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“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza
Il Tribunale di Trapani riconosce l’illegittimità di detenzione e blocco della Mare Jonio nell’ottobre 2023
La politica del governo contro le ONG produce solo sofferenza e morte. È il fallimento di Piantedosi, che dovrebbe dimettersi. Il Tribunale di Trapani ha pronunciato sentenza per il caso del soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans il 16 ottobre del 2023: sono state definitivamente annullate le sanzioni – fermo amministrativo della nave per venti giorni e multa di oltre 3.000 euro – con cui il governo aveva colpito Mediterranea sulla base del Decreto Legge Piantedosi e il Ministero dell’Interno è stato anche condannato al pagamento delle spese legali. In quella occasione, grazie alla segnalazione ricevuta dall’aereo civile di osservazione SeaBird 2 di Sea-Watch, eravamo intervenuti su un gommone in pericolo in zona SAR sotto controllo della Libia, che si trovava con “motore in avaria, i tubolari già parzialmente sgonfi e danneggiati, con una grave situazione di sovraffollamento a bordo (con donne e bambini tutti privi di dispositivi individuali di salvataggio) e con una persona già finita in acqua e a rischio annegamento”: con l’immediato intervento del nostro Rescue Team, riuscivamo a soccorrere a bordo della Mare Jonio tutte le 69 persone naufraghe, in gran parte famiglie provenienti da Sudan e Sud Sudan con diverse donne e bambini, tra cui un neonato, sbarcate il giorno successivo a Trapani.  Si è trattato del primo caso di applicazione del DL Piantedosi alla Mare Jonio, con la motivazione che la nave di Mediterranea non si era sottoposta al “coordinamento delle Autorità Libiche” e non aveva chiesto agli stessi libici “l’assegnazione del porto di sbarco.” Motivazioni che sono state considerate ora dal Tribunale di Trapani del tutto illegittime, dal momento che la Mare Jonio aveva immediatamente comunicato a tutte le autorità la disponibilità della nostra nave a intervenire in soccorso di questa imbarcazione e che – come si legge nella sentenza – “viene espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco a seguito di soccorso in mare, alla luce della volatile situazione di sicurezza in generale e dei particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri (compresa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e le segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti da parte, tra gli altri, di milizie, trafficanti e contrabbandieri.)” Illegittima è stata quindi la richiesta da parte delle Autorità italiane di riferirsi e sottomettersi al coordinamento delle cosiddette “autorità competenti libiche”, mentre del tutto legittimo è stato “l’operato del comandante della Mare Jonio, non ricorrendo un arbitrario rifiuto di osservare le indicazioni date dall’autorità di bandiera, quanto piuttosto un motivato discostamento dalle stesse in ragione della corretta esclusione della possibilità di poter richiedere alle autorità libiche la indicazione del porto ove far sbarcare i naufraghi per le ragioni sopra espresse.” Non si contano più le sentenze pronunciate dai Tribunali della Repubblica Italiana con cui viene puntualmente smontato l’impiego del Decreto Legge Piantedosi per colpire, intralciare e impedire l’attività di soccorso delle navi civili. Nei confronti della nostra Mare Jonio questo è accaduto per tre volte (due procedimenti sono ancora aperti e andranno a sentenza entro quest’anno), costringendo la nave a fermarsi per mesi, sottraendola agli interventi di salvataggio in mare e costringendoci a sostenere costi molti gravosi per il suo mantenimento. Questo impiego illegittimo e strumentale del DL Piantedosi è tanto più grave di fronte alla situazione in Nord Africa e nel Mar Mediterraneo Centrale: detenzioni arbitrarie, deportazioni, violenze e torture in Libia e Tunisia. Solo dall’inizio di quest’anno, più di 1.600 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il fallimento delle politiche governative purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite certifica la natura criminale delle cosiddette “istituzioni libiche”, della cosiddetta “Guardia Costiera libica”, con i quali i nostri servizi segreti ( AISE) “intrattengono ottimi rapporti di collaborazione” (cit. Prefetto Caravelli in audizione al Copasir). Sul vergognoso caso Almasri l’Italia viene deferita per aver fatto fuggire un pericoloso ricercato per crimini contro l’umanità. Sempre l’Onu indaga sulla violazione dell’embargo sulle armi alle milizie libiche da parte del governo italiano, che addestra e rifornisce i clan locali. La moralità e l’etica di un ministro della Repubblica non vanno misurate con le gesta da “Suburra” dei palazzi romani di cui ogni giorno abbiamo evidenza, ma sulla sofferenza e sulla morte, sulle ingiustizie e sull’illegittimità ed illegalità dei suoi atti. Dopo questa ennesima prova rappresentata dalla sentenza sul fermo illegittimo e illegale di Mare Jonio, andremo avanti ancora più convinti nel soccorso civile in mare: con la barca Safira già in missione a Lampedusa, e con la nave Mediterranea che sta rendendo più efficienti ospedale di bordo e mezzi di intervento rapido e che presto tornerà in mare. Invitiamo tutti coloro che praticano solidarietà, soccorso, cura, protezione verso i più fragili, in terra e in mare, a continuare e a disobbedire alle leggi ingiuste messe in atto da politiche disumane. Un giorno questi potenti risponderanno anche nei tribunali per i loro crimini. Davanti alla Storia lo stanno già facendo.   Mediterranea Saving Humans
April 3, 2026
Pressenza
Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia: “Le nuove normative europee sui migranti rappresentano una grave violazione dei diritti umani”
