della responsabilità individuale; i genitori degli studenti e studentesse del Liceo “Francesco Vivona” hanno espresso pubblicamente la propria solidarietà al docente, definendo l’ispezione un grave attacco alla libertà di insegnamento, alla libertà di espressione e all’autonomia scolastica; tale episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una serie di vicende che negli ultimi mesi hanno interessato numerosi istituti scolastici italiani; si richiamano, in particolare, il caso del Liceo “Marco Polo” di Firenze, quello del Liceo Scientifico “Augusto Righi” di Roma, nonché altri episodi nei quali docenti, dirigenti scolastici e studenti sono stati oggetto di campagne mediatiche, richieste ispettive o contestazioni per avere promosso iniziative di riflessione sui diritti umani, sul diritto internazionale, sulla guerra a Gaza o, più in generale, sul valore della pace; appare particolarmente allarmante che, a fronte di tali iniziative educative, si registrino interventi amministrativi che rischiano di essere percepiti come strumenti di controllo del pensiero piuttosto che di verifica del rispetto della normativa scolastica; la scuola pubblica, per espressa previsione costituzionale, è il luogo nel quale si formano cittadini liberi e consapevoli, attraverso il confronto delle idee, il pluralismo culturale e lo sviluppo del pensiero critico; gli articoli 21, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, principi che costituiscono il fondamento di una società democratica e che non possono essere compressi da iniziative suscettibili di generare intimidazione o autocensura; il progressivo moltiplicarsi di episodi analoghi rischia di produrre un effetto intimidatorio sull’intera comunità scolastica, inducendo docenti e dirigenti a rinunciare ad affrontare temi di rilevanza storica, civile e internazionale per timore di conseguenze disciplinari o ispettive; in uno Stato democratico il dissenso, il confronto delle opinioni e l’educazione al pensiero critico rappresentano un valore da promuovere e non un comportamento da scoraggiare. Tutto ciò premesso, si chiede di sapere: se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti; quali siano le motivazioni che hanno determinato l’avvio dell’ispezione presso il Liceo “Francesco Vivona” se ritenga che tali presupposti siano compatibili con i principi costituzionali della libertà di insegnamento; se corrisponda al vero che, nell’ambito dell’attività ispettiva, siano stati ascoltati studenti, studentesse e personale scolastico con modalità tali da determinare un clima di pressione o intimidazione; se il Ministro ritenga che il susseguirsi dei casi riguardanti il Liceo “Marco Polo” di Firenze, il Liceo “Augusto Righi” di Roma, il Liceo “Francesco Vivona”, l’IIS. “E. Mattei di San Lazzaro di Savena (Bologna ), l’Istituto “Aldovrandi Rubbiani” di Bologna, l’Istituto “Cattaneo” di Castelnovo Monti ( Reggio Emilia), il Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena, la Scuola Primaria  “Pascoli” di Modena, la Scuola Primaria “Graziosi” di Modena, la Scuola Primaria di Sant’Agnese” di Modena, la scuola Primaria “Gramsci” di Modena, la Scuola dell’infanzia “Collodi” di Modena e altri analoghi episodi rappresenti un fenomeno che rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento; quali iniziative urgenti intenda assumere affinché gli strumenti ispettivi non vengano utilizzati, né siano percepiti, come mezzi di censura o di pressione nei confronti di docenti, dirigenti scolastici e studenti che affrontano temi di interesse storico, civile, umanitario o internazionale nel rispetto dei principi costituzionali; se non ritenga opportuno adottare specifiche linee guida volte a garantire che le attività ispettive siano limitate all’accertamento di eventuali violazioni di legge, evitando qualsiasi interferenza con la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica e il pluralismo culturale; quali iniziative intenda assumere per ribadire che la scuola italiana deve rimanere un presidio di libertà, democrazia, partecipazione e formazione del pensiero critico, nel quale il confronto delle idee sia tutelato e mai oggetto di censura o intimidazione. Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
