Tag - esteri

Israele: campo di sperimentazione delle strategie di controllo
Un’indagine condotta dal giornale indipendente israeliano Haaretz ha portato alla luce una scomoda verità che si proietta in un futuro prossimo distopico e strappa via la maschera ipocrita dietro alla quale si nascondono certe democrazie o presunte tali. Se la fonte è israeliana, allora rischia di rompersi la perfida macchina mediatica lanciata a folle velocità contro i cosiddetti fiancheggiatori del terrorismo palestinese ed arabo. L’esercito israeliano da tempo ha organizzato personale per attività di formazione di soldati e funzionari al fine di manipolare l’opinione pubblica di tutto il mondo, spingendola ad assumere posizioni filosioniste e di aperto sostegno ad Israele. La notizia non è nuova, risale all’estate di un anno fa, quando è stato reso pubblico un Bando del Ministero della Difesa a cui è seguito un articolo pubblicato da +972. Parliamo di un programma di formazione di personale militare selezionato per operare dentro e fuori i confini di Israele, al fine di addomesticare l’opinione pubblica costruendo una articolata campagna di disinformazione. Non parliamo solo di fake news, ma di strategie complesse per manipolare opinioni e comportamenti, corsi di psicologia, di inglese e di informatica. E questa opera di distruzione della ragione e della veridicità delle fonti si avvale di docenti universitari ai quali non viene svelata la reale entità degli studenti che poi sono membri dell’intelligence. Una situazione surreale nella quale contractor e membri dell’intelligence, in veste di corsisti, sono avvolti nel mistero e protetti dall’anonimato con generosi contributi pubblici e privati. Siamo davanti a un progetto di lungo corso che si avvale di enormi capitali per acquistare giornali e organi di informazione, promuovere campagne mediatiche a largo spettro, una strategia che può contare sul sostegno di uno Stato e di importanti finanziatori legati a doppio filo al sionismo. Da non dimenticare la scalata a giornali e gruppi editoriali che hanno avuto un certo peso nella campagna di denigrazione e criminalizzazione della Resistenza palestinese. La narrativa militare israeliana sta facendo passi da giganti ed è parte integrante della strategia di guerra e dello stesso genocidio. Se l’obiettivo è quello di plasmare l’opinione pubblica, allora Israele è un laboratorio avanzato di queste tecniche manipolatorie pronte ad essere utilizzate per trasformare la realtà, pettinando le notizie ad uso e consumo della propaganda sionista. Parliamo di strategie variegate, ma anche di divisioni dell’esercito incaricate di svolgere questi compiti boicottando, prendendo di mira i giornalisti e le voci indipendenti, critiche verso l’operato dell’esercito di Israele. Una fabbrica della menzogna che tempestivamente invia notizie manipolate a giornalisti pronti a svolgere il loro lavoro al servizio della propaganda sionista, la fabbrica riesce ad intervenire in ogni sfera sociale, in ogni ambito della vita di un paese, il giornalismo indipendente alla fine viene neutralizzato, messo in un angolo, viene negato l’accesso alle conferenze stampa, alle informazioni indispensabili per svolgere un lavoro di qualità. In sostanza, emerge che l’apparato della difesa israeliano addestra soldati e funzionari della difesa per “influenzare la coscienza pubblica” in Israele e all’estero. Quanto avviene in Israele dovrebbe riguardarci da vicino, giacché la lunga mano dell’esercito e dei poteri forti nel campo della manifattura di guerra irrompe nella società, controlla e manipola l’opinione pubblica, entra nella società civile controllandola, nelle scuole e nelle università. L’interesse dell’esercito per i media è veramente preoccupante come anche la presenza di esponenti dell’élite militare e dell’intelligence negli atenei consapevoli che questi corsi non saranno classificati, nel frattempo l’intelligence raccoglie dati, plasma e indirizza l’opinione pubblica dove meglio desidera. Bibliografia: https://it.insideover.com/media-e-potere/320-esperti-allanno-lesercito-israeliano-forma-truppe-dassalto-per-la-guerra-dellinformazione.html#google_vignette https://www.972mag.com/leaked-idf-propaganda-israel-intelligence Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Da Al-Dhafra a Sigonella: la rotta dei Triton
Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l’attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell’isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall’industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare? Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran. Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo. A partire dall’inizio del 2026, il “Triton” di US Navy (codice di registrazione 169660 / VVPE660) era impiegato per svolgere dagli Emirati operazioni di intelligence, riconoscimento e sorveglianza delle acque del Golfo Persico, propedeutiche all’individuazione di alcuni obiettivi militari e civili iraniani che sono stati colpiti dai bombardieri e dai sistemi missilistici di Washington e Tel Aviv dopo il 24 febbraio. Gli MQ-4C “Triton” sono tra i droni più avanzati e sofisticati delle forze armate USA per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di sorveglianza dei corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati d’intelligence sulle forze “nemiche”. I droni sono basati sulla piattaforma dell’RQ-4 “Global Hawk” prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione “madre” entrata in funzione con l’US Air Force, questi velivoli montano una struttura alare rinforzata per operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, i “Triton” possono operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. I velivoli godono di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche. Quello giunto a Sigonella dallo scalo emiratino di Al Dhafra non è però l’unico “Triton” utilizzato per la campagna bellica contro Teheran. Fin dalla vigilia dell’attacco USA ed israeliano, non c’è stato giorno che dalla stazione aeronavale siciliana non siano decollati verso il Medio Oriente droni MQ-4C di US Navy. Sigonella ha assunto un ruolo chiave per l’individuazione di potenziali obiettivi da colpire in Iran. “Questi velivoli tracciano i movimenti navali militari e il traffico commerciale e svolgono un’efficace allerta preventiva contro potenziali minacce asimmetriche”, spiegano gli analisti del sito ItaMilRadar che monitorizza i voli militari nel Mediterraneo. Le attività dei “Triton” sono poi propedeutiche alle operazioni di attacco vero e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste nordorientali iraniane, presso il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio. Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di Kharg, terminal petrolifero da cui viene esportato quasi il 90% del greggio di produzione iraniana. Sia il distretto di Bushehr che l’isola di Kharg sono stati oggetto di un massiccio bombardamento USA, la notte del 14 marzo. E’ indubbio che senza il monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target da parte del “Triton” di Sigonella, non sarebbe stato possibile effettuare con successo gli strike. L’installazione di Sigonella ha svolto un ruolo chiave anche durante i bombardamenti israeliani contro l’Iran nel giugno 2025. Poche ore dopo l’attacco ai siti nucleari di Fordow, Natanz ed Esfahan, un drone MQ-4C “Triton” ha effettuato una lunga missione nello spazio aereo del Golfo Persico, sorvolando lo Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi nel corso della mattinata del 22 giugno, probabilmente per spiare le reazioni dell’Iran all’attacco dei bombardieri B-2 e avere piena conoscenza di quanto accadeva alle forze navali USA presenti nell’area. Dal 18 aprile un “Triton” è stato trasferito dalla base di Sigonella a quella di Muwaffaq Salti, nel distretto di Zarqa, Giordania; da lì, dopo il 21 aprile, ha svolto numerose attività di intelligence top secret nell’area mediorientale. “Dallo scalo militare giordano, il drone statunitense può monitorare attivamente l’Iraq, la Siria, il corridoio del Mar Rosso, lo Stretto di Hormuz e parti della Penisola arabica, mantenendo inoltre una flessibilità operativa in tutto il Golfo”, spiegano gli analisti di ItaMilRadar. “La decisione di riposizionare il Triton presso la base aerea “Al Hussein” sembra rispondere a considerazioni di tipo operativo e politico. Il trasferimento in un’area prossima al Golfo consente alla Marina statunitense di ridurre i tempi di spostamento e di accrescere la presenza in orbita sulle aree critiche come lo Stretto di Hormuz (…) Operando dalla Giordania, l’MQ-4C riduce l’esposizione politica come invece è accaduto con un hub tradizionale come quello di Sigonella”. Il trasferimento del drone da Sigonella alla Giordania ha accresciuto le potenzialità operativa dell’assetto bellico, ma è probabile che abbiano pesato sulla scelta di Washington le preoccupazioni espresse dall’opinione pubblica italiana sul progressivo coinvolgimento del nostro paese nell’escalation del conflitto contro l’Iran, dopo che sono stati documentati i voli spia di droni e pattugliatori dalla Sicilia e il via vai dallo scalo di Aviano (Pordenone) di aerei tanker per il rifornimento in volo. La Giordania non ha portato fortuna ai droni “Triton” di Sigonella. La mattina di giovedì 7 maggio, l’MQ-4C