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Il caso Fauci riguarda anche noi e Burioni lo sa. Prima parte
Proponiamo di seguito l’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. Interessante è anche l’introduzione all’articolo che il dottore ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Roberto Burioni scrive che «se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi». Credo che abbia ragione, anche se probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non dovrebbe interessarci perché qualcuno desidera vedere Anthony Fauci sul banco degli imputati. Non è questo il punto, e sarebbe altrettanto sbagliato trasformare un’indagine in una condanna anticipata. Mi interessa invece un’altra questione: possiamo davvero difendere l’autonomia della scienza sostenendo, contemporaneamente, che chi ha esercitato un enorme potere in suo nome debba essere protetto dal controllo pubblico? Durante la pandemia abbiamo assistito a una pericolosa sovrapposizione tra persone, istituzioni e “Scienza”. Contestare una decisione diventava facilmente un attacco alla scienza; chiedere documenti poteva essere interpretato come diffidenza; discutere un’ipotesi scientifica poteva trasformarsi in una questione di appartenenza. Oggi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di molto più utile: ricostruire. Servono documenti, comunicazioni, registri dei finanziamenti, protocolli, verbali. Serve confrontare quello che si sapeva nelle stanze delle istituzioni con quello che veniva comunicato ai cittadini. Se le accuse rivolte a Fauci si riveleranno infondate, dovremo riconoscerlo. Se emergeranno omissioni, contraddizioni o errori nella supervisione, il prestigio scientifico non potrà sostituire le risposte. La scienza ha bisogno di libertà. La democrazia ha bisogno di responsabilità. Le due cose non sono nemiche.” La vicenda che si sta sviluppando negli Stati Uniti intorno ad Anthony Fauci va molto oltre il destino personale dell’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Riguarda il rapporto tra scienza e potere, il modo in cui furono gestite informazioni e incertezze durante la pandemia e la responsabilità di chi, in quegli anni, occupava posizioni dalle quali poteva orientare decisioni destinate a incidere sulla vita di milioni di persone. Il 6 agosto la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato americano ha votato, con una netta divisione tra repubblicani e democratici, per contestare a Fauci l’oltraggio al Congresso. Pochi giorni prima, convocato formalmente nell’ambito dell’indagine sulle origini del Covid-19, Fauci aveva invocato il Quinto Emendamento più di cento volte, rifiutandosi di rispondere alle domande sui finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus, sui rapporti con EcoHealth Alliance e con l’Istituto di Virologia di Wuhan e sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti governativi. Il Quinto Emendamento protegge dal dover fornire dichiarazioni che possano contribuire alla propria incriminazione. Fauci aveva quindi il diritto di invocarlo se riteneva che le sue risposte potessero esporlo a conseguenze penali. Rand Paul, presidente repubblicano della commissione, sostiene invece che l’ampio provvedimento preventivo di clemenza concessogli da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca abbia sostanzialmente eliminato questo rischio. La questione è controversa e potrebbe finire davanti a un giudice: Fauci non è stato incriminato per i fatti sui quali è stato interrogato e appellarsi al Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato. Anche la procedura utilizzata da Paul per trasmettere il caso direttamente al Dipartimento di Giustizia potrebbe essere contestata. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare l’importanza di ciò che sta accadendo.  