Il protratto silenzio sulle condizioni della leader birmana
È notizia di oggi, 6 maggio, le Filippine, il paese a capo dell’assemblea dei
paesi del sud-est asiatico ASEAN, ha fatto pressioni sul regime del Myanmar,
estromesso dall’assemblea a causa delle continue violenze nel paese, per poter
vedere Aung San Suu Kyi.
Le Filippine, che attualmente detengono la presidenza a turno dell’Associazione
delle nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), mercoledì 6 maggio hanno chiesto con
urgenza al regime del Myanmar di permettere al loro inviato speciale per il
Myanmar di incontrare la leader pro-democrazia, imprigionata. La leader, in
prigione dal colpo militare del 2021 è da allora incommunicado (senza contatti
con il mondo esterno). Le Filippine hanno fatto sapere che un incontro con Aung
San Suu Kyi sarebbe in linea con il ruolo dell’inviato speciale dell’ASEAN che è
quello di creare con tutti i partecipanti, un ambiente adatto ad un dialogo
nazionale inclusivo.
La richiesta delle Filippine arriva dopo la parziale riduzione della pena da
parte del regime ad Aung San Suu Kyi e il suo trasferimento dalla prigione ad
una residenza designata per passare il resto della pena. Il ministero degli
Esteri filippino ha inoltre chiesto al regime di permettere alla leader birmana
di comunicare con la sua famiglia per dimostrare un impegno sincero alla
riconciliazione nazionale. Le Filippine hanno aggiunto che gli sviluppi recenti
in Birmania potrebbero fornire un’opportunità per costruire un momento di
riconciliazione e pace nazionale, sarebbe questa un’opportunità per la
realizzazione dei “cinque punti” necessari affinché la Birmania possa rientrare
nel consesso dell’ASEAN.
La presa di posizione delle Filippine è in linea con quanto sta accadendo
recentemente in Birmania. Giovani attivisti per i diritti civili hanno lanciato
a fine aprile la campagna “Proof of Life”, chiedono vengano fornite prove che la
Consigliera di Stato sia ancora viva. A questa campagna si è unito il figlio più
giovane della Consigliera, Kim Aris che ha continuato a chiedere prove sulla
salute della madre anche dopo i diversi annunci ufficiali che si sono susseguiti
dopo il 30 aprile sul trasferimento della madre in un’abitazione in un quartiere
residenziale della capitale Naypyidaw. Il 19 è giugno compirà 81 anni.
Nei giorni scorsi, il ministro degli esteri thailandese, in visita
all’autoeletto presidente birmano, ha dichiarato ufficialmente di avere
incontrato la leader durante la sua visita di due giorni, il 25 aprile. Dopo il
mancato rilascio di Aung San Suu Kyi il 17 aprile ci sono state sollecitazioni
al governo militare del Myanmar da parte delle ambasciate americane, inglese,
australiana, canadese e da ultimo, olandese. Anche se certamente questo
interesse è tardivo e avrebbe dovuto essere espresso cinque anni fa al suo
arresto, il fatto è di per sé la spia di come l’atteggiamento di questi governi
nei confronti della leader birmana sia cambiato. Quello che non è cambiato
invece è l’atteggiamento del popolo birmano nei confronti della leader di cui
ancora ricorda il suo amore nei confronti del Myanmar, il suo sacrificio e
soprattutto la sua grande dignità politica.
Allo stesso modo, contrasta la mancanza di amore per il proprio paese del nuovo
presidente Min Aung Hlaing. I bombardamenti indiscriminati contro i civili da
parte dei generali al potere non si erano quasi mai visti storicamente, indice
di una grande crudeltà e disinteresse di questa giunta verso il loro popolo. I
militari ne sono consapevoli e non sono propensi a liberare una leader politica
così amata dal suo popolo.
Inoltre, liberare la leader significa anche darle la possibilità di raccontare
la sua storia, contrapporre la verità alle bugie che il regime ha raccontato in
questi cinque anni e sicuramente per loro è una fonte di preoccupazione. Questo
è quanto va affermando il governo democratico (NUG), ricordiamo che la leader
birmana è stata arrestata con accuse di corruzione, frode elettorale e
tradimento.
Secondo i dati aggiornati dell’associazione per l’assistenza ai prigionieri
politici (AAPP) in Birmania nelle prigioni languono 22.000 prigionieri ed è
risaputo che i governi autoritari liberano i prigionieri politici quando hanno
bisogno di allentare la pressione internazionale. In questa logica i prigionieri
politici diventano pedine nel loro gioco politico a scacchi: arrestati quando il
regime ha bisogno di stringere la presa, rilasciati quando ha bisogno di
ammorbidire la sua immagine. Il recente rilascio di massa rientra pienamente in
questo modello. Secondo il direttore del quotidiano birmano Irrawaddy, la
liberazione del presidente eletto I Win Mint il 17 aprile, è un tentativo
calcolato di guadagnare legittimità, alleviare la pressione internazionale e
incoraggiare i governi esteri a intrattenere rapporti con questo regime
illegittimo; oltre a questo non c’è nessun segno di vere concessioni politiche.
Per quanto riguarda Aung San Suu Kyi, secondo il quotidiano birmano, verrà
rilasciata solo quando la giunta ne vedrà un vantaggio.
Sembra quindi che questo vantaggio si stia materializzato, ora che il presidente
autonominato, Min Aung Hlaing, ha chiesto espressamente di rientrare nella
compagine dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations), di fronte alla
reticenza degli altri paesi vuole usare la carta di Aung San Suu Kyi.
Fiorella Carollo