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Riforma dell’ASN: avanti tutta!
Lo scorso 18 giugno la VII Commissione parlamentare ha concluso i suoi lavori e dato mandato al relatore Gerolamo Cangiano di riferire alla camera dei deputati l’esito favorevole dei lavori (che si possono leggere qua). In commissione gli emendamenti dell’opposizione sono stati tutti respinti. Arriva quindi alla Camera, nella sostanza blindato, il testo approvato dal Senato. La spartizione delle poltrone d’oro di ANVUR tra i partiti di maggioranza ha permesso il via libera al testo della riforma che stava provocando attriti tra Forza Italia e FDI. I lavori dell’assemblea sono iniziati il 19 giugno con una laconica presentazione da parte del Relatore.  Gli interventi delle forze di maggioranza e opposizione sono riportati nel documento che potete leggere in calce.  Nel suo intervento il deputato Antonio Caso (M5S) ha ricordato le parole della Ministra Bernini che di fronte alle proposte emendative unitarie della minoranza rispondeva: >  “Il dialogo è sempre utile quando serve a rafforzare qualità, trasparenza ed > efficacia del sistema universitario. Per questo accolgo con favore l’invito > delle opposizioni ad aprire un confronto > sulla riforma del reclutamento. Organizzeremo a breve un incontro strutturato > (…)”. A seguito di questa presa di posizione pubblica, si fermano i voti in Commissione e l’analisi del provvedimento. Si svolge un incontro tra governo e parte delle opposizioni che si conclude con un “vi faremo sapere”. Poi un mese di silenzio. E poi di nuovo le votazioni in commessione. > Cosa era accaduto, intanto, dietro le quinte? Era successa una cosa tanto > semplice, quanto becera: una spartizione vera e propria delle poltrone > all’interno dell’Anvur, all’interno dell’Agenzia – che dovrebbe essere > indipendente – che valuta la ricerca e l’università in Italia. E prima di > questo, infatti, la Ministra aveva anche cambiato i regolamenti dell’Agenzia, > aveva fatto in modo che il Governo potesse nominare, avesse più forza per > nominare direttamente imembri all’interno di questa Agenzia. Quindi, cambio il > regolamento e, poi, la spartizionebecera, classica: una poltrona a Fratelli > d’Italia,una poltrona alla Lega, una poltrona a Forza > Italia. stenografico_camera_19_giugno    
June 22, 2026
ROARS
Scienza aperta e valutazione di stato: una relazione problematica
Due parole chiave rendono bene il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. Ricordo incidentalmente che quest’anno ricorrono i 40 anni dal Research Assessment Exercise (oggi REF), il modello britannico a cui si è ispirata la VQR, varato in piena epoca thatcheriana, quando l’imperativo era economico e non scientifico: ed era essenzialmente quello di produrre di più con meno. La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma attenzione: è soft non perché comandi di meno. Lo è perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente dal calcolo oggettivo delle cose. L’incentivo premiale solo apparentemente è una forma di comando debole, in realtà è un modo di dominare più profondamente fino al punto di produrre l’interiorizzazione del comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò senza ipocrisie quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”. La seconda parola che racconta efficacemente l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro éthos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’effetto estrinseco e illusorio che esse producono sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità narcisistiche. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato ad autocomprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca. Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Ritorno al senso) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”. Oggi si chiede all’agenzia di valutazione di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo tutti riconoscere – almeno con il senno di poi – che le policies di Anvur sono state proprio loro il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione dell’open science. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuovere la scienza aperta dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici dipendenti da database commerciali? L’ipotesi che Anvur si faccia promotore della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiede quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato, altrimenti sembra solo maquillage istituzionale. Ad esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro un soggetto in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker) in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo Stato esternalizzasse a un soggetto con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. E si badi: non è stata delegata solo la valutazione. Di fatto, lo Stato ha appaltato a un privato la definizione stessa di visibilità scientifica, nonché la definizione di che cosa debba considerarsi scienza. Ed è qui che affonda le radici il problema di credibilità pubblica che oggi investe università e ricerca scientifica. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza agli algoritmi opachi di un monopolista privato? Verosimilmente la nostra crisi di credibilità nasce anche dal fatto che la scienza si è lasciata burocratizzare e privatizzare, smarrendo la sua natura di bene pubblico aperto. Poi, non meravigliamoci se la società ci guarda con sospetto e diffidenza! Certo, i cambiamenti in direzione del buon senso sono sempre possibili, perfino per una tecnostruttura come Anvur. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento all’esecutivo (come previsto dal recente DPR del 7 gennaio 2026). Ma soprattutto servirebbe una convinta e convincente elaborazione critica della responsabilità che i sistemi di valutazione hanno avuto nel consolidare ecosistemi proprietari della comunicazione scientifica. Il rischio è che si cerchi, gattopardescamente, una nuova funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo percambiare davvero le pratiche della ricerca. Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di diventare nient’altro che un nuovo dispositivo di governo delle condotte scientifiche. Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la produzione della conoscenza richiederebbe il più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono di orientarla. Un’autentica scienza aperta implica la possibilità di pratiche plurali e autodirette. Al contrario, una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (potremmo dire octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), e non a una libertà realmente esercitata. Per non parlare poi del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”. Bisogna intendersi su un punto preliminare: quando si parla di scienza aperta non dobbiamo riferirci semplicemente al compito di rendere accessibili pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio. Non intendo sostenere che la scienza aperta non possa essere promossa dalle istituzioni, tutt’altro. Sto dicendo invece che l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Insomma, se non abbiamo il coraggio morale e intellettuale di fare ammenda dei guasti provocati dalla valutazione di stato, sarà impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca sano e libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi. Il problema, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire una valutazione con un’altra che magari premi di più le pubblicazioni in accesso aperto. Il problema è semmai uscire una volta per tutte dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione da porre è radicale e ci interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a loro disposizione beni pubblici e infrastrutture comuni? Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali aperte che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica. La mia non vuole essere ovviamente una critica all’azione pubblica in quanto tale. Non ogni intervento dello Stato, infatti, produce eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che governano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, da una parte, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle, dall’altra. Questo significa che alle istituzioni pubbliche non dobbiamo chiedere di governare la ricerca (come si è fatto finora con Anvur) ma pretendere che forniscano servizi e beni pubblici per la ricerca. In altre parole, per ottenere una ricerca di qualità non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino, abbiamo bisogno semmai di istituzioni che abilitino. In definitiva, il tema non è scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene pubblico e una conoscenza organizzata come risorsa da amministrare o da valorizzare economicamente. Se davvero vogliamo realizzare la quinta libertà europea, il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa ma di garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare finalmente la loro piena e costituzionale libertà di ricerca.   Relazione tenuta al convegno “La Scienza Aperta nel prisma dello European Research AREA Act (ERA Act). Il lavoro ancora da fare”, Cnr Roma 10 giugno 2026  
June 15, 2026
ROARS
Abbiamo già aiutato 500 ricercatori per ASN, PRIN, RTT e concorsi!