Liceo Vivona: un’ispezione sul niente
Luglio 2026, terminato l’anno scolastico e pubblicati gli esiti degli esami di Stato, il professor Massimo Sabbatini — docente di latino e greco al Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma — invia ai propri ex studenti un messaggio di commiato. Il rapporto docente-discente è concluso: chi riceve la lettera è, a tutti gli effetti, un cittadino maggiorenne e diplomato. Il testo, che intreccia il richiamo alla “Primavera hitleriana” di Montale e al canto XXVII del Purgatorio dantesco, invita a “restare umani” e a non dimenticare le atrocità compiute a Gaza in questi tre anni di scuola. Chiude con inviti conviviali — un cinema, uno scambio di libri, una partita a tennis — tra un ex professore e i suoi ex allievi. Il punto del messaggio più esposto alla reazione di stampa è probabilmente non il richiamo a Gaza in sé, ma la struttura graduata di responsabilità che il docente costruisce attorno all’evento. Il testo distingue esplicitamente diversi livelli di corresponsabilità: chi ha materialmente eseguito la violenza (chi ha premuto il grilletto, lanciato missili, sganciato bombe, guidato droni); l’industria bellica (chi ha prodotto e venduto armi); la classe politica (chi ha avuto responsabilità politiche); i beneficiari economici (chi ha lucrato dividendi e fatto profitti); infine gli “ignavi” — chi è rimasto a guardare senza fare nulla. È quest’ultima categoria a rendere il messaggio strutturalmente diverso da una semplice presa di posizione su un conflitto: l’indifferenza viene collocata sullo stesso piano morale dell’azione, secondo la logica — richiamata dallo stesso docente — del “più nessuno è incolpevole”. La lettera anticipa inoltre esplicitamente che alcuni dei destinatari occuperanno un giorno posizioni di potere (dirigenza d’azienda, gestione di capitali, funzioni statali o nell’Unione Europea) e li invita a interrogare, una volta arrivati lì, i propri futuri pari sul proprio comportamento presente — una domanda nominativa, riferita alla bambina palestinese Hind Rajab, che sposta il destinatario dal ruolo di spettatore a quello di potenziale futuro responsabile. Il riferimento a Montale rafforza questo impianto: i “miti carnefici” della poesia sono esecutori non riconosciuti come tali, che continuano un’esistenza normale — la “sagra” — mentre si consuma la violenza. È un’immagine che utilizza la cornice della “civiltà” per descrivere una violenza che si esercita attraverso l’indifferenza organizzata, più che attraverso la sola violenza diretta. Il richiamo del docente al canto XXVII del Purgatorio, che riguarda l’acquisizione della piena autonomia di giudizio morale da parte di Dante, si salda a questa impostazione: il messaggio non impartisce una conclusione da accettare, ma consegna agli ex studenti gli strumenti — già trasmessi in tre anni di scuola — perché siano loro a giudicare autonomamente chi, tra i soggetti elencati, porti una responsabilità. L’8 luglio Il Tempo pubblica un articolo a firma di Edoardo Sirignano, “Faziosità e indottrinamento, messaggio-comizio del prof”, basato sulla segnalazione di uno studente che chiede l’anonimato. Il pezzo non nomina né il docente né l’istituto: parla genericamente di “un professore di latino e greco di un liceo classico romano”. Nei giorni successivi, l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio avvia un’attività ispettiva che convoca per “accertamenti” non il solo Sabbatini, ma tutti i rappresentanti di classe delle quinte e tutti i docenti maschi dell’istituto che insegnano greco e latino. Le convocazioni, secondo quanto raccolto da testate come Domani, non specificano il motivo dell’audizione. Il dettaglio della convocazione a tappeto è, di per sé, un documento. Se l’USR avesse già individuato con certezza il docente e la scuola coinvolti, non avrebbe avuto necessità di procedere per esclusione tra i professori maschi di due materie in un solo istituto. La platea dei convocati coincide esattamente con l’universo di persone compatibili con la descrizione — volutamente vaga — fornita dall’articolo del Tempo. Ne discende, come inferenza fondata sui fatti noti ma non confermata da alcuna dichiarazione ufficiale, che l’ispezione muove dall’articolo di stampa e non da una segnalazione già circostanziata pervenuta autonomamente all’amministrazione. Resta aperta, e non esclusa dai fatti disponibili, l’ipotesi che lo stesso studente anonimo abbia presentato anche una segnalazione diretta: nessuna fonte consultata la conferma né la smentisce. L’USR Lazio, va segnalato, non ha risposto alle richieste di chiarimento avanzate dalla stampa. Il punto giuridico sollevato da docenti, studenti e dalla stessa interrogazione parlamentare presentata dall’on. Stefania Ascari (M5S) è netto: essendo il rapporto docente-discente già concluso al momento dell’invio del messaggio, non è in discussione la libertà di insegnamento (art. 33 Cost.), che presuppone un rapporto educativo in corso, bensì la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) di un cittadino che si rivolge ad altri cittadini. L’interrogazione richiama inoltre l’art. 34 sul diritto all’istruzione, sostenendo che il proliferare di iniziative ispettive di questo tipo produce un effetto di deterrenza sull’intera comunità scolastica: non solo su Sabbatini, ma su ogni docente che possa in futuro sentirsi dissuaso dall’affrontare temi storici, civili o internazionali per timore di conseguenze disciplinari. È la funzione di monito, più che l’esito specifico del procedimento, a costituire l’elemento politicamente rilevante: un’ispezione avviata su una comunicazione privata post-diploma comunica a tutto il corpo docente romano — e, per estensione mediatica, nazionale — quali argomenti espongono a un procedimento amministrativo. Nell’ottobre 2024 Irene Khan, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla promozione e protezione del diritto alla libertà di opinione ed espressione, presenta all’Assemblea Generale ONU il rapporto “Global threats to freedom of expression arising from the conflict in Gaza” (A/79/319). Il documento certifica, su scala globale, un fenomeno che il caso Vivona riproduce su scala locale: repressione di proteste e dissenso, restrizioni diseguali a seconda della posizione espressa sul conflitto, ed erosione delle libertà accademiche e artistiche in un contesto politico polarizzato. Presentando il rapporto, Khan ha dichiarato che “nessun conflitto recente ha minacciato la libertà di espressione così gravemente e così ampiamente oltre i propri confini quanto Gaza”, citando come esempi la repressione delle proteste nei campus universitari statunitensi e il divieto tedesco alle manifestazioni pro-palestinesi, mai esteso a quelle pro-israeliane. Il Vivona si aggiunge a una serie di episodi già documentati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: il procedimento disciplinare al Liceo “Augusto Righi” di Roma contro il prof. Bullara, la vicenda del Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena sullo striscione “L’Italia agli italiani”, e i casi Modena legati al progetto “Flottilla dei bambini”. L’interrogazione Ascari amplia ulteriormente l’elenco con istituti dell’Emilia-Romagna (San Lazzaro di Savena, Bologna, Castelnovo ne’ Monti) e il Liceo “Marco Polo” di Firenze. Su tutti questi episodi si rimanda ai pezzi già pubblicati. Roberto De Vogli, nel suo libro Empatia selettiva: perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza (Aliberti, 2025), apre la propria riflessione con un’immagine paradossale: > «Immagina di vivere in un mondo in cui puoi essere perseguitato per aver detto > “non uccidete i bambini”, perché potresti ferire i sentimenti dell’assassino». > Questo slogan, apparso durante una manifestazione, non ha bisogno di > spiegazioni: racchiude non solo l’assurdità morale dei nostri tempi. Sembra la > scena di un film distopico, ambientato in una società che ha smarrito ogni > bussola etica.» È un paradosso che l’autore usa per introdurre il tema del doppio standard morale con cui l’Occidente guarda alle vittime di questo conflitto — lo stesso doppio standard che, nel caso Vivona, si manifesta nella distanza