In un mondo in cui quasi due miliardi di uomini, donne e bambini (un essere umano su quattro) vivono in situazioni di conflitto e di grave crisi e pericolo, l’Unione Europea e il governo italiano attraverso nuove normative “dichiarano guerra” ai migranti con un’inedita stretta che ne riduce drasticamente i diritti umani e civili, considerati pilastri dei valori condivisi nella Dichiarazione universale dei diritti umani, redatta dall’Onu all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Ne parliamo con Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia. Il primo dato che salta agli occhi è il numero di europarlamentari che ha approvato il “giro di vite” contro i migranti: 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni. Un voto che segna un’alleanza tra Popolari e Destra su uno dei temi più sensibili. Un elemento che non fa ben sperare per la tutela dei diritti umani, a maggior ragione in una fase storica in cui il moltiplicarsi delle guerre crea altri milioni di profughi. Il voto sul cosiddetto “Regolamento rimpatri” è il segnale della crescente tendenza verso politiche escludenti e spietate in materia d’immigrazione, con ripercussioni preoccupanti per il giusto processo e per le procedure decisionali che devono essere basate sulle prove. Altro che ridurre le situazioni irregolari: queste proposte rischiano d’intrappolare un numero maggiore di persone in situazioni pericolose. Il Parlamento Europeo ha dato via libera all’aumento di requisiti sproporzionati, sanzioni e limitazioni nell’ambito delle decisioni sui ritorni delle persone e all’espansione del ricorso alla detenzione per periodi ancora più lunghi e in contrasto con gli standard internazionali sui diritti umani. Sicuramente l’instabilità politica e le crisi climatiche spingono milioni di persone nel mondo a spostarsi in cerca di condizioni di vita migliori. E spesso sono costrette a farlo in condizioni che mettono a rischio la loro vita e quella dei loro figli. Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr)[1] a metà dal 2025, ultimo periodo di riferimento, 117,3 milioni di persone erano state costrette ad abbandonare le proprie case in tutto il mondo a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che hanno gravemente turbato l’ordine pubblico. Tra queste vi erano quasi 42,5 milioni di rifugiati. Inoltre, vi erano 67,8 milioni di sfollati all’interno dei confini dei propri Paesi (sfollati interni) e 8,42 milioni di richiedenti asilo. Vi sono anche 4,4 milioni di apolidi, a cui è stata negata la cittadinanza e che non hanno accesso a diritti fondamentali quali l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’occupazione e la libertà di movimento. Un altro elemento critico riguarda l’aumento dei Paesi definiti “sicuri”. Può spiegarci cosa comporta per la persona migrante il fatto di provenire da Paesi considerati sicuri? Il 10 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha approvato le norme che modificano il concetto di “Paese terzo sicuro” e introducono una lista comune di “Paesi di origine sicuri”. Applicando il concetto di “Paese terzo sicuro”, gli Stati membri possono dichiarare inammissibili richieste di asilo senza esaminarle nel merito ed eseguire trasferimenti forzati delle persone richiedenti asilo verso Paesi coi quali non avranno alcun legame o attraverso i quali saranno meramente transitati. Viene cancellato anche l’effetto sospensivo dei ricorsi: le persone potranno essere sottoposte a trasferimento forzato ad appello in corso. Nella lista dei “Paesi di origine sicuri” sono compresi Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone che hanno nazionalità di tali Paesi saranno ritenute non bisognose di protezione e subiranno procedure accelerate di asilo, venendo private in questo modo dell’esame individuale delle loro richieste. Il concetto di “Paese sicuro” è un’astrazione priva di qualsiasi base giuridica. Una richiesta d’asilo va analizzata alla luce della situazione specifica della persona richiedente, non valutando la sicurezza di un Paese in senso astratto. Come qualcuno ha fatto notare, con questo criterio la Germania degli anni ’30 avrebbe potuto essere considerata un “Paese sicuro” per i tedeschi “ariani”, ma non certo per gli ebrei tedeschi. Oggi ci sono Stati che puniscono l’omosessualità con il carcere o addirittura con la pena di morte: questi non sono “Paesi sicuri” per le persone omosessuali. Inoltre, sarebbe “sicuro” l’Egitto di Al Sisi, dove Giulio Regeni è stato sequestrato e ucciso e dove sono detenuti 60.000 prigionieri politici? Che fine fa il diritto d’asilo, dal momento che chi proviene da questi Paesi sarà sottoposto a procedure di rimpatrio accelerate? L’attacco al diritto d’asilo contenuto nelle norme votate a febbraio ha preceduto di poco le ulteriori misure punitive votate la settimana scorsa. Il Parlamento Europeo ha capitolato di fronte a decenni di campagne contrarie ai diritti umani, a partire da quelli delle persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. È un attacco al cuore dei principi fondamentali dell’Unione Europea, un’abdicazione all’impegno di proteggere i rifugiati e un incentivo agli Stati membri a concludere accordi con Paesi terzi per l’esternalizzazione della gestione delle domande d’asilo. La normativa votata nei giorni scorsi introduce pesanti novità per i migranti che “non collaborano” con gli ordini di espulsione. In particolare, il periodo di trattenimento passa da 18 a 24 mesi e si estende anche ai minori in genere e a quelli non accompagnati in particolare. Sarà quindi sovvertita completamente la tutela oggi garantita a bambini e ragazzi? Già oggi abbiamo casi di minori non adeguatamente tutelati. Gli adulti si spostano portando con sé i figli e nelle difficoltà che si incontrano sulle rotte terrestri e marittime, i minori e le donne sono i più vulnerabili. Molti sono anche quelli che si mettono in viaggio da soli. C’è il caso di tre persone detenute a Malta da sette anni, scappate dalla Libia nel 2019 su un gommone sovraffollato (all’epoca avevano 15, 16 e 19 anni). Quando l’imbarcazione iniziò a sgonfiarsi, furono soccorse da una nave cargo, intervenuta su richiesta dell’Unione Europea per assistere l’imbarcazione in difficoltà. Dopo il salvataggio, il comandante della nave tentò di riportare in Libia le persone soccorse, in violazione del diritto internazionale che impone di condurre le persone salvate in un luogo sicuro. Su richiesta disperata delle persone salvate, il comandante si diresse a Malta, dove le autorità accusarono i tre giovani di aver preso il controllo della nave con la forza. Sono stati quindi incriminati per reati gravi punibili con l’ergastolo secondo le leggi maltesi sul terrorismo e ancora oggi sono coinvolti in un procedimento giudiziario che non avrebbe mai dovuto essere avviato. Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per le criticità procedurali e le lacune nelle indagini che hanno inciso sull’equità del processo, ad esempio la mancata convocazione di testimoni chiave, comprese altre persone soccorse. Nonostante l’assenza di prove di violenza, le autorità hanno continuato a sostenere accuse prive di fondamento legate al terrorismo. La gestione di questo caso da parte di Malta è segnata da una serie di gravi mancanze: a questi giovani (due dei quali minorenni al momento dell’arresto) è stato negato un processo equo e sono stati trattati come adulti, trascorrendo sette anni della loro vita in un limbo giudiziario, un periodo che avrebbero dovuto dedicare allo studio, al lavoro e semplicemente alla loro crescita, liberi dal peso di un procedimento penale. Questo è solo un esempio di violazione dei diritti dei minori migranti; l’inasprimento delle normative non può che peggiorare le condizioni di chi più dovrebbe essere tutelato. Un’altra novità importante riguarda la possibilità per i migranti di essere deportati in Paesi terzi anziché rimpatriati, anche in nazioni con cui la persona non ha mai avuto alcun legame. Cosa ne pensa? Con questo concetto di “Paese terzo sicuro” sarà più facile per gli Stati membri dichiarare inammissibili le domande di asilo, senza procedere a esami nel merito. Consentirà inoltre il trasferimento forzato di persone in cerca di protezione verso Paesi con cui non hanno alcun legame. È un modo vergognoso di aggirare gli obblighi previsti dal diritto internazionale, sposta ulteriormente la responsabilità della protezione dei rifugiati verso Paesi al di fuori dell’Europa ed è lontanissimo da una politica migratoria umana, in grado di assicurare il rispetto della dignità delle persone. Rappresenta una gravissima rinuncia agli impegni dell’Unione Europea in materia di protezione dei rifugiati e apre la strada a intese tra Stati membri e Paesi terzi per l’esternalizzazione dell’esame delle domande di asilo. Viste le ultime novità sulle politiche migratorie c’è chi paragona l’Unione Europea agli Stati Uniti: rischiamo di vedere “cacce al migrante” in stile ICE nelle nostre strade? Mi auguro di no! Sicuramente la retorica che equipara “migrante” a “minaccia” esaspera la contrapposizione “noi contro loro”, ignorando strumentalmente la realtà. Le persone migranti sono presenti e integrate in Italia, anche se il mancato riconoscimento dei loro diritti ne fa degli “Invisibili” [2] che con questo nome hanno sfilato nella manifestazione No Kings del 28 marzo scorso. Particolarmente preoccupante è il fatto che questa ideologia divisiva e violenta attecchisca nei giovanissimi, come mostra l’arresto avvenuto il 30 marzo di un 17enne di Pescara accusato di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, in procinto di organizzare un massacro nella sua scuola. Il ragazzo era in contatto tramite social media con gruppi che esaltano la superiorità “ariana” e autori di stragi di massa. Altri sette minorenni risultano indagati per gli stessi motivi[3]. Non abbiamo le “cacce al migrante”, ma ci sono segnali allarmanti sulla pervasività della propaganda razzista. Per Amnesty International è più mai necessario promuovere l’educazione ai diritti umani in ogni ordine di scuola. Come se non bastasse la stretta UE, in Italia la maggioranza sta proponendo un disegno di legge che prevede il “blocco navale” e l’interdizione alle acque territoriali in caso di “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale, pressione migratoria eccezionale, tale da compromettere la gestione sicura dei confini”. Pare fatto apposta per respingere le navi delle Ong che salvano i migranti in mare. Che fine fanno le convenzioni internazionali che prevedono l’obbligo di soccorso in mare? Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’11 febbraio scorso il disegno di legge in materia di immigrazione e protezione internazionale inasprendo prassi e normative nazionali, introducendo una stretta ulteriore e ancora una volta securitaria, sul piano delle politiche migratorie: blocco navale, restrizioni sull’accoglienza e sui ricongiungimenti familiari, procedure di rimpatrio accelerate che permettono l’allontanamento immediato di persone proveniente dai “Paesi sicuri”. Un impianto punitivo in cui l’immigrazione è ancora considerata una minaccia alla sicurezza nazionale, non un fenomeno da gestire. Il tutto in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale, come quelli sul soccorso in mare o sull’accesso a un esame individuale delle domande d’asilo. Inoltre, in continuità con i governi precedenti, nel novembre 2025, il governo Meloni ha scelto di proseguire la cooperazione in materia di migrazione con la Libia, rinnovando il Memorandum d’intesa automaticamente fino al 2029. Il sostegno tecnico, logistico e finanziario alle istituzioni libiche incentiva il perpetuarsi di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità.[4] Ci sono anche altri modi per fermare o disincentivare i soccorsi in mare: l’equipaggio della nave Iuventa, accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” per i salvataggi effettuati in mare, ha subito un processo lungo sette anni ed è stato sollevato dall’accusa perché “il fatto non sussiste”. Negli anni il processo Iuventa era diventato un simbolo della tendenza a criminalizzare i difensori dei diritti umani che si occupano di assistere persone rifugiate e migranti in pericolo in mare; nonostante l’assoluzione dell’equipaggio di Iuventa, purtroppo è proseguita la prassi governativa di assegnazione di porti di sbarco distanti dai luoghi dei soccorsi, in violazione del diritto marittimo e internazionale, così come il fermo amministrativo delle navi – misure strumentali volte a bloccare legittime e indispensabili attività di salvataggio in mare, associate a una più generica criminalizzazione delle persone impegnate in operazioni di ricerca e soccorso su imbarcazioni delle ONG. Amnesty International Italia ribadisce la richiesta al governo di porre urgentemente fine alla pratica dei “porti lontani” e di astenersi dall’adottare altre misure che ostacolino il lavoro delle ONG impegnate nei soccorsi in mare. Inoltre, chiede alle istituzioni italiane di attivarsi per garantire alle ONG Sar di poter operare senza timore di rappresaglie, in conformità con gli obblighi di diritto internazionale dell’Italia. Si parla molto di inverno demografico in Europa e i conti tra popolazione attiva e pensionati non tornano, ma invece di favorire l’arrivo e l’integrazione di giovani futuri genitori, prevale la volontà di arroccarsi nei nostri Paesi sempre più vecchi. Cosa ne pensa? Amnesty International ritiene che i diritti umani vadano difesi a prescindere dalle convenienze economiche e da qualsiasi altra valutazione geopolitica, come affermato dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Cosa si può fare per opporsi a questa deriva? Sul tema migrazione è difficile individuare motivi di speranza (dall’ICE di Trump alla remigrazione di Vannacci) se non l’investimento nella cultura, nella contro-narrazione e nell’educazione ai diritti umani. Le nostre battaglie, proprio perché innervate su trasformazioni culturali, richiedono tempi lunghi. Adesso siamo in una fase di pericoloso ripiegamento, o addirittura inversione rispetto alla traiettoria seguita nei decenni precedenti, almeno per quanto riguarda le politiche governative. È responsabilità di tuttə contrastare le correnti ispirate a teoria suprematiste e razziste. Però qualche spiraglio c’è: le manifestazioni “No kings” di sabato 28 marzo hanno portato in piazza milioni di persone in tutto il mondo e le nostre battaglie per la giustizia possono fare la differenza: il 16 gennaio, dopo otto anni di limbo,  la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione [5] al termine del procedimento a carico di Seán Binder [6], volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone. Tra loro Sarah Mardini, la giovane siriana campionessa di nuoto che insieme alla sorella salvò decine di migranti trascinando a nuoto il barcone in avaria: la sua storia è raccontata nel film “Le nuotatrici”. Rischiavano 20 anni di carcere per accuse assurde. Amnesty è sempre rimasta al loro fianco. [1] https://www.unhcr.org/about-unhcr/overview/figures-glance [2] https://www.romatoday.it/attualita/marcia-invisibili-colosseo-cgil-flai-lavoratori-migranti-video.html [3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/30/strage-neonazista-17enne-arrestato-news/8339696/ [4] https://www.amnesty.it/tre-anni-di-governo-meloni-diritti-in-caduta-libera/ [5] Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse – Amnesty International Italia [6] https://www.youtube.com/watch?v=BLGiEBdMffY Claudia Cangemi
April 3, 2026
Pressenza
Mediterranea bloccata dal Decreto Legge Piantedosi
Ancora una volta il Governo italiano ostacola il soccorso in mare. Dopo lo sbarco avvenuto martedì sera di 92 persone (tra cui 31 minori non accompagnati), nella notte appena trascorsa – su mandato del Ministero dell’Interno – la Polizia di Stato e la Capitaneria di Porto Empedocle hanno notificato al comandante e all’armatore di nave MEDITERRANEA il verbale che contesta la presunta violazione del Decreto Legge Piantedosi per “non aver raggiunto senza ritardo il porto di sbarco assegnato”, che negli ordini del Viminale avrebbe dovuto essere il lontano porto di Livorno, a 630 miglia nautiche, quasi 1.200 kilometri e oltre quattro giorni di navigazione dal soccorso. Questo ci viene contestato nonostante il Medico di bordo e lo stesso CIRM Telemedicina, incaricato dalle Autorità marittime, abbiano certificato che tutte le persone soccorse non erano in grado di affrontare altri tre giorni di navigazione. E nonostante sia stata la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Palermo a chiedere ai competenti Ministeri dell’Interno e dei Trasporti di far sbarcare i minori a Porto Empedocle. Ma non è evidentemente il diritto alla vita e alla salute delle persone salvate in mare a interessare al nostro Governo. E tantomeno il rispetto del diritto internazionale e nazionale e delle decisioni della Magistratura. Per loro l’inumana ossessione che guida l’imposizione di provvedimenti ingiusti e illegittimi è sempre una sola: ostacolare il soccorso civile in mare. Ed è questa la prima pesante conseguenza del verbale notificato stanotte: la nostra nave MEDITERRANEA, che dopo lo sbarco era pronta a ripartire in missione di ricerca e soccorso in mare, è adesso bloccata in catene a Porto Empedocle. Dovremo attendere giorni per sapere dal Prefetto di Agrigento per quante settimane o mesi sarà sottoposta a detenzione amministrativa, e quindi poter presentare ricorso. Intanto ci stanno ingiustamente impedendo di soccorrere altre vite in mare. Non permetteremo che queste illegittime politiche di morte prevalgano. Redazione Italia
November 7, 2025
