Non c’è pace per Riace
La Corte d’appello di Reggio Calabria ha confermato il 27 aprile scorso la
sentenza di decadenza di Domenico Lucano dalla carica di sindaco di Riace,
respingendo il suo ricorso. Adesso la parola passa alla Cassazione. La notizia
però è passata quasi inosservata, sebbene non sia frequente che un sindaco sia
fatto decadere; in questo caso, per di più, si tratta di un sindaco dalle
vicende particolarmente travagliate.
Proviamo a ricapitolare i fatti. Domenico Lucano era stato eletto sindaco a
Riace tre volte per tre mandati consecutivi, a partire dal 2004. A fine 2018,
veniva fatto decadere in ragione del suo arresto, della chiusura dei progetti di
accoglienza da parte del Viminale e del processo penale che si sarebbe aperto da
lì a poco. Anzi, non fu solo dichiarato decaduto, gli fu addirittura impedito di
vivere a Riace, messo al confino per ben 11 mesi.
Sappiamo cosa ne è stato di quel processo. Anni di indagine giudiziaria e poi di
dibattimento presso il Tribunale di Locri, per arrivare ad una condanna di primo
grado che stabiliva che a Riace aveva operato un’associazione a delinquere
dedita a peculati e truffe, che aveva coperto i suoi affari privati dietro il
pretesto dell’accoglienza dei migranti. Due anni dopo, la Corte d’appello di
Reggio Calabria ribaltava quella sentenza scandalosa: a Riace si era portato
avanti un esempio generoso di “economia della speranza”, tutti gli imputati
venivano assolti dalle accuse infamanti, anche se a Lucano restava un reato di
falso in atto pubblico per un’unica determina (su 60 del capo d’imputazione) del
2017, condannandolo a 18 mesi con sospensione della pena. Finalmente, nel
febbraio 2025, la Cassazione ha messo la parola fine a questo processo assurdo,
confermando la sentenza d’appello e dunque le clamorose assoluzioni, ma anche
quell’unico reato di falso attribuito a Lucano.
Non dico che ci potessimo aspettare le scuse di giudici e giornalisti
protagonisti di quella persecuzione giudiziaria e mediatica. Almeno però un po’
di pudore, nel riconoscere l’assoluzione piena di tutti gli imputati dai
gravissimi reati ipotizzati dalla procura di Locri e confermati dal collegio
presieduto dal giudice Accurso. Perché quell’economia della speranza di cui
parlano i giudici d’appello rappresenta la più sonora smentita dell’avidità
predatoria attribuita a Lucano in primo grado, dell’associazione a delinquere
dedita a peculati e truffe che si sarebbe insediata a Riace dietro la copertura
dell’accoglienza ai migranti, cui sarebbero state lasciate solo le briciole del
banchetto criminale. Una smentita che restituisce il senso morale e ideale
dell’esperienza di Riace e di Lucano, che i giudici di primo grado avevano
negato, concludendo che non c’era “alcuna traccia dei motivi di particolare
valore morale o sociale per i quali egli avrebbe agito, essendo invece emerso
[…] che la finalità per cui operò per oltre un triennio non ebbe nulla a che
vedere con la salvaguardia degli interessi dei migranti, della cui presenza egli
tuttavia ebbe a servirsi astutamente, a mo’ di copertura delle sue azioni
predatorie.”
Ecco, dopo tutto questo, dicevo, ci si poteva attendere almeno un po’ di pudore,
E invece no. Nessuno ha chiesto scusa e la campagna mediatica di denigrazione
non si è fermata per questo; anzi, molte testate hanno usato la condanna per un
caso marginale di falso in atto pubblico, che nulla aveva a che vedere con i
servizi per i migranti, per gridare alla condanna e tacere dell’assoluzione da
associazione a delinquere, peculati, truffe ecc. Ma ovviamente la campagna
mediatica non va mai sola. Una nuova campagna di delegittimazione politica è
partita subito dopo la sentenza di Cassazione, questa volta su impulso del
Viminale, attraverso le prefetture. Si è infatti subito voluto invocare la legge
Severino per far decadere Lucano dalla carica di sindaco di Riace, cui era stato
democraticamente rieletto nel 2024.
Diciamo pure che non era affatto scontato che, dopo la chiusura del sistema di
accoglienza che aveva dato lavoro a tante persone, dopo anni di calvario
giudiziario e di campagna di fango mediatica, Lucano fosse eletto di nuovo
sindaco per un quarto mandato. Eppure è successo, e questo è stato per lui la
vera rivincita. Lo aveva sempre detto, anche nei momenti più neri in cui veniva
condannato a più di 13 anni e interdetto dai pubblici uffici: la cosa che gli
era più insopportabile, più ancora del carcere, era la demolizione della sua
figura morale, il rovesciamento di tutto quello che aveva fatto per solidarietà
e umanità in reati penali a fini di arricchimento personale, addirittura la
negazione del suo impegno costante contro la ‘ndrangheta. La sua rielezione
cancella d’un sol tratto la ferita di esser stato rimosso dal suo incarico a
fine 2018, di esser stato perfino bandito dal suo paese, l’umiliazione della
persecuzione giudiziaria e della feroce campagna mediatica. Essere stato di
nuovo eletto sindaco della sua Riace, ha detto, lo ripaga di tutto.
Adesso invece rischia di essere allontanato di nuovo a forza dalla giustizia
civile per indegnità. Su impulso del Viminale, infatti, la prefettura di Reggio
Calabria chiedeva al Consiglio Comunale di Riace di dichiarare decaduto il
sindaco in base alla legge Severino. Il Consiglio Comunale ha respinto la
richiesta e confermato la sua fiducia al sindaco. La prefettura si è allora
rivolta al Tribunale di Locri per ottenere sentenza di decadimento, emessa in
effetti nel luglio 2025. Lucano ha ricorso in appello e la Corte d’appello di
Reggio Calabria il 27 aprile scorso lo ha respinto confermando la decadenza. Ora
non resta che attendere l’esito del ricorso di Lucano in Cassazione.
Senza entrare troppo nei dettagli tecnici che non mi competono, resta il fatto
evidente a tutti che il reato di falso non risulta nell’elenco di reati che la
legge Severino indica per la decadenza da sindaco. Perché la legge è diretta
contro i reati di corruzione e concussione e si applica a reati commessi “con
abuso di potere” o “in violazione dei doveri inerenti al proprio ufficio”. Sì,
proprio così: questo governo che ha abolito il reato di abuso d’ufficio, il cui
ministro della giustizia ha addirittura riaffermato di recente che non lo
ristabilirà nemmeno di fronte alle richieste dell’Unione Europea, decide di
perseguire Lucano per abuso di potere.
Peccato però che Lucano sia stato condannato a 18 mesi (pena sospesa) per falso
in atto pubblico e non per abuso di potere. Tanto è vero che, dicono gli
avvocati, non ha avuto la sanzione accessoria dell’interdizione dai pubblici
uffici, che il giudice non può non comminare nel caso di reati per abuso
d’ufficio. Sembra sensato: se si riconosce che un pubblico funzionario abusa del
suo potere, lo si allontana dalla sua funzione pubblica. Nel caso di Lucano
invece l’interdizione non solo non è stata applicata, ma la Corte d’appello l’ha
addirittura cancellata, visto che era prevista nella sentenza di primo grado.
Per gli avvocati, non è stata applicata proprio perché il reato ascritto a
Lucano non è un abuso di potere, ma un falso in atto pubblico. E qui c’è
un’altra anomalia: a quest’obiezione, si risponde in due modi diversi. Il
Tribunale di Locri sostiene che l’interdizione dai pubblici uffici non c’è per
una sua “dimenticanza”. La Corte d’appello invece invoca una presunta
discrezionalità di cui sarebbe dotato il giudice elettorale nell’effettuare i
suoi accertamenti, in quanto la sua ottica è diversa da quella del giudice
penale. Si arriverebbe insomma a una sentenza che potrebbe addirittura
modificare la qualifica del reato stabilita dal giudice penale, che è invece
l’unico legittimato a farlo. Cosicché si arriva a questo paradosso: un cittadino
italiano di nome Domenico Lucano per i suoi giudici non ha commesso reati con
abuso di potere e però decade da sindaco per aver commesso un reato con abuso di
potere. Caso davvero più unico che raro.
Insomma, Riace non è stato solo il luogo di un innovativo sistema di accoglienza
dei migranti, ispirato all’umanità e alla solidarietà; non è stato nemmeno
soltanto la vittima di un clamoroso errore giudiziario gravido di conseguenze
per tutta una comunità, sconvolta dalla distruzione di quello che si era
riusciti a mettere in piedi, che ha vissuto per anni col fiato sospeso e
finalmente vedeva ristabilita la verità di quanto vi era stato fatto. No, Riace
è e continua a essere al di là della sua reintegrata verità, una pietra dello
scandalo che non può ricominciare a respirare. Abbiamo analizzato quel processo
penale portato avanti per sei anni contro Riace come un esempio di processo
politico contro l’azione sociale e i suoi protagonisti, sulla scia dei processi
politici contro Danilo Dolci negli anni ’50 e don Milani negli anni ’60[1]. Ma
qui siamo di fronte ad un fatto nuovo: un accanimento che pretende prolungarsi
oltre il processo, quasi indifferente ai suoi esiti. Come anticipavamo, “gli
uffici giudiziari dell’accusa e le iniziative del Ministero dell’Interno,
forzando la legge, tentano di incidere anche oltre l’azione penale, in modo da
impedire una ritrovata normalità a Riace, dopo anni di ingiusto processo”
(p.20). È un ulteriore passaggio, addirittura grottesco, di un caso esemplare di
persecuzione politica.
[1] La Giustizia e il caso Riace. Ricostruzione di un processo politico, a cura
di Giovanna Procacci, Domenico Rizzuti e Fulvio Vassallo Paleologo. Editore
Castelvecchi, 2026
Giovanna Procacci