Suliman, Fatima e le spaventose conseguenze della guerra in Sudan
Il mio amico sudanese Suliman, al momento riparato con la moglie al Cairo, ha
iniziato a frequentare un corso di formazione per operatori di macchinari
pesanti (pur sapendo che sarà difficilissimo poter lavorare in quel campo
essendoci già un alto livello di disoccupazione fra gli stessi cittadini
egiziani). E’ un corso di quattro settimane, prima teorico e poi pratico, che si
tiene in una località a due ore di distanza con i mezzi pubblici rispetto a dove
Suliman abita, insomma dall’altra parte del Cairo. Lui si alza alle sei per
prendere un certo pullman. Prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran il
biglietto del pullman costava 50 pounds, ma da alcune settimane è salito a 100
pounds.
“La benzina” rispondono a chi protesta. Ed è così per tutto: al mercato i prezzi
di verdura e frutta sono letteralmente raddoppiati (come successe in Italia con
il passaggio dalla lira all’euro) e la vita è sempre più difficile. Il figlio
Ahmed dalla zona mineraria nel nord del Sudan in cui si è fermato gli invia ogni
mese i soldi per l’affitto. Una delle figlie che vive in Germania quando può
invia anche lei qualcosa. Suliman e Fatima vivono nelle ristrettezze massime e
pensare che fra le spese essenziali devono includere anche frequenti controlli
ospedalieri per entrambi (e in Egitto l’ospedale non è davvero gratis).
Racconto a Suliman di aver visto sere fa in televisione un servizio sul Sudan,
in particolare su Khartoum: si vedevano le tombe dei cittadini morti disposte
lungo le strade perché il cimitero straborda; alcune sono segnalate da un
oggetto, per esempio una ciabatta, la maggior parte completamente anonime. Si
vedevano dei ragazzini che giocavano a palla e quelli che stavano a guardare
erano seduti a terra fra una fila e l’altra di tombe. Suliman non si meraviglia
a questo racconto: “E’ dal 2023 che i cimiteri non ci sono più” dice. I
Janjaweed hanno buttato dentro gli appartamenti ormai vuoti di abitanti (tutti
fuggiti o morti) i corpi delle persone da loro uccise, poi qualche sudanese
pietoso – o gli stessi abitanti che provavano a rientrare nella loro casa- hanno
voluto seppellire quei corpi, così come quelli di coloro che erano rimasti per
la strada, ma non avevano altro posto che la strada stessa.
E a proposito dei sudanesi di Khartoum che dopo la liberazione dai Janjaweed
sono tornati in città e hanno tentato di rientrare nelle loro case, si vede nel
servizio televisivo una donna, Nadine: in una zona di Khartoum chiamata Laman,
lei è dentro la sua casa bombardata, ci sono pezzi di oggetti ammucchiati in
estremo disordine sopra un tavolo e fra questi molti pezzi di armamenti che lei
stessa tocca per capire di che si tratti, per poi passarli a un’altra persona.
“Sopra le armi” mi dice Suliman “c’è una certa sostanza chimica che sembra sia
la causa di una nuova epidemia che sta circolando ultimamente in Sudan, oltre a
quella del colera, il denghe.” Lui sa di persone tornate a Khartoum e morte di
denghe.
Dei diciotto Stati di cui è composto il Sudan i Janjaweed ne hanno al momento in
mano dieci e stanno per recuperarne altri due; il governo ne aveva ripresi otto
ed ora sta per perderne due. “Non finisce mai” dice Suliman e aggiunge che non
può finire finché gli Emirati Arabi Uniti continueranno a rifornire di armi le
Forze di Supporto Rapido (i Janjaweed), Emirati che sostengono anche Israele. Il
servizio televisivo parlava anche delle tonnellate d’oro che dal Sudan gli
emissari degli Emirati e i Janjaweed stessi si portano via.