tra la sanzione minacciata a un docente per un richiamo etico e l’assenza di conseguenze analoghe per chi lo accusa pubblicamente sulla base di una fonte anonima. Il caso Vivona, letto insieme ai precedenti già documentati, mostra come il singolo esito disciplinare sia in realtà secondario rispetto alla funzione che il procedimento assolve una volta reiterato su scala nazionale. Righi, Cesena, i cinque istituti di Modena, San Lazzaro di Savena, Castelnovo ne’ Monti, Firenze, e ora il Vivona non compongono una serie di episodi isolati da valutare singolarmente, ma un pattern riconoscibile: un’ispezione ministeriale attivata su segnalazioni di stampa o politiche, indipendentemente dalla sua archiviazione o dal suo esito, produce comunque l’effetto di segnalare a docenti e dirigenti scolastici quali temi — Gaza, il diritto internazionale, la pace — comportano un rischio procedurale. Non serve una sanzione per ottenere autocensura: basta la ripetizione del meccanismo ispettivo. È questo l’elemento che rende il caso Vivona rilevante oltre la vicenda del singolo docente, e che giustifica la richiesta, avanzata nell’interrogazione Ascari, di linee guida che limitino le ispezioni all’accertamento di violazioni di legge, sottraendole al loro attuale uso come strumento di pressione preventiva sulla libertà di insegnamento e di espressione nella scuola pubblica. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà a seguire con attenzione l’evolversi della vicenda, nella convinzione che la libertà di espressione e la libertà di insegnamento — pilastri costituzionali della scuola pubblica — non possano essere sacrificate all’uso strumentale delle procedure ispettive a scopo intimidatorio e repressivo. Restiamo umani. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Scuole a Modena: MCE promuove la pace a Gaza, Ministero dispone accertamenti ispettivi
Il 3 giugno 2026, alcune classi delle scuole primarie Pascoli, Graziosi, Sant’Agnese e Gramsci e della scuola dell’infanzia Collodi di Modena si recano al Laboratorio Aperto per incontrare il sindaco Massimo Mezzetti. Si conclude con questo incontro il progetto “La Flottilla dei bambini del mondo: lettere ai politici per la Pace”, un’iniziativa di educazione alla pace promossa dal Movimento di Cooperazione Educativa (MCE). All’incontro partecipa anche Wael Al-Dahdouh, giornalista di Al Jazeera, testimone del genocidio a Gaza e sopravvissuto alla perdita di dodici familiari, tra cui un figlio giornalista, uccisi nei bombardamenti israeliani. Con lui c’è un interprete, Sulaiman Hijazi, iscritto nel registro degli indagati della Procura di Genova per presunti finanziamenti ad Hamas. Tre giorni dopo, il 6 giugno, Il Giornale pubblica un articolo sulla vicenda che diventa da quel momento un caso politico. Lo stesso giorno l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna annuncia «approfondimenti per quanto di competenza» e dispone un accertamento ispettivo «al fine di comprendere l’accaduto». In serata interviene il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che afferma: «Qualora risultasse vero che a Modena bambini delle scuole primarie e dell’infanzia avrebbero partecipato a un incontro con la presenza di una persona che la stampa indica come indagato per fatti riconducibili all’articolo 270-bis del Codice penale, sarebbe un fatto grave. Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo ministero non lo consentirà». Il giorno successivo arriva la nota dell’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, che plaude all’intervento di Valditara e descrive l’incontro come «bambini indottrinati all’odio da parte di estremisti islamici». Da notare la dinamica: un articolo di stampa produce una reazione istituzionale immediata, che, a sua volta, produce una reazione diplomatica. In nessun momento di questa catena viene verificata la ricostruzione dei fatti prima di agire. L’USR non chiede alle scuole, non sente gli insegnanti, non legge il progetto didattico. Si muove sulla base di quanto “riportano alcuni media” — formula che Valditara stesso usa nella sua dichiarazione, costruendo l’intera risposta