Fauci non è un ricercatore qualunque trascinato davanti alla politica per avere espresso un’opinione sgradita. Ha diretto per quasi quarant’anni una delle più importanti istituzioni sanitarie americane, amministrando e orientando enormi programmi di ricerca, e durante la pandemia ha acquisito un’influenza che pochi funzionari pubblici hanno avuto nella storia recente. Per milioni di persone è diventato il volto della risposta scientifica al Covid. Le sue parole venivano riprese in tutto il mondo e le sue valutazioni contribuivano a stabilire non soltanto quali politiche sanitarie adottare, ma anche quali posizioni dovessero essere considerate scientificamente accettabili. Per questo ha ricevuto onorificenze in molti paesi, compreso il nostro. Questa identificazione tra un uomo e “la scienza” è stata uno degli errori degli anni della pandemia. La scienza non è Fauci, non è un ministero e non è un’agenzia governativa. È un metodo fondato sul dubbio, sul confronto tra ipotesi, sulla verifica e sulla possibilità di correggersi. Le istituzioni scientifiche sono invece organizzazioni umane, con gerarchie, interessi professionali, finanziamenti, reputazioni da difendere e gli stessi meccanismi di autoprotezione che possiamo trovare in qualunque altra struttura di potere. Criticare chi dirige queste istituzioni non significa quindi attaccare la scienza. Può significare esattamente il contrario. I diari di Fauci Tra i documenti che stanno contribuendo a ricostruire i primi mesi della pandemia ci sono oltre mille pagine di annotazioni di Fauci, conservate sui computer governativi e successivamente recuperate dal Dipartimento della Salute americano. I diari non dimostrano che Fauci conoscesse l’origine di laboratorio del SARS-CoV-2 e non dimostrano che abbia mentito al pubblico. Sono interessanti perché permettono di seguire quasi in tempo reale ciò che pensava e discuteva mentre le informazioni sul nuovo virus cominciavano ad arrivare dalla Cina. Già il 26 gennaio 2020 Fauci annotava che i dati epidemiologici e genetici suggerivano che le prime infezioni fossero precedenti al focolaio del mercato di Wuhan e che quel mercato potesse essere stato soprattutto un luogo di amplificazione della diffusione. Nella stessa annotazione continuava a considerare probabile un’origine animale e poche settimane dopo espresse pubblicamente valutazioni simili. Altri documenti mostrano però che, nelle primissime settimane del 2020, la possibilità di un collegamento con un laboratorio veniva discussa seriamente tra scienziati e funzionari di alto livello. È un elemento che merita attenzione perché l’immagine pubblica che si consolidò successivamente fu assai diversa. L’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio venne rapidamente associata, soprattutto nel dibattito mediatico e sui social, alle teorie complottiste. Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2 e non esiste una prova definitiva che smentisca la fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan. Proprio per questo colpisce la rapidità con cui una possibilità discussa privatamente da scienziati autorevoli venne considerata pubblicamente quasi impronunciabile. Non si può rimproverare a Fauci di avere avuto dubbi nel gennaio 2020. Sarebbe assurdo. Si può invece chiedere se l’incertezza presente nelle discussioni interne sia stata rappresentata con la stessa chiarezza ai cittadini. L’articolo che contribuì a chiudere il dibattito Una vicenda collegata riguarda The Proximal Origin of SARS-CoV-2, l’articolo pubblicato nel marzo 2020 su Nature Medicine che ebbe un’enorme influenza sulla discussione internazionale. Gli autori concludevano che le caratteristiche del virus non sostenevano l’ipotesi di una sua costruzione o manipolazione deliberata in laboratorio. Quel lavoro venne presto utilizzato anche per ridimensionare più in generale la possibilità di un incidente di laboratorio. Le comunicazioni private successivamente acquisite dal Congresso mostrano che, durante la preparazione dell’articolo, alcuni degli autori avevano dubbi e prendevano in considerazione scenari più articolati. Nuovi messaggi resi pubblici dalla commissione di Rand Paul hanno riacceso