Oggi nel Mediterraneo centrale si è consumata un’altra tragedia che riporta in
primo piano il prezzo umano delle politiche migratorie europee. Secondo Alarm
Phone e le prime segnalazioni rilanciate da Sea-Watch, un’imbarcazione partita
dalla Libia con circa 117 persone a bordo sarebbe naufragata e 116 vittime sono
state segnalate, con un solo sopravvissuto recuperato da pescatori tunisini.
Questa notizia arriva mentre mancano ancora dettagli ufficiali e le ricerche
sono in corso, ma si inserisce in un anno in cui, secondo dati
dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), già oltre mille
persone sono morte lungo questa rotta nel 2025.
Il Mediterraneo centrale continua ad essere una delle rotte migratorie più
letali al mondo, dove molte partenze avvengono in condizioni di pericolo e con
mezzi inadeguati proprio perché mancano vie sicure e regolari per chi fugge da
guerre, persecuzioni, violenze o povertà.
Questo non è un incidente. È il risultato di scelte politiche.
È la conseguenza di sistemi di sorveglianza che non salvano, di frontiere
chiuse, di riduzione delle operazioni di ricerca e soccorso e di troppe persone
costrette a rischiare la vita per cercare protezione.
In questo giorno di festa, ricordiamo chi non è arrivato.
Non possiamo celebrare ignorando che il mare, per oltre cento persone, è stato
la tomba.
Chiediamo con urgenza:
operazioni SAR più forti e coordinate;
canali legali e sicuri di accesso;
una politica che metta al centro la vita e la dignità di ogni persona.
Nessuna persona dovrebbe morire cercando protezione.
Ogni vita conta.
Redazione Italia
Tag - zone SAR
Accordi che uccidono: zone SAR o zone al di fuori di qualsiasi giurisdizione?
1. In una vasta zona di mare a sud di Lampedusa e di Malta, nella quale nel 2018
si era costruita a tavolino la finzione di una zona SAR ( di ricerca e
salvataggio) affidata alla responsabilità del governo di Tripoli, sostenuto fino
al 2020 dalla missione della Marina militare italiana NAURAS (nell’ambito
dell’operazione Mare Sicuro), si sta rivelando il costo umano e la totale
inefficacia del Memorandum d’intesa siglato tra Italia e “Libia”, in realtà
soltanto con il governo provvisorio di Tripoli, nel mese di febbraio del 2017,
prorogato nel 2020 e ancora nel 2023.
Si intensificano intanto le notizie degli abusi a cui sono sottoposti i migranti
intrappolati in Libia e già nel 2020 si aveva notizia di tre persone, di
nazionalità sudanese, uccise dalla sedicente “guardia costiera libica” al
termine di una operazione di intercettazione in alto mare e riconduzione a
terra. Persone uccise a colpi di arma da fuoco che, con il loro tentativo di
fuga, si volevano sottrarre alle sevizie inflitte dai carcerieri libici anche
nei centri di detenzione “governativi” ed al turpe mercato di esseri umani che
continua a caratterizzare la condizione di chi viene riportato in Libia.
Come riferisce l’AGI, lunedì 13 ottobre “Unità libiche avrebbero sparato contro
una imbarcazione di migranti nella Sar maltese: a riferirlo sono il centro di
monitoraggio non governativo Alarm Phone e la ong Mediterranea. I 140 migranti
sono poi sbarcati a Pozzallo. ‘Una persona, con una pallottola nel cranio –
spiega l’ong – è in coma e sta lottando tra la vita e la morte e altre due
risultano gravemente ferite, al volto e a una mano, vittime dei colpi sparati da
una motovedetta libica’.
L’attacco sarebbe avvenuto ieri ‘a circa 110 miglia nautiche a sud est della
Sicilia’. Non è ancora chiaro se nell’attacco una persona sia rimasta uccisa.