E poi c’è la triste situazione della figlia maggiore rimasta intrappolata in
Darfur con i suoi bambini. Lei si trova a Mellit, un ultimo avamposto nel Darfur
del nord, a circa 75 Km a nord di Al Fashir; da lì in poi è tutto deserto fino
alla Libia. Il Darfur è completamente in mano alle RSF da quando mesi fa è
capitolata – dopo lunga e strenua resistenza – anche El Fashir stessa e i
sudanesi che non sono fuggiti si trovano prigionieri nelle loro città e
villaggi. Chiedo a Suliman come vivono materialmente, come mangiano, se possono
coltivare qualcosa. “Alcune donne dei Janjaweed” mi risponde “vendono cipolle e
qualche ortaggio al mercato, prodotti che vengono da fuori, entrano in Sudan
attraverso il Ciad (la frontiera con la Libia è chiusa); più spesso sono le
stesse donne sudanesi che vengono costrette a lavorare per i Janjaweed e a
vendere per conto loro ricevendo poi alla fine una sorta di obolo alimentare.”
Parliamo solo di ortaggi e verdure perché carne e farina non si vedono da tempo
immemorabile. Ecco come vive in questo momento sua figlia nella sua terra, il
Darfur. Un momento di sollievo si ha quando, ogni due o tre mesi circa, arrivano
associazioni come Medici senza Frontiere o la Croce Rossa portando zucchero e
altri alimenti importanti.
Il 15 aprile è stato l’anniversario dell’inizio della guerra: era il 2023, sono
più di 100 giorni, il che significano: 33 milioni di persone bisognose di
assistenza, circa 15 milioni di persone con insicurezza alimentare grave che
diventa acuta per almeno 4 milioni di sudanesi. Sono dati che riprendo da un
articolo di Maurizio Martina sull’Avvenire del 29 aprile. La fame – dice il
giornalista – non è più un effetto collaterale della guerra ma “una delle sue
espressioni più crudeli”. L’agricoltura, attività economica basilare del Paese,
è entrata in crisi e se dovesse saltare anche la prossima semina si perderà un
altro anno agricolo con conseguenze devastanti per gli abitanti del paese.
Il Global Report Food Crises ha dichiarato pochi giorni fa che nello stesso anno
abbiamo avuto, tra Africa e Medio Oriente, due carestie: Gaza e Sudan. E’
necessario – afferma ancora l’articolo di Martina – che si sostenga per il Sudan
l’agricoltura d’emergenza, che non è solo distribuzione di aiuti, ma anche
operazioni concrete per ricollocare la popolazione nelle proprie comunità
affinché possano ricostruirsi vita e attività produttive. E’ necessario che
quella del Sudan non venga normalizzata come una “crisi cronica” e accettata
come qualcosa di inevitabile e incurabile: sarebbe la fine di un paese e di un
popolo.
Popolo che non so più in quale percentuale è ormai alla diaspora – chi in Ciad,
chi in Egitto, chi in Etiopia, chi nello stesso Sudan, ma in zone che sembravano
più tranquille, presso parenti o amici. Suliman e Fatima, come si sa, hanno
raggiunto il Cairo dopo molte peripezie e sofferenze. E non sono gli unici
sudanesi nella grande capitale egiziana: ci sono strade – mi diceva una ragazza
del Cairo attualmente a Roma, ma in contatto con i suoi – dove abitano
esclusivamente sudanesi (li hanno anche ghettizzati, penso). Mi chiedo: come
farà ognuna di quelle famiglie a pagare l’affitto e a mangiare ogni giorno, come
farà a curarsi e a soddisfare le altre esigenze, almeno quelle basilari? Avranno
tutti i figli all’estero che inviano loro una parte dello stipendio? E i bambini
e i ragazzi da quanto tempo non studiano? Le scuole egiziane accoglieranno i
figli dei richiedenti asilo sudanesi?
Quello che è certo è che finché, dopo anni di attesa, non hanno ottenuto l’asilo
politico, i genitori non possono esercitare alcuna attività lavorativa. Quanto
sono bravi questi sudanesi in un Paese che non li vuole, a mantenere alta la
dignità di persone umane, ad aiutarsi fra loro, a restare vivi. Ma ci deve
essere una fine, si deve intravedere una luce. Che le istituzioni internazionali
operino per accenderla: è un loro dovere e si deve trasformare in un imperativo
etico.
Link agli articoli precedenti:
https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/
https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/
https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/
https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/
https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/
https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/
https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/
https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/
https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/
https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/
https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/
https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/
https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/
https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/
https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/
https://www.pressenza.com/it/2026/03/suliman-fatima-e-la-guerra-in-sudan-che-non-finisce/
Francesca Cerocchi