Pressenza
Ogni sbarco un progetto di vita
Emergency Life Support: Sbarcati oggi ad Ancona 71 naufraghi soccorsi in acque internazionali della zona SAR libica Un ragazzo sudanese a bordo racconta: “Sono scappato in Libia dal Sudan in guerra per lavorare, ma una volta arrivato mi sono reso conto che neanche lì c’era sicurezza. Venivi aggredito in strada e ti entravano anche in casa per derubarti”. Domenico Pugliese, comandante della Life Support, dichiara: “Auguriamo il meglio alle persone soccorse e ci prepariamo a una nuova missione”. Milano, 26 luglio 2025 – Si è concluso alle ore 15.05 di oggi nel porto di Ancona lo sbarco delle 71 persone soccorse dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, nelle acque internazionali della zona Sar libica.  Lunedì 21 luglio, in due diversi interventi, la Life Support era andata in aiuto di due imbarcazioni entrambe sovraffollate e in condizioni precarie: un gommone con 50 persone e un forte odore di benzina a bordo nel primo caso, un barchino in vetroresina con 21 persone nel secondo caso. Nessuno dei naufraghi indossava il salvagente e tutte le persone soccorse, tra cui 2 donne di cui una al nono mese di gravidanza e 15 minori non accompagnati, sono state portate al sicuro a bordo della nave di EMERGENCY. “Le operazioni di sbarco si sono svolte senza difficoltà grazie anche alla collaborazione con le autorità e ai volontari che ci hanno assistito – commenta Domenico Pugliese, comandante della Life Support -. Mentre ci prepariamo per una nuova missione, ora che i naufraghi sono finalmente al sicuro a terra non possiamo che augurare a tutti loro e al nascituro il meglio per il futuro.”  Ben 46 dei naufraghi recuperati con il primo intervento di soccorso provenivano dal Sudan, paese in guerra da oltre 2 anni. Gli altri da Egitto, Eritrea, Somalia, Bangladesh e Myanmar, paesi afflitti da violenze, povertà, instabilità politica e crisi climatica. “Durante questi giorni di navigazione abbiamo avuto modo di parlare con le persone soccorse, alcune si sono aperte e ci hanno raccontato la loro storia. Mi ha colpito quella di un musicista che è scappato dal Sudan, più precisamente dal Darfur – afferma Abdu Ali Ahmed, mediatore culturale a bordo della Life Support – ha perso la moglie, uccisa nel conflitto, e non ha potuto portare con sé la figlia di 13 anni. Lui ha deciso di partire ed è andato in Libia, di cui ha conosciuto le famigerate carceri, con annesse violenze. È stato trattenuto e maltrattato, ha dovuto pagare più volte il riscatto per comprare la sua libertà e ha provato la traversata più volte venendo intercettato e riportato indietro. Questa volta finalmente ce l’ha fatta”.  Un altro ragazzo sudanese soccorso dalla Life Support condivide la sua esperienza: “Sono nato e cresciuto a Nyala, ho deciso di lasciare la mia città perché non avevo un lavoro, né una possibilità concreta di avere una vita decente e in quanto parte di una minoranza ero anche a rischio della stessa vita. Sono andato in Libia pensando di lavorare, ma una volta arrivato lì mi sono reso conto che non c’era alcuna sicurezza: le persone non solo ti aggredivano in strada ma ti entravano anche in casa per derubarti di soldi e beni. A quel punto ho deciso di tentare il viaggio verso l’Europa e avevo abbastanza soldi per provarci. Le prime due volte con i miei compagni di sventura sono stato intercettato dai libici, riportato indietro e trattenuto per giorni in prigione. La terza volta è andata bene: abbiamo navigato tutta la notte e siamo stati soccorsi da voi.  Quando sono arrivati i gommoni di soccorso e ho letto il vostro nome – prosegue l’uomo –  ho capito che non erano i libici a prenderci, ma persone venute per aiutarci: avevo già conosciuto EMERGENCY a Nyala, dove l’Ong ha una clinica*. Molte persone in città conoscono la clinica. Io non ho mai usato i suoi servizi, ma tutti quanti ne parlano bene. Non so cosa aspettarmi dal futuro, ma spero solo che sia migliore di ciò che ho vissuto finora”.                                                                      Con lo sbarco di oggi la Life Support ha completato la sua 34a missione nel Mediterraneo centrale. La nave Sar di EMERGENCY opera in questa regione dal dicembre 2022 e in questo periodo ha soccorso un totale di 2.854 persone.    *il Centro pediatrico di EMERGENCY a Nyala   Emergency
July 26, 2025
Pressenza
“La ferita del Mediterraneo”: a Bari un’installazione galleggiante per denunciare le migliaia di morti in mare
Nelle giornate del 12 e 13 luglio una grande installazione sul Lungomare Imperatore Augusto a Bari promossa da SOS MEDITERRANEE con il patrocinio del Comune di Bari Il nostro mare è una ferita aperta. Sono 1692 le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo Centrale solo nel 2024. Quasi 800 persone dall’inizio dell’anno. Più di 32mila dal 2014. Vite, storie inghiottite non solo dal mare, ma da un’indifferenza che ferisce la nostra coscienza collettiva. Ecco il senso dell’installazione comparsa di fronte al Lungomare della città di Bari: un cerotto gigante di 90 mq, composto da 360 blocchi galleggianti visibili dal cielo e dalla costa. A ricordare a tutti e tutte che, nonostante molti degli incidenti mortali avvengano a centinaia di miglia da terra, lontani dai nostri occhi, queste morti esistono e feriscono la nostra umanità condivisa. SOS MEDITERRANEE è attiva nel Mediterraneo centrale dal 2016 e, da allora, ha soccorso più di 42500 persone dalla morte in mare, ma è anche stata testimone di diverse tragedie e, soprattutto, della volontà degli Stati europei di usare la morte come un deterrente alle partenze. L’installazione vuole essere una sveglia a un’opinione pubblica lasciata volutamente all’oscuro della tragedia che si consuma a pochi chilometri dalle nostre coste. L’opera, oltre a denunciare l’ingiustizia e la sofferenza per chi perde la vita nel Mediterraneo, vuole