“Insieme ad Alarm Phone – prosegue Mediterranea – avevamo avvisato le autorità
italiane fin dal pomeriggio di ieri, ma solo oggi, con ventiquattr’ore di
ritardo dalla tragica sparatoria, sono partiti i soccorsi. La persona ora in fin
di vita poteva essere raggiunta subito da un elicottero maltese o italiano ieri.
Ci auguriamo riesca a sopravvivere. Ma se dovesse finire diversamente, di fronte
alla scelta di omettere un necessario soccorso urgente, sappiamo di chi sono le
responsabilità’”.
Secondo quanto comunicato successivamente dalla stessa agenzia, “ Emorragia
cerebrale, teca cranica danneggiata e frammenti ossei all’interno ma non ci
sarebbe alcun proiettile: è in condizioni disperate un 15enne migrante egiziano
ferito gravemente alla testa prima di un soccorso della Guardia costiera nella
Sar maltese, e trasportato in elisoccorso al Cannizzaro di Catania, ora intubato
e in stato comatoso. Un altro compagno di viaggio ha una parte del volto
disintegrata, mascella e mandibola, ed è cosciente: a colpirlo è stato forse un
razzo di segnalazione esploso ad altezza d’uomo. Il terzo è stato colpito ad una
coscia, ha un foro d’entrata e un foro d’uscita, è il meno grave dei tre. Gli
ultimi due sono al momento negli ospedali di Modica e Ragusa.
La Ong mediterranea parla di una aggressione ‘armata da parte dei miliziani
libici’ che sarebbe avvenuta nel pomeriggio di ieri. I tre feriti facevano parte
di un numeroso gruppo di 140 persone in tutto, che si era imbarcato – secondo
quanto apprende l’AGI – su un natante in ferro quattro giorni fa. In molti hanno
ferite da percosse, parecchi anche con bruciature, segno di torture patite prima
della partenza. A bordo di una motovedetta della guardia costiera e di un
pattugliatore della Guardia di finanza, i migranti sono sbarcati a Pozzallo. Lo
sbarco si è concluso da poco“. Sembra che i migranti siano stati soccorsi
soltanto quando, dopo essere rimasti per ore sotto il fuoco dei libici, erano
giunti a circa 50 miglia da Pozzallo.
In un comunicato di Alarmphone si denuncia come ” Nonostante avessimo allertato
le autorità europee, comprese quelle italiane e maltesi, della presenza
dell’imbarcazione in difficoltà, queste non sono intervenute. Per oltre 12 ore,
nessuna nave della guardia costiera o altro mezzo è intervenuto per salvare o
assistere il gruppo attaccato. Data la mancanza di intervento, l’attacco al
barcone di migranti ha potuto proseguire senza ostacoli. Per ore, le persone a
bordo hanno riferito che il gruppo di miliziani è rimasto nelle loro vicinanze,
attaccandoli e sparando continuamente. Nel pomeriggio, le persone hanno anche
riferito che le forze della milizia stavano speronando la loro imbarcazione,
rischiando che si capovolgesse”.
Soltanto molte ore dopo il primo allarme, lanciato nella giornata di domenica 12
ottobre, e dopo che i contatti con il barcone sotto attacco dei libici in acque
internazionali erano stati interrotti, si è appreso che i naufraghi erano stati
soccorsi dalla Guardia costiera italiana il giorno successivo, mentre nulla, per
quanto risulta, veniva operato dalle autorità maltesi, che pure erano state
allertate. Anche questa circostanza non costituisce certo una novità, basti
pensare al caso della nave militare italiana Libra, nel 2013, ed al processo che
ne è seguito.
2. Gli accordi bilaterali conclusi tra Italia ed autorità libiche di Tripoli, al
di là della dubbia legittimità formale, non possono modificare la portata
cogente delle Convenzioni internazionali che regolano le attività di ricerca e
soccorso in mare. Quegli accordi che violino quanto prescritto dalle Convenzioni
sarebbero illegittimi e determinerebbero la responsabilità di chi li ha
sottoscritti e vi ha dato esecuzione. Una argomentazione, quella della
derogabilità delle Convenzioni per effetto di accordi bilaterali, già
utilizzata dal governo italiano nel 2012, davanti alla Corte Europea dei diritti
dell’Uomo sul caso Hirsi, concluso poi con un totale rigetto delle tesi
difensive italiane e dunque con la condanna. Una condanna che oggi si cerca di
aggirare.