“Hai un H-Index basso? Abbiamo già aiutato oltre 500 ricercatori in Italia ad aumentare il proprio H-Index su Scopus. Ottieni citazioni reali, una strategia personalizzata. Risultati sicuri e verificabili. Ideale per ASN, PRIN, RTT e concorsi accademici. Richiedi una consulenza gratuita”. Questa la trascrizione  di un video pubblicitario in italiano disponibile su Facebook. Non abbiamo modo di verificare se siano davvero 500 i ricercatori italiani che hanno usufruito dei servizi venduti dalla società con sede in Ucraina. Abbiamo però già mostrato, grazie ad Anna Abalkina, che almeno una rivista italiana indicizzata su Scopus ha pubblicato articoli e interi special issue riconducibili a quella società. Il video qua sotto non è fake. E’ la pubblicità diffusa su Facebook da Наукові Публікації (Scientific Publications) una società con sede a Kiev che vende servizi a ricercatori al fine di aiutarli a pubblicare articoli indicizzati Scopus e Web of Science, oltreché servizi volti a incrementare il numero di citazioni e l’H-index. > “Hai un H-Index basso? Abbiamo già aiutato oltre 500 ricercatori in Italia ad > aumentare il proprio H-Index su Scopus. Ottieni citazioni reali, una strategia > personalizzata. Risultati sicuri e verificabili. Ideale per ASN, PRIN, RTT e > concorsi accademici. Richiedi una consulenza gratuita”. Non abbiamo modo di verificare se siano davvero 500 i ricercatori italiani che avrebbero utilizzato i servizi di Наукові Публікации. Abbiamo già mostrato, grazie al lavoro di Anna Abalkina, che almeno una rivista italiana pubblicata da Franco Angeli e indicizzata su Scopus ha ospitato articoli e persino uno special issue riconducibili a quella società. Il punto non è la cifra in sé, ma il sistema che la rende plausibile. Le politiche di valutazione promosse e consolidate da ANVUR hanno progressivamente irrigidito il nesso tra carriera accademica e metriche bibliometriche, contribuendo a trasformare il generalizzato clima del publish or perish in una pressione amministrativa permanente volta a premiare le quantità. In questo quadro, le metriche non sono più strumenti di misura, ma diventano obiettivi da ottimizzare. È qui che si apre lo spazio per un mercato di servizi per pubblicazioni e citazioni, sempre più strutturato e concorrenziale. Non esiste infatti solo la società ucraina: Futurity Publishing, ad esempio, dichiarano apertamente di intervenire su h-index e visibilità su Scopus, Web of Science e Google Scholar, offrendo preventivi personalizzati. La responsabilità delle politiche ANVUR non sta nell’aver “causato” direttamente questi fenomeni, ma nell’aver rafforzato e reso inevitabile un sistema in cui la qualità della ricerca viene progressivamente subordinata alla gestione strategica degli indicatori. Quando la valutazione si riduce a metrica, il mercato delle metriche diventa una conseguenza logica, non un’anomalia.    
June 12, 2026
ROARS
ANVUR, la grande finzione: quindici anni di “indipendenza” al servizio dei partiti
Per quindici anni ci hanno raccontato la favola dell’ANVUR “tecnica”, “terza”, “indipendente”. Adesso, grazie al governo Meloni e alla ministra Bernini, la maschera è definitivamente caduta: l’università italiana è stata governata per 15 anni da una cabina di regia politica travestita da autorità neutrale. ANVUR è sempre stata il dispositivo bipartisan con cui governi di centrodestra e centrosinistra hanno commissariato università e ricerca, aggirando il Parlamento attraverso algoritmi, indicatori e retoriche meritocratiche. Bernini non ha inventato nulla: ha solo avuto il cattivo gusto di rendere esplicito ciò che per anni il PD e i sacerdoti dell’accountability avevano nascosto dietro il linguaggio della “valutazione indipendente”. Le opposizioni insorgono per la spartizione partitocratica condotta dal governo per i ben remunerati posti nel direttivo ANVUR. I cittadini dovrebbero invece ringraziare il governo Meloni e la ministra Bernini perché hanno fatto finalmente cadere il velo sul modo in cui l’università e la ricerca italiane sono state governate nello scorso quindicennio. Specificamente ha svelato che l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca, difesa e etichettata per un quindicennio come “indipendente”, è ed è sempre stata lo strumento, rigorosamente bipartisan, con sui sono state condotte le politiche di finanziamento e di reclutamento delle università italiane sottraendole di fatto al controllo parlamentare. Ma andiamo con ordine. Le opposizioni insorgono perché il Consiglio dei ministri ha ratificato i vertici dell’ANVUR scelti dalla ministra. Il presidente è un giurista (Tor Vergata) Venerando Marano che lascia il suo ruolo di presidente del Tribunale Vaticano. Si dice che in vaticano arriverà Felice Uricchio, cioè il presidente uscente del ANVUR, che era già membro dell’agenzia di valutazione della ricerca delle università cattoliche (AVEPRO). I membri sono, Aurelio Tommasetti, professore di ragioneria all’università di Salerno e già rettore di quella università, nonché, fino a dicembre 2025, consigliere regionale campano della Lega. Matteo Lorito, patologo vegetale, che arriva all’ANVUR giusto allo scadere del suo mandato come Rettore dell’Università Federico II di Napoli. Animatore degli stati generali dell’università di Forza Italia. Pare che Giorgia Meloni avesse pensato a Lorito come candidato ‘civico’ per guidare le liste di centrodestra nelle elezioni in Campania. Figura tra gli animatori degli stati generali di Forza Italia anche Giovanna Cassese, napoletana, già direttrice dell’accademia di belle arti di Napoli, attualmente presidente del Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale. Infine, Francesco Priolo, fisico, arriva all’ANVUR dopo il mandato di rettore all’Università di Catania. Non è ben chiaro perché queste nomine dovrebbero essere più scandalose di alcune delle precedenti. Certo, mentre adesso la composizione del direttivo riporta direttamente a partiti di centrodestra al governo, nei direttivi precedenti le connessioni erano più bipartisan, con una presenza sempre ben nutrita di accademici di area PD. Non è lontana la stagione in cui i consiglieri ANVUR e l’attuale segretario generale del MUR, Marco Mancini, animavano gli eventi su università e ricerca organizzati dal PD. Nessuno si scandalizzò a suo tempo per la nomina nel direttivo di Miccoli all’epoca inseguito dalle Iene per aver riprodotto letteralmente parti di libri scritti da altri nel documento di candidatura all’ANVUR (si veda qui ). E nessuno chiese conto al consigliere Anvur Daniele Checchi -vicino ai Bocconi Boys renziani – quando sosteneva che le università del Sud si erano suicidate e che la soluzione più semplice: “uccidere i docenti inattivi che sono presenti nelle università del Sud e rimpiazzarli con docenti nuovi freschi”, non fosse praticabile. Nessuna forza politica ha alzato la voce quando le risorse per la ricerca venivano distribuite alle università sulla base di algoritmi con errori fatali messi a punto dai membri del consiglio direttivo di ANVUR (con tanto di firma di un futuro premio Nobel). ANVUR fu a suo tempo istituita dal ministro Mussi durante il secondo governo Prodi e resa operativa dalla Ministra Gelmini con la sua riforma nel 2010. Il direttivo di ANVUR è sempre stato di nomina governativa. Alla ministra Bernini è bastato modificare un semplice regolamento ministeriale per garantirsi la possibilità di evitare la barocca procedura prevista precedentemente per la nomina del direttivo e che faceva sostenere ai difensori di ANVUR l’indipendenza dell’agenzia. I lettori forse non sanno, ma è bene ricordarlo – e forse qualcuno dovrebbe chiederne conto alla ministra-, che la rosa da cui scegliere i membri del direttivo era già stata predisposta da oltre un anno da una commissione presieduta da un membro dell’Accademia dei Lincei. Evidentemente quella rosa non era gradita al ministero. Gli atti di quella commissione sono adesso sepolti in qualche cassetto ministeriale e la ministra ha messo in moto una nuova commissione presieduta proprio da Marco Mancini, che ha lavorato celermente e ha evidentemente dato i risultati desiderati dalla ministra. Il velo è caduto, come si diceva. Nessuno adesso potrà negare che la politica ha messo definitivamente le mani su (ciò che resta del) l’università, dopo un quindicennio di riforme bipartisan. Per governare l’università italiana, senza passare dal parlamento, è sufficiente controllare ANVUR l’agenzia che ha reso sistematico l’uso di indicatori di performance, come l’Europa ci chiedeva con forza nella famosa lettera di Trichet a Draghi. ANVUR fu disegnata da Prodi-Mussi con il contributo chiave del sottosegretario Luciano Modica (PD) come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Fu poi implementata dalla Riforma Gelmini e rafforzata da Matteo Renzi, ministra Valeria Fedeli, su consiglio dei Bocconi Boys. A noi non resta che ringraziare per la lungimiranza Mussi, Modica e tutta la banda di accademici del PD che raccontando la storia delle sorti magnifiche e progressive dell’accountability e del quasi mercato, ha regalato ai trinariciuti della destra al governo tutti gli strumenti per smantellare le garanzie costituzionali contro cui avrebbero sbattuto il naso.  
May 25, 2026
ROARS
“Fabbriche di paper” all’assalto delle riviste italiane (indicizzate su Scopus)?
Annunci in italiano promettono pubblicazioni scientifiche rapide e aumento dell’H-index. Sono riconducibili alla fabbrica di paper ucraina Tanu.pro, già associata a plagio, peer review manipolate e vendita di co-autorialità. E’ finita nel mirino, con ogni probabilità, anche la Rivista di Studi sulla Sostenibilità diretta Antonio Garofalo, rettore dell’Università di Napoli Parthenope, e pubblicata da Franco Angeli, indicizzata Scopus e presente nelle liste ANVUR per l’ASN. Dal 2020 la composizione degli autori che hanno contribuito alla rivista è cambiata radicalmente, con una forte prevalenza di contributi provenienti da aree note per le attività della fabbrica di paper, e schemi ricorrenti: email sospette e numeri speciali. Se la valutazione della ricerca premia quantità e citazioni, il mercato dei falsi articoli è destinato a prosperare anche in Italia. Da un mese vedo su Facebook annunci pubblicitari che promuovono pubblicazioni scientifiche. Questi annunci sono redatti in italiano. La pubblicità garantisce la pubblicazione di articoli e un aumento dell’indice H.   Tali servizi sono contrari all’etica e sembrano essere forniti dalla grande “fabbrica di articoli” (paper mill) scientifici Tanu.pro, con sede a Kiev, in Ucraina. La “fabbrica di articoli” ha preso il nome da un indirizzo e-mail che utilizzava frequentemente per inviare manoscritti, e il dominio tanu.pro era uno dei più comuni. Nei processi di sottoposizione degli articoli utilizzava decine di domini e-mail i cui paesi non corrispondevano alle affiliazioni degli autori o alle università menzionate. Questa “fabbrica di articoli” è stata associata a violazioni del processo di revisione tra pari, plagio, citazioni di riviste discutibili, vendita di co-autorialità e produzione di manoscritti ex-novo. La fabbrica di articoli è nota per aver pubblicato oltre 1.500 articoli su almeno 380 riviste. Tali attività violano l’integrità scientifica e, secondo le linee guida del COPE, dovrebbero portare a ritrattazioni. Potrebbe sembrare che queste operazioni si stiano espandendo in Italia soltanto adesso, ma in realtà sono già presenti da diversi anni. La fabbrica di articoli ha preso di mira la rivista Rivista di Studi sulla Sostenibilità, pubblicata da FrancoAngeli. Il direttore responsabile è Antonio Garofalo, rettore dell’Università di Napoli Parthenope. La rivista è presente nell’ultima versione (2 marzo 2025) delle liste delle riviste scientifiche per Area 8 e Area 13 stilate da ANVUR ai fini dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Dal 2020 la Rivista di Studi sulla Sostenibilità ha pubblicato prevalentemente articoli scritti da studiosi provenienti dal Kazakistan e dall’Ucraina, le regioni principali della fabbrica di articoli. A titolo di confronto, prima del 2020, il 74% degli articoli aveva almeno un autore italiano. Paesi di affiliazione degli autori nella rivista (2020–2025). Dati Scopus Molti degli articoli pubblicati sono stati inviati utilizzando indirizzi e-mail problematici utilizzati da questa “fabbrica di articoli”: @kpi.com.de, @uohk.com.cn, @tanu.pro, @nuos.pro, @politechnika.pro, @ubogazici.in, @unesp.co.uk, @murdoch.in, ecc.. I nomi presenti nelle e-mail sono stati standardizzati con un nome seguito da un numero di quattro cifre, che probabilmente corrisponde al numero di contratto. Questa fabbrica di articoli scientifici, così come molte altre, crea indirizzi e-mail specifici per l’invio degli articoli e la comunicazione con la rivista. Dopo che tali indirizzi sono stati scoperti, la fabbrica di articoli scientifici ha modificato la propria strategia e ora utilizza indirizzi e-mail commerciali per l’invio. Inoltre, come è tipico delle fabbriche di articoli, sono stati organizzati numeri speciali della Rivista di Studi sulla Sostenibilità per accogliere gli articoli. Uno dei motivi per cui questa rivista è stata presa di mira è che è indicizzata in Scopus e i sistemi di valutazione della ricerca in molti paesi richiedono pubblicazioni su riviste indicizzate nei principali database bibliografici. Questi articoli seguono spesso uno schema simile, elencando tipicamente cinque coautori. Le “fabbriche di articoli” (paper mills) rappresentano un problema crescente. Prendono di mira molti tipi di riviste e hanno successo grazie a diversi fattori: revisione tra pari debole, manipolazione del processo di revisione tra pari, numeri speciali e collusione con i comitati editoriali. L’Italia, come molti altri paesi che si basano sul numero di pubblicazioni o sulle metriche di citazione per la valutazione della ricerca, è particolarmente vulnerabile a tali pratiche. Il comitato editoriale della rivista, l’editore Franco Angeli e Scopus dovrebbero avviare un’indagine su questa rivista.      
May 11, 2026
ROARS