“Ghost trail – Il sentiero dei fantasmi”
Fantasmi. Quelli del passato, le cui voci continuano a riecheggiare nella mente
anche a distanza di anni. Quelli del presente, in cui ci trasformiamo mentre
inseguiamo la verità nel tentativo di mettere a tacere angosce e tormenti. E
quelli del futuro, che saremo costretti a diventare per tutelarci e non essere
scoperti.
Les Fantômes, distribuito in Italia con il titolo Ghost Trail – Il sentiero dei
fantasmi, diretto da Jonathan Millet, racconta la storia di Hamid, ex professore
siriano rifugiatosi in Francia dopo aver lasciato la Siria nel 2014, durante la
guerra civile iniziata nel 2011.
Stabilitosi a Strasburgo, l’uomo si dedica alla ricerca di colui che, nel suo
paese d’origine, lo ha torturato. La sua, però, non è una missione personale.
Hamid infatti fa parte di un’organizzazione clandestina impegnata
nell’individuazione dei criminali di guerra siriani responsabili delle torture
inflitte ai propri connazionali durante il conflitto.
Il film, candidato ai premi César e Lumière, non racconta semplicemente la
storia di una vendetta individuale, ma quello di una resa dei conti collettiva.
A cercare giustizia non è solo il protagonista, ma un intero popolo, che lotta
contro i propri oppressori, anche dopo aver raggiunto l’Europa, continente nel
quale molti dei responsabili delle violenze si sono nascosti.
Per portare avanti la sua missione, il protagonista deve affidarsi ai sensi più
che alle prove concrete, non avendo elementi certi sull’identità del suo
torturatore.
Hamid infatti non l’ha mai visto in faccia e costruisce la propria indagine
sulle informazioni raccolte dagli altri membri dell’organizzazione, oltre che
sui propri ricordi e sul suo olfatto.
Tra le immagini più intense del film vi è quella in cui il protagonista si
avvicina alle spalle dell’uomo che sospetta essere il responsabile delle
torture, fino quasi a riconoscerlo sentendone l’odore.
Ghost Trail appartiene a più generi cinematografici, unendo thriller, spionaggio
e dramma psicologico. La narrazione si sviluppa attraverso l’evoluzione della
ricerca di Hamid, scandita dalle conversazioni con una donna appartenente
all’organizzazione e con dei connazionali, dalle videochiamate con la madre che
vive in Libano – ignara della sua attività clandestina in Francia, dai ricordi
della moglie e della figlia scomparse e dalle registrazioni che raccolgono i
racconti delle torture subite dai siriani nel corso della guerra.
Giorno dopo giorno, Hamid tenta di dare un senso alla propria quotidianità
avvicinandosi sempre di più all’uomo che ritiene essere il colpevole delle
violenze subite, fino al confronto diretto in un ristorante, seduto allo stesso
tavolo con lui.
Il film è anche, inevitabilmente, una storia di migrazione.
Inizia proprio con il viaggio che i richiedenti asilo intraprendono nel 2014,
venendo caricati su dei camion sovraffollati, abbandonati poi nel deserto, nel
quale alcuni di loro perdono la vita. Due anni dopo, nel pieno della cosiddetta
crisi dei rifugiati, Hamid si è ormai stabilito a Strasburgo ed è costretto ad
assumere una nuova identità per non essere scoperto nella sua caccia
all’aguzzino.
Il tema dell’identità attraversa l’intera pellicola. I membri
dell’organizzazione clandestina cambiano nome e personalità per ragioni di
sicurezza, ma chi vive l’esperienza migratoria è già costretto, in qualche modo,
a ricostruire sé stesso.
Lingua, abitudini, alimentazione, relazioni sono solo alcuni degli aspetti
centrali della propria vita che cambiano nel momento in cui si approda in un
paese straniero. Nel caso di Hamid e degli altri personaggi, però, anche il nome
diventa instabile, aggiungendo ulteriore fragilità a un’identità già
profondamente mutevole.
È per questo che i protagonisti appaiono come fantasmi. Si muovono nell’ombra,
cercando costantemente di non essere scoperti. Ma fantasmi sono anche i
responsabili delle violenze e dei traumi subiti, impossibili da cancellare dalla
memoria.
Il destino di persone come Hamid sembra allora quello di continuare a vivere in
bilico, come spettri, costretti a cambiare identità periodicamente pur di
sopravvivere.
Uscito nelle sale nel 2024, mentre la guerra civile siriana era ancora in corso
e il Medio Oriente tornava a essere segnato da violenze e gravi oppressioni,
Ghost Trail assume oggi un significato ancora più attuale.
Il film non parla soltanto della Siria, ma delle conseguenze profonde e durature
dei conflitti contemporanei, sul piano psicologico oltre che sociale e politico:
l’esilio, il trauma, la ricerca di giustizia e la difficoltà di ricostruire la
propria identità dopo la guerra.
Nel contesto attuale, con il susseguirsi delle migrazioni forzate e delle
tensioni a livello internazionale, l’opera di Jonathan Millet invita a
riflettere su ciò che resta dei conflitti anche in quei territori che sembrano
esserne lontani: i fantasmi che continuano a inseguire chi è sopravvissuto.