istituzionale sul condizionale. Il Movimento di Cooperazione Educativa risponde il 7 giugno con un comunicato della Segreteria Nazionale intitolato “Dare parola all’infanzia è Costituzione”. Il documento chiarisce che l’incontro con il sindaco è stato organizzato dall’Amministrazione Comunale in risposta alle lettere scritte dai bambini, e che il progetto ha una genealogia precisa: nel 1973, la classe quinta elementare di Vho di Piadena, guidata dal maestro Mario Lodi — uno dei fondatori del MCE — scrisse lettere collettive ai potenti della terra per chiedere la fine della guerra del Vietnam. L’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti non si sottrasse e rispose formalmente ai bambini. Al progetto attuale hanno aderito oltre duecento classi in tutta Italia; hanno risposto il Presidente della Camera Fontana, il segretario dell’ONU Guterres, e hanno espresso vicinanza il Presidente della Repubblica Mattarella, il presidente della CEI Zuppi e Papa Leone XIV. Questo progetto di educazione civica ha radici profonde nella tradizione pedagogica democratica italiana, è ispirato alla pedagogia Freinet e riconosciuto dal Ministero stesso, dal momento che il MCE fa parte del Forum Nazionale delle Associazioni Professionali dei Docenti (FONADDS) presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito. C’è una questione che la polemica ha sistematicamente eluso, e che riguarda i bambini prima ancora che la politica. I bambini e le bambine di quelle classi — come i bambini e le bambine di tutta Italia — vedono quotidianamente immagini di Gaza. Le vedono sui telefoni dei genitori, sui televisori accesi in cucina, sui social che permeano anche l’infanzia più sorvegliata. Quelle immagini producono paura, confusione, domande che restano sospese se nessun adulto le raccoglie. La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, ratificata dall’Italia nel 1991, è esplicita in proposito. L’articolo 12 garantisce al fanciullo il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa; l’articolo 13 sancisce il diritto alla libertà di espressione, che comprende la libertà di ricercare, ricevere e divulgare informazioni e idee di ogni specie. Non sono diritti che i bambini esercitano nonostante la scuola: la scuola è uno dei luoghi in cui quei diritti diventano praticabili. Boris Cyrulnik, psichiatra e neurologo che ha dedicato decenni allo studio dei bambini esposti alla guerra e al trauma, ha mostrato che la resilienza non nasce dalla rimozione del dolore, ma dalla possibilità di nominarlo in presenza di un adulto capace di accoglierlo. Il “tutore di resilienza” — figura centrale nel suo lavoro — è precisamente chi non distoglie lo sguardo, chi aiuta il bambino a trasformare un’esperienza angosciante in racconto, in comprensione, in azione. Rimuovere il conflitto dall’orizzonte didattico non protegge i bambini: li lascia soli con immagini che non riescono a elaborare. È esattamente quello che MCE ha fatto, con coerenza e metodo: ha dato ai bambini strumenti per agire sulla realtà invece di subirla passivamente. La scrittura collettiva di lettere ai potenti non è indottrinamento — è il contrario dell’indottrinamento. È l’insegnamento che le parole contano, che le voci dei bambini possono raggiungere chi decide, che la pace non è uno stato naturale ma un obiettivo che si costruisce. Come scrive il comunicato della Segreteria Nazionale: «Compito della scuola è ascoltare le paure di alunne e alunni, dare loro la parola, accompagnarli a riconoscere ed esprimere sentimenti e opinioni, aiutarli ad avere fiducia nel futuro». L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università documenta da anni il processo inverso: l’ingresso sistematico e non contestato delle forze armate nella scuola — attraverso i PCTO, le convenzioni, i progetti di alternanza, le cerimonie, i concorsi didattici. Quel processo non produce ispezioni, non produce dichiarazioni ministeriali, non produce note di ambasciatori. Produce, tutt’al più, qualche foto sul sito della scuola. LA MISURA DELL’ANOMALIA È TUTTA QUI: PORTARE UN TESTIMONE DI GUERRA IN CLASSE GENERA UN’ISPEZIONE; PORTARE UN UFFICIALE DELL’ESERCITO GENERA UN ATTESTATO DI MERITO. LA SCUOLA NON È NEUTRALE, E NON LO È MAI STATA. LA DOMANDA È SOLTANTO CHI DECIDE, E IN NOME DI COSA, QUALE PRESENZA È EDUCATIVA E QUALE È PROPAGANDA. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gjadër, ispezione del TAI a due giorni dal Patto UE: «Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello»