registrato con il codice 169804-Overlord02, dopo la partenza dalla base “Al Hussein” è sparito ai radar mentre sorvolava lo spazio aereo a nord dell’Arabia Saudita. Il velivolo aveva trasmesso qualche minuto prima il codice di emergenza internazionale. Un altro incidente era avvenuto il 9 aprile ad un analogo velivolo senza pilota di US Navy. In quell’occasione il “Triton” era decollato però da Sigonella per poi sparire in volo mentre sorvolava il Golfo Persico. Ad oggi restano ancora ignote le cause della “scomparsa”: abbattuto dalla controaerea iraniana o precipitato in mare per un guasto tecnico? Quel che è certo è che il 16 aprile è stato trasferito a Sigonella dalla Naval Air Station di Jacksonville, Florida, un velivolo gemello. ItaMilRadar ha tracciato il volo sull’Atlantico di un Northrop Grumman MQ-4C “Triton” (codice VVPE602), dagli Stati Uniti alla Sicilia. “Questa nuova dislocazione si è resa prontamente necessaria per rimpiazzare il velivolo perduto lo scorso 9 aprile nel Golfo Persico”, hanno spiegato gli analisti. “Il nuovo arrivo consentirà alla Marina militare statunitense di mantenere inalterate le proprie capacità di intelligence a lungo raggio nel teatro operativo”. Come abbiamo visto, due giorni dopo il drone d’intelligence ha raggiunto la base aerea giordana. I “Triton” operano dalla base siciliana dal 2024. In quell’anno furono registrati quattro arrivi di droni dagli Stati Uniti d’America. Il primo velivolo giunse il 30 marzo; il secondo il 19 aprile; il terzo il 18 luglio e il quarto il 7 settembre. Da allora i droni sono stati impiegati operativamente in missioni di intelligence e riconoscimento nel Mediterraneo centrale ed orientale (fino a Gaza e alle coste di Israele, Siria e Libano), in nord Africa (principalmente a largo delle coste libiche) e in est Europa (a supporto delle attività belliche ucraine contro la Russia). Immancabilmente Sigonella e la Sicilia intera vanno in ogni guerra… Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Articolo pubblicato in Le Siciliane-Casablanca, n. 91, maggio 2026- Pubblicato anche su www.antoniomazzeoblog.blogspot.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La “Repubblica tecnologica” di Palantir: per una nuova società distopica, sempre in mano ai capitalisti
La “Repubblica Tecnologica” è il titolo di un documento strategico della Big Tech Palantir, pubblicato su X poche settimane orsono1, il cui fine è quello di sdoganare definitivamente l’idea che la società tecnologica sia edificabile soprattutto a partire dal settore militare. La narrazione, dal punto di vista economico, segue più o meno il copione canonico dei capitalisti contemporanei: la visione di una nuova era tecnologica che impone la padronanza e l’utilizzo massivo delle strumentazioni e tecnologie di ultima generazione, da cui dipenderà anche la crescita del paese. L’idea di fondo è semplice: dopo anni di processi innovativi che hanno rivoluzionato l’industria e la tecnologia, anche la Silicon Valley deve onorare un debito morale verso gli USA e da qui scaturisce quello che Palantir definisce «l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione». Obbligo che l’azienda estenderebbe, esplicitamente, all’intera popolazione. «La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente scrollato le spalle di fronte alla criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane». Si tratta, dunque, dell’idea che i monopoli capitalistici debbano estendere il proprio controllo sulla popolazione al di là dei poteri dello Stato, e indipendentemente da questo. In quest’ottica vanno letti i molteplici accordi che Palantir sta stringendo con le grandi aziende del settore militare, non ultimo quello con Anduril2. Questo accordo consentirà di sfruttare le tecnologie di Palantir per strutturare, etichettare e preparare i dati della difesa per l’implementazione dei sistemi di sicurezza nazionale, che sono votati non solo al monitoraggio delle minacce estere ma anche alla sorveglianza della popolazione statunitense. Nel documento di Palantir, infatti, si descrive un paese (gli USA) perennemente sotto minaccia a cui compete l’obbligo del riarmo e la efficacia di ogni tempestiva e puntuale operazione militare. Tutto quel che vada a rafforzare la supremazia tecnologica e militare USA è benvenuto in nome della sicurezza nazionale e non sono ammesse critiche o titubanze di sorta.  