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[2026-07-22] La memoria è un ingranaggio collettivo @ CSOA Forte Prenestino
LA MEMORIA È UN INGRANAGGIO COLLETTIVO CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (mercoledì, 22 luglio 20:00) MERCOLEDI 22 LUGLIO 2026  CSOA Forte Prenestino presenta: LA MEMORIA E' UN INGRANAGGIO COLLETTIVO Dalle ore 20 presentazione di NESSUN RIMORSO RELOADED, interverranno * Supporto Legale * Emanuela Del Frate, giornalista * Tatiana Montella, avvocata * Daniele Vicari, regista Alle 22 proiezione del film DIAZ - Don't clean up this blood Presenti banchetto libri, poster, maglie di Supportolegale Vieni e fai venire!
July 21, 2026
Gancio de Roma
Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti
Tra il 19 e il 22 luglio del 2001, quando a Genova si contestò la riunione del G8, non avevo ancora compiuto cinque anni. Nella mia famiglia non c’era nessuno di vagamente politicizzato, nessuno che avesse amiche e amici o conoscenti che presero parte a quelle giornate, nessuno che seguisse le cronache dei telegiornali con l’attenzione angosciata di chi sa che sta succedendo qualcosa di drammatico. Eppure, sono cresciuta politicamente sapendo che quelle giornate facevano parte della mia storia anche se nessuno, per molto tempo, me le ha raccontate (e io stessa non ho mai chiesto).  Per me, la consapevolezza di ciò che era accaduto a Genova è arrivata dopo, quando ho iniziato a fare politica attiva, almeno un decennio più tardi. Nel frattempo, nei primi anni di collettivi e assemblee nella mia città, il Movimento dei Movimenti rimaneva uno spettro che si aggirava per l’Europa, o forse solo per l’Italia, o addirittura solo per Pistoia, perché ancora non riuscivo a dargli dei confini e a capire fino a dove arrivasse la sua onda lunga.  > È una condizione che sento di condividere con buona parte della mia > generazione politica: avere trent’anni e fare i conti con Genova, qualcosa che > ci precede e ci grava addosso come un macigno, senza che l’abbiamo vissuta, ma > che comunque ci riguarda. Cosa vuol dire ereditare un evento fondativo – forse il trauma fondativo del movimento di cui ci sentiamo figlie e figli – senza averne memoria diretta? Genova, per chi come me è arrivata alla politica successivamente, ha rappresentato per lungo tempo un racconto fatto da altri, sedimentato in pratiche ma soprattutto in diffidenze e silenzi. È stata un’eredità che non si poteva rifiutare, ma nemmeno maneggiare con la stessa disinvoltura di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi c’era, di chi ha visto morire Carlo Giuliani a pochi metri da sé, di chi è stato brutalmente picchiato e umiliato alla Diaz o di chi ha passato interminabili momenti sospesi, senza sapere cosa fosse successo alle persone care. A ventisei anni, ventidue dal G8, ho iniziato a fare ricerca storica sugli anni Novanta proprio per questo motivo. Anche se all’epoca forse non lo sapevo formulare con questa chiarezza, sentivo che per capire Genova, per darle davvero dei confini e non solo subirla come spettro, dovevo guardare a cosa c’era stato prima. Ho scelto di occuparmi di musica e politica di movimento negli anni Novanta, dell’evoluzione politico-culturale dei centri sociali, dei linguaggi che circolavano tra fanzine, concerti e cortei. Un decennio, quello dei Novanta, che nella vulgata post 2001 rischiava di diventare semplicemente la preistoria di Genova, l’antefatto necessario a spiegare da dove fosse uscita “quella” generazione di militanti. Ciò che invece avevo in mente fin da subito era alimentare una lettura che rovesciasse il rapporto tra le cose: evitare una storia dei movimenti teleologica che convergesse tutta verso il luglio genovese, come