Non si tratta semplicemente di riaffermare diritti che sono stati violati,
spesso a costo della vita di centinaia di persone, occorre arrivare a sanzioni
esemplari che impediscano che questi comportamenti violenti dei libici siano
ancora tollerati, se non incentivati, e proseguano in futuro con un costo sempre
più elevato in termini di vite umane. A fronte di una opinione pubblica che
ormai appare indifferente, se non apertamente complice, rispetto alla morte in
mare, alle torture ed agli abusi di ogni genere inflitti ai migranti “soccorsi”
in acque internazionali e ripresi dalle diverse milizie libiche, dopo
l’intervento della sedicente Guardia costiera “libica”.
L’indagine che sarà aperta dalla magistratura dovrà accertare i tempi del
soccorso portato dalle autorità italiane ai migranti vittime di questa ennesima
aggressione da parte della sedicente Guardia costiera libica, o meglio di una
delle diverse Guardie costiere che foraggiate dagli accordi con l’Italia e
l’Unione europea hanno trasformato il Mediterraneo centrale in uno spazio al di
fuori di qualsiasi giurisdizione. Purtroppo, troppo spesso, sotto gli occhi
vigili di Frontex e delle tante autorità militari che sorvegliano questa zona di
acque internazionali per prevalenti finalità economiche, per garantire il
traffico commerciale e la circolazione delle risorse energetiche che arrivano
dalla Libia e dalla Tunisia.
Non certo per salvare vite umane, compito che viene svolto dalle ONG con
difficoltà crescenti, dopo decine di fermi amministrativi, che hanno riguardato
persino i piccoli aerei in uso al soccorso civile per avvistare le imbarcazioni
in difficoltà. Ma troppo spesso scomodi testimoni della collusione nelle
attività di intercettazione violenta e nei respingimenti collettivi in mare “su
delega” dell’Italia, di Malta e dell’Unione europea, che forniscono ai miliziani
libici, in divisa di Guardia costiera, mezzi, supporto finanziario e
addestramento.
3. La Corte di Cassazione dell’1 febbraio 2024 n. 4557, con riferimento
all’epoca dei fatti del caso ASSO 28, dunque al luglio del 2018, poche settimane
dopo la istituzione di una zona SAR “libica”, rilevava come “Nonostante la
notifica (unilaterale) della istituzione della zona SAR libica all’IMO, la
stessa non era operativa, non esisteva uno stato libico unitario e le autorità
di Tripoli — riconosciute dalle Nazioni Unite — avevano perso il controllo di
parti molto vaste del territorio che prima controllavano”. Una considerazione
che può ripetersi ancora oggi, nonostante siano mutati i rapporti di forza e le
modalità sul campo dello scontro politico e militare ancora in corso tra le
diverse fazioni libiche.
Cade la finzione di una zona SAR “libica” e le autorità maltesi, malgrado
qualche sporadico intervento, dimostrano per l’ennesima volta di non potere
garantire interventi di Search and Rescue in tutta la vasta zona SAR loro
assegnata. Dopo la vicenda Almasri, sulla quale il voto del Parlamento non
chiude le attività di indagine che proseguono a livello internazionale, i libici
hanno alzato il livello della violenza con cui intervengono attaccando i barconi
carichi di migranti e sparando persino sulle navi del soccorso civile per
allontanarle dalle acque internazionali nelle quali spadroneggiano per conto dei
governi italiano e maltese, con i finanziamenti provenienti dall’Unione europea
e con il costante tracciamento garantito dagli assetti aerei di Frontex.