L’idea della nazione, e quindi del sorgere di una ideologia nazionalista nuova, trova corpo nell’efficienza dell’apparato tecnologico e militare, ragion per cui ciascun cittadino dovrà fare la propria parte affinché la guerra non sia demandata solo ai militari professionisti: «il servizio nazionale sia un dovere universale». Viene perciò prefigurata una società distopica nella quale saranno centrali il settore militare e quello tecnologico, e in cui ogni richiesta delle forze armate dovrà essere esaudita, diventando immediatamente un obiettivo di rilevanza strategica attorno al quale lavorare con adeguate risorse e strumenti – sia economici che politici e legislativi. Nel documento ci sono poi altri aspetti interessanti. Ricorderemo, ad esempio, la richiesta della destra statunitense di accrescere lo stipendio dei militari accordando loro anche forme di sanità e di welfare agevolate e ampliate rispetto ai comuni mortali… ebbene, questi principi li ritroviamo pienamente in Palantir, che pensa a una nuova centralità del pubblico – dove per “pubblico” si intenda non solo la tradizionale macchina militare ma anche la subordinazione a questa dei servizi civili ad essa piegati. Non si tratta, dunque, di un segnale di rinnovato statalismo, quanto piuttosto di un composito processo di militarizzazione della società. Complessivamente il messaggio lanciato da Palantir è tanto semplicistico da apparire rozzo: basta con messaggi complicati e con il politically correct. E basta pure con la tolleranza e l’accoglienza. La società da costruire ricorda un fortino assalito da nemici e da difendere ad ogni costo, per andare a costruire una nuova società nella quale l’IA e gli apparati militari dovranno farla da padrona. La “vecchia America” del New Deal è morta e sepolta e gli USA sarebbero addirittura in credito con il mondo per avere promosso una lunga era di pace – o, come è stata definita, «una pace straordinariamente lunga». Lo stesso riarmo di Germania e Giappone sarebbe stato ostacolato dal disarmo imposto all’indomani della Seconda guerra mondiale, durato troppo a lungo, che avrebbe leso gli interessi statunitensi e della stessa Europa. Non manca, infine, la mera esaltazione di Musk, visto come una sorta di cavaliere della nuova era nato per «contrastare la diffusa intolleranza verso la fede religiosa in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite verso la fede religiosa è forse uno dei segnali più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisca un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere». Il manifesto di Palantir dichiara inoltre la necessità di un cambiamento radicale della stessa cultura sociale, con la democrazia e il pluralismo visti come un lusso del tutto inutile: «Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di sostanza. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo resistito alla definizione di culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?». Sarà… ma è in nome dell’inclusività che Palantir, da ben tre anni, non versa un dollaro al fisco?3 Questa prefigurata tecnocrazia industrial-militare, dunque, rappresenta un’autentica minaccia alla libertà individuale e alla democrazia rappresentativa. Il fatto che una multinazionale possa esprimerla con un post sui social adatto al grande pubblico è un preoccupante indice delle capacità egemoniche di questa ideologia. Per ulteriori approfondimenti: https://grad-news.blogspot.com/2026/05/caffe-e-cornetto-il-manifesto-di.html Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. R. Agrawi, «Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra, 1 maggio 2026, https://contropiano.org/interventi/2026/05/01/palantir-e-lalleanza-tra-capitale-monopolistico-ed-estrema-destra-0194557. 2 Cfr. Reuters, Palantir, Anduril sign partnership for AI training in defense, 6th December 2024, https://www.reuters.com/technology/artificial-intelligence/palantir-anduril-sign-partnership-ai-training-defense-2024-12-06/. 3 Cfr. A. Cesana, Sono le tasse il vero “Anticristo” di Palantir, che non versa un dollaro al fisco da tre anni, 18 marzo 2026, https://altreconomia.it/sono-le-tasse-il-vero-anticristo-di-palantir-che-non-versa-un-dollaro-al-fisco-da-tre-anni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL18326ANS. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Piano Mattei due anni dopo: dalla retorica al bagno di realtà