la discussione sui rapporti tra gli autori, i National Institutes of Health e altri apparati governativi. Bisogna essere prudenti nell’interpretarli: sono documenti pubblicati all’interno di un’indagine fortemente politicizzata e le conclusioni dei repubblicani non possono essere assunte automaticamente come fatti. Resta però legittimo ricostruire come si passò dai dubbi iniziali alle conclusioni pubblicate e verificare quanto pesarono le prove scientifiche e quanto, eventualmente, considerazioni istituzionali e reputazionali. Uno scienziato può cambiare idea, naturalmente, ma quando un articolo scientifico contribuisce a orientare il dibattito mondiale sull’origine di una pandemia, conoscere il percorso attraverso il quale si è arrivati alle sue conclusioni non è curiosità politica ma è parte della storia scientifica della pandemia. AsSIS
August 16, 2026
Pressenza
Commissione Parlamentare d’Inchiesta Covid-19, Dottor Serravalle: “L’inchiesta deve andare oltre lo scandalo mascherine”
Il 7 luglio 2026, su La Verità è stata pubblicata la lettera del Dottor Eugenio Serravalle che richiama un punto decisivo: la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Covid-19 non può fermarsi allo scandalo delle mascherine, degli appalti e delle presunte tangenti. Sono temi importanti, certo, ma non sono gli unici, né forse i più importanti per il futuro della sanità italiana. Il nodo vero riguarda le basi scientifiche e politiche su cui sono stati costruiti Green Pass, obblighi vaccinali e restrizioni. Riguarda ciò che è emerso nelle audizioni, compresi i dati che hanno messo in discussione il presupposto secondo cui vaccinarsi avrebbe impedito la trasmissione del virus e protetto gli altri. Se questa Commissione avrà il coraggio di affrontare fino in fondo queste questioni, potrà rendere un servizio storico al Paese. Se invece prevarrà ancora una volta la convenienza politica, rischieremo di perdere un’occasione preziosa per comprendere davvero gli errori compiuti e non ripeterli. Di seguito la Lettera del Dottor Serravalle: La Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid rischia di commettere un errore che sarebbe imperdonabile: lasciare nell’ombra proprio le acquisizioni scientifiche più importanti emerse nel corso delle audizioni. Sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere al governo il merito di aver istituito questa Commissione e di aver eliminato le sanzioni nei confronti degli over 50 non vaccinati. Sono stati segnali di una reale discontinuità rispetto al passato. Proprio per questo sorprende il silenzio che continua a circondarne i lavori. Fatta eccezione per La Verità e per poche trasmissioni come Fuori dal Coro, gran parte dell’informazione, compresi molti organi di stampa vicini all’attuale maggioranza sembra ignorare ciò che sta realmente emergendo. E quando la Commissione trova spazio sui giornali, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su mascherine, appalti e presunte tangenti. Temi certamente importanti, ma non quelli destinati a incidere maggiormente sul futuro della sanità italiana. Ho avuto l’onore di essere ascoltato due volte dalla Commissione: nella prima audizione ho presentato la documentazione relativa ai gravi danni provocati dai lockdown sui bambini e sugli adolescenti, pochi mesi dopo, molte delle conclusioni che avevo illustrato sono state sostanzialmente confermate anche dalla Commissione d’inchiesta della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. La seconda audizione ha riguardato un tema ancora più delicato: il venir meno del principale presupposto scientifico sul quale erano stati costruiti il green pass e gli obblighi vaccinali, cioè l’idea che vaccinarsi significasse impedire la trasmissione del virus e proteggere gli altri. Già nel luglio 2021 il rapporto dei Cdc sul focolaio di Barnstable, nel Massachusetts, mostrava che il 74% dei casi riguardava persone completamente vaccinate e che la carica virale al momento della diagnosi era sovrapponibile