Nei centri in Albania regnano incertezza assoluta e opacità radicale. Il 10 giugno 2026, il Tavolo Asilo e Immigrazione 1 e l’On. Rachele Scarpa hanno effettuato un’ispezione presso il centro di Gjadër, in Albania, a due giorni dall’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Quello che emerge smentisce punto per punto la narrativa governativa sul cosiddetto «modello Albania». «Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”», denunciano le organizzazioni che compongono il TAI. Nonostante la Presidente del Consiglio Meloni continui a rivendicare i risultati del progetto, dalla delegazione arriva una valutazione di estrema criticità: grande incertezza sul futuro delle strutture, forti dubbi di incompatibilità con il nuovo quadro normativo europeo e violazioni dei diritti fondamentali già certificate. Da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano in territorio estero. «I numeri sono autoevidenti», scrivono il TAI e la parlamentare. «Attraverso numerose ispezioni abbiamo monitorato il funzionamento e i flussi all’interno dei centri: da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo 2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un trasferimento più massiccio». Alla data dell’ispezione, le persone trattenute sono circa 70, incluse le 10 di cui la delegazione ha osservato direttamente l’ingresso in struttura. Dall’avvio di questa fase del progetto, circa 620 persone sono state trasferite coattivamente in Albania. Di queste, solo 90 sono state effettivamente rimpatriate: una percentuale intorno al 15%, ben al di sotto della media del 40% registrata nei CPR presenti sul territorio italiano. Un dato tanto più significativo se si considera che i rimpatri, per norma, possono essere eseguiti esclusivamente dall’Italia: le persone trattenute a Gjadër vengono prima ritrasferite sul territorio nazionale, con costi aggiuntivi a carico della collettività. «Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche come CPR esternalizzato – prosegue il TAI – a maggior ragione a fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano, che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza». Per le organizzazioni, i centri in Albania «lungi dal rappresentare un modello funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate, trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo democratico». La situazione appare oggi ancora più critica alla luce dell’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. A poche ore da una scadenza che ridisegna l’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjadër, né sul ruolo che il governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo. Nel frattempo, il parere reso l’11 giugno dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma che il Protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare le garanzie procedurali minime previste dal diritto UE – in particolare il diritto di difesa, il rispetto della vita privata e familiare e l’immediata liberazione al termine del trattenimento – in assenza di garanzie sufficientemente chiare e precise 2. Un parere che «conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano a caratterizzare il progetto». «A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa, opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non soltanto sulle persone direttamente coinvolte, ma sull’intero sistema delle garanzie democratiche», denuncia il TAI. Le organizzazioni firmatarie e l’on. Rachele Scarpa chiedono piena trasparenza sulle attività svolte nei centri, accesso alle informazioni, pubblicazione dei dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. 1. ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, EMERGENCY, Europasilo, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM, UNIRE. ︎ 2. I centri in Albania violano i trattati dell’Unione Europea, Giansandro Merli – il manifesto, 12 giugno 2026 ︎   Melting Pot Europa