Il 13 e il 14 febbraio, ad Addis Abeba, s’è svolto il secondo vertice Italia-Africa, presentato dal Governo Meloni come “nuova tappa dell’impegno italiano volto a promuovere un partenariato politico ed economico strutturato con le Nazioni africane (…) secondo gli assi strategici del Piano Mattei”1. A distanza di due anni dal primo summit, svoltosi a Roma nel gennaio 2024, il governo ha continuato a indicare il suddetto piano come un’autentica svolta nella politica estera italiana. Perché capace di introdurre un nuovo modello nei rapporti con il continente africano, distinto da partenariati all’insegna della reciprocità. Certo, al principio di quest’anno il rapporto tra il governo di destra e parte del sistema mediatico nostrano ha iniziato a logorarsi: perciò, rispetto al passaggio in questione diverse testate hanno mantenuto una certa misura. Nel 2024 e nel 2025, invece, esse s’erano largamente appiattite sulle rappresentazioni ufficiali. Un atteggiamento intermedio aveva invece distinto alcuni dei circoli che cercano di influenzare la politica estera italiana. Lo attesta un position paper pubblicato nell’agosto 2024, e redatto dai think thank che compongono la “Comunità Italiana di Politica Estera”2. In esso non mancano le lusinghe, ma l’atteggiamento di fondo è quello di chi blandisce per veicolare meglio i suoi consigli. Avanzando persino qualche notazione critica, come quella riguardante la scelta dei nove paesi interessati dai progetti pilota. Invero, col tempo la lista degli Stati coinvolti è andata aumentando. Ma l’elenco dei paesi d’avvio rimane fortemente indicativo. Perché segnala un forte “sbilanciamento sul versante nord: 4 Paesi su 5 in Nord Africa, con la Libia come unica eccezione, mentre quelli subsahariani sono 5 su 49”3. Questa, per capirsi, era la lista iniziale: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Mozambico, Kenya ed Etiopia. Da dove veniva una scelta siffatta? Tra le spiegazioni addotte dai già citati pensatoi ve n’è una particolarmente significativa, legata al fatto che “con la sola eccezione dell’Etiopia, in tutti questi Paesi opera ENI, a più riprese coinvolta in anni recenti nella promozione dei rapporti tra Italia e alcuni Paesi africani”4. Dunque, trattasi di un’ulteriore conferma del peso determinante, nella politica estera italiana, di questa multinazionale del settore energetico. La quale, del resto, rimane uno dei pochi colossi economici nostrani. Però, il fatto che l’Eni incida in questi termini può rappresentare una anomalia. Certo, anche in altri paesi capitalistici le multinazionali tentano di sospingere la politica estera in una determinata direzione. Ma, dato che spesso si tratta di una pluralità di soggetti, la dinamica che si determina risulta differente. I governi di riferimento non si limitano al ruolo di esecutori di volontà esterne, ma s’impegnano nel comporre in un unico disegno le istanze di vari soggetti economici. Qui, invece, pare che di entità imprenditoriali d’un certo peso ve ne sia una sola. Attenzione, però: quel che stiamo esplicitando viene più che altro accennato dai think thank, i quali confidano in una capacità di rado posseduta da chi sta in alto: quella di leggere tra le righe. Più schietta, nel criticare l’Esecutivo, è risultata una testata indipendente come il Post. Cui dobbiamo, nei giorni del primo vertice Italia-Africa, un articolo volto a esporre le non poche carenze del Piano in oggetto5. Piano che allora veniva indicato come disegno sganciato da qualsiasi logica predatoria e neocolonialista. Il governo cercava di evocare una radicale lontananza dalle modalità con cui la Francia ha sempre condotto il suo intervento in Africa. D’altra parte, negli ultimi anni il continente in questione ha visto una progressiva perdita di peso di Parigi lecui forze armate sono state espulse da diversi Stati dell’Africa Occidentale, desiderosi di allentare i rapporti con un partner a dir poco ingombrante. Dunque, era normale che l’esecutivo Meloni rivendicasse una filosofia diversa da quella che ha portato al declino dell’Eliseo. Senonché sotto questo profilo si è subito commesso un errore, che forse va oltre il galateo istituzionale. A sottolinearlo è stato Moussa Faki Mahmat, odierno Presidente della Commissione dell’Unione Africana. In occasione del primo vertice Italia-Africa egli ha precisato che sarebbe stato meglio consultare i paesi africani “prima che il Piano partisse”6. Poiché tale passaggio non s’è dato, le declamazioni italiane circa la ricerca di rapporti paritari sono risultate poco credibili. A detta di alcuni commentatori, tuttavia, su questo fronte si è recuperato qualche punto in seguito. Proprio perché tenuto “in Africa, alla vigilia del Vertice dell’Unione Africana”, il secondo summit relativo al Piano Mattei avrebbe mostrato “che almeno sul piano della forma l’Italia intende prendere sul serio il lessico del partenariato”7. PROMOZIONE DELLO SVILUPPO AFRICANO? Ma torniamo al vecchio contribuito de il Post, portatore di un’analisi del Piano tra le più severe. Tra i rilievi, il più incisivo rinvia alla scarsa organicità: al suo risolversi, cioè, in “singoli progetti di cooperazione e sviluppo che possono avere un certo impatto sull’economia di alcune aree, garantendo probabilmente buone