se gli anni Novanta non avessero una loro autonomia, una loro grammatica interna, conflitti e sconfitte che nulla dovevano a un evento che doveva ancora accadere. Quando ho iniziato a fare ricerca, ho scelto deliberatamente di fermarmi prima del 2001. Quello che mi interessava, da storica e da militante non era tanto l’analisi della sconfitta, quanto i fili rossi che non si erano spezzati. Volevo capire cosa avesse attraversato gli anni Novanta e i Duemila senza interrompersi, fino ad arrivare a me. Il G8, in questo senso, andava tenuto fuori dall’inquadratura non perché irrilevante, ma perché troppo ingombrante: rischiava di diventare l’unico punto di fuga possibile, la lente che avrebbe fatto convergere ogni traccia verso di sé. E la musica, in questa ricerca di continuità piuttosto che di rottura, si è rivelata un osservatorio privilegiato. È infatti spesso nei repertori, nei suoni e nei linguaggi che si vedono meglio le eredità che sopravvivono a una sconfitta politica, anche quando le pratiche militanti sembrano azzerarsi. Quella scelta non mi ha impedito, anni dopo, di tornare su Genova da un’altra angolazione. Recentemente mi è capitato un piccolo cortocircuito che spiega bene questa prospettiva: mentre qualche settimana fa lavoravo a una ricerca su come il G8 sia stato raccontato attraverso la musica, una persona mi ha chiesto, senza premesse, quale fosse la mia canzone preferita su Genova. Io ho risposto di getto Zeta Reticoli dei Meganoidi. Quando la stessa persona mi ha chiesto il perché della mia risposta così sicura, mi sono ritrovata a spiegare che quella canzone l’avevo ascoltata per anni prima di accorgermi che parlava del G8. L’avevo fatta mia ignara, come una canzone qualunque, molto prima di poterci riconoscere dentro l’evento che nel frattempo mi perseguitava sotto altra forma.  Ed è proprio qui che si gioca a mio avviso la differenza tra il tempo breve dell’evento e il tempo lungo della storia dei movimenti. > Genova 2001 è stata una vera cesura – nella percezione pubblica, nella > repressione, nella memoria collettiva della sinistra italiana ed europea – ma > trattarla come “anno zero” rischia di cancellare tutto ciò che l’ha preceduta: > le pratiche di autorganizzazione dei centri sociali, le culture musicali come > spazio di politicizzazione informale, i conflitti sindacali e post-sindacali, > la costruzione lenta e non lineare di un immaginario di movimento che a Genova > è arrivato già formato, che non è nato lì. Allo stesso tempo, isolare Genova come trauma originario rischia di schiacciare anche ciò che è venuto dopo: chi, come me, ha fatto politica dopo, non semplicemente nell’ombra di quell’evento, ma dentro percorsi propri, con problemi propri, che al Movimento dei Movimenti devono qualcosa ma non tutto. Fare politica oggi, a venticinque anni dal 2001, significa allora anche provare a restituire a quell’evento la sua complessità storica invece che viverlo esclusivamente come macigno identitario. Non per sminuirne la portata – che resta enorme, e che mi guarderei bene dal ridimensionare – ma per liberarlo dalla logica del trauma muto, quello che si trasmette per allusioni e non si riesce a interrogare. Studiare gli anni Novanta è stato, per me, un modo per andare a cercare le radici di quello spettro, per capire che dietro l’evento c’era già una storia, fatta di persone, pratiche e sconfitte, e che quella storia è continuata anche dopo, sia pure trasformata. Immagine di copertina di FrDr tratta da Wikimedia commons. Immagine nell’articolo: copertina e una pagina del terzo numero di Dinamoprint uscito nel 2021 e dedicato ai vent’anni di Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti proviene da DINAMOpress.