L’intero sistema di ripartizione delle zone SAR nel Mediterraneo centrale deve
essere rivisto, perchè sta costando troppe vite umane, vittime di ritardi se non
vere e proprie omissioni di soccorso. Se non interverrà l’Imo (Organizzazione
internazionale del mare) di Londra, che è una organizzazione legata alle Nazioni
Unite, dovrà promuoversi una vasta mobilitazione internazionale che dovrà
coinvolgere quelle altre agenzie delle Nazioni Unite, come l’OIM e l’UNHCR, che
denunciano gli abusi commessi dalla sedicente guardia costiera libica, ma non
riescono a mettere in discussione i poteri, ma soprattutto i doveri di soccorso,
che il riconoscimento di una zona SAR in acque internazionali comporta a carico
degli Stati costieri.
Quanto successo negli ultimi giorni, ma queste aggressioni si ripetono da anni,
impone la sospensione immediata del riconoscimento internazionale di una zona
SAR ( di ricerca e salvataggio) affidata esclusivamente alle autorità libiche,
ed un ridimensionamento della zona SAR ancora riconosciuta a Malta, per ragioni
economiche, ma per una estensione che le autorità maltesi, ammesso che ne
abbiano l’intenzione, non sono certo in grado di controllare.
Dopo le incursioni armate dei libici nella zona di ricerca e salvataggio
maltese, dopo altre vittime innocenti degli accordi bilaterali per contrastare
quella che si definisce soltanto come “immigrazione illegale”, occorre che
l’Unione europea imponga la sospensione degli accordi tra Malta ed il governo di
Tripoli, su una zona SAR riconosciuta a La Valletta solo per ragioni economiche,
ma che non assolve ad alcuna effettiva funzione di salvataggio, risultando ormai
uno spazio sottratto a qualsiasi giurisdizione, dove si spara e si uccide
impunemente.
Ma è altrettanto urgente bloccare l’ennesima proroga automatica del Memorandum
d’intesa Gentiloni del 2017 con il governo di Tripoli, e fare chiarezza, al di
là del procedimento penale bloccato con un voto politico dal Parlamento, sul
caso Almasri sul quale si rischia un conflitto di attribuzione, e sulla attuale
organizzazione delle diverse autorità militari che si contendono il controllo
della cosiddetta zona SAR “libica”, come se fosse uno spazio di sovranità, di
traffici e di abusi, e non invece uno spazio riconosciuto a livello
internazionale per la salvaguardia della vita in mare.
Fulvio Vassallo Paleologo
Un tranquillo week end di paura (e caos)
Condividiamo (riprendendola dal sito di Adif, curato da Fulvio Vassallo
Paleologo) per gentile concessione dell’autore, che ringraziamo, una importante
ricerca di Sergio Scandura (OSINT), corrispondente senior di Radio Radicale per
il Mediterraneo
26 maggio 2025
Un tranquillo week end di paura (e caos)
Due barconi di legno partiti da Sabrata: allerta Alarm Phone la mattina del 24
maggio. Il primo barcone con 128 Naufraghi soccorso a sud di Lampedusa dalla
Guardia Costiera Italiana. Il secondo barcone con 117 Naufraghi abbandonato a
sud nel weekend alla deriva, con mare sostenuto (2 metri di onda): una odissea
di soccorsi frazionati in tre giorni, con alcuni (35) presi a bordo dal
mercantile MvBocic che li ha poi respinti in Libia (a nord di Zawia), altri (26)
su EcoOne rimorchiatore italiano in servizio nella piattaforme offshore ENI/NOC,
altri ancora (53) su OceanViking, 3 sarebbero i dispersi.
Il primo evento SAR (#AP554) La prima imbarcazione in legno con 128 Naufraghi a
bordo ha avuto la fortuna di risalire verso nord fino a quando poteva. Dopo una
attività SAR della Guardia Costiera Italiana – che sabato sera ha visto in scena
il velivolo Manta_10_01 – i Naufraghi sono stati soccorsi a 42 miglia sud di
Lampedusa dalla vedetta CP322.