ricadute sull’occupazione locale e sul progresso tecnologico di quelle aree”8. A dirla tutta, qualcosa si potrebbe eccepire pure in merito alle ricadute locali. Per dire: siamo sicuri che, in Africa, le imprese nostrane cerchino qualcosa di diverso dalla manodopera a basso costo? Da anni impegnate, in patria, nella diffusione del lavoro povero, è improbabile che superino questa logica in paesi in cui, si pensi in particolare all’Egitto e alla Tunisia9, lo sfruttamento incontra ben pochi limiti. Ora, qualcuno potrebbe richiamare al superamento della cultura del sospetto. Rimane il fatto che a porre problemi circa gli effetti del Piano, in termini sociali e di sviluppo, sono stati analisti di diverso orientamento. Per esempio, Giovanni Carbone lo ha inquadrato in una tendenza internazionale volta a superare i termini tradizionali della cooperazione allo sviluppo. Oggi, dalla centralità degli aiuti si sta passando a quella, pressoché assoluta, degli investimenti. I quali vengono presentati come autentici toccasana, in grado di avvantaggiare i capitalisti stranieri come le popolazioni locali. Viene però da osservare che è un errore “confondere investimento e sviluppo”10.Di norma, “gli investimenti tendono a concentrarsi dove il rischio è più contenuto, i rendimenti più prevedibili e le condizioni operative più favorevoli”11. Perciò, tra i rischi connessi al Piano Mattei, vi è quello di contribuire “più a una rinnovata stagione di estrazione esterna di risorse africane” che non” a “un effettivo rafforzamento delle economie locali”12. A detta di Carbone, per evitarlo “occorre insistere su filiere territoriali, formazione, trasferimento di competenze, capacità amministrative e istituzioni locali”13. Poiché condividiamo tali osservazioni, ci domandiamo: cosa si sta facendo, ad esempio, sui due terreni intrecciati della formazione e del trasferimento delle competenze? Si sta cercando di creare, in loco, un personale qualificato, in grado di misurarsi con l’evoluzione dei sistemi produttivi? Al riguardo i segnali sono ancora pochi. Per esempio, nel luglio del 2025 l’Italia e l’Algeria hanno firmato un “protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione in ambito agricolo e agroalimentare”14. All’interno di tale accordo, si “prevede la creazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in ambito agricolo”, che “sarà dedicato alla memoria di Enrico Mattei”15. Ovviamente, per esprimersi su tale progetto occorrerà verificarne la concreta attuazione. Ma in ogni caso parliamo di un’esperienza isolata. Certo, leggendo le comunicazioni governative potrebbe sembrare che – su questo fronte – alcuni passi in avanti siano stati compiuti. Infatti, aprendo i lavori del secondo vertice Giorgia Meloni ha insistito sulla “valorizzazione del capitale umano fin dai primi anni di scuola”16. E in tale ottica ha annunciato il lancio “insieme alla Nigeria e in partenariato con la Global Partnership for Education” di una “campagna per raccogliere 5 miliardi di dollari e migliorare la qualità dell’istruzione per 750 milioni di bambini in oltre 91 nazioni”17. Al riguardo, si terrà un Vertice a Roma nel mese di giugno. Bene, si dirà. Ma intanto questo passaggio – rivolto anche a paesi non africani – si lega al Piano Mattei sino a un certo punto. In secondo luogo, parliamo d’una campagna volta a sollecitare i governi a porre mano, per così dire, al portafoglio. Probabilmente questa chiamata avrà successo, come altre legate alla Global Partnership for Education. E se più bambini andranno a scuola non si potrà che rallegrarsene: sul medio e lungo termine ciò può avere ricadute non indifferenti. Affinché vi siano effetti diretti sullo sviluppo economico, però, ci vogliono degli autentici progetti di formazione professionale, al momento più sbandierati che agiti. In ogni caso, l’annuncio meloniano – e il fatto che il vertice in oggetto si terrà in Italia – possono portare a un ritorno d’immagine per il Belpaese. UN EUROPEISMO DI NECESSITÀ Ma forse è il caso di tornare al già citato documento dei think thank di casa nostra. Che suggeriva anche di agganciarsi il più possibile all’Unione Europea e alle sue politiche di investimento in Africa. In primo luogo perché la dotazione finanziaria nostrana si attesta sui 5,5 miliardi: dunque, pur non essendo irrilevante, non basta a dare corpo alle velleità egemoniche di casa nostra. In seconda istanza perché in generale, negli ultimi decenni, il nostro paese ha perduto molto in termini di capacità di influenza. Perciò nel position paper poc’anzi menzionato si avanzava l’invito a “delineare i contorni e le modalità di un’effettiva connessione del Piano con le maggiori iniziative