June 13, 2026
Pressenza
Comunicato Cobas aprile 2026: ispettori all’Istituto Mattei. La montagna ha partorito un topolino
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università condividiamo il Comunicato Cobas Scuola di Bologna sulle vicende dell’Istituto Mattei. Che fine ha fatto l’ispezione voluta dal Ministro Valditara nella scuola di San Lazzaro in cui alcune classi avevano  partecipato al webinar con Francesca Albanese?  RIEPILOGHIAMO PRIMA I FATTI A dicembre, su segnalazione  di un genitore, isolato, si erano subito attivati esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega chiedendo un intervento del Ministro affinché fossero accertate le  responsabilità di chi aveva consentito che la propaganda politica entrasse nelle scuole e fossero presi provvedimenti esemplari. I toni della canea mediatica, sulla scia di quanto avvenuto anche in alcune scuole toscane, si sono subito alzati ed è stata avviata l’ispezione. Poche settimane prima il Ministro Valditara aveva diramato la nota dove richiamava le scuole a non consentire iniziative in cui non fosse garantita la pluralità dei punti di vista su questioni di interesse politico-sociale, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la propaganda politica nelle scuole e il malcelato intento di sottoporre a censura le iniziative sulla Palestina. Oggi possiamo affermare che l’ispezione ordinata dall’Ufficio Scolastico Regionale si è rivelata un buco nell’acqua: non è stato trovato nessun elemento di rilievo che consentisse di contestare i contenuti del webinar e l’attività didattica svolta. Nessuna pistola fumante, ma solo la constatazione che la relatrice ONU ha presentato alcuni contenuti del suo libro Quando il mondo dorme, perfettamente integrati con la programmazione didattica ed educativa: origine, composizione e funzioni dell’ONU; l’infanzia a Gaza.  Insomma dopo tutti i clamori suscitati dal caso, in un clima di caccia alle streghe, l’ispezione non ha portato né ad evidenziare contenuti inappropriati, né l’inadempienza al dettato delle circolari ministeriali, né la violazione di un presunto diritto all’informazione preventiva delle  famiglie: il webinar era del tutto coerente con la programmazione di educazione civica della scuola e con la programmazione disciplinare della docente coinvolta. A conti fatti l’ispezione quindi legittima pienamente l’importante iniziativa di Docenti per Gaza che, come in altre occasioni, ha consentito di ampliare lo sguardo sulla contemporaneità e su Gaza in particolare. Il tentativo di arrivare a una vera e propria “criminalizzazione” di chi intende approfondire la storia dello stato di Israele, dell’occupazione coloniale, del sistema di apartheid e del genocidio è fallito. Allo stesso modo il tentativo grottesco di negare la cittadinanza nelle scuole addirittura a una relatrice speciale dell’ONU sui temi di specifica competenza ha seguito la stessa sorte. Ciò rappresenta un segnale importante e rassicurante  per chi lavora a scuola. Da qui ripartiamo con la consapevolezza che si può e si deve parlare della contemporaneità, che il pluralismo e la libertà sono il cuore dell’ insegnamento e insieme l’antidoto alla propaganda e alla censura, che sono sempre state e rimangono  le pratiche di chi detiene il potere politico e non certo di singoli docenti.  UNA DEBACLE COSÌ NETTA DOVEVA TUTTAVIA ESSERE IN QUALCHE MODO VELATA E ATTENUATA. Caduta la possibilità di procedere sulla sostanza dell’accusa, si è voluto tenere in vita la possibilità di aprire comunque una contestazione alla docente in merito alle irregolarità formali riscontrate dall’ispezione. La responsabilità della valutazione di questi elementi viene così scaricata al Dirigente scolastico poiché ritenuti troppo lievi per giustificare l’azione disciplinare dall’USR. Il Dirigente, che ha facoltà di irrogare solo le sanzioni meno gravi, ha deciso a questo punto di  produrre una contestazione di addebito alla docente sulle presunte irregolarità burocratico-procedurali segnalate nel verbale di ispezione e trasmesse dall’USR, consistenti nel fatto di non avere preventivamente informato la dirigenza stessa e il Consiglio di classe.  Sono passati nel frattempo quasi quattro mesi, ben oltre i 30 giorni previsti dalle norme che regolano i procedimenti disciplinari. Il Dirigente scolastico, che a sua volta inevitabilmente è stato oggetto dell’accertamento ispettivo istituito dall’USR sui fatti accaduti, dovrà presumibilmente rendere conto allo stesso ufficio riguardo all’esito del procedimento. Ora cosa è possibile attendersi? Sappiamo che a settembre, già solo al semplice invito alla prudenza espresso da esponenti dell’Ufficio Scolastico Provinciale, la quasi totalità dei dirigenti scolastici bolognesi si è allineata alle richieste impedendo la votazione nei Collegi dei docenti di un documento promosso dalla rete dei docenti per il rispetto dei diritti umani in Palestina. Non abbiamo motivi per credere che in questa circostanza possa accadere qualcosa di diverso, anche se saremmo felici di sbagliarci.  [A PROPOSITO DI LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO] Sull’accusa di non avere informato il dirigente scolastico riguardo all’attività programmata nelle proprie ore di lezione è doveroso ricordare che questo avviene quotidianamente in tutte le scuole ed è avvenuto anche per le centinaia di docenti che si sono collegati durante le proprie ore di lezione ai webinar di docenti per Gaza: si chiama libertà di insegnamento. Il fatto che l’attività fosse un webinar  e che per questo fosse assimilabile a un contratto con un esperto esterno necessitante l’autorizzazione del Dirigente come sembrerebbe risultare dal parere degli ispettori, appare una interpretazione capziosa e pretestuosa, in ogni caso dissonante con l’utilizzo ordinario degli strumenti informatici e dei collegamenti al web che sono stati massicciamente introdotti  nelle scuole senza che venisse mai emanato alcun regolamento inerente il loro utilizzo.  Sarebbero davvero infiniti i presunti “contratti” stipulati illegittimamente dai docenti con testate giornalistiche, Raiplay, musei, istituzioni e associazioni varie, anche nella forma assimilabile al webinar. Tutte e tutti noi sappiamo, docenti e dirigenti, chenulla di tutto ciò sarebbe successo se il webinar non fosse stato con Francesca Albanese e sul tema della Palestina. Qui a essere in gioco non sono certo i vizi procedurali e si tratta di riconoscerlo almeno per onestà intellettuale. IL PUNTO PIÙ CRITICO È TUTTAVIA UN ALTRO Cosa avrebbe fatto il dirigente di fronte a tale eventuale comunicazione/richiesta preventiva? Sappiamo che in alcune scuole la dirigenza non ha  autorizzato la partecipazione al webinar di Albanese così come sappiamo che, in un’altra scuola bolognese, è stato impedito a diverse classi di partecipare all’incontro con due ragazzi israeliani obiettori di coscienza a causa di un atto unilaterale del dirigente. Il clima di paura si è diffuso a tal punto da rendere i dirigenti scolastici più realisti del re e a conformare i propri atti amministrativi alla più grigia obbedienza, fosse anche solo per autotutela, discostandosi profondamente dalle istanze formative espresse dal corpo docente.   LA SCUOLA AVREBBE BISOGNO ANCHE DI UN PO’ DI CORAGGIO TALVOLTA.  L’archiviazione del procedimento, cioè di quanto si vuole fare rimanere in piedi dopo un accertamento ispettivo sostanzialmente fallito nei suoi intenti, sarebbe un segnale in questo senso, una vittoria per chi lavora nella scuola e una boccata di aria fresca. Comunque, a prescindere da come termini la vicenda, noi daremo sempre sostegno a chi diventa il bersaglio di turno delle pratiche disciplinari a sfondo ideologico e intimidatorio, qualsiasi sia il livello a cui avvengono, così come continueremo a praticare e a sostenere l’unica vera autonomia di cui la scuola ha davvero bisogno, quella dall’ingerenza dei politici di professione e delle famiglie, quell’autonomia, sancita dalla costituzione, che si chiama libertà di insegnamento. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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