soffermare l’attenzione sul valore delle cure mediche di primo soccorso che gli equipaggi di SOS MEDITERRANEE sono chiamati a garantire una volta soccorse le persone in mare. Chi attraversa il Mediterraneo arriva a bordo delle navi di salvataggio quasi sempre in condizioni critiche: disidratazione, denutrizione, ustioni da carburante, traumi fisici e psicologici. Solo nel 2024 i medici a bordo della Ocean Viking hanno effettuato 1357 visite mediche. «Quest’opera – spiega la direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia, Valeria Taurino – è il nostro modo per puntare i riflettori sulla tragedia del Mediterraneo, che purtroppo è uscita fuori dalla coscienza collettiva e anche dall’attenzione mediatica ma continua a essere una ferita aperta e dolorosa. Ci auguriamo che serva a riaccendere i riflettori e a stimolare un dibattito pubblico rinnovato. Abbiamo scelto per questo Bari, città di mare e città simbolo di un’accoglienza vissuta come parte identitaria e integrale della cultura, città sensibile e davvero aperta a chi cerca sicurezza e cura. A chi cerca di curare le proprie ferite». «Abbiamo scelto di ospitare la campagna ‘La ferita del Mediterraneo’ di SOS MEDITERRANEE, con il suo grande cerotto simbolico nel nostro mare, perché Bari è una città di pace – dichiara il Sindaco Vito Leccese – L’accoglienza, la solidarietà e la cura verso l’altro sono parte della nostra identità. Vogliamo che il Mediterraneo smetta di essere un luogo di dolore e torni a essere un mare di vita, incontro e abbraccio tra i popoli. Siamo fieri che questo messaggio parta proprio da qui. Grazie a tutte le persone che, con realtà come SOS MEDITERRANEE, fanno della solidarietà una missione quotidiana, tendendo la mano a chi nel mare cerca speranza e non deve mai più trovare morte. Chiudo con un ringraziamento speciale alla Capitaneria di Porto per aver concesso le autorizzazioni all’occupazione dello spazio acqueo in cui è stata installata l’opera».   L’opera è stata ideata da VICEVERSA Studio, specializzato in installazioni artistiche e brand activations, attivo dal 2020. Prodotta dalla casa di produzione Saccage con il supporto di Odd Ep. con sede a Bari e con il patrocinio del Comune di Bari.   Redazione Italia
July 12, 2025
Pressenza
La CEDU legittima i respingimenti collettivi delegati ai libici
1. Obiettivo raggiunto. E’ bastato rifornire i libici di motovedette e garantire loro formazione congiunta e assistenza operativa. Si completa il circuito di aggiramento della sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi per i respingimenti collettivi illegali verso la Libia operati nel 2009 dalla motovedetta Bovienzo della Guardia di finanza. Dopo il Trattato di amicizia firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008, che dava effetto al Protocollo tecnico-operativo, sottoscritto dal capo della polizia Manganelli con il ministro Amato al Viminale, nel dicembre 2007, durante il governo Prodi, sono risultati decisivi gli accordi stipulati con il governo di Tripoli da Gentiloni e Minniti nel 2017 e poi mantenuti da tutti i successivi governi.  La Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso sul caso del gommone intercettato da una motovedetta libica nel novembre 2017. Secondo i giudici di Strasburgo, “le autorità italiane non avevano il controllo effettivo dell’area”. Il capitano e l’equipaggio della nave libica avrebbero agito in modo autonomo e non vi sarebbero prove che suggeriscano che il Centro di Soccorso di Roma avesse “il controllo sull’equipaggio di questa nave e fosse in grado di influenzarne in alcun modo il comportamento”, dunque, “La Corte conclude che i ricorrenti non rientravano nella giurisdizione italiana (…) Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile“. Nel corso della intercettazione violenta, operata in acque internazionali da una motovedetta libica prima che le autorità di Tripoli dichiarassero all’IMO una zona SAR (di ricerca e salvataggio) di propria competenza, come denunciato da Amnesty International, alcune persone finivano in mare e perdevano la vita, tra queste due bambini, figli dei ricorrenti, mentre il Ras Jadir dopo il richiamo giunto da un elicottero italiano si allontanava a grande velocità, trascinandosi un uomo appeso fuori bordo ad una fune. Come si legge nella sentenza, ricorrenti R.J. e E.R.O., rimasti a bordo della Ras Jadir con circa altri quarantacinque sopravvissuti, sarebbero stati legati con delle corde dall’equipaggio libico, che li avrebbe anche picchiati e minacciati; sono stati portati in un campo di detenzione a Tajura, in Libia, dove avrebbero subito maltrattamenti e violenze. In una data imprecisata, sono stati rimpatriati in Nigeria nell’ambito del programma di rimpatrio umanitario volontario assistito dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). I giudici di Strasburgo richiamano la loro precedente giurisprudenza secondo cui “Anche nei casi in cui sia accertato che le presunte violazioni si sono verificate in un’area sotto il controllo effettivo dello Stato convenuto (e che quindi rientravano nella sua giurisdizione ratione loci), lo Stato convenuto sarà ritenuto responsabile delle violazioni della Convenzione solo se aveva anche la giurisdizione ratione personae. Ciò significa che gli atti o le omissioni in questione devono essere stati commessi da autorità statali o essere altrimenti attribuibili allo Stato convenuto (par.81). La Corte osserva poi “che le prove contenute nel fascicolo dimostrano che il comandante e l’equipaggio della nave libica hanno agito in modo autonomo, rifiutandosi di rispondere alle chiamate fatte loro dalle altre imbarcazioni presenti sul posto e dall’elicottero della Marina italiana per coordinare le manovre di salvataggio (cfr. paragrafi 9 e 12). Inoltre, nulla fa pensare che gli agenti dell’MRCC di Roma avessero un qualche controllo