tra vaccinati e non vaccinati. Pochi giorni dopo, il 5 agosto, la direttrice dei Cdc, Rochelle Walensky, dichiarò alla Cnn che i vaccini «non possono più prevenire la trasmissione». Negli anni successivi ulteriori studi hanno dimostrato che con la variante Delta, già dopo circa 70 giorni dalla seconda dose, e con Omicron dopo la terza dose, la carica virale nei vaccinati poteva addirittura risultare superiore a quella dei non vaccinati. Sono dati scientifici pubblicati. Non opinioni. Eppure, invece di discutere questi risultati, durante la mia audizione l’onorevole Zambito sostenne che avessi interpretato male lo studio di Nature Communications nel quale erano riportati quei dati. È una dinamica che purtroppo abbiamo già visto troppe volte: quando le prove mettono in discussione una narrazione consolidata, si preferisce contestare chi le presenta piuttosto che confrontarsi con ciò che realmente dimostrano. Perché questi argomenti, come molti altri emersi nel corso delle audizioni, non trovano spazio nel dibattito pubblico? Perché non diventano oggetto di un serio confronto scientifico e politico? Sono forse meno importanti delle vicende sugli appalti o sulle mascherine? C’è poi una responsabilità politica che non può essere ignorata. Se davvero si voleva voltare pagina rispetto alla gestione Speranza, lo scioglimento del Nitag dopo le proteste contro la mia nomina e quella del professor Paolo Bellavite avrebbe dovuto comportare le dimissioni del ministro Orazio Schillaci. Non è accaduto e il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Piano pandemico già approvato che ricalca sostanzialmente le indicazioni dell’Oms e l’impostazione seguita durante la gestione Speranza. La Commissione ha oggi davanti un bivio: può limitarsi a ricostruire gli errori amministrativi del passato oppure affrontare fino in fondo le questioni scientifiche che determineranno il futuro della sanità italiana. Se avrà il coraggio di scegliere la seconda strada, avrà reso un servizio storico al Paese. Se invece prevarrà ancora una volta la convenienza politica sulla ricerca della verità, avremo perso probabilmente l’ultima occasione per imparare davvero dagli errori commessi. Eugenio Serravalle Medico pediatra AsSIS
July 8, 2026
Pressenza
Influenza aviaria, vaccini e allevamenti intensivi: cosa credete di aver mangiato finora?
UN’ANALISI SCIENTIFICA TRA BIOTECNOLOGIE, NORME EUROPEE E MODELLI PRODUTTIVI Quella carne di pollo o di tacchino che trovate al supermercato a buon prezzo, magari in offerta speciale a pochi euro al chilo, nasconde una realtà che va ben oltre la bella confezione plastificata. Proviene da allevamenti intensivi dove migliaia di animali vivono stipati in pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM — perché in Europa l’uso di soia e mais transgenici è la norma per i mangimi industriali (EU feed protein balance), anche se la legge esenta la carne finale dall’obbligo di etichettatura — e sottoposti a protocolli sanitari intensivi. Lasciamola perdere, ma non per le ragioni “fantascientifiche” o per i complotti che si leggono sui social, facciamo chiarezza evitando il terrorismo mediatico e analizzando i dati scientifici reali, come abbiamo iniziato a fare nell’articolo precedente (clicca qui). 1. I TRATTAMENTI ABITUALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI Nelle grandi filiere industriali, le condizioni ambientali di altissima densità rendono la diffusione di virus e batteri un rischio costante e catastrofico. Per questa ragione, la vita di un tacchino, di un pollo da carne (broiler) o di una gallina ovaiola è scandita da un protocollo sanitario serrato fin dai primissimi giorni di vita. Ecco quali sono i trattamenti e le vaccinazioni di routine a cui sono sottoposti gli animali per evitare epidemie di massa, tra i quali figurano veri e propri vaccini OGM (vivi ricombinanti a vettore virale): * Malattia di Newcastle (Pseudo-peste aviare): Una profilassi applicata a tappeto. Spesso si utilizzano vaccini vivi