Recap * (caso AP554) 25.5.2025 CP322 Sbarco POS Lampedusa 128 Persone: 98
uomini, 21 donne, 9 minori. Nazionalità: Eritrea, Etiopia, Sudan, Siria, Egitto.
Località di partenza: Sabrata (Libia). (* fonti OOII a SCA)
Il secondo, incredibile, evento. Caso Alarm Phone #AP555. Imbarcazione con 117 a
bordo (numero aggiornato alle 13:00 in data odierna suscettibile di
aggiornamenti). Una odissea segnata dal rituale pasticcio politico italiano e
libico, da ritardi, da sollecitazioni delle ONG, da tentennamenti, disimpegni e
tardivi ripensamenti: con soccorsi difficili, recuperi frazionati dei naufraghi
col mare ostile (che poi è impietosamente arrivato, cosa che le sale operative
degli RCC ben sapevano da giorni).
La seconda imbarcazione in legno si è trovata in difficoltà già all’alba di
sabato 24 maggio, nelle acque internazionali dell’area SAR libica, a 10 miglia
est dal campo offshore della piattaforma petrolifera Al Jurf. Nessuno dei
rimorchiatori in servizio nelle aree offshore di Al Jurf e Bouri muove subito un
remo: le ‘supply vessels’ restano ferme come al solito, nonostante fossero
vicini al caso SAR.
Sabato 24 maggio, al momento dell’allerta Alarm Phone, nessuna nave ONG è in
area: dal momento che il governo italiano tiene lontane le navi del soccorso
civile con l’assegnazione di porti lontani del nord Italia. La mattina del 25
maggio la nave ONG Ocean Viking è ancora all’altezza di Malta, in rotta verso
l’area SAR: viene dal porto Ancona, dove era stata inviata giorni fa dal
Viminale di Piantedosi nell’ormai rituale giro di rotte vessatorie.
Sabato, la nave portarinfuse MvBocic, che stava nel golfo di Gabes con
destinazione di scalo commerciale a Sfax, fa rotta verso su sudest alla ricerca
dell’imbarcazione. Una volta rintracciata la seconda imbarcazione, il mercantile
sarebbe rimasto per diverse ore in ombreggiamento, in attesa di istruzioni e
coordinamento da un RCC.
Comincia la solita, rituale, disumana, empasse politica tra Italia e Libia. In
casi del genere – non sarebbe la prima volta, anzi Roma tende a prendere tempo,
come al solito spera (e sollecita) che ad occuparsene siano le vedette libiche:
peccato però che i libici siano già ostici a uscire col mare mosso, peccato che
il ‘sistema vedette’ in Libia – imbastito da Italia e UE per i respingimenti
illegali in mare – vada a bloccarsi spesso quando ci sono guerre sul terreno di
Tripoli e nella sua costa ovest, peccato che la Tripolitania sia in preda
all’odierna instabilità con gli scontri tra milizie dopo la morte del leader SSA
AlKikli Gnewa.
Intanto, come previsto, in area è ormai arrivato da tempo il mare ostile con
altezze onda fino a due metri. Le correnti da nord avrebbero poi fatto
scarrocciare l’imbarcazione coi naufraghi a bordo per diverse miglia verso sud
est, rispetto alla posizione dell’allerta Alarm Phone. Nella notte tra sabato e
domenica il comandante della nave portarinfuse MvBocic attiva un recupero: ma
buio notturno e condizioni di mare mosso avrebbero consentito al mercatile
battente bandiera Belize di imbarcarne solo 35 dei 117 che erano a bordo. I
restanti naufraghi resteranno poi alla deriva, nel buio della notte tra sabato e
domenica. Rimangono ancora 82 naufraghi a bordo del barcone. Il mercantile
MvBocic resta in area coi 35 Naufraghi presi a bordo. Degli altri, rimasti a
bordo del barcone se ne sarebbe perso l’avvistamento.