July 21, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me
Mi scrive Luca, mio grande rimpianto da una decina d’anni almeno e mi chiede se ho voglia di scrivere di G8 per DinamoPress. Seeee, è arrivato. Luca dai, non c’ho tempo, sono incasinato, devo lavorare un botto, mi arriva il nuovo gatto, ho la forfora, c’è il Tour de France. Insiste, pare non ci sia tutta sta fretta e allora penso che magari è arrivato il momento di stoppare quel rimpianto e soprattutto provare ad affrontare quell’esperienza di 25 anni fa e da buon maschio bianco etero ego-riferito del 900 parlare soprattutto di me, di questi 25 anni e di quelli prima, però raga a Dinamo siete alla frutta se dovete chiedere a me.. Che ansia ma ci proviamo dai. Non amo le feste comandate, non sono un reducista, le date sono date, numeri scritti su un calendario oppure impressi nel cervello di Teo. Per me hanno poco valore, mi dimentico in fretta il giorno di quel corteo, di quella serata, smanioso della prossima cazzata, del prossimo piano perfetto, ma pure di sparire per un po’ per salvarmi da solo in qualche isola del mio cervello che presto diventerà un pianeta inospitale, che ne so tipo Venere.. Eppure questa memoria corta, questi giga ridottissimi qualche data e qualche ricordo li salvano ancora. > «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la > classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di > razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata > pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. E ne faccio un vanto. L’ARRIVO A GENOVA Avevo 27 anni, nel movimento da una dozzina: collettivi studenteschi, frequentazione di via Leoncavallo e poi militanza in via Watteau dove scopro la Sharp, una banda di skin antirazzisti molto interni alla vita del centro sociale e delle dinamiche cittadine. Grandi bevute, un po’ di risse, lo stadio, ma anche l’antifascismo militante, erano gli anni della nascita di Forza Nuova vecchia merda, della seconda repubblica fondata sul Berlusconismo nella città che lo ha incoronato. Con il primo cittadino della Lega. Che merda, che bello però. Che bello avere 20 anni, in una città in cui sei abbastanza libero di vivere, girare, lottare senza telecamere e il controllo orrendo di questi anni, dove la violenza non era solo monopolio assoluto dello stato ma c’era ancora spazio per restituire qualche calcio nel culo ai più meritevoli senza rischiare l’ergastolo, non sempre filava liscio e non per tutte e tutti per carità, ma di solito portavi i tuoi stracci a casa in attesa della prossima iniziativa. Ho sempre prediletto i rapporti umani a quelli politici, non ho mai amato i settarismi, le divisioni, non sono mai stato un fedelissimo ma in quegli anni in cui il movimento era molto diviso non ero certo dell’area disobbediente, non che a Milano abbia mai avuto chissà che storia a differenza di altre città, non che io abbia avuto chissà che preconcetti, molti dei miei migliori amici, di veri e propri fratelli stavano in quell’area e nei cortei unitari di solito pascolavo con loro, ma io avevo voglia di altro e a distanza di 30 anni mi sta benissimo così, non sono state sempre le scelte più convenienti e intelligenti, non sempre le più limpide o le più radicali, ma sono state le mie, chi sono io per giudicarle? In questi raduni di mostri prima del G8 di Genova c’erano stati altri casi di dura contestazione: Seattle, perché spesso gli Stati Uniti causano la malattia e provano anche a trovare la medicina, Praga, Göteborg, Napoli dove con un governo di centro sinistra il ministro degli interni faceva le prove generali per Genova, comprese di torture in questura ai fermati. Era dagli anni ’70 che non si vedevano scontri di quella portata. Sassi molotov barricate e dall’altra parte manganelli e i primi proiettili. A Göteborg in pieno stile Roggero, il gioielliere eroe di questi giorni, le fdo sparano alla schiena di un manifestante, vivo per miracolo. A Genova non avremo la stessa fortuna. > Non solo scontri ma anche tanta analisi, tante assemblee, discussioni, > confronti, tante cose sensate e una certezza: la globalizzazione dominata dal > capitalismo produce e produrrà ricchezze per pochi e miseria per tutti gli > altri. Siamo il 99% dicevamo allora e non ci sbagliavamo manco nei numeri ma > tant’è, per ora quell’1% ci tiene in scacco. Per ora. Essendo da sempre un outsider, postura che mi ringiovanisce anche di una decina d’anni, decido di partire per Genova qualche giorno prima del resto del mio gruppo, che nel frattempo si era ingrossato e non era più solo Skin. Avevano occupato un piccolo spazio nel ticinese, piccolo ma meno soffocante del Leoncavallo di via Watteau. Forse. Ora è una piccola  palestra popolare, forse la prima della città. Prendo un treno speciale il mercoledì pomeriggio con Mela se non ricordo male da Porta Garibaldi, condividiamo gli scompartimenti con Cantiere e Bulk, ci prendiamo dei funghetti. Il viaggio è infinito, il caldo di luglio di 25 anni fa era un dicembre di adesso, ma comunque si sudava. H. mi chiede perché sto andando a Genova, mi parla dell’uomo di Babilonia, io voglio solo sfondare le recinzioni, entrare nella zona rossa, assaltare i palazzi del potere. Spaccare tutto. Ingenuo appunto, ma innocente no. Finalmente arriviamo a Genova, pianto la tenda al Gaslini, ci raggiunge anche M. Ci stringiamo, si dorme bene, sarà l’unica notte di sonno decente ma ancora non lo sapevamo. Il giovedì ci svegliamo, c’è un corteo enorme e colorato per le vie del capoluogo ligure orribilmente militarizzato, la zona rossa difesa da migliaia di soldatini, barriere metalliche, lastre e assi di legno per difendere le vetrine. Non ricordo molto di più, una festa ma non eravamo lì per quello e non solo noi a quanto pare. Il giovedì sera arrivano i gruppi da Milano, diluvia, abbandono la tenda, che io sappia è ancora in quel prato. Si dorme ammassati nella palestra dove entrano cascate d’acqua, ma siamo giovani e non ce ne frega un cazzo. Domani sarà rivolta. LA ZONA ROSSA Il venerdì mattina ci troviamo con il network in piazza De Novi. Nell’attivo della notte precedente alcuni leader millantano di flessibili e catene per strappare le reti. Niente di tutto questo. > Appena ci avviciniamo alle reti che delimitano la zona rossa ci gasano come > non mai. A poco servono biglie di ferro e pioggia di molotov e sanpietrini. > Rinculiamo verso il mare a manganellate e calci nel culo, ci troviamo sulla > spiaggia. Siamo una marea, ci lasciano una via d’uscita, da lì è per tutto il > pomeriggio scappiamo dalle cariche, raggiungendo spesso il corteo > disobbediente, caricato senza motivo malgrado fosse autorizzato. Noi sfasciamo tutto quello che troviamo, banche, assicurazioni, quei pochi negozi di un certo peso che non erano difesi. Assaltiamo supermercati per bere e mangiare, entriamo nel cortile di un istituto di vigilanza  e non resta più nulla degli uffici e dei mezzi. Insomma finalmente il nostro 1977! Ci scontriamo a più riprese con le forze dell’ordine, dal tettuccio di una camionetta vista la mal parata un carabiniere spara diversi colpi. Siamo vestiti di nero, siamo orgogliosamente Antifa e con noi c’è un pezzo di black bloc, già in quella piazza a qualcuno l’alleanza con quei gruppi che prima era stata voluta fortemente ora va stretta e veniamo anche aggrediti da quattro stronzi, ma ci vuole ben altro per fermarci e arriverà, ma per ora è delirio che aspettavamo da tempo, ma la verità era che stavamo scappando. Un centinaio tra collettivi, centri sociali, realtà autorganizzate, sindacati di base si allontanano dalla zona rossa quando per oltre un anno avevamo promesso di invaderla. Obiettivo mancato, ma le notizie peggiori dovevano ancora arrivare. Nel tardo pomeriggio c’è una tregua, ormai il campeggio è vicino. La gente di Genova applaude, sappiamo che il corteo dei disobbedienti ha reagito alle cariche le fdo sono scappate a più riprese. Insomma non sempre i contenuti più radicali si traducono in fatti e viceversa, ma come dicevo va bene così. Arrivano le prime notizie ed è uno shock, si parla di 3 morti tra i manifestanti. Arriva un compagno e ci racconta di aver visto a pochi metri da lui un ragazzo colpito in testa da un proiettile e poi investito da un defender dei carabinieri. > Quel ragazzo è e sarà per sempre Carlo Giuliani. Da Milano confermano quella notizia. Siamo frastornati, devastanti da una giornata durissima