sull’equipaggio della Ras Jadir e fossero in grado di influenzarne in qualche modo il comportamento. In questo modo la Corte ignora quanto emerso nel corso del procedimento, che il coordinamento effettivo delle operazioni di soccorso era effettuato in quel tempo da bordo di una nave italiana che stazionava nel porto militare di Abu Sittah a Tripoli, nel quadro dell’operazione Nauras, e che dalla stessa centrale provvisoria di coordinamento provenivano le intimazioni dirette alla Sea Watch 3 della omonima ONG tedesca, di allontanarsi dal luogo del soccorso. Lo stesso governo italiano aveva affermato nel corso della causa che “la Ras Jadir era stata la prima ad arrivare sul luogo del naufragio ed era stata prontamente designata dal JRCC di Tripoli come OSC” (coordinatrice dei soccorsi). Il centro di coordinamento dei soccorsi (JRCC) di Tripoli a quel tempo operava in stretto collegamento con la centrale di coordinamento (MRCC) della Guardia costiera italiana con sede a Roma. Come emerge anche dalle comunicazioni intercorse tra la motovedetta libica e l’elicottero italiano presente sulla scena dei soccorsi, che intimava inutilmente alla Ras Jadir di spegnere i motori per la presenza di persone in acqua. Sarebbe stato questo il profilo dirimente che i giudici di Strasburgo avrebbero dovuto affrontare, non certo quello del “sostegno economico e logistico fornito dall’Italia alla Libia nella gestione dell’immigrazione”. La Corte si arrocca sul principio della giurisdizione esclusiva (par.96), un principio già utilizzato nel caso Hirsi per affermare la responsabilità extraterritoriale dell’Italia, che non trova corrispondenza nella successiva evoluzione dei rapporti tra autorità italiane e governo di Tripoli, proprio a partire dal 2017, e nella dinamica dei fatti occorsi durante il respingimento collettivo su delega italiana del 6 novembre 2017. Si può avere “controllo effettivo” di un area marittima anche senza esercitare una giurisdizione esclusiva, e le zone SAR sono aree di responsabilità e non certo spazi di giurisdizione che in acque internazionali non si possono riconoscere ad una entità statale, come il governo di Tripoli, che non rispetta gli obblighi di soccorso ed i diritti fondamentali dei naufraghi. Non si vede come si possa escludere nell’occasione giunta all’esame della Corte, che le autorità italiane avessero fornito un concorso, assumendone la responsabilità, per aver contribuito a porre in essere atti contrari alle disposizioni della Convenzione, come quelli sanciti con il divieto di tortura (art.3 CEDU) e con il divieto di respingimenti collettivi (art.4, Quarto Protocollo allegato alla CEDU). La decisione operativa assunta dall’autorità marittima italiana di trasferire la competenza esclusiva dei soccorsi ai libici, quando ancora non era stata neppure dichiarata una zona SAR “libica”, ha comportato la successiva lesione dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione EDU. Non solo per quanto concerne il diritto ala vita e il diritto al soccorso in mare. Di fronte alla nota situazione di violazione dei diritti umani dei migranti intercettati in acque internazionali e ricondotti in Libia, esisteva un preciso obbligo giuridico per l’Italia di rispondere alla richiesta di soccorso che aveva tempestivamente ricevuto, e di cooperare nelle attività di salvataggio in mare ai sensi dell’UNCLOS, della Convenzione SAR, e del Regolamento adottato ai sensi della Convenzione SOLAS. In modo da garantire lo sbarco in un porto sicuro (place of safety). Obbligo che radicava una giurisdizione italiana, rientrando tra i doveri delle autorità italiane, le prime ad essere investite da una chiamata di soccorso, assumere decisioni tali da incidere sulla vita e sulla libertà di persone che si trovavano in acque internazionali, al di fuori di una giurisdizione nazionale. Non si vede poi come la Corte di Strasburgo possa affermare che l’elicottero della Marina italiana presente sulla scena dei soccorsi non abbia preso parte alle operazioni di salvataggio (par.100). La sentenza appare contraddittoria, quando poi al paragrafo 102 “la Corte osserva che le prove contenute nel fascicolo dimostrano che il comandante e l’equipaggio della nave libica hanno agito in modo autonomo, rifiutandosi di rispondere alle chiamate fatte loro dalle altre imbarcazioni presenti sul posto e dall’elicottero della Marina italiana per coordinare le manovre di salvataggio (cfr. paragrafi 9 e 12). Non si vede come si possa parlare di una giurisdizione esclusiva libica, escludendo la concorrente giurisdizione italiana, quando si ammette che un mezzo della nostra Marina militare partecipava direttamente “per coordinare le operazioni di salvataggio”, tanto da inviare richiami di fermare i motori al comandante della Ras Jadir che questo non rispettava. 2. Nel luglio del 2017, una Deliberazione del Consiglio dei Ministri italiano prevedeva la partecipazione alla missione in supporto alla Guardia costiera libica richiesta dal Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale. Tra gli obiettivi da raggiungere con l’operazione Nauras , “fornire supporto alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani mediante un dispositivo aeronavale e integrato da capacità I SR (Intelligence, Surveillance, Reconaissance). In particolare, la missione ha i seguenti compiti, che si aggiungono a quelli già svolti dal dispositivo aeronavale nazionale apprestato per la sorveglianza e la sicurezza nell’area del Mediterraneo centrale: – protezione e difesa dei mezzi del Consiglio presidenziale / Governo di accordo nazionale libico (GNA) che operano per il controllo/contrasto dell‘immigrazione illegale, distaccando, una o più unità assegnate al dispositivo per operare nelle acque territoriali e interne della Libia controllate dal Consiglio presidenziale / Governo di Accordo Nazionale (GNA) in supporto a unità