europee in questo ambito, in particolare il Global Gateway, essenziale per mobilitare investimenti su larga scala che rafforzino le economie africane”18. Già… il Global Gateway Africa – Europe Investment Package: delineato dalla Commissione Europea, questo appare di notevole consistenza. Perché va “a mobilitare fino a 150 miliardi di euro di investimenti nel continente africano”, perseguendo ufficialmente i seguenti obiettivi: “accelerare la transizione energetica e digitale, favorire una crescita sostenibile e l’occupazione, migliorare i sistemi sanitari, così come l’educazione”19. Non casualmente, questa rapida ed efficace descrizione si trova sul sito della Assolombarda e in particolare nel link relativo a un incontro svoltosi a Milano il 22 Giugno 2023. Tale passaggio, oltre a descrivere l’ambizioso piano, era volto anche a illustrare “le modalità con le quali le aziende italiane possono interagire con le istituzioni (europee e nazionali) per approfondire le proprie conoscenze sul Global Gateway for Africa”20. Allora il Piano Mattei non era che un vago proposito, ma già una parte del tessuto imprenditoriale nostrano guardava ai movimenti dell’Ue in un continente ricco di risorse. È dunque verosimile che a spingere verso un raccordo tra le ambizioni italiane e il progetto europeo siano stateanche le imprese, desiderose di crearsi nuove opportunità. Presto, infatti, il Governo ha manifestato la volontà di saldare il proprio progetto a quello europeo, nella non dichiarata consapevolezza dei limiti d’azione del nostro paese. Ad esempio, a fine marzo 2025 l’Italia e l’Ue hanno organizzato assieme un evento di alto profilo tecnico, che “ha riunito oltre 400 partecipanti, tra cui alti funzionari del governo italiano, dell’UE, delle nazioni africane, degli Stati Uniti, leader del settore privato e rappresentanti di organizzazioni internazionali”21. Nel relativo comunicato stampa, il Piano Mattei e il Global Gateway vengono definiti “complementari”. Tale rinnovata spinta europeista, dettata soprattutto dalle necessità, ha già portato con sé qualche vantaggio. Ad esempio, il coinvolgimento nostrano in un “progetto infrastrutturale che collega il cuore minerario dello Zambia e del Katanga (RDC) all’Atlantico angolano”22: il corridoio di Lobito. Che interessa aree ove si concentrano risorse a dir poco decisive negli odierni processi produttivi: litio, manganese, rame, cobalto. Certo, qui affiora una delle caratteristiche di fondo del Piano Mattei. Tutt’altro che definito in ogni sua linea, esso appare come un contenitore che – volta per volta – si riempie di nuovi contenuti. Tra questi, possiamo appunto annoverare la possibilità di partecipare alla realizzazione del suddetto “corridoio”, investendo 320 milioni. In merito, da un’intervista all’ex viceministro Mario Giro, emerge che il 27 Marzo del 2025 si è dato un passaggio importante. Una riunione “organizzata dalla Struttura di Missione del Piano Mattei in collaborazione con il Global Gateway dell’Unione Europea, alla quale hanno partecipato grandi imprenditori italiani – come We Build-Salini, Ghella o ENI – con esponenti del mondo africano, fra cui i ministri di Zambia, Tanzania e Angola e il capo di Gabinetto del Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo”23. L’INSODDISFAZIONE DELLE PMI Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno può sempre parlare di un piano flessibile, che consente di intercettare al volo tutte le occasioni. Peraltro, in virtù di un meccanismo un po’ più oliato, oggi il Piano sembra espandere la sua area d’azione. Nell’ultima riunione della cabina di Regia se n’è celebrata la “logica incrementale”, tale da portare “a diciotto il numero complessivo di Nazioni coinvolte nei progetti”24. Invero, andrebbe verificato quanto sia passato dall’idea alla piena realizzazione. Perché, soprattutto nelle prime fasi, il Piano Mattei s’è distinto per la lentezza esecutiva. In un contributo pubblicato a luglio 2025 sulla testata ecologista Greenreport, Nicola Baggio ha citato la prima relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, inviata alla Camera nel novembre del 2024. In essa si riferiva di appena ventuno progetti attivi, alcuni dei quali rientranti nella categoria dei “Memorandum of Understanding”, ovvero accordi meramente indicativi e non progetti attuativi”25. Invero, nella trattazione di Baggio vi è un elemento ancor più interessante, concernente il punto di vista delle piccole e medie imprese: queste, oltre ad avere un particolare rilievo nel tessuto economico italiano, sono spesso portatrici di interessi diversi da quelli delle multinazionali. In particolare, egli riferisce d’un incontro con un funzionario