e con il peggiore dei finali. C’è spazio anche per le tensioni e gli scazzi. Alcuni di noi se ne tornano a casa, in un pò rimaniamo. Il gruppo non si riprenderà più, altre esperienze nasceranno ma non fanno parte di questa storia. Chi rimane deve portare a casa il corteo del sabato, ma nessuno ha più voglia di piazza, comunque ci massacrano, per la prima volta ho provato il panico vero. Lo stato ha ripreso in mano la situazione, e sarà vendetta. Prima in piazza, poi nelle celle improvvisate di Bolzaneto e infine nella scuola Diaz. Di queste storie sappiamo tanto, magari non tutto ma di sicuro abbastanza per odiarli per sempre, di ritorno da Genova mi faccio il primo tatuaggio: un acab sulle dita della mano sinistra, ormai scolorito ma sempre di valore. Grazie Checco. Di sera in un gruppetto decidiamo di non tornare a Milano ma andiamo al mare, chissà dove. Viviamo sospesi, allo sbando per un notte e un giorno, Mela ha conosciuto E. e da quei giorni non si lasceranno per molti anni. Insisto per tornare a Milano, ci sono iniziative, non ci si può chiudere in casa men che meno fare i turisti politici. A Milano al primo corteo si caccia il PDS con l’iconica bandiera rossa e la quercia nel cerchio bianco. Ma quale pds ma quale alberello un solo comunismo falce e martello. Evabbè. > Come dicevo il nostro gruppo si divide non senza lacerazioni e sofferenze, > nulla rispetto a quello che ci aspetta da lì a un anno e mezzo, nella notte > nera di Milano. Ancora la morte, questa volta saranno due nazisti ad uccidere > Dax. Anche lui come Carlo è dentro la memoria, negli slogan di migliaia di > donne e uomini che non lo conoscevamo neanche. La morte è una merda ma ci sono > vite che valgono la pena di essere vissute e questo dobbiamo farcelo bastare. RITIRATA E RIFLESSIONI Per un paio d’anni ho seguito vari presidi e iniziative per chi da Genova01 non è mai uscito, per chi alla fine di quelle giornate ha scontato anni di galera, poi sono scappato su uno di quei pianeti invivibili. Quando sono tornato sulla terra ho incontrato Luca che vuole farmi scrivere sta roba e un sacco di gente in gamba. Erano gli ultimi mesi dell’Onda, un movimento studentesco destinato a concludersi di lì a poco ma che ha seminato parecchio e ha avuto il merito di determinare tanto di quello che c’è ora. > Finalmente assemblee con tante compagne che intervengono e determinano, in > pochi anni molto era cambiato. Si gettavano le basi per una rivoluzione, > quella transfemminista che a oggi ritengo l’unico movimento di liberazione > possibile anche per noi orrendi maschi. A Genova abbiamo perso? Sì, così come ha perso la generazione degli anni ’70, si sono perse delle battaglie, dolorose, sanguinose ma la lotta di classe non è finita. Ci vediamo alla prossima cospirazione raga. la copertina è di Mkarco via Flcikr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me proviene da DINAMOpress.
July 20, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo
L’indicazione è chiara: dobbiamo tenere la posizione di sinistra, chiudere l’angolo della testuggine. Scudi serrati, caschi, protezioni in gomma piuma e plastica, ginocchiere e paragomiti, maschere antigas. Camminiamo senza fretta, non dobbiamo perdere la linea con la testa. Solchiamo via Tolemaide, aspettando l’onda. > Siamo tante, siamo belli, siamo carich3. Abbiamo una paura fottuta, convinti > comunque che bucheremo la zona rossa, lontana ancora diversi chilometri. Ci > basta aprire un varco, interrompere il rituale osceno dei padroni del mondo, > far entrare le ragioni dell’umanità, che porta in dote le parole nuove ma > antiche insorte il 31 dicembre 1993 in un angolo sperduto del sud-est > messicano. Ci siamo coperti il volto per farci vedere. Nonostante le bandane e gli occhiali da mare, da sub e da neve, riconosciamo ogni sguardo delle prime file, quell’ “esercito di straccioni” che si è formato nei controvertici e nelle contestazioni dell’oligarchia globale, da Seattle in poi: Mobiltebio a Genova, l’Ocse a Bologna, il FMI a Praga, il Global Forum a Napoli. Ma anche l’assedio al Cpt di via Corelli a Milano, la provocazione di Haider a San Pietro, la fuga dei fascisti da una piazza antirazzista di Roma est. Siamo quello che facciamo, siamo ciò che comunichiamo, siamo “moltitudine” (anche) per farla finita con i Settanta e l’eterno ritorno di qualche “centralità” che spiega sempre tutto. Proviamo a forzare il limite del conflitto tenendo dentro tutt3, usiamo i corpi come metafora materiale della qualità biopolitica dello sfruttamento e della ribellione, tentiamo di rompere lo schema dello scontro militare separato e del circolo vizioso repressione-lotta alla repressione. > Surfiamo un’onda che sembra inarrestabile, che si presenta come identità > multipla: tattica di piazza, specchio della nuova composizione sociale, > immaginario che morde la realtà, proposta politica generale, idea di un mondo > fatto di tanti mondi. Il camion in mezzo alla folla è il cuore di un corpo collettivo che esonda in ogni dove, nato e cresciuto nei centri sociali, nelle scuole e facoltà occupate, nelle filiere della precarietà di vita e di lavoro, spesso imposta, a volte scelta per non guardare più indietro. Le voci si alternano su uno spartito intenso, danno indicazioni, scrutano l’orizzonte, rafforzano le motivazioni, scaricano la tensione.  Avanziamo in discesa, giù, in caduta libera, tra le carcasse annerite e fumanti ai lati della strada, residui di una guerra cominciata qualche ora prima.  Il serpentone uscito dallo stadio Carlini è autorizzato fino al cuore della zona rossa, Palazzo Ducale, dove gli “otto grandi” stanno scrivendo il menù fisso che ci proporranno nei successivi 25 anni: guerra permanente, fili spinati, dominio sincretico dei colossi del silicio e del fossile, ritorno della schiavitù, economia del genocidio, espropriazione della vita e delle libere scelte come nuova frontiera dell’accumulazione e del valore di scambio. All’incrocio con via Torino, ai lati, prende forma il vero blocco nero in assetto di guerra: centinaia di carabinieri caricano i fucili con i gas e prendono la mira. Nemmeno il tempo dello stupore e della paura, che sulla testa del corteo si abbatte una tormenta di lacrimogeni, cariche impazzite, soldati intrippati con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. I caroselli con i blindati, la caccia al manifestante isolato, la voglia di fare male, lasciare il segno. Da li in poi, ci difendiamo, teniamo botta, recuperiamo feriti, ci ricompattiamo, cerchiamo di riprendere il filo di una strategia che è saltata in aria, che ci costringe a essere lucidi mentre il mondo ci crolla addosso. > Le milizie occupano Genova, vogliono chiudere i conti con quella generazione > cresciuta sul ciglio del baratro neoliberale, che si è fatta spazio tra “la > fine della storia” e l’inganno a buon mercato della dot-com, che prova a > riaprire la partita della trasformazione radicale, in mare aperto, con uno > sguardo meticcio, senza facili ormeggi. Quella stagione di lotte e speranze finisce li. Il sigillo sarà apposto un mese e mezzo dopo, l’11 settembre 2001. Piazza Alimonda, Carlo, Bolzaneto e Diaz diventano i nomi, la carne e il sangue di un rosario collettivo, dolente e allucinato, nel Paese con “la Costituzione più bella del mondo”. Oggi non si respira, di notte non si scende sotto i 28 gradi. In tv, impunemente, con un sorriso sfigurato, un sottosegretario di qualcosa afferma che «bisogna farla finita con l’ideologia green». Fuori da quel set con l’aria condizionata spinta a 21 gradi, l’apocalisse cambia le coordinate della geografia dei viventi, le abitudini, il rapporto con l’economia, il lavoro, la città, la cura della vita, gli affetti. Lo scarto tra forme di vita e rappresentazione politica, tra esperienza materiale e forme del potere, è uno dei lasciti più marcati di quel ciclo di lotte, che ha anticipato tendenze e trasformazioni, seminato nuove grammatiche e istituzioni autonome (politiche, sociali, sindacali, mutualistiche), ma non abbastanza (a oggi) per decifrare il rebus del rapporto con lo spazio pubblico di governo e/o autogoverno. > In controluce, come simulacro della crisi del vecchio ordine mondiale, delle > sue regole di ingaggio e del suo racconto, le destre hanno disegnato un > fascismo proprietario globale che impone la sua agenda, le sue parole, la sua > egemonia, il suo esercito privato, sotto un mandato imperativo: identificare > il governo del mondo con il comando d’impresa, in una linea di potere che > salda colore della pelle, identità di genere, supremazia di classe. Un mostro politico, l’Occidente globale, che prova a rimettere ordine in cantina una volta per tutte, che non si fa remore a riprendere in mano i concetti tabù seppelliti dopo due guerre mondiali e dall’esperienza dello sterminio come banalità logistica, microfisica dell’orrore, infrastruttura dell’estinzione. L’Occidente globale è riuscito nell’impresa di rovesciare la responsabilità storica del colonialismo e delle politiche di massacro, in Europa e nel mondo, in un nuovo format di oppressione e genocidio. Gaza è l’avanguardia macabra di questo modello sociale e urbano. È l’Israele Globale, il sogno agognato dalla generazione Epstein, che dobbiamo fermare. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 17, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova
A venticinque anni dal G8 molto è stato scritto sulla repressione, sulla Diaz, su Bolzaneto, sulla morte di Carlo Giuliani e in questi giorni si moltiplicano i contributi e i podcast, si riesumano video e testimonianze, si organizzano incontri pubblici. È giusto che sia così. Eppure, più torno a quei giorni, più mi accorgo che ciò che continua a interrogarmi non è solo ciò che è accaduto nel luglio del 2001 quanto piuttosto ciò che è stato costruito nei mesi precedenti. Il laboratorio politico che rese possibile Genova e che, forse, continua ancora oggi a parlarci. > Genova non fu solo lo spazio di una vittoria o di una sconfitta. Fu un > laboratorio di immaginazione politica. Lo fu perché, per un momento, riuscì a > rendere visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi > dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Sindacati, reti ecologiste, associazioni, femminismi, organizzazioni contadine, associazioni, centri sociali, movimenti del Sud globale e collettivi universitari non componevano un soggetto omogeneo. Costruivano, piuttosto, uno spazio comune poroso ma conflittuale, nel quale provare a nominare il mondo in modo diverso. La radicalità di quel processo non stava nell’avere già trovato una risposta, ma nell’aver rimesso in discussione ciò che veniva presentato come inevitabile. Alla fine degli anni Novanta il neoliberismo non si limitava a ridefinire le politiche economiche ma il campo stesso dell’immaginario. Il mercato non veniva più presentato come una scelta politica tra le altre, ma come l’unico principio razionale di organizzazione della società. L’economia sembrava sottratta al conflitto democratico e affidata alla competenza tecnica, ai mercati e alle grandi istituzioni internazionali. Ciò che era il prodotto di rapporti di forza e decisioni storiche veniva raccontato come un processo naturale, inevitabile. Fu dentro questa trasformazione che, in luoghi molto diversi del mondo, cominciò a prendere forma un’intuizione condivisa. Non si trattava di rifiutare la dimensione globale, ma di contendere il modo in cui veniva organizzata. Le comunità zapatiste in Chiapas, le giornate di Seattle, il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre non rappresentavano un percorso lineare né un movimento omogeneo. Erano esperienze differenti che iniziavano però a riconoscersi dentro una stessa ricerca: costruire una politica capace di misurarsi con un capitalismo ormai globale senza rinunciare alla democrazia, ai diritti e alla giustizia sociale. > In questo senso, “Un altro mondo è possibile” non era uno slogan consolatorio > né la promessa ingenua di un futuro migliore. Era la rivendicazione che nessun > ordine economico fosse naturale, nessuna forma di governo del mondo > irreversibile. Era l’affermazione che il futuro potesse tornare a essere > terreno di conflitto e di invenzione collettiva. Genova fu un momento in cui  > quella ricerca riuscì a trovare una straordinaria capacità di composizione. A Roma, come in moltissime città d’Italia questa immaginazione assumeva una forma concreta e quotidiana. Gli anni Novanta erano stati un importante laboratorio di autorganizzazione. I centri sociali e gli spazi occupati non erano soltanto luoghi di conflitto, ma producevano