navali libiche; – ricognizione in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere; – attività di collegamento e consulenza a favore della Marina e Guardia costiera libica; – collaborazione per la costituzione di un centro operativo marittimo in territorio libico per la sorveglianza, la cooperazione marittima e il coordinamento delle attività congiunte. Secondo il Gip di Catania a marzo del 2018 (caso Open Arms), pochi mesi dopo il respingimento collettivo delegato ai libici nel novembre del 2017, “la circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona SAR non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento attuale, in cui iI coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina Militare Italiana, con i propri mezzi navali e con quelli forniti al libici (sulla costituzione della zana SAR da parte della Libia si veda quanto comunicato dal Comando Generale del Carpo delle Capitanerie di Porto Italiane con II rapporto di data 23.03.201 8, allegata in atti; dal quale si rileva che la Libia non sembra avere abbandonato ii percorso per dichiarare la detta zona SAR, ma solamente essersi attardata in pastoie burocratiche, al pari di altri Paesi, che comunque operano i soccorsi”. In precedenza la Corte di Strasburgo era stata molto attenta rispetto alle Convenzioni internazionali che oggi finge di ignorare. La Corte europea dei diritti dell’Uomo (caso Hirs), richiamata dalla Corte di cassazione sul caso ASSO 28, aveva affermato che “il divieto di respingimento  costituisce un principio di diritto internazionale consuetudinario che vincola tutti gli Stati, compresi quelli che non sono parti alla Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati o a qualsiasi altro trattato di protezione dei rifugiati. È inoltre una norma di jus cogens: non subisce alcuna deroga ed è imperativa, in quanto non può essere oggetto di alcuna riserva” (articolo 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, articolo 42 § 1 della Convenzione sullo status dei rifugiati e articolo VII§1 del Protocollo del 1967). Il principio di non respingimento, dettato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, non può essere dunque oggetto di alcuna riserva, ma non dovrebbe neppure essere aggirato con il ricorso ad accordi bilaterali, e con la delega alle autorità libiche di operare respingimenti collettivi sotto coordinamento europeo, senza fare esporre direttamente unità navali italiane o maltesi. 3. La Corte europea dei diritti dell’uomo delimita adesso la propria giurisdizione in modo da non intralciare le intese operative tra Italia e Libia per sequestrare i naufraghi in acque internazionali e deportarli nei lager dai quali sono fuggiti. Anche per la Corte di Strasburgo, evidentemente, le Convenzioni internazionali di diritto del mare ormai non valgono nulla. E non rileva neppure il ruolo criminale di comandanti libici come Bija o come Abdel Ghani al-Kikli, uccisi in faide tra milizie, dopo essere stati, per conto del governo di Tripoli, interlocutori privilegiati delle autorità italiane e protagonisti di respingimenti collettivi su delega e di sequestri di persone migranti intercettate in acque internazionali. Il riconoscimento della giurisdizione esclusiva libica in acque internazionali, prima ancora che nel 2018 fosse istituita la zona Sar “libica” con l’esclusione totale della giurisdizione italiana, in un caso nel quale, nel novembre del 2017, era presente un nostro elicottero sopra il barcone intercettato, con un preciso ruolo di assistenza affidato dall’IMRCC di Roma (Centrale di coordinamento della Guardia costiera), è un precedente gravissimo che conferma come la Corte europea dei diritti dell’Uomo, sulle questioni di maggiore “spessore politico”, sia ormai condizionata da governi xenofobi che cancellano i diritti umani ed il rispetto della vita e degli obblighi di soccorso in mare. Risulta assai inquietante, per i possibili sviluppi futuri, la considerazione finale dei giudici di Strasburgo, secondo cui “La Corte sottolinea, tuttavia, di essere competente solo a controllare il rispetto della Convenzione. Il compito della Corte è quello di interpretare e applicare la Convenzione. La Corte non è quindi competente a verificare il rispetto di altri trattati internazionali o obblighi internazionali che non derivano dalla Convenzione. Pertanto, ha sottolineato che, anche se altri strumenti possono offrire una protezione più ampia della Convenzione, non è vincolata dalle interpretazioni di strumenti simili adottate da altri organismi, poiché le disposizioni di tali altri strumenti internazionali e/o il ruolo degli organismi incaricati di controllarne l’applicazione possono differire dalle disposizioni della Convenzione e dal ruolo della Corte (par.113). La vergognosa decisione di irricevibilità per carenza di giurisdizione adottata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo non permetterà al governo italiano di proseguire impunemente la collaborazione con le autorità libiche nelle intercettazioni e nel sequestro in acque internazionali dei naufraghi fuggiti dai campi di detenzione ancora gestiti dalle milizie che, come dimostrano il caso Almasri, sul quale dovrà pronunciarsi la Corte Penale internazionale, e gli scontri più recenti a Tripoli, continuano ad essere responsabili di gravi crimini contro l’umanità e non costituiscono un soggetto legittimo per le operazioni di ricerca e soccorso. Come ha recentemente affermato la Corte d’Appello di Catanzaro che lo scorso 11 giugno ha respinto il ricorso del governo italiano contro una sentenza che aveva dichiarato illegittimo il fermo della nave di soccorso Humanity 1, motivato proprio con il riconoscimento della “giurisdizione esclusiva” della sedicente guardia costiera libica in acque internazionali. Fulvio Vassallo Paleologo
June 13, 2025
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