“OLTRE IL FILO SPINATO”: HAMZA TAI TORNA SULLA ROTTA BALCANICA CON TELECAMERA E DOCUMENTI, IN BICI DA TRIESTE AD ISTANBUL
Il primo di maggio Hamza Tai è partito per realizzare il suo progetto
documentaristico “Oltre il filo spinato”, incoraggiato da un nutrito gruppo di
amiche e amici che hanno creduto in lui e che lo hanno accompagnato alla
stazione di Verona Porta Vescovo. Il viaggio di Hamza inizia in treno, fino a
Trieste, per poi continuare in bicicletta lungo i confini che nel 2019
attraversò da sud a nord per giungere in Italia. Pedalerà in Slovenia, Croazia,
Bosnia-Herzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia, Bulgaria e Turchia:
l’arrivo è previsto tra un mese ad Istanbul.
Hamza ha 28 anni e nel 2019 decide di lasciare la zona rurale di Casablanca,
dove è cresciuto, per provare a raggiungere l’Europa. “In Marocco vedevo i miei
amici e i miei cugini più grandi di me intrappolati in un sistema che non
offriva futuro”, se non quello di laurearsi con la certezza di “scontrarsi con
uno stipendio di 300 euro al mese e una stasi senza fine”.
Così matura il sogno di “studiare psicologia in Germania”, ma è impossibile per
un giovane marocchino ottenere un visto, poiché “le garanzie economiche
richieste dai consolati sono muri invisibili, insuperabili per chi non possiede
nulla”.
L’unica strada era quella di tentare di arrivare in Europa percorrendo la rotta
balcanica, partendo da Istanbul dove Hamza, come tanti giovani marocchini che
hanno fatto la sua stessa scelta, ha potuto arrivare con un volo di linea e un
documento che è valido solo per la Turchia.
Dalla Grecia e per qualche anno, Hamza diventa invisibile poiché non ha i
documenti in regola. Un viaggio che “è stato un mosaico di passi infiniti, treni
clandestini, boschi bui, segnato dal freddo del filo spinato che strappa i
vestiti e la pelle. Dopo quattro mesi di pericolo e sfide al limite della
sopravvivenza sono arrivato a Trieste“.
Dopo costose e lunghe trafile burocratiche, Hamza riesce a regolarizzare la sua
posizione grazie ad una sorella con cittadinanza italiana, che gli permette di
accedere al ricongiungimento familiare, quindi di ottenere il permesso di
soggiorno.
A Verona impara l’italiano alla scuola gestita da volontari e volontarie “Moussa
Balde”, si forma come pizzaiolo grazie ai corsi organizzati dal Laboratorio
Autogestito Paratod@s e impara così la professione che svolge ancora oggi presso
la pizzeria sociale “I Roersi” di Bosco Chiesanuova. Sviluppa anche le sue doti
artistiche cimentandosi nelle arti plastiche alla “Falegnameria Resistente”,
dove ha allestito il suo atelier.
“Oggi la mia vita è in Italia. Sono una persona nuova, ho regolarizzato la mia
posizione e ho trovato la mia stabilità, ma quei traumi non sono scomparsi, sono
rimasti lì”. Per questo decide di ripartire, “questa volta legalmente e con una
telecamera in mano” per documentare quello che accade lungo quei confini e “dare
un volto a chi è invisibile”.
La determinazione e l’entusiasmo di Hamza sono contagiosi: in poco tempo
organizza tre serate per raccogliere fondi con i quali compra una bicicletta
adatta a compiere il viaggio.
Apre anche un crowdfunding “per coprire i costi vivi della produzione:
attrezzatura video per riprese in condizioni difficili, logistica, sicurezza e
la post-produzione per far sì che questo materiale diventi un documentario che
tutti possano vedere”.
Pianifica le tappe del viaggio con l’associazione One Bridge To, che da dieci
anni svolge attività di volontariato lungo la rotta balcanica. Lungo il suo
viaggio incontrerà le persone che stanno percorrendo la rotta, come ha fatto lui
nel 2019 e le organizzazioni che le supportano, a partire dalla Diaconia
Valdese, da No Name Kitchen e dal Collettivo Rotte Balcaniche.
Un percorso di introspezione volto a connettersi con la propria essenza e
un’occasione per “trasformare le ferite in una testimonianza collettiva”.
Abbiamo intervistato Hamza Tai poche ore prima della sua partenza per Trieste.
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