ricombinanti OGM che impiegano l’Herpesvirus del Tacchino (HVT) come vettore, ingegnerizzato inserendo nel suo genoma il DNA del gene F del virus della Newcastle. Viene somministrato direttamente in incubatoio (in ovo a 18-19 giorni di incubazione o al primo giorno di vita per via sottocutanea). * Malattia di Gumboro (IBD): Colpisce il sistema immunitario dei pulcini. Si previene precocemente con vaccini biotecnologici OGM (vettori HVT modificati in laboratorio per esprimere la proteina virale VP2 dell’IBD, come i prodotti Vaxxitek HVT+IBD, Vectormune HVT-IBD o Innovax-IBD). * Laringotracheite Infettiva (ILT): Un’altra grave infezione respiratoria gestita anch’essa attraverso vaccini vettoriali ricombinanti OGM, generalmente basati su piattaforme HVT o fowlpox (vaiolo aviario) ingegnerizzate. * Bronchite Infettiva (IB): Una patologia respiratoria altamente contagiosa nei capannoni affollati. In questo caso viene contrastata regolarmente tramite vaccini classici (vivi attenuati non ingegnerizzati), somministrati in forma di spray collettivo in incubatoio o nei primi giorni di allevamento. Trattamenti Antibiotici: sebbene l’Unione Europea abbia vietato l’uso di antibiotici come promotori della crescita dal 2006, negli allevamenti intensivi il ricorso agli antimicrobici rimane frequente per scopi terapeutici o metafilattici (trattamento dell’intero gruppo quando si ammala un numero limitato di capi), a causa della facilità con cui le infezioni batteriche si propagano nei grandi gruppi. 2. LA TECNOLOGIA DEI VACCINI CONTRO L’INFLUENZA AVIARIA Il caso dell’Influenza Aviaria: in alcuni allevamenti intensivi ad alto rischio nelle zone di Verona e Mantova è stato avviato un progetto pilota che prevede un ciclo in due dosi: una prima immunizzazione in incubatoio con un vaccino ricombinante OGM (HVT-H5) e un successivo richiamo (booster) con un vaccino inattivato a subunità proteica. Sono quindi due tipi di vaccini differenti: 1. Vaccino vettoriale virale ricombinante (HVT-H5): Utilizza come base l’Herpesvirus del Tacchino (HVT), modificato geneticamente per esprimere la proteina H5 dell’influenza aviaria. Si tratta di un vaccino vivo ricombinante a vettore virale, non a RNA. 2. Vaccino inattivato a subunità (H5): Contiene esclusivamente la proteina purificata dell’emoagglutinina H5, senza la presenza del virus influenzale intero e replicante. Di conseguenza, anche questo non ha alcuna relazione con la tecnologia a RNA. Chiariamo subito la questione principale: i vaccini contro l’influenza aviaria dei polli e dei tacchini sono vaccini genici a RNA? NO. Nel progetto pilota italiano non vengono utilizzati vaccini a RNA o mRNA. I prodotti impiegati appartengono alla tecnologia dei vettori virali ricombinanti o dei vaccini inattivati a subunità, e non prevedono l’inoculo di molecole di RNA destinate a essere tradotte dalle cellule dell’animale. Sebbene l’EMA (il Comitato per i Medicinali Veterinari dell’Agenzia Europea dei Medicinali) abbia avviato consultazioni e pubblicato linee guida sugli aspetti qualitativi dei vaccini a mRNA per uso veterinario, tali linee guida servono unicamente a definire i requisiti regolatori per future domande di autorizzazione; non equivalgono affatto a un’autorizzazione generale al loro utilizzo negli animali da reddito. Ad oggi comunque non esiste alcun vaccino a mRNA autorizzato per animali da reddito in Italia. Sono OGM? SÌ e NO (dipende dall’elemento considerato): SÌ per il vaccino in sé: il vaccino vettoriale (HVT-H5) contiene un Herpesvirus del Tacchino vivo che è stato modificato geneticamente in laboratorio per esprimere l’antigene dell’influenza. Di conseguenza, il principio attivo del vaccino rientra pienamente nella definizione biologica e legale di OGM. Va tuttavia chiarito che secondo la normativa sui mangimi e alimenti, il vaccino non è considerato un OGM alimentare, ma un medicinale biotecnologico (Reg. 726/2004). NO per l’animale e l’alimento: L’animale vaccinato non subisce alcuna alterazione stabile o integrazione del proprio patrimonio genetico, quindi il pollo o il tacchino non diventano OGM. Di riflesso, i prodotti alimentari derivati (carne e uova) non sono considerati alimenti OGM e non richiedono alcuna etichettatura specifica secondo i regolamenti europei e l’animale trattato con vaccino OGM non rientra nemmeno nella definizione di “prodotto ottenuto con OGM” secondo la DG SANCO (Nota 2003). 