Domenica 25 maggio MvBocic – nonostante gli avvertimenti delle ONG sulle
conseguenze di un respingimento illegale in Libia – punta la prua verso sud: e
nel tardo pomeriggio consegna ai libici, dieci miglia a nord di Zawia
all’interno delle acque nazionali libiche, i 35 Naufraghi che aveva a bordo.
Domenica, alle 10:14 CEST del 25 maggio, decolla da Lampedusa il velivolo
Frontex Sparow1 per rintracciare – in sette ore di missione aerea – gli 82
rimasti sul barcone. Sulla scena SAR- finalmente – si attiva il rimorchiatore
italiano EcoOne in servizio nelle piattaforme dell’area offshore ENI/NOC Al
Bouri. Anche per EcoOne il recupero dei naufraghi sarà parziale: degli 82
Naufraghi rimasti sul secondo barcone ne prenderà 26.
Nel frattempo, in area SAR è arrivata anche OceanViking che, alle 03:00 CEST di
stanotte 26 maggio, ha soccorso e preso a bordo 53 Persone: sono gli ultimi
rimasti nell’odissea del secondo barcone (tra loro 19 donne e 29 minori non
accompagnati). Secondo le testimonianze raccolte stanotte dai superstiti a bordo
di Ocean Viking ci sarebbero 3 dispersi.
Nel dramma: cinismo, disumanità e beffa dalle ‘autorità’ italiane. L’odissea
continua. Ai 26 Naufraghi a bordo di Eco One rimorchiatore servizio nelle
piattaforme dell’area offshore ENI/NOC Al Bouri il Viminale assegna il porto
vicino di Lampedusa. Ai 53 Naufraghi a bordo della nave di soccorso ONG
OceanViking il Viminale assegna, secondo i dettami del decreto Piantedosi, la
rotta vessatoria del lontano porto di Livorno. Ocean Viking ha persone in
condizioni critiche a bordo ed è in navigazione al largo di Lampedusa.
Update 26 maggio 2025 – ore 20,31 da Sergio Scandura (OSINT)
La sfortuna di essere Persone e non barili di petrolio.
Una scena già vista, più volte, in altre occasioni.
EcoOne ha potuto sbarcare in fretta i suoi 26 Naufraghi a Lampedusa: e in fretta
il rimorchiatore – in servizio nelle piattaforme petrolifere dell’area ENI/NOC
Al Bouri – torna in area offshore per gentile concessione del Viminale e
dell’ITMRCC della Guardia Costiera
Ocean Viking, con i Naufraghi a bordo decisamente malmessi dopo questa odissea,
è riuscita a ottenere un MEDEVAC (evacuazione medica d’urgenza) per 5 Persone al
largo di Lampedusa, trasbordate nel tardo pomeriggio su CP322.
La nave di soccorso ONG Ocean Viking non ha potuto sbarcare tutti i 53 Naufraghi
a Lampedusa. Con 48 superstiti a bordo ora va verso Livorno, rotta vessatoria,
1150 km e giorni di navigazione, per tenerla come al solito fuori dall’area SAR
del AR del Mediterraneo Centrale (sempre per gentile ‘concessione’ del Viminale
di Piantedosi).
Appena tre giorni fa, sempre da Sergio Scandura, la notizia di un possibile
naufragio, su cui nessuno ha fatto ricerche
Guardia Costiera Italiana: “possibile naufragio di circa 48 migranti” a sud est
di Lampedusa. Il dispaccio di allerta “SAR CASE 775 a tutte le navi in area”,
diffuso in data odierna dal Centro di Coordinamento e Soccorso ITMRCC avvisa
della ricerca di “circa 48 migranti a bordo di una barca in ferro partita il 17
maggio da Sfax”. Il dispaccio SAR è trasmesso da Roma via rete InMarSAT e
rilanciato anche via Navtex dalla stazione RadioMalta (area T – type D Search
And Rescue ai numeri #TD66 e #TD22). Nota: il primo dispaccio di allerta del
“SAR CASE 775”, appare sul mio monitor InMarSAT il 21 maggio (0427z).
Fulvio Vassallo Paleologo