della Cassa Depositi e Prestiti, a cui ha chiesto delucidazioni circa il mancato coinvolgimento – nel Piano – dei soggetti economici meno grandi. Rispondendogli, l’interlocutore ha precisato la destinazione dei Fondi a quei progetti che “cubano almeno 20 milioni, meglio 50 milioni di euro”26. Facile osservare, di converso, che “queste taglie di investimento sono del tutto fuori scala per le iniziative delle numerosissime imprese italiane che lavorano in Africa in tutti i settori, dall’industria all’agricoltura, dal turismo al commercio”27. A detta di Baggio, per invertire la rotta vanno sostenuti progetti “di investimento dai 100mila ai 5 milioni di euro”, perché questa “è la fascia tipica e ragionevole degli investimenti del tessuto industriale in Africa”28. Invero, non era facile definire un progetto capace di mettere assieme le imprese più grandi e quelle più piccole, le realtà economiche ad alto tasso tecnologico e quelle meno innovative. Però, come si accennava prima, l’ancoraggio al progetto europeo denominato Global Gateway, oltre che dai think thank, è stato verosimilmente determinato dal mondo imprenditoriale nostrano, inteso nella sua globalità. Di fatto, però, una parte di esso è rimasto a mani vuote. E non vi sono garanzie che, in un prossimo futuro, diventi partecipe dei giochi. Perché in un contesto come quello africano – segnato come non mai dalla competizione tra le potenze capitalistiche – risulta difficile seguire le indicazioni di Baggio. Se si dovessero sostenere tutte le Pmi, operanti su scala ridotta e in mille rivoli, dal poco organico di oggi si passerebbe a un’ingestibile frammentazione. Insomma, ancora una volta il problema coincide con la struttura stessa del capitalismo italiano, a partire da quella segmentazione del tessuto imprenditoriale che non ha riscontri tra le maggiori economie del pianeta. Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera 1 Piano Mattei, l’Italia lancia il secondo Vertice Italia-Africa in Etiopia il 13 febbraio, in https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-l-italia-lancia-il-secondo-vertice-italia-africa-etiopia-il-13-febbraio/30948. 2 Si tratta di ISPI, Aspen, Cespi, ECFR e IAI. 3  Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, in https://www.esteri.it,  ISPI_FPC-Piano-Mattei. 4 Ibidem. 5 Ambizioni e limiti del piano del governo italiano per l’Africa, «il Post», 30 gennaio 2024. 6 Ibidem. 7 G. Carbone, Piano Mattei: tappa etiope, prova di realtà, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/piano-mattei-tappa-etiope-prova-di-realta-234771, 9 aprile 2026. 8 Ambizioni e limiti del piano del governo italiana per l’Africa, cit. 9 Diritti dei lavoratori: in Africa maglia nera a Egitto, Tunisia, eSwatini, in africarivista.it, 13 giugno 2024. 10 G. Carbone, op. cit. 11 Ibidem. 12 Ibidem. 13 Ibidem. 14 Piano Mattei, Italia e Algeria firmano il protocollo per la formazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in agricoltura, 23 Luglio 2025, https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-italia-e-algeria-firmano-il-protocollo-la-creazione-di-un-polo-deccellenza-la. 15 Ibidem. 16 Italia-Africa: Meloni, a giugno vertice con Nigeria su piano 5mld per istruzione, 13 febbraio 2026, https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_13.02.2026_17.20_492. 17 Ibidem. 18  Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, op. cit. 19 Global Gateway Africa: il piano di investimenti europeo per il continente, 22 giugno 2023, in https://www.assolombarda.it/servizi/internazionalizzazione/informazioni/global-gateway-africa-uno-sguardo-approfondito-al-piano-di-investimenti-europeo-milano-22-giugno-ore-10.30. 20 Ibidem. 21 Piano Mattei, evento di alto livello tecnico Italia-Ue per rafforzare la cooperazione con l’Africa, 27 marzo 2025, https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-congiunto-italia-ue-piano-mattei-evento-di-alto-livello-tecnico-italia-ue. 22 R. Forcellino, Il Corridoio di Lobito: un’occasione strategica per l’Europa (e l’Italia) nel nuovo scacchiere africano, 20 maggio 2025, in https://www.geopolitica.info/europa-africa/. 23 R. Missaglia e B. Tintori, Intervista a Mario Giro: il Piano Mattei nel 2025, 14 aprile 2025, in https://www.geopolitica.info/piano-mattei/. 24 Piano Mattei per l’Africa, riunione cabina di regia a Palazzo Chigi, 10 marzo 2026, https://www.governo.it/it/articolo/quinta-riunione-della-cabina-di-regia-del-piano-mattei-l-africa/31310. 25 N. Baggio, Perché il Piano Mattei non decolla? Ecco cosa ne pensano le Pmi italiane in Africa, 10 luglio 2025, greenreport.it. 26 Ibidem. 27 Ibidem. 28 Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente