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L’Italia in movimento: dalle grandi emigrazioni agli expat, fino ai nuovi arrivi
Dall’Italia che partiva all’Italia che accoglie (e continua a partire): le migrazioni attraversano la nostra storia in forme sempre nuove, ma spesso restano raccontate in modo frammentario o distorto. Ripercorrere le grandi emigrazioni italiane significa interrogare il presente, riconoscere continuità, trasformazioni e rimozioni collettive. In questa intervista, la giornalista e studiosa Giorgia Miazzo 1 riflette sul valore della memoria migrante, sul ruolo delle arti e delle donne nei percorsi diasporici, e sui legami profondi tra le partenze di ieri, gli expat di oggi e i nuovi arrivi in Europa e in Italia. QUAL È OGGI LA PRINCIPALE MISSIONE DEL CENTRO STUDI GRANDI MIGRAZIONI E QUALI ASPETTI DELLE MIGRAZIONI ITALIANE RITENETE ANCORA POCO CONOSCIUTI? Il Centro Studi Grandi Migrazioni 2 è un contenitore culturale che si occupa di valorizzare il patrimonio materiale e immateriale delle grandi migrazioni storiche italiane nel mondo. Crediamo nel fatto che le migrazioni facciano parte della natura umana: siamo tutti migranti, anche nel viaggio della vita, perché cambiamo e attraversiamo delle metamorfosi. Noi cerchiamo di valorizzare i flussi migratori italiani perché sono una pagina di storia che manca nei nostri libri didattici, i nostri giovani non sono preparati nel conoscere la loro storia recentissima e quindi non riescono poi a capire i flussi di entrata e soprattutto che le grandi emigrazioni sono ripartite con le nuove mobilità e con gli expat. Per quanto riguarda le nostre attività, organizziamo eventi culturali in cui presentiamo le ricerche che abbiamo svolto nelle Americhe e in Europa, pubblichiamo libri che vengono poi presentati nelle scuole, ma anche in incontri con persone adulte e anziane. Organizziamo poi mostre fotografiche, documentari e il Festival delle Grandi Migrazioni, cercando di collaborare con realtà non solo italiane ma anche europee. Spesso le migrazioni italiane all’estero vengono viste come qualcosa di cui bisogna vergognarsi, invece quello che cerchiamo di fare è mostrare tutto questo patrimonio, la bellezza e i valori che sono stati portati nel mondo attraverso le difficoltà e il sacrificio. NELLE COMUNITÀ ITALIANE ALL’ESTERO, QUALE RUOLO HANNO AVUTO LE ARTI – SIA FIGURATIVE CHE PERFORMATIVE – NELLA COSTRUZIONE E NELLA TRASMISSIONE DELL’IDENTITÀ CULTURALE? Innanzitutto un ruolo fondamentale l’hanno avuto le costruzioni edili e civili che venivano chieste agli emigrati italiani. Nonostante spesso gli italiani venissero visti come persone ignoranti, senza cultura, in realtà avevano grandi professionalità che venivano portate oltreconfine attraverso, per esempio, la fabbricazione di bellissimi edifici pubblici monumentali, pensiamo al Campidoglio a Washington o ai meravigliosi palazzi di Buenos Aires, ma anche alcune chiese o edifici in Brasile, facendoli somigliare molto alle costruzioni in Italia. Gli emigranti italiani si sono portati anche l’abilità artigianale, basti pensare ai decoratori, agli scultori, agli scalpellini e anche le donne avevano importanti capacità manuali. Insieme a questo, i pittori italiani venivano chiamati nelle Americhe per riprodurre le opere dei macchiaioli, del realismo, ma anche scene di vita, di agricoltura e di comunità. Un ruolo importante l’ha svolto anche l’iconografia religiosa, infatti tante processioni dei nostri santi esistono ancora oggi, ad esempio negli Stati Uniti. Un ruolo importante l’hanno avuto poi la danza, il teatro – basti pensare a Maria Della Costa, che è stata una discendente bellunese che ha portato il teatro italiano e non solo a San Paolo del Brasile – l’opera, il canto che sono arrivati negli Stati Uniti, in Argentina e in Australia. Sono momenti lirici e performativi dove non solo le comunità oriunde, ma anche gli autoctoni vanno per gustarsi l’italianità con un linguaggio che ormai è diventato universale. Vicino a questo abbiamo teatri, attori, artisti, musicisti che producono centinaia di opere teatrali o musicali esclusivamente nelle loro lingue locali, come il Talian. E poi proverbi, preghiere, imprecazioni, la toponomastica, le feste patronali, le bande, la voglia di festeggiare: tutta la comunità è sempre coinvolta, le persone si ritrovano per un anno intero per preparare questa festa, con la genuinità ma anche la bellezza di sentirsi italiani dopo tanti anni. LE DONNE HANNO AVUTO UN RUOLO CENTRALE, MA SPESSO POCO RACCONTATO NELLE MIGRAZIONI ITALIANE: QUALI CONTRIBUTI RITIENI SIANO STATI MAGGIORMENTE SOTTOVALUTATI DALLA STORIOGRAFIA E DAL RACCONTO PUBBLICO? La storia della donna nelle migrazioni si intreccia a percorsi di vita, fatica, sacrificio. Le donne all’inizio lavoravano perché era scontato che lo facessero, spesso lo facevano per retribuzioni miserabili, quindi il percorso femminile migratorio inizia quando la donna prova a chiedere un po’ di tutele e di diritti, con degli scioperi, con tante difficoltà. Lo fa in Italia, ma poi anche iniziando a migrare, non necessariamente andando dall’altra parte del mondo, basta pensare infatti alle mondine che si spostavano a piedi e raggiungevano dopo tante ore o giorni di cammino i loro luoghi di lavoro, rimanendo piegate sotto solo il sole cocente per 50 giorni, o pensiamo alle balie che lasciavano a casa i loro figli per andare ad accudire i bambini in Italia, e poi in Belgio, Francia, Egitto. Inoltre, quando parliamo di Americhe o comunque di oltremare, sono le donne che rendono decisiva la scelta migratoria, perché i governanti in quei territori volevano “riempire” le terre vergini per ricreare e riprodurre nuove civiltà ed erano le donne le “fabbriche umane” che facevano moltissimi figli. Come riportano alcuni documenti dell’epoca, le donne dovevano crescere materialmente e – cito testualmente – prosperare nella nuova patria e in maniera veloce anche, quindi la prima cosa che serviva per poter partire era la donna. Tutte queste storie difficili non vengono mai raccontate e anche quando si parla di emigrazione si parla spesso dei migranti. Questo aspetto invece è particolarmente importante, la donna ha reso definitiva la scelta migratoria e ha reso definitivi molti flussi migratori. QUALI SONO SECONDO TE I PARALLELISMI MA ANCHE LE DIFFERENZE PIÙ SIGNIFICATIVE TRA LE EMIGRAZIONI ITALIANE DEL PASSATO E LE MIGRAZIONI CONTEMPORANEE VERSO L’EUROPA E L’ITALIA? Tra i parallelismi ci sono i motivi delle partenze: si parte perché il paese di origine non offre delle grandi aspettative legate al lavoro e a quello che può essere una prospettiva di vita buona. Pensiamo alle guerre, ai paesi in via di sviluppo, con un’economia arretrata, alle dittature… ci sono tanti problemi nel mondo che spingono la gente a partire e questo continua a succedere. Un altro parallelismo è il fatto di creare dei miti migratori, secondo i quali dall’altra parte del mondo o nel paese di arrivo le cose funzionano in maniera semplice, bella e facile senza grandi sforzi, invece le migrazioni implicano sempre tanto lavoro, sacrificio e grandi difficoltà di integrazione e di accettazione. Altri parallelismi riguardano i viaggi pericolosi o comunque difficili, senza tutele o protezioni, l’isolamento etnico e lo sfruttamento lavorativo. Da un’altra parte, forse la differenza è che vediamo una fetta di migrazione che è fuori controllo e che non sta dando all’Italia un valore aggiunto e non è inserita. Sicuramente c’è bisogno di politiche migratorie che siano in grado di gestire gli arrivi, sarebbe inoltre molto importante aprire un canale di flussi ai discendenti italiani, perché tanti vorrebbero ritornare. Oggi si parla molto di “turismo delle radici”, alcuni arrivano ma poi si trovano in difficoltà. In Italia abbiamo sicuramente bisogno adesso più che mai di migranti, io penso che possiamo fare di più per integrarli e gestire il fenomeno in maniera diversa. DAL TUO PUNTO DI VISTA DI GIORNALISTA E FORMATRICE LINGUISTICA, COME SI RACCONTANO (E COME SI DOVREBBERO RACCONTARE) LE MIGRAZIONI? A mio avviso esponendo la storia come è avvenuta, con le parti positive e negative, provando a tramandare la memoria, cosa che l’essere umano non ha ancora capito come si fa. Insieme a questo, la chiave importante è raccontarla attraverso sì i fatti, ma anche mediante i concetti e i valori, che sono tantissimi e sono ancora molto vivi e universali, come l’identità e il sacrificio. Questa storia andrebbe riportata anche attraverso una didattica trasversale, perché si trasmettono dei contenuti che non sono politici né partitici, bensì universali, patrimonio di tutti. Inoltre, è inutile lavorare solo con gli adulti o solo con i ragazzi; magari con linguaggi leggermente diversi, ma bisognerebbe raccontare una storia che è assolutamente attuale a tutte le generazioni. La mia grande passione sono le lingue, che sono un altro mezzo attraverso il quale bisognerebbe raccontare le migrazioni, perché insegnare o raccontare come le lingue ancora riescono a sopravvivere in un mondo così globalizzato è un grande esempio. Quando perdiamo una lingua perdiamo l’ultimo legame con quel popolo e le lingue hanno il loro fascino, sono vive, perché le parliamo noi, quindi come noi si modificano. Inoltre hanno una grande forza, perché ti ricordano la voce di una persona, hanno una forte carica emotiva identitaria. DALLE VOSTRE RICERCHE, QUALI CONTINUITÀ VEDETE TRA LE GRANDI EMIGRAZIONI ITALIANE DEL PASSATO E LA MOBILITÀ DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO DI OGGI? Innanzitutto stiamo ripartendo con gli stessi numeri di fine Ottocento e dalle stesse regioni, quindi Veneto, Lombardia, Sicilia, Lazio… stiamo anche ritornando nelle stesse aree migratorie dell’Ottocento, come il Messico, il Brasile, gli Stati Uniti, il Canada, la Francia, il Belgio, la Svizzera ma anche in altre aree, come l’Asia o l’Australia. Una delle divergenze è sul tipo di professione, perché prima c’era un’emigrazione prevalentemente manuale, mentre adesso c’è un’emigrazione più intellettuale. Non mi piace chiamarla “fuga di cervelli”, perché secondo me sono cervelli in viaggio, tanto che oggigiorno non si chiamano più emigrazioni, ma si chiamano “expat” o “nuove mobilità”, in una società molto fluida, molto liquida, dove le persone emigrano all’estero e nel frattempo costruiscono non solo la propria professione, ma anche la propria famiglia, la propria identità, e quindi quando tornano in Italia non sono più solo italiane. L’Italia – ahimè – sta di nuovo sbagliando, perché sta spendendo un sacco di soldi per formare in maniera eccellente i nostri italiani e poi li regala in giro per il mondo, quindi si sta impoverendo dei suoi cittadini in maniera molto rapida. L’emigrazione degli italiani oggi ha le sue peculiarità: non si parte più perché si ha fame, parte ad esempio chi lavora nell’arte, nella cultura, nella ricerca, se hai un dottorato, qui in Italia non si trova collocazione. Oggi partono i più coraggiosi, i più impavidi, perché bisogna avere coraggio per partire, infatti credo che lasciarsi indietro quello che si è costruito per 20-30 anni, come la famiglia, gli amici, l’identità, i luoghi, non sia così semplice. Questi migranti andrebbero tutelati un po’ di più, valorizzati, sono i nostri ambasciatori, i nostri messaggeri, manca la cultura della conoscenza delle migrazioni. QUALI SONO, SECONDO TE, LE LEZIONI PIÙ IMPORTANTI CHE EMERGONO DALLO STUDIO DELL’EMIGRAZIONE ITALIANA E CHE TENDIAMO ANCORA A IGNORARE O SOTTOVALUTARE NEL DIBATTITO PUBBLICO? Innanzitutto che non siamo capaci di avere memoria, forse perché l’essere umano ha bisogno di vivere un determinato fatto in prima persona per non rifare gli stessi errori. Tuttavia quello che è interessante sapere è che la storia dell’emigrazione dovrebbe insegnarci a ricordare che la storia è circolare e quindi si ripete. C’è una cadenza perpetua di alcuni fatti che potrebbero permetterci di capire e di vivere le cose non come se fosse la prima volta che capitano, ma come qualcosa che fa parte di questo mondo che è sempre in movimento. Valorizzarlo ci aiuterebbe anche a dare il giusto peso a queste migrazioni che hanno un fascino incredibile perché rendono i popoli contaminati culturalmente e linguisticamente, permettendoci di uscire dalle nostre zone di comfort e magari prendere esempio e il meglio da altre realtà che sono diverse da noi. La migrazione forse ci dovrebbe aiutare a capire quanto è importante salvaguardare la propria identità, ma anche imparare dal diverso, perché non sempre ci fa regredire, ma al contrario ci fa anche vedere e crescere. Nel nostro Centro Studi lavoriamo con le foto storiche, alcune ad esempio mostrano le mondine piegate al sole e poi altre foto che mostriamo agli eventi sono quelle attuali delle mondine in Vietnam o delle portatrici di acqua in Indonesia. Queste foto di oggi sono a colori e riguardano altri continenti contemporanei, ma sono identiche alle foto delle nostre migrazioni del passato! Siamo fortunati di poter veramente vedere il mondo, se vogliamo, ma dobbiamo farlo con occhi più consapevoli e la storia delle emigrazioni può aiutarci in questo. 1. Giorgia Miazzo lavora come docente, interprete e traduttrice, scrittrice, giornalista e tour leader. È regolarmente ospite del programma Geo su Rai 3 ↩︎ 2. È possibile accedere al sito web del Centro Studi Grandi Migrazioni, dove sono riportate anche le informazioni per iscriversi alla newsletter. Si può contattare il Centro attraverso i seguenti indirizzi mail: info@centrostudigrandimigrazioni.org oppure grandimigrazioni@gmail.com ↩︎
“Ghost trail – Il sentiero dei fantasmi”
Fantasmi. Quelli del passato, le cui voci continuano a riecheggiare nella mente anche a distanza di anni. Quelli del presente, in cui ci trasformiamo mentre inseguiamo la verità nel tentativo di mettere a tacere angosce e tormenti. E quelli del futuro, che saremo costretti a diventare per tutelarci e non essere scoperti. Les Fantômes, distribuito in Italia con il titolo Ghost Trail – Il sentiero dei fantasmi, diretto da Jonathan Millet, racconta la storia di Hamid, ex professore siriano rifugiatosi in Francia dopo aver lasciato la Siria nel 2014, durante la guerra civile iniziata nel 2011. Stabilitosi a Strasburgo, l’uomo si dedica alla ricerca di colui che, nel suo paese d’origine, lo ha torturato. La sua, però, non è una missione personale. Hamid infatti fa parte di un’organizzazione clandestina impegnata nell’individuazione dei criminali di guerra siriani responsabili delle torture inflitte ai propri connazionali durante il conflitto. Il film, candidato ai premi César e Lumière, non racconta semplicemente la storia di una vendetta individuale, ma quello di una resa dei conti collettiva. A cercare giustizia non è solo il protagonista, ma un intero popolo, che lotta