3. LA CLASSIFICAZIONE OGM E L’IMPATTO SUGLI ALIMENTI Secondo la definizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un Organismo Geneticamente Modificato (OGM) è un organismo (pianta, animale o microrganismo) il cui materiale genetico (DNA) è stato alterato attraverso la “biotecnologia moderna” o “ingegneria genetica”, consentendo il trasferimento di singoli geni selezionati anche tra specie non correlate. Applicando questi criteri ai vaccini avicoli, possiamo fare una distinzione netta: Il vaccino è un OGM: poiché il vaccino vettoriale HVT-H5 contiene un virus vivo modificato geneticamente per esprimere l’antigene H5, il vettore virale in sé rientra nella definizione di OGM. L’animale vaccinato NON diventa un OGM: La vaccinazione non modifica in alcun modo il genoma del pollo o del tacchino in modo stabile. Da questa distinzione deriva la regolamentazione sui prodotti alimentari (carne o uova) derivati da questi animali. Le linee guida internazionali (FAO, OMS, Codex Alimentarius) e le normative dell’Unione Europea definiscono come “alimenti OGM” (o derivati da biotecnologie moderne) solo quei prodotti che contengono, consistono o derivano direttamente da un organismo geneticamente modificato. Il caso di un animale trattato con un vaccino a vettore OGM ricade invece nella categoria dei prodotti ottenuti “con l’impiego di” OGM. Di conseguenza, l’alimento finale non viene classificato come OGM, poiché non contiene microrganismi modificati né il suo genoma è stato alterato. Esiste una marcata differenza legislativa tra gli alimenti prodotti da OGM e quelli prodotti con l’ausilio di OGM. I regolamenti europei di riferimento (Reg. CE 1829/2003 e Reg. CE 1830/2003) impongono l’obbligo tassativo di tracciabilità ed etichettatura per tutti i prodotti e i mangimi che contengono, consistono o sono prodotti a partire da OGM (con una tolleranza dello 0,9% per mangimi ed alimenti solo in caso di presenza accidentale o tecnicamente inevitabile). Tuttavia, lo stesso Regolamento 1829/2003 esenta da tale obbligo una fetta importante della filiera agroalimentare: Soia OGM nel mangime ──> Il MANGIME deve obbligatoriamente indicare “OGM” in etichetta Pollo nutrito con quel mangime ──> CARNE e UOVA NON devono essere etichettati OGM Allo stesso modo, se un animale viene sottoposto a profilassi vaccinali che includono vettori OGM (come il vaccino HVT-H5), i prodotti alimentari derivati non diventano legalmente “alimenti OGM” e non sono soggetti ad alcun obbligo di dichiarazione in etichetta. Poiché la normativa europea non impone di specificare se un animale sia stato alimentato con mangimi transgenici o trattato con farmaci biotecnologici, l’uso di diciture pubblicitarie come “Senza OGM” o “Non alimentato con OGM”rientra esclusivamente nei claim volontari. I produttori che scelgono di inserire tali claim devono poterne dimostrare la fondatezza lungo tutta la filiera produttiva, avvalendosi di disciplinari interni, sistemi rigidi di segregazione delle materie prime, procedure di autocontrollo e certificazioni di filiera rilasciate da enti terzi privati. Sono, ovviamente, i prodotti che preferiamo e utilizziamo, e che vorremmo avessero la massima diffusione e visibilità. 