Genova 2001 – 2026 #3. Genova per meMi scrive Luca, mio grande rimpianto da una decina d’anni almeno e mi chiede se
ho voglia di scrivere di G8 per DinamoPress.
Seeee, è arrivato.
Luca dai, non c’ho tempo, sono incasinato, devo lavorare un botto, mi arriva il
nuovo gatto, ho la forfora, c’è il Tour de France.
Insiste, pare non ci sia tutta sta fretta e allora penso che magari è arrivato
il momento di stoppare quel rimpianto e soprattutto provare ad affrontare
quell’esperienza di 25 anni fa e da buon maschio bianco etero ego-riferito del
900 parlare soprattutto di me, di questi 25 anni e di quelli prima, però raga a
Dinamo siete alla frutta se dovete chiedere a me.. Che ansia ma ci proviamo dai.
Non amo le feste comandate, non sono un reducista, le date sono date, numeri
scritti su un calendario oppure impressi nel cervello di Teo. Per me hanno poco
valore, mi dimentico in fretta il giorno di quel corteo, di quella serata,
smanioso della prossima cazzata, del prossimo piano perfetto, ma pure di sparire
per un po’ per salvarmi da solo in qualche isola del mio cervello che presto
diventerà un pianeta inospitale, che ne so tipo Venere..
Eppure questa memoria corta, questi giga ridottissimi qualche data e qualche
ricordo li salvano ancora.
> «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la
> classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di
> razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata
> pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente.
E ne faccio un vanto.
L’ARRIVO A GENOVA
Avevo 27 anni, nel movimento da una dozzina: collettivi studenteschi,
frequentazione di via Leoncavallo e poi militanza in via Watteau dove scopro la
Sharp, una banda di skin antirazzisti molto interni alla vita del centro sociale
e delle dinamiche cittadine. Grandi bevute, un po’ di risse, lo stadio, ma anche
l’antifascismo militante, erano gli anni della nascita di Forza Nuova vecchia
merda, della seconda repubblica fondata sul Berlusconismo nella città che lo ha
incoronato.
Con il primo cittadino della Lega.
Che merda, che bello però. Che bello avere 20 anni, in una città in cui sei
abbastanza libero di vivere, girare, lottare senza telecamere e il controllo
orrendo di questi anni, dove la violenza non era solo monopolio assoluto dello
stato ma c’era ancora spazio per restituire qualche calcio nel culo ai più
meritevoli senza rischiare l’ergastolo, non sempre filava liscio e non per tutte
e tutti per carità, ma di solito portavi i tuoi stracci a casa in attesa della
prossima iniziativa.
Ho sempre prediletto i rapporti umani a quelli politici, non ho mai amato i
settarismi, le divisioni, non sono mai stato un fedelissimo ma in quegli anni in
cui il movimento era molto diviso non ero certo dell’area disobbediente, non che
a Milano abbia mai avuto chissà che storia a differenza di altre città, non che
io abbia avuto chissà che preconcetti, molti dei miei migliori amici, di veri e
propri fratelli stavano in quell’area e nei cortei unitari di solito pascolavo
con loro, ma io avevo voglia di altro e a distanza di 30 anni mi sta benissimo
così, non sono state sempre le scelte più convenienti e intelligenti, non sempre
le più limpide o le più radicali, ma sono state le mie, chi sono io per
giudicarle?
In questi raduni di mostri prima del G8 di Genova c’erano stati altri casi di
dura contestazione: Seattle, perché spesso gli Stati Uniti causano la malattia e
provano anche a trovare la medicina, Praga, Göteborg, Napoli dove con un governo
di centro sinistra il ministro degli interni faceva le prove generali per
Genova, comprese di torture in questura ai fermati. Era dagli anni ’70 che non
si vedevano scontri di quella portata. Sassi molotov barricate e dall’altra
parte manganelli e i primi proiettili. A Göteborg in pieno stile Roggero, il
gioielliere eroe di questi giorni, le fdo sparano alla schiena di un
manifestante, vivo per miracolo.
A Genova non avremo la stessa fortuna.
> Non solo scontri ma anche tanta analisi, tante assemblee, discussioni,
> confronti, tante cose sensate e una certezza: la globalizzazione dominata dal
> capitalismo produce e produrrà ricchezze per pochi e miseria per tutti gli
> altri. Siamo il 99% dicevamo allora e non ci sbagliavamo manco nei numeri ma
> tant’è, per ora quell’1% ci tiene in scacco. Per ora.
Essendo da sempre un outsider, postura che mi ringiovanisce anche di una decina
d’anni, decido di partire per Genova qualche giorno prima del resto del mio
gruppo, che nel frattempo si era ingrossato e non era più solo Skin. Avevano
occupato un piccolo spazio nel ticinese, piccolo ma meno soffocante del
Leoncavallo di via Watteau. Forse. Ora è una piccola palestra popolare, forse
la prima della città.
Prendo un treno speciale il mercoledì pomeriggio con Mela se non ricordo male da
Porta Garibaldi, condividiamo gli scompartimenti con Cantiere e Bulk, ci
prendiamo dei funghetti. Il viaggio è infinito, il caldo di luglio di 25 anni fa
era un dicembre di adesso, ma comunque si sudava. H. mi chiede perché sto
andando a Genova, mi parla dell’uomo di Babilonia, io voglio solo sfondare le
recinzioni, entrare nella zona rossa, assaltare i palazzi del potere. Spaccare
tutto.
Ingenuo appunto, ma innocente no.
Finalmente arriviamo a Genova, pianto la tenda al Gaslini, ci raggiunge anche M.
Ci stringiamo, si dorme bene, sarà l’unica notte di sonno decente ma ancora non
lo sapevamo. Il giovedì ci svegliamo, c’è un corteo enorme e colorato per le vie
del capoluogo ligure orribilmente militarizzato, la zona rossa difesa da
migliaia di soldatini, barriere metalliche, lastre e assi di legno per difendere
le vetrine. Non ricordo molto di più, una festa ma non eravamo lì per quello e
non solo noi a quanto pare. Il giovedì sera arrivano i gruppi da Milano,
diluvia, abbandono la tenda, che io sappia è ancora in quel prato. Si dorme
ammassati nella palestra dove entrano cascate d’acqua, ma siamo giovani e non ce
ne frega un cazzo.
Domani sarà rivolta.
LA ZONA ROSSA
Il venerdì mattina ci troviamo con il network in piazza De Novi. Nell’attivo
della notte precedente alcuni leader millantano di flessibili e catene per
strappare le reti.
Niente di tutto questo.
> Appena ci avviciniamo alle reti che delimitano la zona rossa ci gasano come
> non mai. A poco servono biglie di ferro e pioggia di molotov e sanpietrini.
> Rinculiamo verso il mare a manganellate e calci nel culo, ci troviamo sulla
> spiaggia. Siamo una marea, ci lasciano una via d’uscita, da lì è per tutto il
> pomeriggio scappiamo dalle cariche, raggiungendo spesso il corteo
> disobbediente, caricato senza motivo malgrado fosse autorizzato.
Noi sfasciamo tutto quello che troviamo, banche, assicurazioni, quei pochi
negozi di un certo peso che non erano difesi. Assaltiamo supermercati per bere e
mangiare, entriamo nel cortile di un istituto di vigilanza e non resta più
nulla degli uffici e dei mezzi. Insomma finalmente il nostro 1977!
Ci scontriamo a più riprese con le forze dell’ordine, dal tettuccio di una
camionetta vista la mal parata un carabiniere spara diversi colpi. Siamo vestiti
di nero, siamo orgogliosamente Antifa e con noi c’è un pezzo di black bloc, già
in quella piazza a qualcuno l’alleanza con quei gruppi che prima era stata
voluta fortemente ora va stretta e veniamo anche aggrediti da quattro stronzi,
ma ci vuole ben altro per fermarci e arriverà, ma per ora è delirio che
aspettavamo da tempo, ma la verità era che stavamo scappando. Un centinaio tra
collettivi, centri sociali, realtà autorganizzate, sindacati di base si
allontanano dalla zona rossa quando per oltre un anno avevamo promesso di
invaderla. Obiettivo mancato, ma le notizie peggiori dovevano ancora arrivare.
Nel tardo pomeriggio c’è una tregua, ormai il campeggio è vicino. La gente di
Genova applaude, sappiamo che il corteo dei disobbedienti ha reagito alle
cariche le fdo sono scappate a più riprese.
Insomma non sempre i contenuti più radicali si traducono in fatti e viceversa,
ma come dicevo va bene così. Arrivano le prime notizie ed è uno shock, si parla
di 3 morti tra i manifestanti. Arriva un compagno e ci racconta di aver visto a
pochi metri da lui un ragazzo colpito in testa da un proiettile e poi investito
da un defender dei carabinieri.
> Quel ragazzo è e sarà per sempre Carlo Giuliani.
Da Milano confermano quella notizia. Siamo frastornati, devastanti da una
giornata durissima e con il peggiore dei finali. C’è spazio anche per le
tensioni e gli scazzi. Alcuni di noi se ne tornano a casa, in un pò rimaniamo.
Il gruppo non si riprenderà più, altre esperienze nasceranno ma non fanno parte
di questa storia. Chi rimane deve portare a casa il corteo del sabato, ma
nessuno ha più voglia di piazza, comunque ci massacrano, per la prima volta ho
provato il panico vero. Lo stato ha ripreso in mano la situazione, e sarà
vendetta. Prima in piazza, poi nelle celle improvvisate di Bolzaneto e infine
nella scuola Diaz. Di queste storie sappiamo tanto, magari non tutto ma di
sicuro abbastanza per odiarli per sempre, di ritorno da Genova mi faccio il
primo tatuaggio: un acab sulle dita della mano sinistra, ormai scolorito ma
sempre di valore.
Grazie Checco.
Di sera in un gruppetto decidiamo di non tornare a Milano ma andiamo al mare,
chissà dove.
Viviamo sospesi, allo sbando per un notte e un giorno, Mela ha conosciuto E. e
da quei giorni non si lasceranno per molti anni. Insisto per tornare a Milano,
ci sono iniziative, non ci si può chiudere in casa men che meno fare i turisti
politici. A Milano al primo corteo si caccia il PDS con l’iconica bandiera rossa
e la quercia nel cerchio bianco.
Ma quale pds ma quale alberello un solo comunismo falce e martello. Evabbè.
> Come dicevo il nostro gruppo si divide non senza lacerazioni e sofferenze,
> nulla rispetto a quello che ci aspetta da lì a un anno e mezzo, nella notte
> nera di Milano. Ancora la morte, questa volta saranno due nazisti ad uccidere
> Dax. Anche lui come Carlo è dentro la memoria, negli slogan di migliaia di
> donne e uomini che non lo conoscevamo neanche. La morte è una merda ma ci sono
> vite che valgono la pena di essere vissute e questo dobbiamo farcelo bastare.
RITIRATA E RIFLESSIONI
Per un paio d’anni ho seguito vari presidi e iniziative per chi da Genova01 non
è mai uscito, per chi alla fine di quelle giornate ha scontato anni di galera,
poi sono scappato su uno di quei pianeti invivibili. Quando sono tornato sulla
terra ho incontrato Luca che vuole farmi scrivere sta roba e un sacco di gente
in gamba. Erano gli ultimi mesi dell’Onda, un movimento studentesco destinato a
concludersi di lì a poco ma che ha seminato parecchio e ha avuto il merito di
determinare tanto di quello che c’è ora.
> Finalmente assemblee con tante compagne che intervengono e determinano, in
> pochi anni molto era cambiato. Si gettavano le basi per una rivoluzione,
> quella transfemminista che a oggi ritengo l’unico movimento di liberazione
> possibile anche per noi orrendi maschi.
A Genova abbiamo perso? Sì, così come ha perso la generazione degli anni ’70, si
sono perse delle battaglie, dolorose, sanguinose ma la lotta di classe non è
finita. Ci vediamo alla prossima cospirazione raga.
la copertina è di Mkarco via Flcikr
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