contro i propri oppressori, anche dopo aver raggiunto l’Europa, continente nel quale molti dei responsabili delle violenze si sono nascosti. Per portare avanti la sua missione, il protagonista deve affidarsi ai sensi più che alle prove concrete, non avendo elementi certi sull’identità del suo torturatore. Hamid infatti non l’ha mai visto in faccia e costruisce la propria indagine sulle informazioni raccolte dagli altri membri dell’organizzazione, oltre che sui propri ricordi e sul suo olfatto. Tra le immagini più intense del film vi è quella in cui il protagonista si avvicina alle spalle dell’uomo che sospetta essere il responsabile delle torture, fino quasi a riconoscerlo sentendone l’odore. Ghost Trail appartiene a più generi cinematografici, unendo thriller, spionaggio e dramma psicologico. La narrazione si sviluppa attraverso l’evoluzione della ricerca di Hamid, scandita dalle conversazioni con una donna appartenente all’organizzazione e con dei connazionali, dalle videochiamate con la madre che vive in Libano – ignara della sua attività clandestina in Francia, dai ricordi della moglie e della figlia scomparse e dalle registrazioni che raccolgono i racconti delle torture subite dai siriani nel corso della guerra. Giorno dopo giorno, Hamid tenta di dare un senso alla propria quotidianità avvicinandosi sempre di più all’uomo che ritiene essere il colpevole delle violenze subite, fino al confronto diretto in un ristorante, seduto allo stesso tavolo con lui. Il film è anche, inevitabilmente, una storia di migrazione. Inizia proprio con il viaggio che i richiedenti asilo intraprendono nel 2014, venendo caricati su dei camion sovraffollati, abbandonati poi nel deserto, nel quale alcuni di loro perdono la vita. Due anni dopo, nel pieno della cosiddetta crisi dei rifugiati, Hamid si è ormai stabilito a Strasburgo ed è costretto ad assumere una nuova identità per non essere scoperto nella sua caccia all’aguzzino. Il tema dell’identità attraversa l’intera pellicola. I membri dell’organizzazione clandestina cambiano nome e personalità per ragioni di sicurezza, ma chi vive l’esperienza migratoria è già costretto, in qualche modo, a ricostruire sé stesso. Lingua, abitudini, alimentazione, relazioni sono solo alcuni degli aspetti centrali della propria vita che cambiano nel momento in cui si approda in un paese straniero. Nel caso di Hamid e degli altri personaggi, però, anche il nome diventa instabile, aggiungendo ulteriore fragilità a un’identità già profondamente mutevole. È per questo che i protagonisti appaiono come fantasmi. Si muovono nell’ombra, cercando costantemente di non essere scoperti. Ma fantasmi sono anche i responsabili delle violenze e dei traumi subiti, impossibili da cancellare dalla memoria. Il destino di persone come Hamid sembra allora quello di continuare a vivere in bilico, come spettri, costretti a cambiare identità periodicamente pur di sopravvivere. Uscito nelle sale nel 2024, mentre la guerra civile siriana era ancora in corso e il Medio Oriente tornava a essere segnato da violenze e gravi oppressioni, Ghost Trail assume oggi un significato ancora più attuale. Il film non parla soltanto della Siria, ma delle conseguenze profonde e durature dei conflitti contemporanei, sul piano psicologico oltre che sociale e politico: l’esilio, il trauma, la ricerca di giustizia e la difficoltà di ricostruire la propria identità dopo la guerra. Nel contesto attuale, con il susseguirsi delle migrazioni forzate e delle tensioni a livello internazionale, l’opera di Jonathan Millet invita a riflettere su ciò che resta dei conflitti anche in quei territori che sembrano esserne lontani: i fantasmi che continuano a inseguire chi è sopravvissuto.