4. IL MODELLO INTENSIVO E I FAKE-ALLARMISMI DEL WEB Questo massiccio ricorso alla chimica e alle biotecnologie non deve essere usato per fare terrorismo psicologico o per diffondere la falsa notizia che “mangiamo carne trattata con vaccini genici”. Il vero problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza. L’esigenza di ricorrere a piani vaccinali così serrati e complessi negli allevamenti avicoli è la diretta conseguenza di un modello industriale intensivo che, per l’elevatissima densità di capi e le condizioni ambientali di stabulazione, crea un terreno epidemiologico estremamente fragile. In contesti simili, la circolazione virale trova praterie biologiche che rendono la profilassi l’unica barriera rimasta per evitare abbattimenti di massa e disastri economici. Per uscire dal circolo vizioso delle emergenze sanitarie e della dipendenza da profilassi biotecnologiche di massa, non possiamo limitarci a correggere il tiro: dobbiamo cambiare prospettive. Il modello biologico non deve essere un lusso per pochi, ma l’unico orizzonte scientificamente sostenibile per la salute animale e umana. Tuttavia, occorre essere intellettualmente onesti: non è possibile produrre carne con standard biologici per i volumi di consumo attuali. Il modello intensivo esiste solo per soddisfare una domanda globale di proteine animali a basso costo e ad alta frequenza. Passare al biologico significa, inevitabilmente, ridurre drasticamente il consumo individuale di carne, trasformandola da bene di consumo quotidiano e seriale a alimento di alta qualità, consumato con consapevolezza e misura. Solo attraverso un ritorno a pratiche rispettose della biologia animale possiamo ricostruire una barriera protettiva di salute integrata, riducendo alla radice la necessità di interventi farmacologici e garantendo una reale robustezza biologica: * Riduzione della densità animale: gli allevamenti intensivi aumentano il rischio epidemiologico. Ridurre il numero di capi per metro quadrato è la prima e più potente misura di biosicurezza, poiché interrompe la catena di trasmissione rapida dei patogeni. * Accesso all’aperto e luce solare: Il contatto con l’ambiente esterno, l’aria pulita e la radiazione solare non sono “comfort” estetici, ma requisiti biologici che attivano le difese immunitarie intrinseche, rendendo gli animali meno suscettibili alle infezioni. * Rispetto dei ritmi naturali di crescita: La zootecnia industriale forza la crescita degli animali (specialmente dei polli broiler) in tempi brevissimi, portando l’organismo al collasso metabolico. Rispettare i tempi fisiologici significa allevare animali strutturalmente sani e capaci di una risposta immunitaria autonoma. * Sostegno alla biodiversità delle razze: L’industria punta su pochissimi ibridi standardizzati, geneticamente identici e quindi tutti ugualmente vulnerabili agli stessi virus. Recuperare le razze locali e la diversità genetica significa creare una “difesa biologica” naturale contro le pandemie animali. In questi giorni il web è letteralmente invaso da false affermazioni sui vaccini genici e OGM, create ad arte per incutere paura, strappare qualche like o soddisfare un ego tracimante ma drammaticamente poco informato. Questo sciacallaggio digitale è il peggior nemico del cambiamento: lanciare allarmi infondati non fa altro che screditare le critiche legittime contro il sistema industriale. Non si difende la salute pubblica, del consumatore e del benessere animale urlando bufale su tecnologie inesistenti (come i vaccini a RNA nei polli), ma: * Analizzando con dati scientifici trasparenti e rigorosi i profili regolatori e le tecnologie reali, senza filtri ideologici, mistificazioni o asimmetrie informative. * Promuovendo un modello dove l’animale non sia una macchina da produzione, ma un essere vivente integrato in un ecosistema. La risposta di lungo periodo non è un nuovo vaccino o un nuovo antibiotico, ma una scelta di civiltà: mangiare meno carne, ma che sia carne sana, biologica e rispettosa della vita. AsSIS
June 5, 2026
Pressenza
Scompare l’antitetanica: la salute sacrificata alle logiche di mercato