cultura, mutualismo, socialità, servizi, relazioni. Erano pezzi di città nei quali si sperimentavano forme diverse di vivere e fare politica. Proprio per questo la Delibera 26, con cui l’amministrazione Rutelli proponeva di regolarizzare il rapporto tra il Comune e gli spazi sociali occupati, aprì un confronto politico intenso. Interrogava il senso dell’autonomia, il rapporto tra istituzioni e autorganizzazione, la possibilità di continuare a produrre conflitto senza rinunciare alla propria capacità di trasformare la città. Fu un confronto duro, che mise alla prova relazioni consolidate. L’avvicinarsi del G8 offrì la possibilità di spostare lo sguardo. Le differenze non scomparvero, ma trovarono una nuova scala sulla quale misurarsi. Fu in questo passaggio che nacque RAGE (Rete Anti Globalizzazione Economica). Le assemblee alla SCOLA occupata di San Lorenzo, uno spazio attraversato da studentə precariə, giovanə ricercatricə, espressione di una composizione sociale che stava emergendo nella Roma di quegli anni. Erano il luogo in cui soggettività differenti provavano a costruire una composizione politica senza rinunciare alle proprie differenze. > Non si cercava l’unanimità a tutti i costi, ma un linguaggio comune. Le riunioni erano spesso interminabili, le mediazioni, la formazione, la preparazione materiale, le discussioni sulle pratiche della disobbedienza civile erano parte dello stesso processo. Si trattava di capire chi potevamo diventare insieme. La preparazione tecnica – dagli scudi alle simulazioni delle cariche – era parte dello stesso processo di formazione. Attraverso il corpo imparavamo che il conflitto non era soltanto uno scontro ma la determinazione di trasformare la vulnerabilità individuale in una forza collettiva. Quel laboratorio non è sopravvissuto come organizzazione. È sopravvissuto come grammatica politica. Lo ritroviamo, dopo Genova, nelle lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni, nell’Onda e nei movimenti studenteschi, nelle pratiche mutualistiche, nelle mobilitazioni climatiche, nei femminismi, nel transfemminismo, nelle lotte antirazziste e per la libertà di movimento. > Ogni volta in forme diverse, con linguaggi differenti e soggetti nuovi, ma > attorno alla stessa intuizione: nessuna lotta basta a sé stessa. Oggi, a distanza di anni, possiamo vedere con maggiore lucidità anche alcuni limiti di quel laboratorio. Non avevamo ancora pienamente elaborato, ad esempio, quello sguardo transfemminista e intersezionale che oggi ci consente di leggere insieme produzione e riproduzione sociale, lavoro e cura, genere e razzializzazione, ecologia e libertà dei corpi. Non lo dico per “fare le pulci” a Genova e per stabilire cosa mancasse ma per  riconoscere che ogni laboratorio politico produce strumenti, ma apre anche domande che le generazioni successive riprendono, trasformano e approfondiscono. Forse è proprio attraverso l’elaborazione transfemminista che oggi possiamo nominare qualcosa che allora stavamo soltanto intuendo. Lo slogan di Ni Una Menos, unire le lotte, restituisce bene questa idea. Non come semplice convergenza tra rivendicazioni, ma come pratica politica. > Significa riconoscere che il capitalismo organizza contemporaneamente il > lavoro e la cura, il debito e i corpi, le migrazioni e l’ecologia, la violenza > patriarcale e la guerra. Unire le lotte significa allora costruire una > composizione capace di attraversare queste connessioni senza ridurle a > un’unica identità. Se Genova continua a parlarci, dunque, non è perché contenga una risposta da recuperare intatta. È perché ci ricorda che la politica può ancora essere un esercizio di immaginazione collettiva. Forse è proprio questo che continuo/continuiamo a chiamare Genova. Non un luogo della memoria, ma un momento in cui il futuro tornò a essere materia di pratica politca collettiva. E in un tempo in cui, ancora una volta, ci viene raccontato che non esistono alternative, questa continua a sembrarmi la sua eredità politica più radicale. la copertina è tratta da anordestdiche.com Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova proviene da DINAMOpress.
July 17, 2026
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