Eliminato il vaccino monovalente, resta l’obbligo di accettare soluzioni combinate: meno scelta, più imposizione Non è un’indiscrezione, non è un complotto, è una manovra di mercato scritta nero su bianco, eseguita con la freddezza di chi considera i pazienti non come persone, ma come numeri di serie su una catena di montaggio. Il vaccino antitetanico monovalente (IMOVAX TETANO) sparirà dall’Italia entro il 2026. Non lo tolgono perché non funziona, lo tolgono perché non rende abbastanza. E la cosa più insopportabile è la spocchia con cui questa decisione viene servita al pubblico. Si sono dotati di un alibi, la “Scienza” è usata come scudo.  L’azienda produttrice ha il coraggio di dichiarare che il vaccino è sicuro, efficace e privo di difetti qualitativi, ma lo ritira comunque. Perché? Per “allineamento alle raccomandazioni”. Siamo davanti a un esercizio di ipocrisia senza precedenti: usano il prestigio della scienza per nascondere una banale operazione di upselling. L’upselling è quella tecnica commerciale in cui un venditore sprona il cliente ad acquistare una versione più costosa, sofisticata o “premium” del prodotto che intendeva comprare inizialmente. E’come se un concessionario smettesse di venderti un pezzo di ricambio perché “la scienza consiglia l’acquisto dell’intera auto“. Vogliono venderti tre vaccini al prezzo di uno, e ti dicono che lo fanno per il tuo bene. La logica è tanto semplice quanto spietata: * Produrre un vaccino singolo costa e frammenta il mercato. * Vendere il pacchetto “3 in 1” (Difterite-Tetano-Pertosse) semplifica la logica industriale e massimizza i profitti per singola iniezione. Nessun supermercato arriva a tanto. Ma la salute non è un menu fisso dove non puoi cambiare il contorno. Questa è un’offesa alla libertà terapeutica, l’arroganza della ditta sta nel decidere, unilateralmente, che le tue esigenze cliniche specifiche sono meno importanti della loro ottimizzazione dei costi. Se hai bisogno solo del tetano, ti becchi anche il resto, prendere o lasciare. Decidono loro cosa deve entrarti in corpo. La manovra è meschina: in Italia, la vaccinazione antitetanica è obbligatoria per tantissime categorie di lavoratori. Togliendo il monovalente, la ditta (col silenzio assenso delle istituzioni) mette milioni di persone in trappola: 1. La Legge ti obbliga a proteggerti dal tetano. 2. La Ditta ti toglie l’unico strumento mirato per farlo. 3. Il Risultato: sei costretto a subire somministrazioni superflue di antigeni contro malattie che non ti riguardano o per cui sei già protetto, solo per poter lavorare. È una coercizione sanitaria indiretta alimentata dall’avidità. Un lavoratore che chiede solo di essere in regola con la sicurezza sul lavoro diventa l’ostaggio di un consiglio di amministrazione che vuole pompare i margini di guadagno. L’arroganza si trasforma in ridicolo quando guardiamo oltre il confine: in Germania, Svizzera, Polonia e Paesi Bassi, per esempio, la “scienza” (che dovrebbe essere universale) permette ancora l’uso del monovalente. Perché lì sì e qui no? Forse perché all’estero i cittadini non accettano di essere trattati come consumatori passivi? La soluzione proposta è un insulto: “Potete sempre importarlo dall’estero”. Quindi, lo Stato e l’azienda distruggono la distribuzione interna per poi costringerti a implorare un farmaco tramite procedure burocratiche estenuanti. È disorganizzazione spacciata per razionalizzazione. Se oggi accettiamo che una multinazionale possa decidere di eliminare un farmaco essenziale e mirato solo per spingere versioni “multitasking” più redditizie, abbiamo rinunciato al concetto stesso di medicina. Domani ci toglieranno altre opzioni: ci abitueranno a protocolli standardizzati dove il parere del medico e la volontà del paziente contano zero di fronte ai grafici di vendita. La salute dei cittadini è trattata come la gestione del bestiame: meno scelta, più profitti. Non è progresso, è un ritorno al medioevo dei diritti. Difendere il vaccino monovalente è una battaglia per la dignità umana contro l’arroganza di chi vuole decidere cosa deve scorrere nelle nostre vene in base al prezzo delle azioni in borsa. Basta maschere, questa non è scienza, è solo business sulla nostra pelle. AsSIS
May 9, 2026
Pressenza